La nuvolaccia nera – Radio Libera Collebrunacchi (I)

nuvolaccia neraCome ve la passate, trapassati? Qui è il vostro affezionatissimo fionda-messaggi-dal-futuro che vi parla, il vostro occulto scrutatore, l’occhio barbuto che vede il prima e vede il dopo e vede l’intermezzo sfuggente. Secondo dopo secondo dopo secondo. Qui Radio Libera Collebrunacchi in tutto il suo splendido splendore. Notte nera? Et voilà la storia vera. Vera notte? Buonanotte: fuggi fuggi nelle grotte. C’è del lucido nel cielo, facci caso, scosta il velo. Stasera. Proprio stasera. Sopra le vostre teste ionizzate. Un lucido splendente, tutto birra, abbacinante. Si dice abbacinante, se riferito a superfici lucide? O bisogna far risalire tutto alla prima luce, all’origine primigenia, al bisnonno incartapecorito di tutte le dannate luci della storia? Il bosco tace, mi piace, tutta pace. Il gregge del nonno di Heidi sui fumetti: pecore di carta. O carta delle pecore: sorta di manifesto ideologico di un conformismo francamente micidiale. Oppure: banale menù vegetariano del cacchio. Il buio è lucido e rotondo, se insomma capite, se parlate la mia brutta lingua occidentale, la luna è gonfia come la pancia di una lucertola pregna. Spargerà lunini in giro per il cosmo? Teneri lunini vorticanti su teneri pianetini vorticanti. Terre in miniatura, uomini come granelli. Belli i granelli, mi prendi per i fondelli? Bella la stella sulla mia testa vecchiarella. Ci saranno americani anche lì? Avranno piantato la belante banderuola stellestrisciata? È tutto rotondo, nelle notti supreme di questo sperdutissimo brandello di cosmo. Tutto dannatamente rotondo. Esistevano notti così leggendarie quando eravate ancora vivi e arzilli a sculettare per le strade come tanti caldi cinghialotti? Fatemi sapere miei carissimi fantasmi. Esistevano notti di esemplare rotondità? Notti di lingue e birre e vento in faccia e rotondissimo zan-zan negli anfratti gementi? Prima che gli imperialisti vi mandassero tutti dritti dal padresantissimo? Esistevano cose che vi facevano drizzare i cosiddetti peli? Quanti peli sfoggiavate, prima che nell’aria tossica vi salutassero tutti dal primo all’ultimo facendo ciao ciao con la manina? Il vostro affezionatissimo, signori morti stecchiti. Il vostro cantore canide, la vostra dannata Cassandra fulminata, il vostro cucciolotto fedele. Radio Libera Collebrunacchi: per chi vuol imparare come collassano i mondi. Informazioni scottantissime sulla vostra fine del cavolo. Sintonizzatevi per analisi puntuali e circostanziate e vattelappesca. Radio Libera Collebrunacchi: la voce-avamposto del sopravvissuto pedalante che riecheggia nella valle sudsamminiatese per minuti ore giorni e anni, illimitatamente, l’ugola guerrigliera che allarma i lupacci dei boschi tra Montaione e Palaia e gli orsi allupati e gli americani. Soprattutto gli americani. Che tanto si affannano a stanarla. Che vorrebbero tanto “consigliarle un rispettoso silenzio” da par loro. Come se non li conoscessimo. Gli americani. Piovre capitaliste. Libere volpi in liberi pollai. Eterna minaccia dei popoli liberi di questo pianeta derelitto. Siete morti, amici morti. Siete morti e tutti storti. Siete storti e tutti morti. Non risorti. Corti? Forti? Tutti morti. Avete tirato troppo la corda. Hanno tirato troppo la corda e voi zitti. Vigliacchi. Passivi. Arrendevoli come ricotta di pecora. Beeeee. Beeeeeee. Vi siete piegati. Gli avete dato corda. Cor cordis cordi cor, che ne è stato del mio amor. Il mio amor è sì schiattato, tutto un rischio calcolato. Eccetera. Dai la corda dai la corda stai attento che non morda. Niente morde per davvero, poi ti trovi al cimitero. Eccetera. Ma lo sapete, vero, che ci misero la zampaccia gli americani? L’avete scoperto, poi? Ve l’hanno fatta una soffiatina laggiù dove siete, nella vostra sperdutissima sedicesima dimensione? Un bel giorno d’aprile svolazzarono a stormi sulla sovietcentrale con i loro uccellacci d’acciaio e zac, sganciarono tutto quel po’ po’ di materiale vagamente nocivo. Chicchi d’uva grossi come vasche da bagno. Vasche da bagno di quelle che fanno BUM. E torce di cipressi, e sonni con denti di squalo, e dannate radici doloranti. E voi tutti morti. Con buona pace della Verità Ufficiale bla bla bla. Il vomito giallo melone, l’occhio spastico, la carne prosciuttata, le infezioni, il sangue che sciaborda rovente fuori dalle vene spezzate. Tutti calvi e morti. Arrostiti. Rosolati come polletti. Da un giorno all’altro. Dall’altro un giorno, toglie il medico di torno. Un male al forno, mal di pancia di contorno. Ritorno. Un corno. Adorno: di qualcosa io m’informo. Che notte lucida, povere ossa di pollo polistirolo. Poveri involucri marci e radioattivi, mangiucchiati dalle boccucce baffutelle dei ratti. Ratti rattattivi. Ratti gialli, sciacalli, non si ferman solo ai calli. Balli balli ballerina. Crepa crepa domattina. Ricordate? I telegiornali, la nuvolaccia nera che arrivava da Empoli o Fucecchio o dal cacchio di San Baronto, quella storia che vi intortò ben benino? Чорнобиль? Quella parola sudicia, sozza, zozzona? Reggetevi. Fate un bel respiro. Pronti? Cacchiate. Buffonate. Scemenze. Bel teatrino per incantare gli appisolati. Che diamine c’entrano i compagni se poi svolazzano di punto in bianco gli americani del piffero e zac, bombe su bombe, grappoli di bombe, sulla centrale? Vi hanno fregato. Falsità pigiate sotto la sottopelle. Manipolazioni strettamente mentali. Ripetizioni ossessive di balle su balle su balle. Metaballe. Balla balla metaballa. Propaganda, che banda. Tira giù la serranda! Chiaramente un fatto falso che anche i compagni che ormai non erano più compagni hanno cercato di nascondere prendendosi la dannata colpa perché evidentemente hanno ricevuto in cambio un loro loschissimo tornaconto dal punto di vista strategico-militare-economico, voglio dire, talmente lapalissiano che se sei un minimo sveglio lo becchi al volo: se così non fosse perché non hanno accusato subito gli americani e non hanno informato subitissimo il mondo di quel che stava succedendo tramite comunicati stampa e telegiornali ad hoc e segnali Morse a uso e consumo dei rivoluzionari superstiti rimpiattati nei boschi della palla planetaria? Un loro tornaconto. Come se gli pseudocompagni poi l’avessero scampata. Infinocchiati come tutti gli altri. Delusione tutta gorbacioviana. In arrivo un direttissimo di puro tradimento al binario tre. E i bombamericani a bomba bombardano bombe bombate. Qui abbacinante ci sta a pennello. Per descrivere la luce del botto, la fine di tutto. Sul nucleo giù le bombe, viva viva l’ecatombe. Se il mio fiato è radioattivo oh perbacco non son vivo. Sfugge via tutto il veleno, siam fregati in un baleno. Ve l’ha mai detto nessuno? Ve l’hanno pigiato nella vostra testaccia dismessa? Bello: dismessa. Elegante. Dovrei usarlo di più. Ninna nanna ninna oh questa bomba a chi la do. La darò all’uomo nero che la sgancia per davvero. Sgomberata un’area di 30 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 300 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 3000 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 30000 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 300000 chilometri attorno alla centrale. Eccetera. Aprile aprile aprile le orecchie. Aprile aprile, dolce perire. Sorpresi? Colti nella cosiddetta castagna? Non lo sapevate? Ignoravate che cosa fosse successo, nei giorni della televisione che cianciava di insalate – INSALATE! – e pasticche e fosfocervi artici? Quando l’aria vi succhiava il midollo e sbranava bestiaccia la mollezza delle vostre carni tatuate? Ed eccomi qui a parlare di Lei, della massima rapinatrice di cieli, della Fornace Improvvisa. Ecco a che serve il vostro affezionatissimo fionda-messaggi, il ciclista imboscato, il soldato antimperialista che piace tanto ai bambini. A rimettere le cose nel verso giusto: i sovietici non sbagliano mai e poi mai, amen, e con il suo spirito, ma i sovietici truffaldini in combutta con i cani rognosi d’oltreoceano? Come la mettiamo? Come cavolo la mettiamo? Eccomi a sgombrare il campo dai dannati equivoci. Eccomi a ricordarvi come tutto è andato in malora e non si possa più tornare indietro. Nemmeno se pregate. Nemmeno se infilate fruscianti mazzette di quattrini nelle tasche più altolocate della Creazione. Qui Radio Libera Collebrunacchi che vi parla, fratelli e sorelle: dispacci imprescindibili dal vostro brutto futuro di cenere. La radio che svolazza libera e fragile sulle frequenze più segrete, che sfolgora e scoppietta nella notte centrotoscana dei lupi, degli orsi bruni marsicani, dei dannati microfunghi spia. Chi fa la spia non è figlio di Maria. Maria Maria per piccina che tu sia tu sei sempre una badia. Ninna nanna ninna oh tre caprette sul comò, che facevano all’amore, con la figlia del pastore. Il pastore s’incacchiò: ambarabacciccicoccò! Eccetera. Eccetera. Non scherzo: eccetera. È tutto, insomma. Dalla rotondità più lucida della notte per oggi è davvero tutto. Carissimi cadaveri: ci becchiamo senza dubbio più in là.

Labarda Levata: uno sguardo dietro le quinte

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Perdonate il discorso “normale” (che poi normale non è)
Lo Sgargabonzi

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Sembra passato un secolo dal giorno in cui è apparso il primo post su Labarda Levata. Eppure, se ci prendiamo la briga di andare a controllare, scopriamo che non è trascorso nemmeno un anno. Quella di metter su un blog letterario a tema territoriale non è stata una trovata estemporanea o, per dirla alla Tommaso Ciardelli, la “fragile insania di un dì”. Piuttosto, si è trattato di un’idea che, nei nostri vorticosi e vagamente prolissi carteggi, io e The Kenosha Kid accarezzavamo da diverso tempo. In quei momenti fibrillanti e carichi d’entusiasmo, quando il progetto si trovava ancora in fase embrionale, quando gli affibbiavamo – genialmente? non tocca a noi dirlo – un nome tanto evocativo e ne plasmavamo il layout seguendo le maniacali prescrizioni del maestro Jacob Nielsen, non potevamo minimamente immaginare l’impatto che Labarda avrebbe avuto all’interno del panorama letterario italiano. Le citazioni e gli apprezzamenti arrivati – tra gli altri – da minima&moralia, La Balena Bianca e ’tina di Matteo B. Bianchi sono stati motivo di soddisfazione e anche uno stimolo ad andare avanti nei momenti più difficili. La menzione di Walter Siti su La Lettura si è rivelata una splendida sorpresa. La puntata del podcast di Andrea Donaera incentrata sulla peculiarità delle nostre scelte stilistiche qualcosa che racconteremo ai nipotini – se mai ne avremo. E che dire del sostegno ricevuto da Marco Cantoni, Carlo Silvestri e Ilenia Zodiaco? Che dire delle telefonate eccitate – alle tre di notte! – di Tommaso Pincio? Come ha ricordato Michele Mari in uno dei suoi scoppiettanti convegni: “Labarda Levata è algido, geometrico, intimamente loico, popolato di araldici emblemi più ancora che di simboli. Leggerlo fa bene al cuore.”

A livello strettamente personale, gli illimitati spazi biancoarancio del blog mi sono serviti per narrare – fissare, valorizzare, divulgare – quel florilegio di storie e personaggi che ho avuto modo di conoscere nell’arco dei miei cinquant’anni e passa di residenza nell’area samminiatese, nelle festicciole paesane, nelle soste presso i gloriosi circoli, nelle bevute notturne al Decris, nelle lunghe passeggiate in campagna – durante le quali non è raro incontrare anziani contadini in vena di confidenze. Nei mesi passati ho ricordato, per esempio, la triste fine del mio malinconico amico Pietro Bertuccelli (anche conosciuto come “Il professore” o, ahimè, “Bertuccia”). Ho parlato dell’incredibile avvistamento nel cielo buio sopra Cigoli, risalente a una ventina di anni fa. Ho parlato del deludente spettacolo offerto dal giullare. Ho accennato alla mitologica partita contro il Cecina degli anni ’60, tuttora vivida nell’immaginario locale. E non ho certo intenzione di fermarmi qui, ci mancherebbe altro: gli argomenti da affrontare sono sterminati. Devo ancora parlare del licantropo di Montebicchieri, per dire, i cui ululati raggelavano le notti più nere dei Cinquanta. Del tesoro dei Rosenkreuzer che, stando a dei documenti rinvenuti in una grotta nei boschi di Stibbio, sarebbe sepolto in un punto imprecisato – “sotto una grossa roccia a forma di maiale” – della piana tra Ponte a Egola e San Pierino. Devo parlare dell’apparizione improvvisa di Padre Pio su un muro scalcinato della Catena. Di chiese sconsacrate, diavoli e sacrifici animali. Della palla infuocata – un meteorite? un satellite? – che cadde dalle parti di Gargozzi nell’afoso agosto del 1990, facendo tremare per diversi secondi tutta la terra circostante. Della vita dissoluta di M. B. Del suicidio del povero Mirco Santon. Di quando Sciapò si tagliò una mano al distributore di benzina automatico. Del tunnel che secondo i vecchi di paese, quelli così vecchi da non aver più la forza di addentare una misera mela, collegava la Rocca al campo sportivo di Santa Maria al Fortino nel periodo della guerra.

Fin qui il blog ha svolto alla perfezione la funzione per la quale era stato concepito. Ma il mondo corre veloce, come si suol dire. E ora, a quasi una anno di distanza dalla pubblicazione del primo post, si rende necessario uno scatto in avanti. È arrivato il momento di smettere di giocare a nascondino e di rivelare finalmente quello che è a tutti gli effetti il mio vero nome – per alcuni, forse, il segreto di Pulcinella.

Mi chiamo Benno, signore e signori, Benno Fiumalbi – nome che risveglierà più di un ricordo nella testa dei compaesani tra i cinquanta e i settanta. Lo pseudonimo usato per firmare i miei pezzi, beasley_la_bestia, a cui sono particolarmente affezionato, l’ho preso in prestito da una bella filastrocca di Gianni Rodari che la nonna mi leggeva quand’ero bambino. Sono venuto al mondo nel 1960 in un casolare dai muri tabacco sopra La Scala nel bel mezzo di un maggio, mi hanno detto, rabbiosamente piovoso. Ho vissuto a San Miniato alto dal 1964 al 2017, prima davanti all’ospedale e poi in un appartamento con giardino e garage alle Colline. Quattro anni fa, da un giorno all’altro, ho fatto le valigie e mi sono trasferito definitivamente a La Palma, alle Canarie, dove mangio pesce e bevo rum tutte le sere e sono fiero proprietario dell’agenzia immobiliare Casas y sol. Che posso aggiungere, senza tirarla troppo per le lunghe? Che sarei architetto, ma non ho mai esercitato: mi sono sempre e solo occupato di compravendita di case. Che sono appassionato di cavalli. Che mi sono sposato due volte e due volte ho divorziato – anche se con la prima moglie son rimasto in rapporti piuttosto cordiali, e l’ho ospitata recentemente qua sull’isola assieme al marito Bruno, proprietario di una conceria a Santa Croce, persona gradevole e con ottimi gusti enologici (si è presentato alla porta di casa con tre apprezzatissime bottiglie di Musto Carmelitano Aglianico del Vulture Doc Etichetta Bianca). Che non ho figli. Che mi piace ballare la salsa, con una compagna immaginaria, quando nessuno mi guarda. Che da ragazzo ho ingoiato funghetti allucinogeni, su un prato di smeraldo oltre Corazzano, assieme al Boldrini del Pinocchio e a Danilo Pinone (pace all’anima sua) e in quelle ore sconvolgenti ho accarezzato balene, munto asparagi e fatto la linguaccia a una ragazza in minigonna di pelle che si vantava di essere La Morte. Che mi piacciono le donne con le caviglie massicce. Che faccio un tuffo in mare almeno una volta al giorno. Che quando dispongo di un paio di ore libere monto in macchina e vado al Roque de los Muchachos, al noto osservatorio astronomico, a lacrimare a profusione di fronte all’incomprensibile immensità dell’universo.

La decisione sul coming out non è stata presa a cuor leggero. Forse potrete capirmi. L’anonimato porta vantaggi indiscutibili e permette, come peraltro dimostravano già i pionieristici studi sulla comunicazione mediata dal computer (CMC), che venivano portati avanti all’Università di Siena fin dai primi anni duemila da studenti di notevole spessore intellettuale, un grado di libertà di gran lunga maggiore. Frena, per esempio, l’autocensura: consente di poter dire ciò che si vuole su qualunque soggetto, spudoratamente, senza doverne pagare le eventuali conseguenze. A un certo punto della propria vita, però, un uomo che voglia definirsi tale deve cominciare ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni – e dei propri scritti. A tutto ciò va aggiunto che nel giro di un anno scarso di attività, via posta o via Facebook, ci è piovuta addosso una tale moltitudine di messaggi in cui ci veniva chiesto di render nota – per piacere – la nostra identità che resistere facendo finta di nulla si faceva ogni giorno più arduo. Ed è anche per soddisfare la curiosità lacerante del lettore medio di Labarda che ho svelato il (ridicolo? velleitario?) mistero sul mio nome, che dunque è Benno, Benno e nient’altro che Benno – Benno figlio di Patrizia Bianchi e Fosco “Fiumo” Fiumalbi, Benno che si ruppe una gamba cadendo dal secondo piano del suo appartamento quando aveva 11 anni, che amava i Pooh e Lou Reed, che collezionava francobolli di Panama e sassi rotondi, che leggeva Faulkner alle scuole medie, che pronunciava malissimo la lettera F, che una volta inghiottì una lucertola viva per scommessa, che portava i capelli con le treccine nel 1977, Benno il lungagnone, Benno il taciturno, “Benno fammi un cenno”, Benno che propose al sindaco di forzare la legge trasformando San Miniato nel primo paese italiano tollerante verso le droghe leggere, sperimentalmente, “L’Amsterdam con la Rocca”, “La Christiania sulla ritta collina”, “Il maestoso joint federiciano”.

E il ragazzo di Kenosha, vi starete chiedendo? Chi diamine è il ragazzo di Kenosha? È presto detto: se io ho deciso di togliermi la maschera e mostrarmi per quel che davvero sono, The Kenosha Kid – da un personaggio grottesco di un thriller di Marco Vichi – preferisce invece starsene ancora rintanato nell’ombra. Una scelta che, intendiamoci, rispetto profondamente. Ognuno ha i suoi tempi e le sue modalità. Eppure, ho il forte sospetto che tutto ciò non vi basti. Che siate curiosi. Che, se non avrete presto qualche succoso indizio su chi si cela dietro le sembianze del Ragazzo, non la finirete più di tempestarci di messaggi. Cosa si può dire sulla sua persona, dunque, senza rivelarne il nome di battesimo e tradirne la fiducia? Poco, pochissimo. S. T. è un amico, questo è giusto che lo sappiate, a cui sono legato da una vita. Con lui ho passato l’infanzia, l’adolescenza e il periodo universitario. Abbiamo condiviso le prime sbronze. Abbiamo fumato insieme la prima sigaretta (la rubò a sua nonna Bettina), tossicchiando come da prassi, su una spiaggetta dell’Elsa in secca – poi ha cominciato a consumarne una trentina al giorno e io non sono riuscito a stargli dietro. Abbiamo fatto la prima vera vacanza assieme: un viaggio massacrante in macchina fino a Taranto. Ha tre o quattro anni più di me ma è sempre parso più giovane del sottoscritto, e tutti non hanno mai mancato di farcelo notare. Aveva una voglia a forma di animale marino (non posso dire quale) sul collo, proprio sotto il pomo d’Adamo, che si è fatto rimuovere col laser all’età di trent’anni. Ed era bello, in gioventù, bellissimo, nonostante la voglia, le donne gli cadevano sistematicamente ai piedi. La sua lunga chioma bionda risplendeva sulle spiagge abbacinanti di Rosignano Solvay come la birra nelle pinte gigantesche nella piazza centrale di Tallinn vecchia, a metà pomeriggio, quando viene trafitta dal sole trasversale di fine agosto. Del suo passato turbolento conosco sostanzialmente ogni dettaglio: sarei benissimo capace di scrivere almeno la prima parte della sua biografia, se qualcuno volesse affidarmi il compito, la immagino con un piglio alla Gabo Marquez e un titolo suggestivo come “Due passi alla volta” oppure “Ho rimbalzato dappertutto”. Tutto ciò che so invece dell’attuale S. T., che una volta si innamorò di Priscilla della Serra e scappò con lei in una baita sull’appennino, che ha un figlio ventenne da qualche parte in Venezuela, che ha vissuto un anno a Vladivostok, si limita al fatto che oggi risiede a Sesto Fiorentino e lavora come fotografo freelance – dopo aver fatto l’allevatore di mucche, il pittore postcubista, il modello, la guida turistica del Comprensorio del Cuoio, il traduttore di Gadda. Non so se sia sposato. Se abbia figli più piccoli. Se abbia un cane da portare a pisciare dopo cena. Nelle lunghe mail che ci scambiamo a cadenza settimanale ci fregiamo, un po’ altezzosamente, di non affrontare mai la banalità del presente, dello sciatto quotidiano: parliamo di letteratura e libri vecchi, di Resnais e Godard, di cavalli, di astronomia e di come fosse eccitante scendere a cento all’ora in bicicletta lungo via Catena quando eravamo bambini dalle ginocchia d’acciaio. E parliamo di Labarda, chiaramente, parliamo sempre di Labarda, negli scambi più recenti, Labarda è l’argomento principe, il nostro core business: facciamo progetti su come aggiornarla, su come farla crescere, su dove farla arrivare.

Restate in sella, carissimi lettori. Il viaggio è appena cominciato.

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Benno Fiumalbi

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Montalto, fronte occidentale

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Schegge il cielo

fisso oltre i rami

alti, un po’ secchi

dei pini malati

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E vado

arrangio romanzi, brutti

e li straccio

sui viottoli sbagliati

tra truppe di cespugli

la mota, gli aghi, le rocce

i gusci più remoti

e le frane ritte, sbriciolate

al gusto finescuola

del terriccio

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Tutto si apre

nell’incubo di cicale

in cima dove s’arriva al mare

sotto una tonnellata di sole

c’è un cinghiale grosso, nobile

squartato

al centro dello spiazzo

e attorno gli ronzano

bavosi paparazzi

tutte le mosche del mondo

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Le estati da Bighero

bighero

Men developed memories to ease their disquiet over things they did as men.
The deep past is the only innocence and therefore necessary to retain.
Don DeLillo

Tutti sappiamo cose che secondo noi gli altri non sanno.
Roberto Bolaño

La casa cubica sotto la Finanza, vagamente fuori contesto, sottratta al regno rigoroso del gioco. La regina dagli occhi di ghiaccio che gira il mestolo pacifico nella pentola sul fuoco. Lo smalto bianco delle mattonelle della cucina. Un asciughino ricamato a fiori, liso, lercio ai margini. I grappoli candidi delle acacie in fiore. Il ghiaino su cui frenano frettolose le macchine. Il canestro da basket sfilacciato, un po’ mesto. Le braccia pompate e venose di Stallone nel poster di Rambo. La bambina riccia della casa di fianco che si unisce ai giochi e non ha voce. Il nome Baldo, da uomo serio, rispettabile. Il nome Teresina, capelli bianco nebbia e una gola aspra di anni cupi e guerre andate. La luce grigia nella valle a sud, di prima mattina. Il colore rossastro del mattone nudo. Gli scorpioni con la corazza scintillante, schiacciati con le ciabatte dalla tomaia di plastica gialla. Il dipinto su San Miniato – figurativo impeccabile – alla sinistra del frigorifero. Tuo zio è bravo, sai, col pennello. Tuo zio è bravo coi colori. Mangiare con la fame di una vita intera, i piatti straripanti, le mascelle forsennate, le mani possenti che strappano brandelli di pane dalla pagnotta in una lotta impari, quotidiana, al ritorno dalla fabbrica. Gli albi di Topolino sfogliati nella piazzetta di cemento grezzo sul retro, sopra il ciglione dove l’impossibile accade, nel fresco calmo delle acacie. I mattoni rossi e bucherellati e pieni di scorpioni. Le passeggiate ripide giù a Gargozzi. Le macchie di margherite sui prati. Le limonate, i ghiaccioli. La regina dagli occhi di ghiaccio che gira il mestolo e parlotta con lo spettro innominabile, a volte la vedi e a volte, semplicemente, lo sai. Assemblare maglioni elusivi di fronte allo schermo acceso. Modellare sciarpe di lana. Realizzare inconsapevoli frattali per centrini raffinatissimi. Il semolino. Il pane e pomodoro. Il purè di patate. La margarina. Le barbine Barilla. Le mentine nel cassettone marrone della camera. La dentiera che tintinna nel bicchiere, il buio, le preghiere, i respiri raschiati della notte. I due divani di pelle fresca nel salotto inattaccabile dal sole. Il garage col passaggio segreto, perfetto per gli scherzi che spaccano il cuore. Il Lotti la ritrasse ed era bellissima. Lui la ritrasse e noi, insomma, l’abbiamo persa per sempre. Gli albi di Topolino, che uno legge soprattutto per Paperino e Paperone. Gli albi di Braccio di Ferro. Palloni multifunzione nello sgabuzzino delle sorprese. Scatoloni che sanno di polvere e carta gialla, antica. Il canestro sfilacciato che si anima solo con le brezze tiepide. Zia, io non credo, ma come non credi, non credo in Dio, ma che dici, sei un bambino, non lo dire nemmeno per scherzo. La cucina di mattonelle bianche, il tavolo rettangolare di compensato, il frigo a un tiro di schioppo, sana praticità da mensa lavorativa. La finestra da cui spiove la luce netta del mezzogiorno. La radio introvabile che diffonde canzoni vecchie nell’atmosfera di cipolla. La casa a forma di cubo, la casa giocattolo, la casa sul confine che divide ineluttabilmente il nord dal sud, il dovere dall’avventura, l’affannato industriarsi umano dal calore selvaggio della terra. Dove vuoi andare? Da che parte ti schieri? Il gatto bianco e nero – il nome celebre – che le buscava sempre. Le risse tra gatti. Gli animali morti. Lo spettro aleggiante che di tanto in tanto inumidiva gli occhi dei vivi. Figlia e sorella, poi madre e nonna negate. La coupé rossa che faceva urlare scompigliando i boccoli biondi. La Renault 4 scassata con la faccia e la pelata del padrone, la giacca mimetica, gli stivali verdi e i fucili. La foto dei nipoti in tuta blu arrampicati su un ulivo. La vita non ti regala niente. La foto di un calesse – tempi eleganti, monocromatici, tenacemente rimpianti. La vita non ti regala niente di niente. Le visite fugaci e ansiose alla fabbrica in via Borgonuovo. Il chiasso ciclico delle macchine in azione. Il vociare indaffarato, le spolverine, il viavai della gente. La stanzina morchiosa in fondo a sinistra col mostro assopito sulla mensola in alto – certe notti, con quei suoi occhi di nulla, nei sogni più tremendi di sempre, ti rincorre a balzelli e tu scappi scappi ma lo sai che alla fine ti acciufferà. Il ragazzino che alle Colline ti prende da parte e mentre nessuno guarda ti dice che ti sgozza. La luce pallida della valle quieta, disabitata, colline sterminate, vigneti, olivete, canneti gialli, vie argillose pregne di antiche vite elementari. Che significa che mi sgozza, zia? Che significa Andare a veglia? Tuo zio, sai, era bravissimo a giocare a pallone. Tuo zio lo andava a vedere tutta San Miniato. La voce tonante, da uomo alto e grosso, che incute timore. Le battute. Le sentenze brusche. La verità, piacevole o meno che fosse, una vaga amarezza monicelliana. I film di Totò. Il Grande Torino. La sacralità inviolabile del calcio in TV. Col sinistro sei un po’ deboluccio. Col sinistro devi migliorare. Gli euforici aquiloni con la carta luccicante dell’uovo di Pasqua, il ciaccino e l’affettato, le esplosioni di risa dei giorni di festa. Il cane da caccia nello stretto recinto di rete verde. Il gatto bianconero dalle orecchie mangiucchiate e le mille ferite, zoppo e mezzo cieco, che proprio non vuole crepare – scialba allegoria di qualcosa. Baldo è un nome serio e rispettabile che significa quaderni e matite e odore di inchiostro. Teresina capelli finissimi, appena visibili. Elsa è un’amica intima, una compagna di chiacchiere, una donna-fiume. La piazzetta di cemento friabile distrutta dalle randellate del sole. Il suono secco del pallone che rimbalza. Il suono ossessivo, il suono immortale del pallone che rimbalza. L’aria opaca di un giugno torrido, il profumo lezioso delle acacie. Il gioco della campana. Le linee storte. Le pietre dentellate. La bambina più piccola che abita nella casa accanto ma non parla mai e poi mai e come si chiama. L’ortica, il sangue, il sudore. La terra che scricchiola tra i denti. Il nero sulle ginocchia che viene via se ci sputi sopra e strusci per bene. Il sapore caldo delle susine.

I tori

Hemingway * Fiesta, è scritto sulla costola del libro che ho in mano: non l’ho mai letto, Fiesta. È un’edizione Oscar Mondadori del 1972, trovata nella libreria di mio padre, qui nella vecchia casa di famiglia a Cusignano; sulla copertina, ormai ingiallita, tre tori rincorrono incombenti due uomini che reggono delle muletas, uno vicino, l’altro più in lontananza. Scorrendo le pagine mi accorgo che ce n’è una segnata da un’orecchia: è la pagina centonovantuno, una pagina qualunque persa a metà di un capitolo. Mio padre dev’essere arrivato a leggere fin qui, fermandosi a questo punto del libro. Per quale motivo non proseguì mai? Cosa aveva fatto una volta arrivato a questa pagina, dopo aver riposto il libro sul comodino o sullo scaffale, per non tornare a leggerlo mai più? Di sicuro, vista la data sul libro, doveva avere almeno venticinque anni. Probabilmente era salito sulla sua Morris Cooper rosso fegato per andare al Leporaia, agli allenamenti del Tuttocuoio; o forse era uscito a trovare gli amici del bar Cantini; magari aveva un appuntamento con una ragazza, verosimilmente la mia futura madre; o aveva semplicemente spento la luce e si era addormentato, per svegliarsi presto il mattino seguente e andare al lavoro alla Cassa di Risparmio. Oppure, mi viene da pensare con un certo disagio, stava leggendo questo libro il giorno che mio nonno, suo padre, era morto sul vialetto di casa, sullo sterrato polveroso, la bocca schiumante, gli occhi rivoltati, tra le urla sgomente di mia nonna affacciata alla finestra del tinello. Non riesco a ricordarmi di una volta in cui mio padre mi abbia parlato di Fiesta, di Hemingway, o quantomeno della Spagna, delle corride, dei tori: non riesco a ricollegare niente di lui a questo libro. Non potrò mai sapere chi era quel ragazzo, quali erano i suoi gusti all’epoca, i suoi sogni, le sue aspirazioni: posso solo ricostruire un ritratto assai impreciso e lacunoso, basato sui pochi dettagli che conosco, o che credo di conoscere. Un libro lasciato a metà, come tante cose nel corso della sua vita di abbandoni: il calcio quando nacqui io; il lavoro quando si mise in testa di poter vivere anche senza; il matrimonio quando iniziò a rincasare sempre più tardi, non facendosi vedere per giorni, fino a lasciare Cusignano per inseguire una giovane illusione, forse ancora minorenne.

Il libro emana un odore deciso di carta in disfacimento: è l’odore di una cosa chiusa e dimenticata da molto. Entrando nel vecchio studio in cerca di alcuni documenti per le pratiche della successione, ho indugiato davanti  alla libreria che occupa la parete di fondo, raccogliendo questo volume forse per il titolo così in contrasto con le attuali contingenze: gli ultimi singhiozzanti mesi di malattia, un funerale drammatico e farsesco, una famiglia che non esiste più, che forse non è mai esistita. E guardando questo segno sulla pagina adesso penso anche ai miei fallimenti, ai miei abbandoni: una laurea mai ottenuta quando gli esami erano ormai finiti; la band sciolta dopo l’ennesima discussione, l’ennesimo concerto annullato, l’ennesimo tentativo di disintossicazione; la mia famiglia mai nata davvero, dopo l’aborto, l’indifferenza, il tradimento, la separazione. Ho sempre pensato di non essere come lui, quell’uomo ombroso e tormentato: ho fatto di tutto per non crescere nel suo solco e distaccarmi. Ma oggi, su questa copertina, ci vedo entrambi, vicini come mai prima d’ora: siamo noi quei personaggi con le muletas, inseguiti dagli stessi tori neri, tormentati da simili angosce, in fuga dagli stessi errori. Mio padre qui, in primo piano, già soccombente sotto l’ombra della malattia, dell’afflizione, della morte; io pochi passi più avanti, un vantaggio infinitesimale sulle bestie che presto raggiungeranno anche me, e che sento già infuriare da tempo. Mi siedo sulla sua poltrona, sposto le carte che ancora sono sulla scrivania: referti, analisi, bollette, scontrini, lettere mai inviate. Appoggio il libro, lo apro a pagina centonovantuno: “Il toro li vide e caricò. Da dietro una delle casse un uomo gridò e picchiò col cappello sulle tavole, e il toro prima di raggiungere il giovenco si voltò, si raccolse e caricò dov’era stato l’uomo, cercando di raggiungerlo attraverso le tavole di legno con una mezza dozzina di veloci insistenti colpi tirati col corno destro. «Dio, non è fantastico?» disse Brett. Il toro era proprio sotto di noi”. Quello che è successo prima non m’interessa: il sole sorgerà ancora, domani, ma stanotte voglio sedere qui e finire qualcosa che è stato lasciato a metà. Leggerò ad alta voce, lento, paziente, come se lui potesse in qualche modo ancora sentirmi.

Diciott’ovaiole

Fu novembre quando Pietrino cascò nella fossa dell’orto. Era un pomerugginoso, dai monti di Pistoia barriva un ghigno di vento e le cose agghiacciavano di lugubrità. Magie di bruma fumavano dalle forre, fonde di ranocchi e bigi acquescenti limacci. Ohi pure i campi parevano sbruffati, tutti a riccioli duri di croste e sterpi incastrosi, sudici sterpi raggomitolati. Pietrino fe’ bum! giù di testa nell’acqua pantanosa, gialla di morbi vegetali. La casa del Volpi un eremo preso a morsi, lì presso, scatolaccia sbrindellata di rabbiose coltellate, appese le gronde ancora per poco, pendulissime. E ronfi di gatti infrattati chissaddove. Immoti i campi, immoti gli sterpi, lastra pressante il cielo come zummato: Pietrino frattanto cascava giù nella bucafonda. Ingigantiva un nebbione, nato vaporino lievissimo, fattosi bruma svelto, poi panetto di zuccherofilato; allappava alle caviglie nodose i giganti del pioppeto, sibilava nei cespugli, proliferava. In quella schiumante calca Pietrino disparve, capofittato a tacchi ritti e gorgoglioso il muso ammezzato nell’acquitrino, la buzza afflosciata contro la ripa fanghigliante. Zitte nell’orto le verze, zitti i cappucci, muti porri, cipolle e finocchi; qualche fagiolino ancora rampicava, allettato dai soli protratti. Il mangiaedormi pasceva, rigovernandosi le zampine steccolute sotterra, nel caldocuore della barba di lattuga, e Pietrino diacciava già, come il lattone empito di piovana attinto poc’anzi, come l’ondulina a coperchiare il pollaio, come la punta di pennato pomiciata di fresco laggiù dentro lo stipo. Diacciava a partire da quei buffissimi talloni sbandierati, da quei garetti invano ormai incalzinottati, giù fino ai ginocchi zampognati a pompelmo, giù nelle cosce pelose, giù nella schiena tuttora rossata di svaniti solleoni, giù tra le scapole, le compresse cervicali. La tarchiatura del corpo un masso pareva, a ostruire il flusso rilentoso dell’acquemuffe nella fossa, il collo flesso dal peso, la bocca a raccattare grumi, liquami e polte. La puppa d’orto imbandanata dalla carrareccia bianca, come una passata, e il malofosso frammezzo con Pietrino rifitto. Oh ma le diciott’ovaiole perduravano nel loro stracco razzolìo, grate d’una mezz’ora aggiunta d’aria, delle scampate vergate, la baccheggiola di salcio ancora appoggiata al cancellino spalancato. Nessuno, nessuno passava. La casa al Giardino silente, il letto da rifare, uno stambugio con dentro il vestito buono per la fossa, i ciottoli dell’ultimo desinare ronzanti di mosche sull’acquaio. Mai più sbarbicare malerbe, mai più sfrizionare di ramato i sammarzano e i cuordibue spollonati, più rimpolpare di stallatico le buchette delle patate, più legacciare i fusti di cetriolo ricciuti di cirri al canniccio, e pacciamare il letto delle zucchine, mai più. Marmato d’apoplessia, al solleticare di nebbia Pietrino s’imperlava d’acquerugiole finifini.

Lo ripescò uno della VAB a fineturno, allarmato dalla Bianchi appoggiata al fico verdone in quell’ora troppo, troppo! tarda, o che ci fa Pietrino ancora al podere? Quell’omone impaludato fosforesceva nell’alogeni sparati dalla Jeep, aggranfiava gli stinchi di Pietrino, lo riemergeva come una nassa gonfia di pescato, e però null’altro poté. L’ovaiole prelevate da un biscugino della Serra, benché al computo ne risultassero diciassette; il pennato rugginì; le verze e i cappucci rizzarono il capo, enfiarono all’eccesso, esplosero infine d’una ricchissima putrescenza; tutto vanì nella terra.

Ora le gronde del Volpi son tutte accatastate, perdute sotto un intrico di ramaglie. Cieli avvampano, cristallizzano, sbuffacchiano biancheggi e rossobruniscono, e s’empiono di stelle e fogliesecche, sopra la puppa di terra ammalorata. S’intuisce forse ancora lo sbilenco pollaio, eh?, laggiù, sottosotto quella coltre di rampicanti, e lì a un dipresso quello sgangherìo di robe è chissà lo scheletro della rimessa; il fico verdone saluta con tremule mani pentalobate. Nessuno, nessuno v’ha più pesticciato, su questo fazzolettaccio di terra. E che ne sarà stato della fuggitiva, la diciottesima ovaiola? Avrà empito le gote di qualche faina; una banda miagoleggiante di gattacci l’avrà sbrindellata; sarà congelata dentro una buca d’acquemuffe; magari, chissà, l’avrà già bollita e digerita qualcheduno. Allora cos’era dianzi quello spennacchiare tra l’erbacattiva? E quell’a malapena udibile chioccolìo, cos’era? In qua e in là, ma guarda te!, nonostante, rispuntano ignari ciuffini di bietola.

Resti

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1. Verso l’alto

Eccoli che arrivano, marciando nella luce calante dell’estate. A volte in fila per due, l’eterno duetto ragazzo-ragazza, a volte in gruppetti di amici. Sbucano dagli archi medievali e dalle scalinate che si affacciano sulla piazza e avanzano ordinatamente verso la meta. Centinaia di giovani. Hanno parcheggiato sulle piazze e sulle stradine strette del centro e salgono in T-shirt e pantaloni corti, gonne e scarpe da tennis leggere. Le facce abbronzate, i corpi snelli. Stringono in mano birre e schiacciate acquistate al pub sottostante. Indossano zainetti che hanno stipato con riso freddo, pasta fredda, fette di pane e pomodoro. Salgono a passo lento sulle due rampe simmetriche, fiduciosi di trovare posto, sul prato o sul muretto di recinzione. Non importa quanto lontano dal palco. Alcuni si concedono una piccola pausa, nell’attesa dei ritardatari, e ne approfittano per scattarsi foto con gli smartphone rigorosamente orizzontali – toccate di capelli e sorrisi, smorfie, forme plasmate dalle mani eclettiche. Raffreddano, soprattutto. Siedono sulle panchine e sulle fioriere di terracotta sotto gli alberi, in prossimità di monumenti sconosciuti, e poi affrontano l’ultimo tratto, quello più ripido.

Fa caldo. È una calda e umida serata di fine luglio e l’ultima data del tour, tanti saluti, il giullare scompare. Un ragazzo grida qualcosa in francese. Un golden retriever dalla lingua penzoloni rincorre una coppia di colombi costringendoli a una fuga scoordinata. Viene giù della musica, a ondate. Musica lontana. Sciabordii di accordi che rinviano a un tipo di pop infantile, archetipico. Aver visto video musicali pomposi e densi di capelli. Esserci stati, davvero. Il tavolo di legno, la merenda con lo zabaione, i granelli di zucchero che scricchiolano tra i denti da latte.

Poi i lampioni si destano, in un breve balbettio, e tutti accelerano. La realtà stessa accelera. Qualcosa di meccanico e indicibile. Come se si fosse tracciata una riga e sancita di punto in bianco la fine del giorno, come se si fosse fatto tardi da un momento all’altro, sì e no, uno e zero, una delirante dicotomia. Un fiume di corpi potenti che scorre sempre più urgente indietro verso l’alto, verso la foce, verso il principio. Le magliette chiazzate di sudore. Il ghiaino che frigge sotto i piedi svelti. Il brusio che si amplifica con l’assommarsi delle voci. Salutare. Chiamarsi per nome. Parlare, ridere, sghignazzare. Si accenna allo spettacolo, affrettando l’andatura, si cerca di predire la struttura della scaletta. Ci si scambiano le sue battute più note, i brandelli dei monologhi, le intuizioni metaironiche che lo hanno reso l’idolo indiscusso dei giovani, si ripetono e si ripetono senza mai stemperarne del tutto l’effetto sorpresa. Qualcuno tenta persino di scimmiottare la sua voce, la sua voce profonda, catarrosa, a tratti ambigua.

Le ventuno in punto. Il cielo sopra San Miniato è viola come un livido e rigato da due strisce di panna perfettamente parallele, una lunga il doppio dell’altra. Il volume della musica viene alzato di un ottanta percento circa, e ora esiste solo quella, ecco un ritornello, una rullata, un assolo di sassofono che ricalca banale la melodia della strofa. Prendete posto. Lo spettacolo sta per cominciare. La piazza, mentre la notte l’aggredisce alle spalle, si svuota. Resta l’occhieggiare paranoico degli uccelli. E alcuni turisti stranieri sui sessanta sistemati ai tavolini esterni dell’albergo. Donne biondo polenta e uomini pelati. Uno di loro, il più chiassoso, calza bianchissimi zoccoli da dottore. L’aria è spessa, faticosa. Non tira un filo di vento. Per certe tribù africane, si sostiene nei romanzi più folli, ogni tramonto è una battaglia.

 

2. Di lato I

Lunghi silenzi tra un periodo di attenzione e l’altro. Così potrei descrivere la mia vita nel decennio tra i quindici e i venticinque. La fase che, stando alla testimonianza di una discreta fetta di popolazione adulta, cioè i più prematuramente e spietatamente declinati, è per distacco la preferita, la più citata a fine cena nell’aneddotica pompata dal limoncello (morbide strisce di buccia di mandarino sotto le unghie della mano dominante), quella in cui tutto era fresco e sfavillante ed eccitante e immortale e così via. La fase in cui, in teoria, fossi stata vispa al punto giusto, avrei dovuto esplorare il mondo e mettermi alla prova come i miei coetanei per comprendere – Metodo Ricompense & Frustrazioni – le mie cosiddette potenzialità e i miei limiti e imparare a calibrare al meglio il mio futuro agire al fine di costruirmi un cosiddetto Futuro, quella fase precipua, io l’ho sostanzialmente gettata alle cosiddette ortiche. Caso volle, ovviamente, che lo conoscessi proprio allora. Sette/otto anni fa. Oppure erano nove? Lui lo saprebbe con certezza. Lui contava i giorni e i mesi e gli anni, eseguiva il compito in maniera professionale, drammatizzava la situazione facendomela pesare il più possibile. Sai, sono passati solo tot anni della mia vita e siamo sempre allo stesso punto, diceva, né da una parte né dall’altra, senza avanzare né indietreggiare. Col vederci di tanto in tanto e il supposto pensarci reciproco e via discorrendo. Con le apparizioni e le sparizioni, più tue che mie, va precisato, non prenderla sul personale, non ti sto accusando, trattasi di mero calcolo oggettivo. Solo la schietta sfolgorante verità. Eccomi qui, a un passo dalla resa. Sono esausto. Con te non so più cosa fare o cosa dire o cosa credere. Ho solo paura del tempo che passa, scriveva nelle lunghe mail charliekaufmaniane delle tre di notte, paura di diventare vecchio domattina stessa. Il mio unico passaggio tra i vivi, sprecato ad aspettare te. Il mio unico passaggio tra i vivi, sprecato ad aspettare te. E così via. L’andazzo era più o meno questo. Con lui che comprensibilmente non poteva immaginare niente della mia cosiddetta condizione esistenziale. Della mia incapacità di collegare i puntini e cogliere il continuum di eventi, il trend, il senso complessivo. Di come quelle sue parole mi passassero attraverso come neutrini nel burro della materia. Lui non poteva immaginare ma nemmeno io, sia chiaro, ci riuscivo: per accorgermi dell’assenza non avrei dovuto essere assente. Che poi è il classico paradosso alla Russell che eccita tanto i logico-matematici. Avrei potuto cavarmela affibbiando la colpa al fumo, come si fa in casi simili, ma col cosiddetto fumare non esageravo mai: fumavo di rado col gruppo di ex liceali e facevo al massimo un paio di tiri ansiolitici ogni sera prima di addormentarmi – mi servivo da un tipo segaligno di San Miniato Basso che indossava sempre la stessa felpa sfilacciata dei Sepultura. Tutto qui. Nemmeno bevevo. Bere mi rendeva uno straccio il giorno successivo e cercavo di starne alla larga. Le bottiglie di rosso dalla cantina della casa di Roffia sparivano solo in cosiddette occasioni speciali e il babbo chiudeva un occhio, non faceva mai domande al riguardo. Non dipendeva dalle sostanze. La vita mi scorreva semplicemente accanto, da qualche parte, buia e silenziosa. Senza lasciare tracce significative. Venivo sballottata qua e là senza esser mai minimamente interessata a prendere le cosiddette redini in mano. La risposta che davo a tutto quanto comportava una scelta impegnativa – figuriamoci se impegnativa a lungo termine – implicando una soffocante restrizione delle mie possibilità illimitate era sempre: Vabbè vabbè. Non apprendevo. Non ricordavo. Non facevo progressi all’università né altrove. Non maturavo. I periodi di attenzione piombavano dal nulla e, per un po’, cambiavano le carte in tavola. Lampi rarissimi che squarciavano la notte perenne offrendomi la precaria possibilità di una visione, di una comprensione più profonda. D’un tratto tutto si faceva magicamente vivido e pregnante. Facevo caso al fatto di pensare, per capirsi, di agire, di occupare uno spazio, di fare caso. Ne approfittavo per esaminare la situazione attuale, il più delle volte, per arrangiare una cosiddetta narrazione coerente della mia esistenza nel mondo sulla base della penuria di dati accumulati fino a quel momento, tentando così di inferire ciò che succedeva giorno dopo giorno all’esterno del mio esile cono percettivo – cioè come le persone interagivano con le persone e con gli oggetti e con me medesima quando non prestavo loro attenzione. Poi, puntualmente, mi mettevo a piangere. Quando mi rendevo conto delle mie responsabilità mi mettevo a piangere. Succedeva a letto, la sera, a luce spenta. Piangevo come una fontana. Piangevo con la faccia affondata nel cuscino, inzuppandolo, piangevo per ore e ore rimanendo completamente immobile finché, stremata, non scivolavo nel sonno e nei miei sogni controversi di nuvole, aerei e mongolfiere. Dormivo in quella posizione fino alla sveglia delle otto (Lithium dei Nirvana), respirando male, il collo dolorante, il cuscino appiccicoso che sapeva sempre di sapone da bucato. Come in quel film arcinoto, al risveglio si ricominciava da capo. Non era successo niente. Di quell’esperienza parecchio connotata emotivamente non mi rimaneva che un’eco lontana, un bisbiglio che si annullava a poco a poco nel silenzio. Silenzio, nient’altro che silenzio. Questa era la mia cosiddetta vita tra i quindici e i venticinque. Con sporadiche, umidissime parentesi.

 

3. Inconcepibilmente di lato

Cammina lungo una via del centro di Roma, un gelido giorno di dicembre. È solo. Immerso in pensieri eterogenei. All’esterno, le vie paonazze di Natale, la gente che porta cappotti pesanti, guanti e cappelli con le palline. Vetrine a tema. Moltitudini di arabeschi di luminarie a interconnettere i palazzi. Prende a canticchiare un motivo, dal nulla. A produrre un suono debole e approssimativamente intonato. Canta You did not desert me, my brothers in arms, non fa che ripetere questo brandello melodico, finisce e subito riattacca. Ma non lo sa, è questo il bello. Non sa di star cantando. Se ne rende conto solo istanti dopo, con una latenza inquietante. Chi ha deciso che dovesse cantare? E poi, perché proprio quel pezzo? Non lo ascolta da quando era giovanissimo, dall’epoca cromata in cui tipicamente la musica si disvela in tutta la sua potenza. Si arresta di colpo, nel viavai del tardo pomeriggio. Si guarda attorno spaesato. Colori. Geometrie. Corpi che procedono spediti. Corpi grandi e piccoli, differenti per peso e morfologia. Si sente all’improvviso fluttuante, in un certo senso, disancorato e paradossalmente connesso con tutto ciò che lo circonda – una sottospecie di trascendenza mai sperimentata prima. Fa inversione, allora, ripercorre a ritroso la strada. Un tizio tarchiato vende caldarroste: non l’aveva notato. Una chiesetta romanica incastonata tra due negozi: non l’aveva notata. Un tombino scoperchiato rasente il marciapiede, decisamente pericoloso: non l’aveva notato. Individua l’insegna dopo un centinaio di metri, quando rientra nella piazza gremita. Il testo è d’oro, lo sfondo nero come legno bruciato, il font di sfarzosa eleganza: BROOKS BROTHERS. Ci era passato davanti due minuti prima e non l’aveva notata.

 

4. Di lato II

E ora sono qui, mille correzioni dopo, in qualche modo riposizionata altrove sul cosiddetto quadrato semiotico, Un’Altra Persona, una persona che vive e lavoricchia a Pisa e che ha alti e bassi come tutti e un discreto controllo cosciente del proprio agire, così perlomeno ama raccontarsi, niente di speciale ma comunque Progresso, qui, mentre ignoti mi oltrepassano e scalano in fretta e furia la montagna, d’intralcio, isola nella corrente, pietrificata e un po’ sorpresa da questo cosiddetto monologo interiore che sgorga inarrestabile come acqua da un tubo rotto, alla soglia dei cosiddetti Trenta, un po’ più grandicella dello spettatore medio di questa tipologia di eventi, con i piedi ben piantati su uno scalino che pare di gran lunga più consunto degli altri, come se ci avessero camminato sopra ininterrottamente per millenni, non ho più pensato a questo scalino dopo quella volta e nemmeno ho più pensato a quella volta ma eccolo che torna a galla, il ricordo, il ricordo dello scalino e di una notte di non so quanti anni fa in cui ce ne stavamo seduti in circolo sulla sommità del paese a prosciugare una birra dopo l’altra, tipi di zona e allogeni, dieci/quindici soggetti, maschi & femmine, la piana una galassia quiescente e la Rocca un monolite d’ambra, e cianciavamo di gossip locale ed esplodevamo risate collettive e sputavamo sentenze politiche con una sicumera da mettersi le mani nei capelli, lassù sull’erba gibbosa delle nostre estati annoiate, la medesima erba sulla quale i miei nuovi amici pisani – Ma dov’è finita? Perché tarda tanto? – ora stendono una tovaglietta a quadri due per due per una cosiddetta cena frugale nell’attesa dello Show, lo Spettacolo che ci farà ridere tutti come matti e ci spedirà a letto felici e contenti, dicono che lui sia un portento, dicono che il suo cosiddetto umorismo sia impareggiabile e innovativo e intelligentissimo eccetera, loro già sulla cima ma io inchiodata allo scalino, un atavico parallelepipedo rettangolo di pietra rossastra che separa brutalmente il prima dal dopo, lo sto fissando a testa bassa mezza sudata nell’incupirsi a doppia velocità dell’aria, mentre la cima aurea della cosiddetta Torre di Matilde boccheggia sul buio montante come una marea, è il primo vero scalino a partire dal basso della scalinata finale, tanto irta quando si è bambini e poi clamorosamente più fattibile da adulti, quant’è che non ci passavo, che non tornavo nel samminiatese, e pezzo dopo pezzo si ricompone vertiginosamente quella notte e l’epilogo di quella notte quando, verso le due o le tre, sgocciolate le birre, l’atmosfera complessiva in netta fase ribassista, ci avviammo per primi verso l’imbocco delle scale, io e lui, di Roffia e di Firenze, due che si erano incrociati tre/quattro volte per puro caso, due che conoscevano giusto i nomi di battesimo reciproci e il modo impossibile in cui fino a cinque minuti prima gli occhi dirimpetto riverberavano la luce traversa del riflettore, niente più, e la mia cosiddetta coscienza in quei momenti era un filino scombussolata, va bene, avevo bevuto sbattendomene per una volta dei postumi devastanti, a vent’anni ogni tanto l’ammetto ci davo dentro col bere, e affiancati sprofondavamo nella tenebra fitta imparando la forma frastagliata delle nostre voci, soli e pulsanti, senza poter chiaramente prefigurare la sterminata lista delle conseguenze a venire – quel lasso di tempo astratto e colmo di silenzi e mail, di aderenze e sparizioni, di fagocitanti nebbie madreperlacee –, e a un certo punto della discesa io che ero miracolosamente connessa e ricettiva e ATTENTA gli confessai che ero stata vicina a inciampare, lo scalino era l’ultimo o il primo, dipende dalla direzione intrapresa, quello su cui adesso affondo i piedi dividendo in due il flusso che ascende alla stucchevole musica d’apertura e allo Spettacolo Più Bello del Mondo, lo feci ridacchiando nervosa, mentre la pancia si contorceva come si contorce in certe cosiddette situazioni, e un po’ temevo di aver detto qualcosa che sfasciasse la sintonia spontanea facendogli subito capire, a lui in apparenza così Adulto & Maturo, che stava interagendo con una ragazzetta frivola e superficiale e assai negligente nel sequenziare fonemi, gli confessai papale papale che avevo rischiato di franare a terra come un penoso sacco di patate e poi avevo riacciuffato l’equilibrio in extremis restando in piedi, tutta colpa di questo manufatto primitivo di inestimabile valore da rimuovere ed esporre in qualche Museo di Storia o Archeologia o Antropologia eccetera, e lui palesemente alticcio replicò senza indugi con una frase che non gli apparteneva, troppo candida per uno con quell’armamentario pazzesco di ritrosie e rigide sovrastrutture, qualcosa di scandaloso che scommetto si sarebbe rimangiato volentieri già un secondo dopo, tuttavia successe, volente o nolente quelle parole insensate affiorarono neurologicamente nella sua area di Broca e balzarono fuori dalla gola come lapilli roventi e me lo disse, che se fossi inciampata mi avrebbe presa al volo, e a pensarci bene ora che sto per affrontare il tratto finale della salita non era nemmeno niente di speciale, tutt’altro, poteva in tutta onestà suonare gratuito e kitsch e iperbolico e soprattutto stupido, immensamente stupido, non posso negarlo, eppure lì per lì sorrisi con la mia bocca invisibile e le fossette su cui ironizzava fisso e rimasi zitta ed ero viva per davvero, in quell’istante infinitesimo del nostro tempo, e lui un eroe, qualcosa di vagamente assimilabile a un eroe, e quel suo cosiddetto coraggio avrei tanto voluto rubarglielo ma non glielo dissi mai.

 

5. Verso il basso

Il cielo è grigio fumo, quando la musica cessa. Resiste una banda rosea, dietro al palco e alla Rocca e alle curve del Serra, ma si va assottigliando sempre più, attimo dopo attimo, ferocemente schiacciata da una forza impareggiabile. Ogni tramonto è una battaglia, ma vincono e perdono sempre gli stessi.

La massa è arrivata puntuale. Se ne sta sparpagliata sull’erba o seduta sull’ellisse rozza del muro perimetrale, disomogeneamente rischiarata dai raggi bianchi del riflettore. Spiccano facce a metà, qua e là, mani volteggianti, segmenti casuali di sagome umane.

Mangiano tutti, o l’hanno appena fatto. Hanno apparecchiato ambiziosamente, usato forchette e coltelli, stappato bottiglie, accoppiato i bicchieri ostentando esagerato cameratismo. Qualcuno si è portato dietro cuscini e stuoie su cui sdraiarsi. Qualcuno si è sfilato le scarpe o la maglietta. Scelte rispettabilissime. Le zanzare sono tante e agguerrite ma la temperatura, diciamola tutta, è francamente insopportabile.

Li guarda da uno spiraglio della tenda allestita tra la Rocca e il palco.

È la prima volta in assoluto che lo spettacolo fa tappa a San Miniato, così si spiegano la concitazione generale e gli articoli copiosi sulla stampa locale, e anche l’ultima data di un tour sfiancante che negli anni ha attraversato l’Italia da nord a sud, dalle città alle periferie, riscuotendo dappertutto un successo eccezionale.

Li ascolta. Il discorrere della gente. Scopre un substrato di chiacchiericcio incessante, una volta rimossa la patina della musica gonfia di tastiere della sua infanzia, un crepitare minuto e animalesco.

Forme vive sotto un cielo grigio come limatura di ferro. L’umidità diffusa, l’assenza delle stelle. Fortissimo odore di terra. Un tizio dai rasta lombari si drizza in piedi, abbracciando un grosso thermos, e offre del caffè a chiunque ne faccia richiesta. Giovani maschi a petto nudo fanno girare un bottiglione di vodka polacca – ogni sorsata, un urrà. Di tanto in tanto, delle voci ruvide emergono dalla semioscurità e si prendono provvisoriamente la ribalta propagando battute, opinioni, ironie logore. Tanti fumano, nell’aria stagnante dei rimasugli di luglio, fumano e cantano, in attesa dello Spettacolo Più Bello Del Mondo, improvvisano manciate di cori dalla vita effimera.

Guarda tutto ciò.

Guarda e ascolta, mentre il tempo passa. Poi estrae il libretto dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo sfoglia con fare sbrigativo e si ferma a un punto ben preciso.Francesco Paciscopi - Resti-minL’agitazione. Il tipico tremare di gambe, almeno da principio. Gambe che tremano e si fanno molli: non ti ci abitui mai. Il boato di luci paglierine che accoglie la sua comparsa, l’applauso tonante e liberatorio del pubblico venuto a divertirsi, a stare bene. Un uomo colossale davanti all’asta del microfono, questo è sempre stato, una presenza carismatica dalla voce stentorea, un artista celebre per le sue battute e, soprattutto, per le sue battute sulle battute, per simili finissime operazioni concettuali.

E ora tutto sta per finire.

Resta immobile nella tenda per minuti, il libretto tra le mani madide. Non fa niente di niente tranne ripassare versi che, ormai, conosce a memoria. Ripensa al tono da usare, al piano, al sabotaggio che vuole mettere in atto. Sarà un discorso autologico, qualcosa di assai intelligente e ricercato – la fine che mette in scena la fine. Qualcuno capirà? Qualcuno coglierà la funzione drammatica di un epilogo scialbo? Ogni tanto lancia ancora occhiate fuori, sempre più distratte, verso lo stuolo di gente che freme. Il cielo sopra il prato è grigio come piombo, senza stelle. Un occhio fibrilla. Rivoli di sudore scorrono tiepidi lungo la colonna vertebrale. Nervosismo, beninteso, terribilmente comprensibile. Eccolo lì, solo, nel chiarore fioco di una lampadina penzolante. Aspetta solo che le gambe si mettano in moto. Sta per salire la scaletta metallica, per fare la sua ultima apparizione sul palcoscenico. Sta per deludere tutti.

 

(La poesia Resti è tratta da Olympus di Francesco Paciscopi,
1983, Antonio Carello Editore)

La chiarezza del tempo

chiarezza tempoIl mare di maggio, sogna Elsa nella veranda della sua casetta che s’affaccia sulla piana dell’Arno. Freddo come mille lame nella carne viva, da principio, ma poi non vuoi più uscire fuori a giocare con Giampiero, che è più piccolo di te e non sa nuotare, e nell’acqua immota pascolano i muggini neroargento e il babbo se ne sta lì con la mamma sotto l’ombrellone e giocano a ramino e bestemmia e beve dal fiasco e la guerra si è disciolta in un giorno di sole, per sempre. Elsa respira appena sulla sua poltrona vecchia, escrescenze di gommapiuma fiorite qua e là dagli squarci nella tessitura a rose, tre o quattro massicci peli bianchi impettiti sul labbro superiore, pura semiotica della resa. Eccola lì. Palpebre di velina masticata. Testa piegata di lato. Una ragnatela azzurrognola sul cranio rosa neonatale. Sola, in un preciso pomeriggio d’inverno sul pianeta Terra, nella penombra che le ghiaccia le gote e le ossa e il rivolo di bavetta sull’angolo della bocca dischiusa. Più piccola che mai. Sogna la spiaggia e un vago odore di olio di fegato di merluzzo disarmonico e verosimilmente posticcio, aggiunto in postproduzione, e di Giampiero che frigna perché lei l’ha abbandonato e si annoia e la invidia e non c’è giustizia, no, neanche nella domenica migliore – voglio diventare grande, sai, voglio diventare grande e mangiare tutta la mortadella del mondo. E babbo è un giovane fusto dai villi alla Brando e mamma una vertigine di curve e tra una mescolata e l’altra lui le tocca le cosce che spuntano dal pudico costume viola preso alla sartoria davanti al chiostro, carissima, ma il babbo è ingegnere e non guadagna male e insomma, dice la nonna, che nella boscaglia di Montebicchieri una notte ha intravisto l’Uomo Lupo e lo racconta sempre alle altre lavandaie giù al fiume, a che servono i soldi se no. Le cose, mentre ti allontani arretrando sui talloni. La forma dei capelli materni sbavata dalla brezza novella che rabbrividisce, l’ombrellone fungino che sfarfalla impercettibile, le carte balzellanti sull’asciugamano in pendenza, i cerchietti elastici di posidonia secca che rotolano via dalla battigia in un incedere da commedia. Vattene. È il tuo momento. Parti, sparisci. Esplora la vita. Respira, Elsa, un respiro precario nel guscio della veranda scalcinata fitta di scorpioni, una nenia polmonare, sulla poltrona lisa, davanti al tavolino ottagonale in vimini che comprò a un mercatino giù al Pinocchio trent’anni prima, sulle gambe un plaid di lana grezza che puzza sempre di un cane antico, a volte cattivo, che Sestilio sotterrò nell’oliveto dietro la casa alle Colline. Sogna rivolta a nord, alla vallata di poligoni coltivati e ai pinnacoli di fumo industriale e ai monti di zucchero, falsamente prossimi, rimpiattata dal sole scialbo, della ragazzina che si farà donna e sposerà un impiegato pasciuto della Scala e avrà un figlio di nome Pietro, vede le sue spalle e la nuca fradicia fluttuanti nel mare mite – che si va increspando – e assieme ne condivide il delirio soggettivo, gli impossibili elementi della scena decrescente nella luce a perpendicolo sulla spiaggia, la nitidezza dei baffetti a fiammifero del babbo, il neo sulla sclera sinistra della mamma, la frustrazione adultoide sulla bocca storta del fratello (che non manterrà alcun ricordo del Sabato Fascista, nemmeno se opportunamente stimolato, che perderà le falangi della destra in un tacchificio di Santa Croce, che non diventerà mai e poi mai un bravo trombettista jazz) che va pazzo per gli insaccati e modella svogliato manciate di sabbia friabile. Poi non tocchi più. A forza di arretrare non tocchi più. Nemmeno se gonfi d’aria quel tuo petto già maturo e, lasciandoti sprofondare, allunghi le punte dei piedi in cerca di terra, di certezza. Posso smaltarmi le unghie dei piedi, mamma. Posso provarmi i tuoi orecchini. Non tocchi più e tutto cambia, il battito, il pensiero, il vigore dell’allucinazione. Tutto, questo capisci, è allucinazione. Il cielo è un assommarsi repentino di nuvoloni indomiti, batraci che si gonfiano e sgonfiano a ritmo indiavolato. Il mare piombo fuso in cui ti agiti per restare a galla, un fermento di gorghi e onde fuori scala, alte come palazzi. E tu cosa sei? Tu cosa diamine sei? Dalla tua gola non esce un singolo suono. Non hai voce. Perché lo fai? Perché gridi aiuto? Non hai imparato niente, in tutto questo tempo? Il battito e il pensiero. Il battito e il pensiero. Il battito e il pensiero. Elsa scuote il braccio pendulo di carne pendula per un secondo o due, uno spasmo, un inceppo neurofisiologico, l’altro resta inerte, piegato sulla pancia gonfia. È un preciso giorno d’inverno. Un piccione atterra sul pavimento in graniglia, scippa le briciole di un pranzo frugale e si getta giù nel dirupo. Nel bel mezzo della vallata, a chilometri di distanza, un trenino giocattolo appare e scompare tra i grumi di case e gli alberi spogli viaggiando da sinistra a destra, in direzione Firenze. Elsa trema distintamente. Sposta la testa semicalva da una parte all’altra con un movimento lentissimo, pronuncia una parola che nessuno può udire (un invisibile sbuffo di condensa) e si accomoda, infine, su una pace nuova. L’acqua è dappertutto. Il panorama è verde scuro, marrone e arancio triste. Gli occhi bagnati, zuppi. Sente la bocca salata, mentre si destreggia tra le onde, il fiato cortissimo. E un po’ cominciano, sapete, quelle sue gambe e quelle sue braccia lontane, a essere stanche, a farle discretamente male. Ma che importa, da un certo punto di vista. Che cazzo importa più.

Migliorare il sinistro

san miniato nella nebbia 2[…] L’aveva giocato fugacemente ma intensamente dagli undici/dodici ai quindici/sedici anni, il calcio, con gli amici di San Miniato, in campetti dalle porte parallelogrammiformi o all’oratorio vicino casa, dietro via Carducci, su alla Nunziatina, all’inizio della pendenza che portava in centro, cioè in piazza del Popolo, e poi al tragico Duomo e alla Torre di Matilde e alla Rocca – sgretolata dalla guerra e poi ricostruita una quindicina d’anni dopo. Mai stato davvero bravo, ci mancherebbe, manovalanza e non genialità, anni luce distante dall’inarrivabile leggiadria calcistica di un Amedeo Becci (invidiatissimo eroe paesano acquistato dalla Fiorentina nel 1971, un mancinaccio dal tiro secco e la zazzera liverpooliana) ma anche dall’efficacia pedatoria degli amici più predisposti. A causa soprattutto della costituzione fisica non proprio snello-atletica. E di un piede tozzo come quello di un hobbit Sturoi. E di una caviglia rigida tipo quercia. Ma ce l’aveva messa tutta lo stesso. Maglietta attillata di Sivori sempre addosso (non tutti i compleanni erano totalmente inutili), calzettoni giù, pantaloncini neri, scarpette Ferrari incollate ai piedi finché non si sfondavano del tutto – la pubertà costava un occhio della testa. Per un certo periodo aveva vissuto solo per il giuoco, il fútbol, l’interazione uomo-pallone. Meno Topolino e Braccio di Ferro e libri e compiti, più sudate al campo – svegliarsi la mattina e non pensare ad altro che alle corse, agli stop a seguire, ai tunnel, agli incroci dei pali, al pallone. Ce l’aveva messa tutta per migliorarsi e limitare le figuracce, per assurgere a qualcosa di più del ruolo di compagno sgradito e inetto e (non ancora troppo) ciccione a cui non si passa mai la palla o che – succederà sempre – viene schiaffato in porta per il Bene della Squadra e perché tra i pali è (come no) siamo tutti d’accordo Il Più Capace. E l’impegno era stato premiato. Con tanta fatica era nel tempo riuscito a strappare qualcosa al suo destino di mediocrità pallonara. Piccole conquiste. Aveva perfezionato il controllo del pallone sia da fermo che in corsa, in primis, e adesso conduceva la sfera con sicurezza senza allungarsela mai. Aveva aggiunto un paio di finte all’inefficace repertorio di dribbling – alla lentezza non si poteva porre rimedio. Di testa era diventato più preciso, e ora colpiva senza chiudere gli occhi, impavido, con tutta la fronte. Più fluido l’uso della suola. Maggior freddezza davanti al portiere, dribblarlo, piazzarla, impadronirsi dei trucchetti per fregarlo diciamo sette volte su dieci. Tirare meglio di interno ed esterno, a giro, persino col sinistro. Proprio calciare col piede meno abile era diventato, grazie alla pratica, qualcosa di sempre più suo – milioni di podorecettori sensoriali si erano costruiti mattone dopo mattone un cortico-posticino più ampio e confortevole là in alto, oltre lo spinale intricarsi dei nervi, nell’area somestesica primaria controlaterale (cioè a destra), ma non bastava, la sensibilità non racchiudeva l’insieme, non spiegava la complessità. Calciare, destro o sinistro che fosse, era anche movimento e calibrazione cerebellare, grazia, memoria cinestetica, dolore, eccitazione, magia, premonizione. Ogni singolo calcio apriva uno squarcio sul futuro immediato. Nel senso che quando colpivi, cioè durante l’effimero contatto scarpetta-cuoio/piede-sfera, tu sapevi in anticipo – in quell’esatto momento – se il pallone sarebbe finito o no dove l’avevi indirizzato, a quel compagno o in quel corridoio o in quel sette, lo sapevi per certo – pressoché pleonastica appariva sempre la tardiva controprova oculare.

Il calcio, che meraviglia, che sottovalutato potenziale espressivo. Che forza obliterante. Per un periodo a cavallo tra le medie e i primi anni del liceo aveva perfino considerato l’idea di potersi iscrivere un domani a qualche società sportiva della zona e magari cominciare a giocarlo seriamente, sapete, in una squadra vera, in un campionato, con i punti in palio eccetera. Non che si fosse illuso d’esser diventato un calciatore di livello, questo no – non si illudeva mai di nulla, lui, non era il tipo. Ma un difensore discreto e dignitoso – perché no?

Qualcuno glielo diceva senza mezzi termini:

Prova e vedi che tu combini.

Tu faresti senz’altro la tu’ figura!

Ce ne son peggio di te fidati!

Il tipo roccioso, questo avrebbe incarnato. Né più né meno. Baricentro basso. Ben piantato per terra nei contrasti e dunque spesso vittorioso. Non troppo mobile, certo, ma di posizione, calciatore come si dice d’intelligenza tattica. Che capisce prima degli altri dove finisce la palla e compie i movimenti giusti e anticipa gli avversari. Che sa quando spazzare e quando giocarla. Con tecnica in fin dei conti nemmeno disprezzabile. Passetti, tanti piccoli passetti in avanti. Come se davvero dipendesse da lui, come se il lavoro – le ore a scambiarsi il pallone a pentagoni col muro sotto Via Fornace Vecchia e quelle passate a palleggiare – davvero pagasse. Passetti. Subodorava la crescente stima degli amici e si accorgeva di come si fossero rarefatte le volte in cui veniva declassato a portiere. Constatava l’evoluzione. Quindi sì – ci aveva pensato e ripensato. Il calcio. Gli allenamenti sotto l’acqua. Al freddo. Nella mota – la terra sotto le palpebre e nei calzini, la maglia pesante sulla schiena, le scivolate nelle pozzanghere, quella loro gioia semplice. La stanchezza gratificante del dopo, la pace di muscoli tirati all’eccesso. Stare bene per aver dato tutto. La vittoria, sì, ma anche la bellezza del gesto. L’estetica. Preferire un ardito tentativo, un assolo dissonante/sperimentale, alla noiosa sicurezza di un atto semplice e pratico. L’artista che a un certo punto strappa lo spartito. Preferire (scelte che lui non poteva certo concedersi ma che sognava, perché il calcio era quella cosa lì) un doppio tunnel in un angolo di campo al tiro improvvisato che per un gran colpo di culo – il vento, i rimbalzi atipici, l’indeterminismo quantistico – s’infila nel sette strappando applausi immeritati. La vita nello spogliatoio. Le battute bruttine della gente reale. Far parte di un gruppo. Farsi amici veri. Le festose partite della domenica pomeriggio – quante volte era andato con Matteo e il Di Gennaro a vedere le gare del San Miniato nel campo sportivo di Santa Maria al Fortino davanti al Marconi? Quante volte aveva desiderato poter essere al di là della rete, e non sul poggio assieme alla nutrita tifoseria (cioè l’intero paese)? Stare dentro al rettangolo di righe di gesso e partecipare, incidere – per novanta minuti e passa tener la testa fuori dall’asfissia metacognitiva del quotidiano. E magari suo padre, il babbo, che guardava solo le partite della Nazionale, magari quelle domeniche nebbiose e stranianti si sarebbe qualche volta dimenticato del cimitero e dei genitori sconosciuti e della settimana tossica in conceria – quella passata, quella incipiente – e l’avrebbe seguito di campo in campo e perché no incitato e perché no avrebbe dimostrato di credere in lui e perché no perché no […]

Le passeggiate distensive

Che il giovinetto Boldrini del Pinocchio, in certi giorni sventurati, fosse oberato di scartoffie, gli si doveva pur riconoscere: fogli, biglietti, scartafacci, buste, pallottole, dépliants, ciclostilati, brogliacci vari s’assommavano in grosse pile sul suo consunto secrétaire. In quei pomeriggi gli s’allogava in pancia come una fregola, una smania, ed egli balzava allora dalla seggiola come pinzato da spilli innumeri sul deretano. Intabarrato, provvisto di scarpa modello ‘ginnastica’, s’avviava dunque verso le campagne, a ridestar le forze sopite dello spirito. Lungo la via, man mano che s’addentrava nella piana agricola, i palazzi si facevan sempre più scalcinati, malmessi, sbocconcellati dall’intemperie e dall’incuria: e quegli avviliti abituri facevan fino piover talotta minuzzoli di travi: e di putrelle: e di conci e bugnati periclitanti su’ capi ignudi d’inavvertiti flaneurs, ad impinguare il catastrofale budget de’ sùbiti mali: tra’ quali giova qui mentovare certi mastini rabbiosi dalle froge spruzzanti, che tu l’incontri ne’ resedi più disparati. Codeste luetiche fiere, sovente aggranfiate alle ringhiere, coyotes de mis cojones, e ne fanno di caciare!, puranco se tu gli transiti sull’opposto marciapiede, o perdinci!, talché qualche massaia si spenzola da’ ballatoi a guatar pensosa chi passi, e tu ti senti quasi in dolo. Ecco che que’ cagnacci al solo fiutarlo di lungi l’avvisavano, o Boldrini, bada te!, co’ lor propri ronchi, e si rimpallavano i mugghi di cortile in cortile, a fargli dietro come uno strascico d’ululati. S’arrampicava allora, aligero come rubagalline, sulla straducola che per lungo tratto corre in groppa all’argine, lasciandosi alle spalle l’abitato. Tutto immerso in quell’arcadico spleen, propenso daddovero ad allumar le querce e gl’ippocastani che dondolan sempre le lor capsule, e le lor foglie e ghiande nell’aria, era vieppiù proclive a piantar la suola in su di una qualche fatta di bestia: quando non d’umana viscera scaturita, giacché, se l’epa s’ha da sgravare, più d’uno usa allascar la cinghia in codeste verzicanti campora. Allora dalla bocca sua sfrenata gli scaturiva come tutta una pletora di martiri, e beati, e santi, epitetati ognun d’una specie diversa: qual suino, qual cagna, qual irsuto cinghiale: e dipoi ancora serpe, e volpone, e gatto, ermellino, castoro infino, e ghiro, e verme, e tafano: e ciuco marcio incancrenito. Non di rado pertanto, smarrito l’orgasmo primitivo di quell’infausto trekking, il giovinetto Boldrini del Pinocchio rincasava assai più rabbuiato, affranto parecchio, e agognava di riprender quanto prima le sue dimolte scartoffie in mano.