Notturno samminiatese

san miniato 1Non devi dirlo a nessuno. Camminare fino a notte fonda: così la sfango. Quelle notti d’inverno di aria secca in cui si marcia su e giù per il paese con le mani in tasca tutti imbacuccati. Quelle estive, bagnate, di grilli lucciole e spettri d’erba tagliata. Smettere di provare, infilare i panni da lavoro, chiudere piano la porta e Teresa me lo disse fin da subito. Lei non tentennava mai. Come quando perdemmo Giovannina o Bruno non tornò. Non ci sono più ma ci saranno sempre. Non dirlo, porca miseria non dirlo. Decisa e dura, mentre piegava il cartoccio verso il pentolino con i capelli bianchi tutti spettinati. La situazione al volo in mano, maneggiabile, pro e contro pesati nel giro di attimi. Non dirlo. Ci pensa già il professore a passare da ciucco lui che sbeucchia dalla mattina alla sera e non lo trovi che nei bar a cianciare quei suoi paroloni difficili quelle storielle da briai che poi nessuno lo prende mai sul serio. C’era un taglio giallo e io guardavo il taglio giallo. Occhi duri sopra il grembiule sudicio nella luce del mattino che stiepidisce la cucina, le mani senza sangue sul cartoccio e sul pentolino, occhi duri e cisposi e già vecchi, azzurri come i mari maremmani. C’era una taglio giallo nel cielo c’era un taglio giallo nel cielo. Teresa è mia moglie. Teresa è una zuppa di verdure. Porca di quella non t’azzardare che t’ammazzo giuro che t’ammazzo. Che fanno di notte gli insonni disperati? Si arrendono, si alzano, chiudono piano la porta. E camminano pensando alla vita andata mentre i fortunati sognano quella futura. Certe lontanissime notti d’agosto, lacca sui capelli, pura azione. Certe frasi che insistono. Ballare e azzurri frivoli e irripetibili. Come potevo sapere che. Insomma impedire la rovina lo sgretolarsi. Vorrei, questo sì, aver visto Bruno tornare. Giovanna che esce dall’ospedale con le braccia nuove ed è ancora una bimba e vuole cambiare. Non devi dirlo a nessuno. Da piazza Bonaparte fino all’ospedale e qualche volta a Calenzano e poi indietro tutta fino alle Colline o Gargozzi o al Pinocchio. Rasentare case, sfiorare intonaci e cancellate con le dita, scalciare chicchi di ghiaino, svelto affretta il passo verso il prossimo lampione e poi. La sfangavo così. Già vestito da lavoro. Arreso al domani. Le mani con le nocche e i polpastrelli neri, calli neri, nere venuzze. La notte è nera. Sì. Il taglio giallo ha squarciato la notte nera. Stanco fin dal mattino, il bianco degli occhi non è bianco ma rosso rosato. Ma la notte è nera, senza colori, le notti somigliano l’una all’altra perché nessuno ci parla dentro. Bruno non è tornato. Giovanna era secca secca e aveva le braccia col pus nero e i bachi che sbucavano dalla carne. Tutte uguali e nere. Camminavo camminavo e poi il taglio giallo. Alto lassù nel nero della notte, inchiodato al cielo ma un po’ mobile. Ballettava? Girava? Giallo esagerato come il centro dell’uovo. C’era un taglio giallo nel cielo c’era un taglio giallo nel cielo sopra Cigoli. Mia moglie si chiama Teresa ed è una zuppa di verdure e ha le mani di panno bianco e mi diceva subito di non dirlo a nessuno perché queste sono cose che ogni uomo perbene tiene per sé. Ma io non sono un uomo. Sono legno marcio che puzza. Se non vuoi diventare come il bischero del professore che sbeucchia e ciancia coi suoi paroloni del cielo che s’accese una vita fa col caldo e certe nuvolacce dappertutto. E poi giorni dopo si seppe che anche il professore aveva visto il giallo strano, quel giallo, il mio. Quando lo raccontava in giro e quelli si sganasciavano io mica dicevo nulla, che era vero, che sapevo. Mica lo spalleggiavo. Fissavo per terra vigliacco e speravo smettesse o mi alzavo e uscivo zitto zitto a fumare o mi avvicinavo ai tavoli della briscola. C’era un taglio giallo nel cielo, una ferita gialla, uno squarcio, una coltellata. C’era un taglio giallo e io guardavo il taglio giallo. Alzai gli occhi spalancati mentre avanzavo tra mezzanotte e l’alba e tutto taceva a parte i boschi e le vie da basso e anche quello taceva, era vicino e fermo, quasi fermo, sopra Cigoli o Ponte a Egola o Stibbio, lassù. Teresa mi accoglie a casa che puzzo di concia come un uomo ma non sono un uomo sono legno marcio e mi fa trovare pronto da mangiare. Teresa è la voce che mi dice di Bruno e Giovanna che ci sono ancora. Che lui torna dai Balcani, da qualche parte, che lei ha braccia nuove e senza bachi. È una zuppa di verdure. Non devi dirlo a nessuno non t’azzardare. Quella mattina si alza dal letto e scende giù e poi mi trovò al tavolo della cucina con le mani sulla testa e gli occhi sangue e non ci capivo niente e non sapevo cos’è vero. Quando glielo dissi lei mise il grembiule sudicio e preparò la colazione per tutti e due, come sempre. Scaldava il pane in un piccolo forno elettrico, il latte nel pentolino sul gas, il caffè spremuto dalla moka grigia. Non devi dirlo a nessuno. Non devi dirlo a nessuno. Paura che dopo le braccia bucherellate di Giovannina per il paese si parlasse anche del marito che a un tiro di schioppo dalla pensione diventava ciucco come il professore tanto beffato. Povero povero professore che non c’è più con la testa. Teresa è una zuppa di verdure e io inavvicinabile legno marcio puzzolente e la vidi scendere le scale nelle ciabatte di stoffa mezza assonnata e pensai che non potevo dirlo (che dovevo dire?) invece glielo dissi al volo e lei si mise a preparare la colazione e parlava. Non devi dirlo a nessuno. Non devi diventare ciucco non devi non lasciarmi sola. Scendevo per via Catena per arrivare giù in piana e la notte senza luna pareva bella e faceva fresco e le lepri e i cinghiali. Ed era lì. Era spuntato dal nulla sospeso davanti a me e si muoveva non si muoveva, da perderci il capo, un taglio ma solido, tondo, un taglio o una stella di traverso. Io imbambolato a fissarlo e il cuore picchiava forte e tremavo e me la facevo addosso ma mica smetto di guardare. Che casino è il mondo se anche il bello fa paura. Non t’azzardare sai. Porca di quella non t’azzardare che t’ammazzo. La gente già ciancia ciancia e ridacchia e quando m’avvicino mi dice come va con la voce tutta triste e insomma non ti ci mettere anche te non fare casino non dirlo tientelo per te. Poi non c’era più. Di punto in bianco non c’era più. Come un occhio che si chiude il taglio giallo non c’era più. Svegliati e scappa, allora, vattene via, che hai visto? Che hai visto? Sai che hai visto e cos’è vero per davvero? Il vento breve smuove frasche e cime d’albero mentre corro e corro lontano e le gambe vecchie dolevano sull’asfalto sodo e il cuore picchiava forte martellava senza pace nel buio totale fradicio. Il taglio giallo non c’era più. Teresa dai capelli bianchi e gli occhi maremmani scese che si faceva giorno ed era normale, il solito, ritta in piedi mi guardò seduto e sentì che ero scappato su per la salita più forte che posso per la paura e che ero rientrato senza fiato e sudatissimo e disse quel che disse, decisa e dura, per il bene di tutti. Non devi dirlo a nessuno. Non devi dirlo a nessuno perché non è mai successo. L’aria di miele sa di caffè e pane caldo, le campane suonavano lente. Nella finestra, il cielo sbavato di rosa dietro la Rocca e poche nuvole scucite. Teresa non tentenna riempie una tazzina di caffè e me la piazza davanti sul tavolo accanto alla marmellata e tutto va bene, forza, non farla tanto lunga, datti una sciacquata e vai a lavorare.

Materia d’infanzia

Sotto l’occhio impassibile del cielo s’avvicendano stagioni, calde e odorose come pere cotte in forno o umide e buie come vecchie cantine. La materia dell’infanzia è una polvere sottile, un rapido sentore di muffe in formazione, e sono carte da parati che si sfaldano appena alle attaccature, divani dai cuscini allentati e moquette arruffate sulle quali avvengono battaglie d’eserciti verdi e grigi, corse d’automobili colorate e naufragi. Tra le fila dei battaglioni che si fronteggiano nei pomeriggi sconfinati i più sono malconci: a chi manca un piede, a chi un braccio, a chi la testa; alcuni puntano fucili mozzati, sollevano monchi mortai, scagliano bombe a mano morsicate. Le automobili hanno lunghi graffi sulla carrozzeria, specchietti divelti, pneumatici penzolanti: alcune disegnano traiettorie a serpentina, altre restano impigliate nei riccioli acrilici, altre ancora cadono da spaventosi e soffici dirupi. E in mezzo alle corse, agli assalti, alle battaglie, vanno le grida dei corsari all’arrembaggio dei galeoni alla fonda negli oceani di lanugine. Poi è la mela grattugiata che diventa una polta dorata sotto le mani ramose della nonna, il pomodoro odoroso d’orto che si sfa in ondate di rosso sulla mollica, è l’acqua zuccherata da bere fresca e la caramella quadrata all’orzo Fallani che il nonno ha portato dal circolino. Oltre la ramata che intrappola i polli, oltre la gialla tracimazione del calicanto sulla staccionata dirimpetto, i campi sono praterie selvagge, foreste gonfie d’animali nascosti e piante intricate. Un rudere di chiesetta inselvatichito che spicca rosso tra filari di vite e alberi di ciliegio è un inespugnabile fortilizio; su un estradosso scarnito s’erge a pinnacolo un minuto cipresso che v’ha preso dimora. Qualcuno si calerà fin dentro la cripta, da uno squarcio nero rinvenuto nell’ammattonato della diruta cappella tra balle di fieno e bigonce di stallatico messe a magazzino, e ne risalirà brandendo un certo osso misterioso d’animale, o forse addirittura un femore umano.

In un altro angolo di questa mia casa antica esiste invece una foresta pluviale che nel rigoglio della vegetazione sintetica nasconde piramidi maya in disfacimento, costruite accatastando i grandi e rigidi cuscini di gommapiuma che compongono i divani del salotto saturo di moquette e carta da parati. Vi si scorgono alle volte strutture effimere alte due o anche tre piani, con colonne, architravi, pavimenti e soffitti in gommapiuma; queste costruzioni sono erette nello spazio d’un mattino, e scompaiono immancabilmente dopo l’ora di merenda, quando la nonna protrude i rami nodosi ad agguantare le persiane che tagliano a fette la stanza nel tramonto. Questa è l’ora in cui i campi profumano di fresco, e i contadini accendono il fuoco sotto le ramaglie affastellate, liberando lunghi drappeggi di fumo bianco che s’arrampicano nel cielo smaltato; i falò che spuntano a infiocchettare la campagna scoppiettano di scintille e rilasciano un odore robusto di legno, che fa venire in mente le antiche cucine delle coloniche, le grandi cucine dagli immensi focolari sempre caldi e sudici d’una fuliggine pervicace.

Una di queste coloniche, ormai mezza crollata, si va consumando poco oltre la recinzione della mia vecchia casa: brandelli di muro oggi s’elevano dall’intrico vegetale d’un campo incolto, e sorreggono da una sola estremità le lunghe travi collassate nello sfacelo dell’interno. A osservarla dall’alto, la vecchia colonica sembra una balena esanime dalla groppa squarciata, venuta chissà come a spiaggiarsi al bordo d’una trafficata statale. Sparsi pioppi ne vegliano la carcassa, e in primavera le fanno omaggio d’una soffice peluria bianca; un albero spunta addirittura dall’interno della stalla semidistrutta, a dilungare le folte braccia contorte lassù dove un tempo s’abbarbicava il tetto embricato d’un bel tenné. L’intonaco mezzo franato ha scoperto lo scheletro di terracotta, dove brulica un barbaglio di lucertole nei giorni assolati; i piccioni invece si sono impadroniti dei luoghi più alti, e li si vede spesso ciondolare pensierosi sui cornicioni crepati, sui davanzali delle accecate finestre.

Eppure la casa viveva d’umani un tempo, e portava fiera l’aura fascinosa d’una cura minimale, d’una rovina trattenuta in un controllato disgregare. Sembrava che i superstiti abitanti di quell’antico casolare avessero misurato il futuro che restava loro davanti, lasciando che la costruzione s’acciaccasse di pari passo con loro: così la pelle che s’aggrinziva sul volto adusto dell’agricoltore la si poteva rivedere nella fitta ragnatura della malta in facciata, l’artrosi che incartocciava l’attempata contadina la s’intuiva nelle persiane sfogliate che cigolavano sui cardini allentati, e i vetri sempre più unti e appannati ricordavano i loro occhi umidicci e velati dalla cataratta. Sbollature, incrostazioni e muffe che infestavano quei muri apparivano allora come malattie organiche, cancrene che intaccavano un corpo vivente; nelle calme notti di prima estate, quando larghe maree di lucciole invadevano i campi scrosciando fino ai suoi muri in una risacca luminosa, la colonica sembrava quasi esalare un suo proprio sottile respiro, un ansito cadenzato d’anziano in sofferente riposo.

Capitavo spesso sull’aia, sbucando dal fosso che separava i campi dal nostro cortile; le galline si disperdevano a ventaglio appena mi vedevano, per poi raggomitolarsi poco più avanti, a pericolo scampato. Nella vecchia stalla adibita a dispensa, rimasta senza portone, oltre l’arco d’ingresso s’intravedevano nell’umida oscurità verdura e frutta stipate in cassette di legno, panieri colmi di uova fresche, salumi appesi, trecce d’agli e cipolle fissate a vari attaccagnoli, e d’estate certi bei pomodori grossi come zucche, rossi, odorosi, talmente lucidi da sembrare di ceramica; non era raro che la contadina, vedendomi fare capolino, m’offrisse una di quelle sculture perfette, porgendomela col suo artiglio deforme. E nonostante la voglia di addentare quell’invitante e sugoso pomodoro, il ribrezzo che mi montava alla vista delle dita nocchiute che lo stringevano mi faceva ogni volta declinare l’offerta, lasciandomi un vago senso di sconfitta. Così un mattino d’afa sbucai dal fosso e la vecchia era là, sempre nascosta tra le ceste traboccanti, seduta su un panchetto a spuntare dei fagiolini che teneva raccolti in grembo. Sopra un banconcello, sistemati su un largo canovaccio, c’erano quei grossi pomodori che non avevo mai assaggiato. M’inventai d’aver visto una gallina impigliata nella rete dei fagiolini, laggiù nell’orto, mentre passeggiavo; strillava come un bambino, dissi alla contadina, sembrava che si stesse strozzando. Non so se mi credette, ma tenendosi le cocche del grembiule s’alzò e finalmente abbandonò l’umido deposito; appena scomparve dietro l’angolo, mi tuffai nell’oscurità e afferrai un pomodoro fresco e carnoso; corsi col pomodoro in mano dal lato opposto della casa, ma fatti pochi passi incespicai in una buchetta e cascai con le ginocchia dentro qualcosa di molle. Un pulviscolo di mosconi ronzanti m’avvolse e sfumò via. C’era uno strano odore dolciastro e untuoso che non avevo mai sentito, un odore che m’incuriosiva e repelleva allo stesso tempo. Poi, ancor prima di capire dov’ero caduto, vidi quattro minuscoli cavallini rosa che penzolavano legati con delle cordicelle a un ferro rugginoso che spuntava dal muro. Li vidi proprio così: erano quattro cavallini senza coda e senza criniera, non più grandi d’un gatto, con una mostruosa testa rossa dagli occhi sporgenti, che stavano appesi all’ingiù. La buchetta dov’ero caduto era ricolma d’una massa informe e variopinta: vi s’intuivano bulbi biancastri, brandelli giallognoli, fagotti bruni e callosi, lunghi tubi intrecciati, e certe cose che sembravano meduse, cappelle di fungo, palloncini riempiti d’acqua, cuffie per capelli, asciugamani bagnati, gomitoli di lana, palloni sgonfi. Quando m’accorsi di stringere in mano il pomodoro ormai spappolato potei sentire montarmi dentro come dell’acqua in ebollizione, e piansi, piansi fin quando la vecchia contadina col suo artiglio m’afferrò per un braccio e mi tirò fuori da quell’inesplicabile ammasso di materia.

    

The plain called La Catena

Certe case sbriciolate e assaltate dalla vegetazione, muri rossastri mutilati e pavimenti di calcinacci sfatti, spuntano all’improvviso tra i verzicanti immensi campi o tra le case più moderne dove esiste ancora vita umana. Scendendo dal colle e pigliando dritto giù per via Cavane, addentrandosi a poco a poco in quella ricca pianura di campi incolti e piccole coltivazioni, solcata da rii e fossi dai lindi e compatti argini, se ne possono incontrare una ventina nel giro di pochi chilometri. Fanno mostra d’infischiarsene, loro, del proprio galoppante sfacelo, e se lo portano addosso con una cert’aria di superiorità, guardandoti con quel niffolo spregioso che ben si confà agli antichi abitatori di quelle rovine dirupate: e ti osservano beffarde e indifferenti mentre gli passi da presso, quasi fossi un ospite sgradito. Cespi di borragine dentro gli squarci, edera e rampicanti abbarbicati, alberi che spuntano dagli antichi tinelli, e muri d’un inaspettato azzurro sfarinato tutti sforbiciati, travi enormi, ricche di muschi e funghi duri come pietre, collassate negli anditi e nei saloni; talvolta un sanitario tutto sbreccato, appeso all’impiantito flesso del primo piano, che sembra venir giù mentre si guarda, barbaglia da una crepa. Queste coloniche in rovina disegnano la mappa d’una campagna antica, parzialmente sovrapponibile alla topografia contemporanea: dove adesso s’ergono palazzi e case un tempo c’erano campi, faggete, terreni paludosi e sentieri sterrati. Gli ultimi abitanti di queste vecchie case se ne sono andati più di trent’anni fa, ormai.

Ci corro in mezzo appena posso, raspando coi piedi sullo sterrato, affannandomi a recuperare un poco di forma, di fiato. Pencolo tutto da una parte quando sono allo stremo, par che mi paralizzi, m’inceppi, perdendo l’agilità delle articolazioni, quasi come ingessato; m’incazzo poi quando mi superano gli anziani, che in queste stradette sfrecciano tutti come cavalli. In cuffia l’app mi dice i chilometri, il tempo, il ritmo, e ripenso a qualche anno fa quando andavo più spedito, rifletto sul tempo che passa e mi fiacca come queste sparse case diroccate. Oggi pioviggina, lame di nubi viola tagliano l’orizzonte e le gocce cadono di traverso finissime; verso Ponte a Egola il sole sparge una coltre arancione tra le nubi e i campi, poi sparisce dietro il monte Serra blu.

In paese dicono che ci sono i fantasmi, in queste coloniche. Magari non in tutte, ma da qualche parte ancora qualcuno infesta una stanza da letto, un salotto, un gabinetto. Di notte son loro a far uggiolare i cani e spaventare i gatti, che tornano alle loro case con gli occhi spalancati dal terrore. Nessuno s’avventura al buio per queste stradine che serpeggiano dentro i campi incolti, sfiorando le facciate scortecciate dietro le quali i fantasmi aspettano di vedere arrivare qualcuno per spaventarlo a morte, o forse solo per scambiarci due parole. Ci passano ormai di tanto in tanto solo gli immigrati che lavorano nelle conce di Ponte a Egola e Santa Croce; ma i fantasmi, loro, probabilmente li lasciano passare, restandosene buoni buoni acquattati nel loro angolino polveroso, compassionevoli.

Salto le buche più fonde empite d’un marroncino schiumoso, devio per scansare grosse lingue d’acqua che s’insinuano sulla sterrata dai fossi oberati, m’impappino talvolta in qualche pezzo colloso di mota, e così m’addentro sempre più a fondo nel pantano, finché la strada si fa indistinguibile e scompare nell’acquitrino. Ecco la casa dei cavalli, la vecchia casa a catafascio sul limitare dell’esondazione. Serba poco d’incorrotto, un nulla: qualche brandello di muro, un uscio, nient’altro. Eppure – quanto sarà, vent’anni? – un tempo qui c’allevavano i cavalli: ricordo ancora le grosse bestie, i loro manti dai colori decisi, le code e le criniere sventolanti, le froge spalmate di muchi, i liquidi pomi lucenti degli occhi. Ci venivo, da piccolo, a guardarli di lontano nei loro stanzini, stretti cubicoli oscuri colmi di biada e mosche: i grossi animali agitavano le code in un movimento semicircolare, come a scacciare lontano i ronzii, ogni tanto scalciavano, poi raccattavano svogliati qualche stoppia d’avena e biascicavano un poco, più per noia che per fame. Talvolta un nitrito d’isteria, o uno zoccolare più calcato, malmostoso, al sopraggiungere dello stalliere, un uomo basso e grasso, dall’epa sferica e tirata, un capo tondo e glabro, eccetto due baffetti fini e unti, gli occhi due giuggiole attaccate con lo sputo; portava sempre una sozza camicia a quadrettoni, infilata in un paio di pantaloni di velluto scuro ad ampie coste, e ai piedi sempre i soliti stivali di gomma dai gambali laceri. Di questo grasso stalliere provavo un misterioso timore, un’irrazionale repulsione che sempre mi turbava: un brivido sulla pelle mi coglieva se mi sentivo scorrere addosso quello sguardo di giuggiola, quando sbucavo dal fosso dov’ero acquattato. Ma lo stesso non potevo rinunciare alla visita ai cavalli, quando le giornate iniziavano ad aprirsi sulla campagna e il sole prosciugava i pantani, dopo l’ora di merenda quando l’aria diventava un prisma azzurrino sopra le cose, fuor di finestra. M’inoltravo sulla sterrata, rasentavo i campi e le case già in lento sfacelo, mi lasciavo alle spalle l’asfalto, le voci, i rumori, e a poco a poco penetravo in un regno fatto di quell’aria fresca azzurrina, di un odore di fuochi lontani, d’insetti infiniti. Giungevo nei pressi della casa dei cavalli e m’infilavo nel fosso, avanzavo piano, m’accucciavo dietro un cespuglio e stavo lì fermo, non visto, a guardare i cavalli nei loro stanzini e sulla corte recintata, stando attento a non farmi sorprendere dal terrificante stalliere dagli occhi posticci.

Eppure qualcosa doveva esser successo, qualcosa di terribile e perduto: l’avverto come un brivido – lo stesso che gli occhi-giuggiola mi procuravano da piccino – ogni volta che ripasso a corsa di lì. Mi soffermo allora un poco a scandagliare le rovine, i brandelli di muro, a interrogare quel mistero di cocci e frantumi, senza cavarne niente di più che quel brivido, quell’avvertimento irriconducibile a una forma sensata. Cos’è rimasto, in quel luogo, di un passato irrevocabile? S’è insinuato qualcosa tra quel cielo azzurrino e la superficie di quei muri, qualcosa che non s’è corrotto con la rovina dei manufatti, ma ancora respira nascosto tra l’erba, in quell’infinitesimale ma incolmabile iato che separa tutte le cose, e viene da un tempo lontano, ormai dimenticato.

Sarà, forse, uno di quei malinconici fantasmi che dicono vaghino per queste radure, forse il fantasma del grasso stalliere, forse l’anima in pena d’un cavallo stramazzato, oppure magari solo il ricordo di quello sguardo di fantoccio. Ma la fugace impressione scompare dopo poco, dura giusto il tempo d’un rallentamento, d’un’occhiata in tralice mentre col mio passo affaticato arranco verso l’arancione del tramonto. Alla prossima colonica diroccata farò una sosta, appena il tempo di riprender fiato, poi giù in direzione opposta per il ritorno. La scorgo già laggiù, dopo la serpentina della sterrata, adagiata sul piano come un balocco consunto, rosseggiante tra l’eriche.

La casa dei cavalli è ora un ammasso di muri scorticati che riposa tra i rovi, l’aia sul retro resa inaccessibile da un intrico vegetale che sembra dissuadere da ogni istinto d’esplorazione. Le pareti squarciate lasciano penetrare lo sguardo all’interno delle vecchie stanze, dove le grosse travi collassate formano architetture improvvisate e le piante rampicanti imperversano; i ciottoli sono invasi da muschio e fango, tappeti d’erba e foglie morte ricoprono gli impiantiti. Mi fermo a guardare dentro, curioso di tirar fuori qualcosa dal passato, di capire da dove mi viene quella sensazione misteriosa che non so definire. Gli intonaci franati, pareti dipinte d’un azzurro inconsueto – cos’era, la cucina? – e le porte marce che si sbriciolano, tutto un mondo che si dissolve e non c’è più verso di riportarlo al presente, alla vita. Vent’anni, vent’anni sono passati e quel ricordo s’è perso chissà dove, lasciando solo poche immagini statiche, come ritrovare tre o quattro foto ingiallite in un cassetto… eppure qualcosa è rimasto, sepolto chissà dove. Ma questi muri franati non mi parlano, non dicono nulla; le grosse travi, niente. Ecco qualcosa che si muove – forse un animale? – ma no, è un sacchetto, una busta di plastica bianca impigliata tra i rovi che oscilla nella poca brezza laggiù dentro il tinello squassato. La osservo dondolare e per un terribile momento resto agghiacciato: mi sento scivolare, come se stessi cadendo all’indietro, un giramento di testa leggero leggero, quasi impercettibile, niente di preoccupante, respira, respira… Poi passa, e tutto è di nuovo normale. Riprendo la sterrata soffocando un urto di vomito e m’allontano verso casa.

Ci sono i fantasmi, in queste vecchie case. Infestano la campagna, nascondendosi ancora tra le antiche pareti, e non se ne andranno finché un brandello di muro resterà ancora in piedi. A volte si vedono spuntare da dietro un cespuglio, o scappare veloci dietro una porta ancora mezza in piedi. A volte basta guardare bene dentro un andito polveroso, abituare gli occhi all’oscurità, per vedere delle impronte leggere leggere che si formano sulla polvere, allungandosi in fila fino a sparire nel buio delle stanze più lontane, dove la luce del giorno non arriva più da anni. A volte si sente come un parlare sommesso provenire dal profondo delle rovine, dalle pance oscure delle coloniche malmesse, e più si tende l’orecchio più il cianciare si fa impercettibile, ma non scompare finché non si prova a chiedere chi va là, c’è qualcuno?, allora tutto si cheta; ma se dopo cinque minuti si ripassa di lì, le voci si odono di nuovo. Tutti sanno che ci vivono i fantasmi, in queste case, ma nessuno ormai ci fa più caso: fanno parte di queste campagne come i cipressi, come i fossi, come i gatti randagi. Nessuno però percorre queste strade di notte, ormai, tranne gli immigrati che lavorano nelle conce del comprensorio, che ritornano stanchi e affamati. Ma i fantasmi, loro, li lasciano passare.

L’emergere dell’essere

IMG_20200531_181225L’istituzione ribolliva di trasformazioni sociali e pedagogiche. Riflessioni sulle possibilità dell’insegnamento. Sulle metodologie. Su questioni squisitamente docimologiche. Chiusa già da qualche anno la stagione gentiliana dell’istruzione di base. Stop ai manifesti all’entrata degli istituti in cui si spiegava come comportarsi in caso di rinvenimento di ordigno bellico. Fine dell’implicito controllo sociale effettuato attraverso la scuola. Piomba la media unica. Niente latino. Obbligo fino ai quattordici anni. Via libera, per farla facile, alla scolarizzazione di massa. Un bambino può parlare mille linguaggi ma gliene portano via novecentonovantanove – la psicobiologia dice sia verissimo. Nelle fotografie di classe non si deve sorridere mai. Nemmeno imbarazzarsi delle orecchie a sventola. I maschi portano capelli folti e inquieti. Le femmine spesse calze a quadri. Grembiulini di cotone blu (neri nelle foto b/n). Sbilenchi fiocchetti rossi (grigi). Stufe a legna nelle aule. Processioni di cappottacci ai muri. Cartelle di cartone. Il sillabario tanto per cominciare. Spartani astucci verde ghianda. Matite. Ancora pennini e calamaio. Anche se già trovavi in giro le stilografiche. Le prime biro. Le Bic. La tecnologia galoppa. I banchi col buco sfruttati per trent’anni e passa. Le panche ostiche come nelle chiese. Sulla cattedra un pallottoliere, il registro, un bicchiere con un fiore, poco altro. Pregare tutte le mattine fissando il crocifisso. Gesù è morto per noi. Gesù è morto per noi. C’erano ancora le residuali bacchettate sulle mani, nonostante l’indebolirsi del paradigma behaviorista. L’ipnopedia non ha comunque alcun valore scientifico. C’era ancora la paura. Se hai le unghie lerce ti becchi il dolore, sudicione. A sentire alcuni il condizionamento continuava a trovare una giustificazione. C’entravano Hitler e Stalin, ma parecchio alla lontana. Starsene un’ora in ginocchio sui ceci secchi. Prendersi ceffoni per un congiuntivo mancato. Scrivere cento volte sul quaderno, punizione atroce, non devo scrivere tutto questo cento volte sul quaderno. Pigro abbandono della Teoria Ipodermica e del seducente corollario di metafore. Ciascun individuo, sentite questa, è una specie di atomo isolato soggetto alla propaganda di insegnanti et similia – la persuasione viene inoculata. Lo studente è bersaglio. È passivo. Azione e reazione. Nulla, nella black box. Stimolo e risposta. Stimolo e fottuta risposta – il gelido mantra della TI. Poi ecco il cambiamento, il ribollire, la novità, la scoperta del cervello pensante. L’abbraccio alla complessità. Collateralmente, nella dimensione extrascolastica, quella specie di nuovo rinascimento. Dalla polvere rurale a quella di città. Dal sud al nord. Collateralmente, il Boom. Le Vespe e le 500. Le festicciole rionali sudate di vino. La metafisica della carne nei piatti. L’acqua perfino tiepida nei tubi. Ecco il Paese che sognavamo. L’incremento demografico. Le lavatrici e i frigoriferi. I sorpassi a cento all’ora. Gli emancipati e iperbolici cappelli a scimmiottare Marilyn. Ma i disgraziati c’erano ancora, eccome, se stornavi un attimo lo sguardo dalla retorica del Miracolo li trovavi dappertutto. Gli alcolizzati ciondolanti per le vie. Le accumulatrici di gatti i cui grossi seni mosci penzolavano dai balconi. I morti di fame dalle mani nero bottino assopiti sulle panchine. I padri avevano visi brunastri e intascavano qualche lira in più se e solo se accettavano di lavorare nei reparti più velenosi. Col tempo avrebbero cresciuto variegate forme neoplastiche e sarebbero diventati impotenti e cornuti. O proprio crepati verso i cinquanta. Quarantamila al mese, nel Comprensorio del Cuoio. I poveri non telefonavano quasi mai. Né telefono né televisione. Per loro, anni dopo, la Luna sarebbe comparsa solo nei bar. E sempre nei bar avrebbero di lì a poco fatto saltare le cervella a quel Kennedy (che vita è se non bevi un bel caffè?). Ma l’istituzione era un ribollire, questo si stava dicendo. Tutta un ribollire. Il profumo del cambiamento sempre più intenso nell’aria. Si cominciava ad azzardarlo, che nella scatola ci fosse qualcosa. Il soggetto ricevente è chi l’avrebbe mai detto attivo. Ora ha credenze. Ha desideri. Prova meraviglia – l’apprendimento tramite scoperta teorizzato da Bruner. Possiede certe interessanti capacità cognitive. Il quaderno or è finito; se, in letizia, t’è servito la scrittura a migliorare, tienlo tra le cose più care. Arriva la tanto sospirata soppressione della vacuità calligrafica – la Bella Scrittura è in fin dei conti orrenda. Obiettivo primario universalmente perseguito: accendere gli incendi, mutare specchi in finestre, animare le piccole anime eccetera. Apprendimento meccanico rimpiazzato da apprendimento significativo. La resa del moralismo apocalittico e il trionfo dell’ottimismo integrato – così suona davvero alla grandissima. Nuove metodiche scolastiche, per carità, ancora insufficientemente puerocentriche, ciononostante in mezzo ai balbettii del mutamento paradigmatico il bambino aveva saputo ritagliarsi i suoi spazi. Rincorrere quei suoi primi interessi. San Miniato, troppi anni fa, un po’ di nebbia giù in valle. Mattinate fragranti di gesso e legna ardente. La maestra passava ore e ore a raccontar loro le cose e pretendeva che ci riflettessero su e che poi le ripetessero in classe. Lui aveva una memoria speciale e non gli costava nessuna fatica. Un solo problema: ogni volta che apriva bocca si sentiva addosso gli occhi del mondo intero e desiderava sparire. Un solo piccolissimo problema. La signora Fiorenza, nata a Empoli l’anno della marcia su Roma, sempre in nero per il marito perso in guerra, pensava che nella scatola ci fosse roba. Ci contava. E ogni tanto chiedeva opinioni, stimolava l’esplicitarsi del pensiero, il dentro che balza fuori, la comunione delle idee. Lui giocava. Alle elementari era ancora un gioco. Anche se la maestra supponeva che ci si mettesse d’impegno, che ci perdesse delle ore. La cartina dell’Italia densa di scritte appesa accanto alla lavagna (ecco il nostro motto: chi risparmia vive felice!). Qualche metro più in là, la tavola sillabica e uno sgualcito regolamento d’istituto. (Il gelato al bar su in piazza del Popolo il sabato pomeriggio al ritorno dai giardini. La stracciatella migliore della Toscana – enfatizzavano). Religione, storia, educazione civile, geografia, scienze, matematica e grammatica. Imparare a fare le aste, aste, milioni di aste sul quaderno che sarebbero pian piano evolute in più o meno storpie lettere. Imparare l’alfabeto. Imparare la struttura interna delle parole prima di tutti, una gara a cui non sapeva di partecipare. Imparare in scioltezza un sacco di parole più degli altri. Che poi a volte s’impegnava di brutto. Come per esempio quel giorno in terza elementare che passò l’intero pomeriggio a scrivere di – che gli era preso – cetacei. La maestra aveva chiesto solo un paio di pagine su un argomento a piacere (primi impacciati passi pedocentrici), lui strafece e andò sulla decina. Perché gli piaceva. Perché così il tempo passava meglio. Le immagini suggestive sul volume dell’enciclopedia Fabbri, che si vendeva porta a porta e che sulla copertina sfoggiava astronauti, pappagalli, aggeggi lenticolari, avveniristici aerei e, centrale e netta, una rotondissima Terra. Le ingiallite pagine del Grande Libro della Natura, pescato da qualche parte in soffitta – carta ruvida e muffosa, foto pressappoco scure, illustrazioni iperpigmentate. Polmoni subacquei, quelli erano. Immani bestie a stanziare nel medesimo mare in cui faceva i suoi spensierati bagni estivi,  a Marina di Pisa e Cecina. Collegamenti. Pinocchio, Geppetto, la grossa balena bianca di quella storiella paurosa. Scoprire che cetaceo significa mostro marino – i delfini erano un’eccezione, i delfini erano magnifici. Il mio babbo si chiama Beppe e non è grasso ma neanche secco: è normale. Il mio babbo è molto forte e lavora in concia a Santa Croce tutto il giorno e quando torna a casa la sera è stanco e puzzolente. Ha sempre una gran fame. Il mio babbo parla poco. Quando non ho appetito mi dice che quando c’era la guerra lui ha mangiato i pezzi di salame sudici che trovava in terra e che erano pieni di formiche. Quando lo dice mi immagino le formiche che si muovono nella sua pancia ma non glielo dico. A volte la domenica io e il mio babbo andiamo al cimitero a portare i fiori ai miei nonni. Quasi sempre lui ci va da solo. Io so che i miei nonni sono nati a Venezia e sono venuti a stare in Toscana tanto tanto tempo fa. Il mio babbo non ha mai conosciuto il suo babbo e la sua mamma. Sono morti quando lui aveva due anni. A volte penso che il mio babbo è triste per questo. Neanche io li ho mai conosciuti, anche se mi sarebbe piaciuto tanto! La signora Fiorenza diceva che i riassunti erano lodevoli. Nei dettati commetteva meno errori degli altri. A matematica non aveva alcun tipo di problema – filava tutto liscio con moltiplicazione, divisione, sottrazione, addizione, tabelline eccetera. Agli esami di quinta, nell’anno de Il laureato e di Are you experienced, tutte le insegnanti della scuola si radunarono per ascoltarne l’orale, evento speciale e lungamente atteso. Dovevate proprio sentire. Ragazzi. Aveva un lessico così sconfinato. Era così inconcepibilmente brillante. Il sussidiario di terza si chiamava Amicizie. Quello di quarta Genti e Paesi. In quinta c’era Piccolo Mondo. Su una copertina scarabocchiata campeggiava la faccia di un bimbo che abbracciava un cane. Quell’altra volta che scrisse un pensierino sulla domenica pomeriggio a Firenze con i suoi, di un gelato enorme e di palazzi giganteschi e così precisi e del babbo davvero allegro, e la maestra all’intervallo che lo prese da parte, l’alito fresco d’arancia, e gli disse che era davvero una cosa bella e che era stato bravo, bravo, bravo sul serio. Le attenzioni che non voleva. I primi commenti corrosivi dei compagni, che lo trattavano come se fosse un bambino differente. Ruffiano. Sapientone. Saputello. Cocco della maestra. Inteligentone (sic). Il gioco che già prende la brutta piega. Il rifiuto. Il volersene stare per conto proprio. Il lento avvilupparsi di cause esogene ed endogene. Una notte mi sono svegliato e ho avuto paura che accanto al muro ci fosse un orso che voleva mangiarmi. Dopo l’orso è scomparso ed è venuta una strega con i capelli di fil di ferro che voleva farmi sparire con la magia. Dopo è arrivato un marziano con una navicella mostruosa. Tremavo tutto. Ma poi ho pensato: prima ho letto le fiabe con gli orsi, con i marziani e con le streghe! Ecco perché! E mi sono rimesso a dormire. Leggeva Il Corriere dei Piccoli e i Disney, quando poteva i Tex e i Mandrake. La parola fumetti andava scritta tra virgolette perché non era Buon Italiano. Leggeva di tutto. Terminò Gian Burrasca per tre o quattro volte di fila, sgranocchiando sul letto dolciumi alla menta ricevuti per Natale, in un piovoso inverno di metà anni Sessanta. Pescava titoli allettanti dalla biblioteca nel convento della chiesa di San Domenico. Seguiva le dritte della signorina Virginia, che lavorava là ed era sempre contenta di vederlo. Riecco il suo piccolo lettore. Riecco il bimbo curioso. Storie fantastiche e avventurose. Salgari, divorato durante un memorabile morbillo, Twain, Wells, Verne. Avere una mamma è proprio una bella cosa! La mia mamma Elisabetta è la migliore di tutte. Mi piacerebbe dirglielo, ma non ci riesco mai! Qualunque sforzo è inutile. La sera sto nel mio letto e ci penso. Poi la porta si apre e la mamma viene a vedere se dormo. Io chiudo gli occhi in fretta e allora lei mi dà un bacio e io penso che forse lo sa come le voglio bene. Si era impegnato tanto anche quell’altra volta, poi, di cui da adulto non avrebbe più ricordato nulla, quando la maestra aveva assegnato il compito di inventare una storia di sana pianta e lui aveva partorito diverse paginate di racconto in cui il protagonista-bambino, sfuggito ai genitori malvagi, il padre due manacce impietose e la madre un’orribile voce stridula e due brutti occhi gialli, s’imbarcava come clandestino su una nave e visitava posti da sogno e viveva mirabolanti avventure per il resto della vita. Castelli, principesse, draghi, incantesimi, fiumi di latte zuccherato. Talmente ben fatto che per la prima volta in assoluto la maestra, supponendo di gratificarlo, lo invitò alla cattedra per leggerlo. Lui pensava, informemente, che non fosse la cosa migliore da fare. Ma come spiegarsi. Come modificare il corso degli eventi. Arrivò blandamente alla cattedra, aprì il quaderno e alzò un attimo lo sguardo. Davanti a sé si stendeva un nugolo di piccole teste e occhi accusatori. Qualcuno, là in fondo, sogghignava ferino. Qualcuno già prefigurava il dopo, il domani, le ovvie conseguenze. Scoprì che le sue ascelle sapevano inumidirsi a sorpresa. Scoprì che il cuore poteva lanciarsi in violente accelerate e che la vista poteva farsi di punto in bianco nebulosa, inaffidabile, traditrice. Scoprì il tremore destabilizzante degli arti inferiori. Aleggiava un silenzio che voleva e allo stesso tempo non voleva lasciarsi alle spalle. Una matita cadde sul pavimento da qualche parte a sinistra. Uno schiarirsi di gola sul fondo. Poi nulla. Poi era lì e non poteva sparire. Poi toccava a lui. Stava per partire. Stava per articolare la prima parola, stava per ascoltare la sua stessa voce riverberare strana sui muri in parte stonacati di quell’aula samminiatese. Il bambino era precoce, lo dicevano tutti. Il bambino era intuitivo. Il bambino era dotato e cominciava ad arrivarci anche da solo, credeteci, senza bisogno di conoscere le idee mirabolanti e contraddittorie di tutti quei cervelloni: nella scatola c’era davvero un gran mucchio di roba.

I temi di quegli anni avevano titoli come: Devo assolutamente confessare questa cosa, Una merenda con gli amici, La fine dell’anno scolastico: il mio pensiero al riguardo, Descrivi la Toscana, Descrivi San Miniato, Cos’è per te la primavera?, Cos’è per te l’anima?, La paura è fatta di nulla, Descrivi un animale immaginario, I posti che vorrei tanto conoscere, Cosa faresti se tu fossi il re del mondo, La visita dell’Ispettore, Quanto è utile risparmiare, Perché non si deve bestemmiare.

La prosopopea del centrattacco

rete[…] Nel bar s’aggirava il profumo dei toast, del pane arrostito, delle calde cucine dei Sessanta. L’odore delle schiacciate col prosciutto cotto e la fontina ma anche delle pizzette scaldate nei fornellini elettrici, triangoli isosceli di pizze massicce come fette di pastiera e sfrigolanti, la mozzarella che vibrava sui laghetti vulcanici d’olio e pomodoro. Sul fondo del locale c’erano dei trentenni con l’espressione peculiare dei giovani padri – cioè sia sbigottita sia poderosamente avanti in quanto a know how – che nella mattinata non lavorativa sfogliavano pagine di una Gazzetta impiastricciata di crema. C’era un omino col cicchetto in mano che narrava di una lontana partita casalinga contro il Cecina, di un pareggio davvero epico a cui l’intero paese aveva assistito, le parole non rendevano l’idea, bisognava esserci per capire. Era su di giri e descriveva forse per la milionesima volta quello che doveva esser stato l’evento della sua vita – non il matrimonio con una donna gentile e fin troppo comprensiva, non le due figlie una più bella e intelligente dell’altra, non il fatto che facendosi un culo grosso tipo casa era riuscito a migliorare la propria condizione lavorativa distanziandosi dal fetore tumorale delle industrie cuoiopelliche del Comprensorio –, l’evento di cui non si smetterebbe mai di chiacchierare, niente e più importante e memorabile, domenica pomeriggio, la partita del San Miniato, lui in campo sporco e sudato, i tifosi mezzi sbronzi sul poggio del Fortino che si ammutoliscono all’unisono, immaginate la scena, l’arrivo della palla dalle retrovie e il modo in cui l’aveva colpita mentre era in equilibrio precario, cioè non pulita, non proprio al centro, al contrario di come s’insegna oggigiorno nelle scuole calcio, l’intuizione da Campione, la mossa di Colui Che Le Regole Le Crea, colpita con quello strafottente giro a uscire, ecco, ecco cosa, proprio questo l’aveva fregato, quello stronzo di un portiere figlio di puttana che nel primo tempo in uno scontro di gioco aveva lasciato i segni di un morso sul bicipite del centravanti locale, come si chiamava lui, il nome ce l’aveva sulla punta, dai, c’aveva quella figliola bionda bonissima che una volta lavorava all’Upim e aveva sposato quel tipo di Pontedera imparentato con gli Agnelli. […]

Rosacipria

I camion che passano dal Castellonchio diretti ai macelli si lasciano dietro un umido tanfo di lezzo: il loro sferragliare pare un ultimo grido ferino nell’arida disperazione dell’ora morta al principio del pomeriggio. Le piogge sempre brevi depositano sull’asfalto un vapore amniotico, una bruma asfittica che sa in bocca di ferro e catrame. Posate da mani incommensurabili sulla piana, le macchine paiono giocattoli nel baluginio tremendo del sole a picco. Parcheggio sempre accanto a un’Audi grigia, una berlina senza un filo di polvere sopra; sul lunotto posteriore il proprietario ha attaccato degli adesivi bianchi stilizzati che intendono rappresentare i membri della famiglia.

La mia lista dei contatti da richiamare sembra crescere sempre di più, senza che io possa far niente per fermare la sua progressione pervicace: i nomi si riproducono senza sosta, a un ritmo che condurrà presto a un’irrimediabile entropia. Chiamo casalinghe smemorate, uomini d’affari oberati – adesso sto lavorando, può richiamarmi tra un’ora? – e poi ragazzine ignare, giovani studenti assonnati, donne dai marcati accenti regionali. Ma i più non rispondono nemmeno, e posso depennarli dalla lista senza troppi patemi dopo aver lasciato un messaggio sul loro WhatsApp; mi diverto a guardare le foto dei profili e immaginare le loro vite.

Una gallinella d’acqua ha fatto il nido tra l’erba che cresce dentro il fosso scoperto che costeggia un lato del piccolo centro commerciale all’interno del quale si trova il mio studio, un canale di scolo dalle pareti di cemento alte due metri che convoglia un’acqua nera e maleodorante stagnante e poco profonda; il nido raccoglie in sé una decina di piccole uova brizzolate, le avvolge a proteggerle dallo schifo d’acqua d’intorno, sozza di bicchieri di plastica e bottiglie di vetro spaccate. Lancia brevi richiami nell’aria, la gallinella, come i suoni singhiozzanti d’una paperella di gomma; quando m’affaccio sul canale la vedo zampettare via e infilarsi tra l’erba più alta, lasciando il nido incustodito.

La signora Mancini ha una voce squillante che è un assolo di clarinetto sopra un tappeto sonoro di pianto – da qualche parte in casa un bambino non la smette di lamentarsi; parla lentamente, esausta ma lucida, con piccoli acuti a punteggiare qua e là le frasi. Me la immagino coi bigodini in testa e il ferro da stiro che sbuffa vapore ritto sull’asse. Il signor Bartoli, invece, è un oboe sincopato: pare raffreddato e col fiato corto per una fatica recente; forse l’ho colto nel pieno del jogging quotidiano.

Il corridoio su cui s’affaccia lo studio è pressoché inanimato. Dirimpetto c’è un fondo sfitto, un grande spazio vuoto con dei grossi cubi di legno poggiati sul pavimento: su tutto si stende una fitta pellicola di polvere, un manto epidermico che inguanta ogni superficie come un grigio lenzuolo. Lungo il corridoio sono sempre ammassati bicchieri, bottiglie, cartacce, pacchetti di sigarette, involucri di snack: residui inoccultabili degli aperitivi consumati al bar sull’angolo che resta aperto fino a notte fonda, il ritrovo dei giovani alcolizzati di zona.

Lorella è una ragazza esile e bionda, il suo stato dice Carpe diem 😉 e la sua foto profilo la ritrae in spiaggia in bikini nell’atto di saltare; Giuliano invece è un ragazzone muscoloso che mostra orgoglioso un bicipite sovradimensionato, la faccia contratta in una smorfia di gioiosa fatica; lo stato di Paola dice Eh, già… io sono ancora qua, e la sua immagine del profilo raffigura un gatto arancione accoccolato sopra un divano.

Capitano certe mattine afose, lunghissimi baratri di tempo in cui niente succede; il trillo del telefono piomba allora come uno squarcio nel pulviscolo compatto della noia, una rasoiata inferta da un’invisibile mano di suono. In queste mattine chiamano solo i pazzi e gli esaltati: il loro barbuglio intraducibile continua a riverberarmisi nelle orecchie ben dopo aver riagganciato, me lo trascino dietro come una moscia bava fino al gabinetto dove mi chiudo per ritrovare una boccata di quiete.

Uno degli adesivi sul lunotto dell’Audi raffigura un uomo che con una mano regge una ventiquattrore e con l’altra una canna da pesca; sotto c’è scritto Federico. Accanto a questa figura ce n’è un’altra, una donna che con una mano regge una padella e con l’altra un biberon: si chiama Giada. Maicol e Aurora invece sono i bambini che li accompagnano, lui con un pallone ai piedi e lei con una bambola in grembo; e c’è anche il cane Macchia seduto a scodinzolare, con un osso in bocca, di fianco ai bambini. Non ho mai incontrato il proprietario dell’Audi grigia.

Ogni volta che esco dallo studio mi affaccio sul canale di scolo per osservare la gallinella: appena mi vede si allontana ballonzolando dal suo nido che resiste in mezzo allo schifo, si rifugia nel canneto e da lì lancia quei versi imploranti e sintetici che ormai sono arrivato a interpretare come una bonaria protesta, una specie di benvenuto confidenziale e indolente. Nei giorni più caldi arriva un lugubre odore dai vicini macelli: è un corposo sentore dolciastro e salino, un sapore misto di lardo e sangue che mi fa pensare alle viscere esposte, alle interiora riversate sul pavimento dello stabilimento, quel malaticcio poligono giallognolo che posso appena intuire oltre le vaste spianate dei parcheggi, oltre i bassi capannoni, contro l’anonimo orizzonte crestato di piccole montagne avvolte in una caligine tenace.

Un uomo sta urlando qualcosa, fuori dallo studio. Giungono parole e pezzi di frasi che lì per lì non riesco a decifrare. È una giornata di nubi basse e soffocanti, la più calda della stagione: i pazzi stanno saltando fuori dalla cornetta, penso mentre mi alzo dalla mia postazione. Oltre la vetrata satinata un’alta ombra agita due braccia lunghissime in aria. Apro la porta e il corridoio fuori dello studio è saturo di fumo: sembra che una delle nubi sia stata pigiata da qualche colosso dentro il centro commerciale, come pongo in una formina. C’è un uomo in mezzo al fumo che corre e agita le braccia, urla scappate, scappate tutti, c’è un incendio, moriremo tutti. L’uomo mi passa accanto senza nemmeno guardarmi, si precipita giù dalla corta rampa di scale e in un attimo è fuori, per strada, ma non si ferma: lo guardo correre lungo la strada, girare l’angolo, sparire. Rientro in studio, spengo tutte le luci, raccolgo il portatile ed esco di nuovo; gli occhi mi bruciano, respiro a fatica. In strada intanto s’è raccolta una piccola folla, si tengono tutti stretti come per proteggersi, guardano il fumo nero che esce a volute dal corridoio; in lontananza si sentono già le prime sirene. Moriremo tutti, penso, certo che moriremo.

Il corto circuito è avvenuto nel magazzino dell’ottico: così sento dire il giorno seguente mentre giro per i corridoi abbrustoliti. Sul pavimento scricchiolano i frantumi delle vetrate esplose; una fuliggine spessa s’è accumulata lungo i bordi del muro; strisce caramellate bruno-rossicce disegnano oscuri segnali sulle superfici. L’odore è quello d’una grigliata estiva, ma sulla griglia stanno cuocendo bistecche di neoprene, salsicce al silicone, costolette di polietilene: ci vorranno settimane per far sparire questo fetore, mesi per pulire e ricostruire. Mi sporgo dal parapetto a guardare l’orizzonte: cerco di pensare a prati verdi, mare azzurro, fitte foreste ombrose. Dal cavalcavia della superstrada vedo scendere camion carichi di maiali, mucche, agnelli: animali affacciati dagli occhi vacui, occhi che già sanno; ecco che alla rotonda girano a destra, imboccano via Guerrazzi, a momenti saranno a destinazione.

L’ottico trasferisce il negozio nel fondo sfitto davanti allo studio: i cubi di legno sono stati spostati, la guaina di polvere è stata rimossa e tutto ora sembra diverso, è come se il tempo avesse ripreso a scorrere dopo essersi fermato. C’è un viavai continuo di persone che trasportano scatoloni zeppi di robe e trascinano strani macchinari contorti; le guardo andare e venire appoggiato al parapetto: passo la maggior parte del tempo così, lì fuori, come se dentro lo studio si annidasse una qualche indefinita minaccia. Sento un rumore di vetro frantumato: mi volto e vedo un ragazzino sui dodici anni che raccoglie da terra delle bottiglie di birra vuote, e una alla volta le getta nel canale di scolo. Maicol, chiama qualcuno, Maicol, falla finita, monta in macchina: la voce proviene da un finestrino abbassato dell’Audi grigia. Il ragazzino getta un’altra bottiglia, poi con passo lento e svogliato s’avvicina all’auto e sale a bordo; l’Audi parte sgommando un poco, dall’autoradio esce la voce pimpante d’un qualche deejay nazionalpopolare. Ora resta solo lo squillo strozzato della gallinella: la sento piangere a singhiozzi nel fitto del canneto. Mi affaccio sul canale di scolo e il nido è devastato: parecchie uova son volate fuori, giacciono rotte nell’acqua sozza tra i cocci baluginanti delle bottiglie spaccate; implumi, rosacipria, piccoli corpicini abbozzati galleggiano all’intorno come appisolati. Moriremo tutti, penso, siamo già morti.

Bertuccia sparisce

san miniato da fucecchio tagliataSiamo tutti in fuga dalla realtà. Questa è la definizione base di Homo sapiens. Così Pietro Bertuccelli, da tempo Bertuccia, prima di riavviare la ruota per la quarta o quinta volta. E mentre la ruota ronzava ad altissime frequenze, dai pochi clienti dell’ora tarda, tutti zitti, vennero blandi cenni d’assenso. Un paio ridacchiarono condiscendenti. Distorta – deforme – scoppiò Welcome To The Jungle nell’aria fritta della saletta d’ingresso. Fondi tiepidi dei bicchieri venivano succhiati in fretta e furia. Banconote planavano sul bancone per saldare conti sospesi. Meglio andare, ragazzi. Domani si lavora.

Uomo che beveva e reggeva parecchio, il Bertuccia. Capelli lunghi, grassi, traslucidi sul cranio rosa bimbo. La faccia né di qua né di là dei sessantenni stanchi. Biografia arcinota: samminiatese di Calenzano, studi fiorentini, cornificato sistematicamente da moglie-gioiello, emiliana di padre slavo, poi morta in tragico incidente stradale (il funerale una fiumana di maschi coi lucciconi), lui rimasto solo – meglio solo che becco, si bullava da sobrio. Da sbronzo, invece…

Siamo tutti in fuga, biascicò nel lento rallentare della ruota verso il nulla di fatto, l’ennesimo, lui che reggeva e reggeva quella notte pareva brillo di brutto, forse era andato oltre, quante volte gliel’avevano detto, quante, con le doppio malto si scherza poco. Siamo tutti in fuga dalla realtà spietata.

Ragazzi, domani si lavora.

Che insegnava, al Marconi? I più nemmeno lo ricordavano. Scienze, biologia, studi sulle strutture della vita. Docente stimatissimo. Cravatta a tinta unita. Baffetti neri, capelli neri. Pure un bell’uomo. Poi, dopo i quaranta, si sgretola tutto. Gli inganni, la moglie intombata, l’obnubilamento progressivo, il forzoso addio all’insegnamento. Quel nomignolo piombatogli tra capo e collo. Non ci sta più con la testa, si diceva in giro. Scemo o pazzo? “Depresso”?

La barista aveva vent’anni e sbadigliava mentre sistemava i bicchieri e strusciava la spugna sulle superfici appiccicaticce. Sulla strada davanti non passava una macchina. Piazzetta sgombra. La ruota che rallenta rallenta.

Scommettete, disse Bertuccia, che stasera sparisco?

Oh Bertuccia, fece il più vispo della compagnia. Ma che dici?

Gli ultimi anni del Bertuccia: un grottesco crescendo di fantasie. Storie spacciate per colmare vuoti, stare a galla, sentirsi ancora un uomo. Sempre narrate, va da sé, col linguaggio pomposo di un professorone. Quando aveva conosciuto due giovani americane alla Borghigiana, spaesate, cartina in mano, e se le era portate a casa. Quando aveva visto un disco volante sfarfallare nel cielo di Cigoli. Quando, sotto la Rocca, tra certi spinosi rovi di more, mentre si recava sommessamente a mingere (sic), aveva scovato l’ingresso semifranato di un tunnel misterioso.

Scommettete? ridisse portando il bicchiere alla bocca.

Parlo di pura smaterializzazione.

Certo che tu sparisci, ridevano i clienti imbacuccati, pronti all’uscita. Ogni tanto tutti spariscono. Magari tu sparissi un po’ anche te.

Smaterializzazione!

Homo sapiens!

E giù risate, poveri diavoli dalle dita callose. Gente perbene che si faceva il mazzo in fabbrica dalla mattina alla sera. In quelle stesse teste passò, fugace come un’ombra, un presagio di fatalità, la consapevolezza lontana e sfocata che il ridicolo sfuma nel tragico nel battito di una ciglia.

Prima che la ruota abbia compiuto l’ultimo giro, disse un Gassman alticcio e profondamente serio, sarò sparito per sempre.

E rieccoci con lo scemo del villaggio che ne spara un’altra delle sue. Mugolii, borbottii, beffardo tintinnare di chiavi. La barista lo mandò a quel paese con la mano, di soppiatto, e spense lo stereo azzittendo d’un tratto l’improprio chiasso rocchettaro.

Siamo stanchi, Bertuccia. Noi si va a casa.

Attimi in cui, però, nessuno si mosse. Nessuno fiatò. Si sentiva solo il ticchettare della ruota, i tic sempre più lontani uno dall’altro, sempre più rarefatti, arrendetevi, gettate la spugna, l’inerzia trionfa ancora.

Bertuccia seccò il residuo e mise via il bicchiere.

Aprite la porta, disse.

Il presagio, di nuovo. Che solletica i cervelli. Ma chi può mai farsi un’idea precisa, signore e signori? Chi può mai davvero dedurre l’effetto dalla causa, quaggiù, nel regno incontrastato dell’accidente?

Fu il più vicino a spalancarla, a far defluire il tepore alcolico, il concerto di fiati e mille fritture, nell’aria glaciale di quel fine gennaio.

Si schiarì la voce, Bertuccia, l’ex docente, si passò le mani parallele sui capelli unti. Quasi volesse appiccicarli alla testa più di così.

Ciao, disse.

Cominciò a correre.

Una corsa un po’ pesante e malferma, sulle prime, ma insomma, s’è visto di peggio. Sospetti postumi su allenamenti fatti ad hoc in vista di tutto questo. Sciocchezze, chiaramente. Correva. Eccome se correva. Avrebbero detto che correva come un treno. Come un fulmine. Come un cerbiatto in fuga da un lupo vorace. Superò la soglia, traversò la strada che spioveva dal Seminario, arrivò alla piazzetta. Quella che affianca il Comune. Nella ribalta arancio delle luci artificiali pareva un omone fatto e finito, lui che omone non era mai stato. Correva, sempre più sciolto, e gli altri lo seguivano dall’interno, attraverso la porta, le teste piegate da cani sbigottiti, la cameriera allungata sul bancone bagnato. L’incespicare della ruota sugli ultimi chiodi, tre, quattro al massimo. Mai che gli fosse toccata una birra gratis. Dopo aver rasentato il platano di mezzo, arrivato a tutta velocità al muretto che s’affaccia a meridione, in quel leggendario freddo boia, Pietro Bertuccelli, detto Bertuccia, ci poggiò sopra l’intera superficie del piede, spinse più forte che poté e, così poi racconteranno, le braccia comicamente protese, si tuffò nel buio della valle.