I tori

Hemingway * Fiesta, è scritto sulla costola del libro che ho in mano: non l’ho mai letto, Fiesta. È un’edizione Oscar Mondadori del 1972, trovata nella libreria di mio padre, qui nella vecchia casa di famiglia a Cusignano; sulla copertina, ormai ingiallita, tre tori rincorrono incombenti due uomini che reggono delle muletas, uno vicino, l’altro più in lontananza. Scorrendo le pagine mi accorgo che ce n’è una segnata da un’orecchia: è la pagina centonovantuno, una pagina qualunque persa a metà di un capitolo. Mio padre dev’essere arrivato a leggere fin qui, fermandosi a questo punto del libro. Per quale motivo non proseguì mai? Cosa aveva fatto una volta arrivato a questa pagina, dopo aver riposto il libro sul comodino o sullo scaffale, per non tornare a leggerlo mai più? Di sicuro, vista la data sul libro, doveva avere almeno venticinque anni. Probabilmente era salito sulla sua Morris Cooper rosso fegato per andare al Leporaia, agli allenamenti del Tuttocuoio; o forse era uscito a trovare gli amici del bar Cantini; magari aveva un appuntamento con una ragazza, verosimilmente la mia futura madre; o aveva semplicemente spento la luce e si era addormentato, per svegliarsi presto il mattino seguente e andare al lavoro alla Cassa di Risparmio. Oppure, mi viene da pensare con un certo disagio, stava leggendo questo libro il giorno che mio nonno, suo padre, era morto sul vialetto di casa, sullo sterrato polveroso, la bocca schiumante, gli occhi rivoltati, tra le urla sgomente di mia nonna affacciata alla finestra del tinello. Non riesco a ricordarmi di una volta in cui mio padre mi abbia parlato di Fiesta, di Hemingway, o quantomeno della Spagna, delle corride, dei tori: non riesco a ricollegare niente di lui a questo libro. Non potrò mai sapere chi era quel ragazzo, quali erano i suoi gusti all’epoca, i suoi sogni, le sue aspirazioni: posso solo ricostruire un ritratto assai impreciso e lacunoso, basato sui pochi dettagli che conosco, o che credo di conoscere. Un libro lasciato a metà, come tante cose nel corso della sua vita di abbandoni: il calcio quando nacqui io; il lavoro quando si mise in testa di poter vivere anche senza; il matrimonio quando iniziò a rincasare sempre più tardi, non facendosi vedere per giorni, fino a lasciare Cusignano per inseguire una giovane illusione, forse ancora minorenne.

Il libro emana un odore deciso di carta in disfacimento: è l’odore di una cosa chiusa e dimenticata da molto. Entrando nel vecchio studio in cerca di alcuni documenti per le pratiche della successione, ho indugiato davanti  alla libreria che occupa la parete di fondo, raccogliendo questo volume forse per il titolo così in contrasto con le attuali contingenze: gli ultimi singhiozzanti mesi di malattia, un funerale drammatico e farsesco, una famiglia che non esiste più, che forse non è mai esistita. E guardando questo segno sulla pagina adesso penso anche ai miei fallimenti, ai miei abbandoni: una laurea mai ottenuta quando gli esami erano ormai finiti; la band sciolta dopo l’ennesima discussione, l’ennesimo concerto annullato, l’ennesimo tentativo di disintossicazione; la mia famiglia mai nata davvero, dopo l’aborto, l’indifferenza, il tradimento, la separazione. Ho sempre pensato di non essere come lui, quell’uomo ombroso e tormentato: ho fatto di tutto per non crescere nel suo solco e distaccarmi. Ma oggi, su questa copertina, ci vedo entrambi, vicini come mai prima d’ora: siamo noi quei personaggi con le muletas, inseguiti dagli stessi tori neri, tormentati da simili angosce, in fuga dagli stessi errori. Mio padre qui, in primo piano, già soccombente sotto l’ombra della malattia, dell’afflizione, della morte; io pochi passi più avanti, un vantaggio infinitesimale sulle bestie che presto raggiungeranno anche me, e che sento già infuriare da tempo. Mi siedo sulla sua poltrona, sposto le carte che ancora sono sulla scrivania: referti, analisi, bollette, scontrini, lettere mai inviate. Appoggio il libro, lo apro a pagina centonovantuno: “Il toro li vide e caricò. Da dietro una delle casse un uomo gridò e picchiò col cappello sulle tavole, e il toro prima di raggiungere il giovenco si voltò, si raccolse e caricò dov’era stato l’uomo, cercando di raggiungerlo attraverso le tavole di legno con una mezza dozzina di veloci insistenti colpi tirati col corno destro. «Dio, non è fantastico?» disse Brett. Il toro era proprio sotto di noi”. Quello che è successo prima non m’interessa: il sole sorgerà ancora, domani, ma stanotte voglio sedere qui e finire qualcosa che è stato lasciato a metà. Leggerò ad alta voce, lento, paziente, come se lui potesse in qualche modo ancora sentirmi.

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Diciott’ovaiole

Fu novembre quando Pietrino cascò nella fossa dell’orto. Era un pomerugginoso, dai monti di Pistoia barriva un ghigno di vento e le cose agghiacciavano di lugubrità. Magie di bruma fumavano dalle forre, fonde di ranocchi e bigi acquescenti limacci. Ohi pure i campi parevano sbruffati, tutti a riccioli duri di croste e sterpi incastrosi, sudici sterpi raggomitolati. Pietrino fe’ bum! giù di testa nell’acqua pantanosa, gialla di morbi vegetali. La casa del Volpi un eremo preso a morsi, lì presso, scatolaccia sbrindellata di rabbiose coltellate, appese le gronde ancora per poco, pendulissime. E ronfi di gatti infrattati chissaddove. Immoti i campi, immoti gli sterpi, lastra pressante il cielo come zummato: Pietrino frattanto cascava giù nella bucafonda. Ingigantiva un nebbione, nato vaporino lievissimo, fattosi bruma svelto, poi panetto di zuccherofilato; allappava alle caviglie nodose i giganti del pioppeto, sibilava nei cespugli, proliferava. In quella schiumante calca Pietrino disparve, capofittato a tacchi ritti e gorgoglioso il muso ammezzato nell’acquitrino, la buzza afflosciata contro la ripa fanghigliante. Zitte nell’orto le verze, zitti i cappucci, muti porri, cipolle e finocchi; qualche fagiolino ancora rampicava, allettato dai soli protratti. Il mangiaedormi pasceva, rigovernandosi le zampine steccolute sotterra, nel caldocuore della barba di lattuga, e Pietrino diacciava già, come il lattone empito di piovana attinto poc’anzi, come l’ondulina a coperchiare il pollaio, come la punta di pennato pomiciata di fresco laggiù dentro lo stipo. Diacciava a partire da quei buffissimi talloni sbandierati, da quei garetti invano ormai incalzinottati, giù fino ai ginocchi zampognati a pompelmo, giù nelle cosce pelose, giù nella schiena tuttora rossata di svaniti solleoni, giù tra le scapole, le compresse cervicali. La tarchiatura del corpo un masso pareva, a ostruire il flusso rilentoso dell’acquemuffe nella fossa, il collo flesso dal peso, la bocca a raccattare grumi, liquami e polte. La puppa d’orto imbandanata dalla carrareccia bianca, come una passata, e il malofosso frammezzo con Pietrino rifitto. Oh ma le diciott’ovaiole perduravano nel loro stracco razzolìo, grate d’una mezz’ora aggiunta d’aria, delle scampate vergate, la baccheggiola di salcio ancora appoggiata al cancellino spalancato. Nessuno, nessuno passava. La casa al Giardino silente, il letto da rifare, uno stambugio con dentro il vestito buono per la fossa, i ciottoli dell’ultimo desinare ronzanti di mosche sull’acquaio. Mai più sbarbicare malerbe, mai più sfrizionare di ramato i sammarzano e i cuordibue spollonati, più rimpolpare di stallatico le buchette delle patate, più legacciare i fusti di cetriolo ricciuti di cirri al canniccio, e pacciamare il letto delle zucchine, mai più. Marmato d’apoplessia, al solleticare di nebbia Pietrino s’imperlava d’acquerugiole finifini.

Lo ripescò uno della VAB a fineturno, allarmato dalla Bianchi appoggiata al fico verdone in quell’ora troppo, troppo! tarda, o che ci fa Pietrino ancora al podere? Quell’omone impaludato fosforesceva nell’alogeni sparati dalla Jeep, aggranfiava gli stinchi di Pietrino, lo riemergeva come una nassa gonfia di pescato, e però null’altro poté. L’ovaiole prelevate da un biscugino della Serra, benché al computo ne risultassero diciassette; il pennato rugginì; le verze e i cappucci rizzarono il capo, enfiarono all’eccesso, esplosero infine d’una ricchissima putrescenza; tutto vanì nella terra.

Ora le gronde del Volpi son tutte accatastate, perdute sotto un intrico di ramaglie. Cieli avvampano, cristallizzano, sbuffacchiano biancheggi e rossobruniscono, e s’empiono di stelle e fogliesecche, sopra la puppa di terra ammalorata. S’intuisce forse ancora lo sbilenco pollaio, eh?, laggiù, sottosotto quella coltre di rampicanti, e lì a un dipresso quello sgangherìo di robe è chissà lo scheletro della rimessa; il fico verdone saluta con tremule mani pentalobate. Nessuno, nessuno v’ha più pesticciato, su questo fazzolettaccio di terra. E che ne sarà stato della fuggitiva, la diciottesima ovaiola? Avrà empito le gote di qualche faina; una banda miagoleggiante di gattacci l’avrà sbrindellata; sarà congelata dentro una buca d’acquemuffe; magari, chissà, l’avrà già bollita e digerita qualcheduno. Allora cos’era dianzi quello spennacchiare tra l’erbacattiva? E quell’a malapena udibile chioccolìo, cos’era? In qua e in là, ma guarda te!, nonostante, rispuntano ignari ciuffini di bietola.

Resti

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1. Verso l’alto

Eccoli che arrivano, marciando nella luce calante dell’estate. A volte in fila per due, l’eterno duetto ragazzo-ragazza, a volte in gruppetti di amici. Sbucano dagli archi medievali e dalle scalinate che si affacciano sulla piazza e avanzano ordinatamente verso la meta. Centinaia di giovani. Hanno parcheggiato sulle piazze e sulle stradine strette del centro e salgono in T-shirt e pantaloni corti, gonne e scarpe da tennis leggere. Le facce abbronzate, i corpi snelli. Stringono in mano birre e schiacciate acquistate al pub sottostante. Indossano zainetti che hanno stipato con riso freddo, pasta fredda, fette di pane e pomodoro. Salgono a passo lento sulle due rampe simmetriche, fiduciosi di trovare posto, sul prato o sul muretto di recinzione. Non importa quanto lontano dal palco. Alcuni si concedono una piccola pausa, nell’attesa dei ritardatari, e ne approfittano per scattarsi foto con gli smartphone rigorosamente orizzontali – toccate di capelli e sorrisi, smorfie, forme plasmate dalle mani eclettiche. Raffreddano, soprattutto. Siedono sulle panchine e sulle fioriere di terracotta sotto gli alberi, in prossimità di monumenti sconosciuti, e poi affrontano l’ultimo tratto, quello più ripido.

Fa caldo. È una calda e umida serata di fine luglio e l’ultima data del tour, tanti saluti, il giullare scompare. Un ragazzo grida qualcosa in francese. Un golden retriever dalla lingua penzoloni rincorre una coppia di colombi costringendoli a una fuga scoordinata. Viene giù della musica, a ondate. Musica lontana. Sciabordii di accordi che rinviano a un tipo di pop infantile, archetipico. Aver visto video musicali pomposi e densi di capelli. Esserci stati, davvero. Il tavolo di legno, la merenda con lo zabaione, i granelli di zucchero che scricchiolano tra i denti da latte.

Poi i lampioni si destano, in un breve balbettio, e tutti accelerano. La realtà stessa accelera. Qualcosa di meccanico e indicibile. Come se si fosse tracciata una riga e sancita di punto in bianco la fine del giorno, come se si fosse fatto tardi da un momento all’altro, sì e no, uno e zero, una delirante dicotomia. Un fiume di corpi potenti che scorre sempre più urgente indietro verso l’alto, verso la foce, verso il principio. Le magliette chiazzate di sudore. Il ghiaino che frigge sotto i piedi svelti. Il brusio che si amplifica con l’assommarsi delle voci. Salutare. Chiamarsi per nome. Parlare, ridere, sghignazzare. Si accenna allo spettacolo, affrettando l’andatura, si cerca di predire la struttura della scaletta. Ci si scambiano le sue battute più note, i brandelli dei monologhi, le intuizioni metaironiche che lo hanno reso l’idolo indiscusso dei giovani, si ripetono e si ripetono senza mai stemperarne del tutto l’effetto sorpresa. Qualcuno tenta persino di scimmiottare la sua voce, la sua voce profonda, catarrosa, a tratti ambigua.

Le ventuno in punto. Il cielo sopra San Miniato è viola come un livido e rigato da due strisce di panna perfettamente parallele, una lunga il doppio dell’altra. Il volume della musica viene alzato di un ottanta percento circa, e ora esiste solo quella, ecco un ritornello, una rullata, un assolo di sassofono che ricalca banale la melodia della strofa. Prendete posto. Lo spettacolo sta per cominciare. La piazza, mentre la notte l’aggredisce alle spalle, si svuota. Resta l’occhieggiare paranoico degli uccelli. E alcuni turisti stranieri sui sessanta sistemati ai tavolini esterni dell’albergo. Donne biondo polenta e uomini pelati. Uno di loro, il più chiassoso, calza bianchissimi zoccoli da dottore. L’aria è spessa, faticosa. Non tira un filo di vento. Per certe tribù africane, si sostiene nei romanzi più folli, ogni tramonto è una battaglia.

 

2. Di lato I

Lunghi silenzi tra un periodo di attenzione e l’altro. Così potrei descrivere la mia vita nel decennio tra i quindici e i venticinque. La fase che, stando alla testimonianza di una discreta fetta di popolazione adulta, cioè i più prematuramente e spietatamente declinati, è per distacco la preferita, la più citata a fine cena nell’aneddotica pompata dal limoncello (morbide strisce di buccia di mandarino sotto le unghie della mano dominante), quella in cui tutto era fresco e sfavillante ed eccitante e immortale e così via. La fase in cui, in teoria, fossi stata vispa al punto giusto, avrei dovuto esplorare il mondo e mettermi alla prova come i miei coetanei per comprendere – Metodo Ricompense & Frustrazioni – le mie cosiddette potenzialità e i miei limiti e imparare a calibrare al meglio il mio futuro agire al fine di costruirmi un cosiddetto Futuro, quella fase precipua, io l’ho sostanzialmente gettata alle cosiddette ortiche. Caso volle, ovviamente, che lo conoscessi proprio allora. Sette/otto anni fa. Oppure erano nove? Lui lo saprebbe con certezza. Lui contava i giorni e i mesi e gli anni, eseguiva il compito in maniera professionale, drammatizzava la situazione facendomela pesare il più possibile. Sai, sono passati solo tot anni della mia vita e siamo sempre allo stesso punto, diceva, né da una parte né dall’altra, senza avanzare né indietreggiare. Col vederci di tanto in tanto e il supposto pensarci reciproco e via discorrendo. Con le apparizioni e le sparizioni, più tue che mie, va precisato, non prenderla sul personale, non ti sto accusando, trattasi di mero calcolo oggettivo. Solo la schietta sfolgorante verità. Eccomi qui, a un passo dalla resa. Sono esausto. Con te non so più cosa fare o cosa dire o cosa credere. Ho solo paura del tempo che passa, scriveva nelle lunghe mail charliekaufmaniane delle tre di notte, paura di diventare vecchio domattina stessa. Il mio unico passaggio tra i vivi, sprecato ad aspettare te. Il mio unico passaggio tra i vivi, sprecato ad aspettare te. E così via. L’andazzo era più o meno questo. Con lui che comprensibilmente non poteva immaginare niente della mia cosiddetta condizione esistenziale. Della mia incapacità di collegare i puntini e cogliere il continuum di eventi, il trend, il senso complessivo. Di come quelle sue parole mi passassero attraverso come neutrini nel burro della materia. Lui non poteva immaginare ma nemmeno io, sia chiaro, ci riuscivo: per accorgermi dell’assenza non avrei dovuto essere assente. Che poi è il classico paradosso alla Russell che eccita tanto i logico-matematici. Avrei potuto cavarmela affibbiando la colpa al fumo, come si fa in casi simili, ma col cosiddetto fumare non esageravo mai: fumavo di rado col gruppo di ex liceali e facevo al massimo un paio di tiri ansiolitici ogni sera prima di addormentarmi – mi servivo da un tipo segaligno di San Miniato Basso che indossava sempre la stessa felpa sfilacciata dei Sepultura. Tutto qui. Nemmeno bevevo. Bere mi rendeva uno straccio il giorno successivo e cercavo di starne alla larga. Le bottiglie di rosso dalla cantina della casa di Roffia sparivano solo in cosiddette occasioni speciali e il babbo chiudeva un occhio, non faceva mai domande al riguardo. Non dipendeva dalle sostanze. La vita mi scorreva semplicemente accanto, da qualche parte, buia e silenziosa. Senza lasciare tracce significative. Venivo sballottata qua e là senza esser mai minimamente interessata a prendere le cosiddette redini in mano. La risposta che davo a tutto quanto comportava una scelta impegnativa – figuriamoci se impegnativa a lungo termine – implicando una soffocante restrizione delle mie possibilità illimitate era sempre: Vabbè vabbè. Non apprendevo. Non ricordavo. Non facevo progressi all’università né altrove. Non maturavo. I periodi di attenzione piombavano dal nulla e, per un po’, cambiavano le carte in tavola. Lampi rarissimi che squarciavano la notte perenne offrendomi la precaria possibilità di una visione, di una comprensione più profonda. D’un tratto tutto si faceva magicamente vivido e pregnante. Facevo caso al fatto di pensare, per capirsi, di agire, di occupare uno spazio, di fare caso. Ne approfittavo per esaminare la situazione attuale, il più delle volte, per arrangiare una cosiddetta narrazione coerente della mia esistenza nel mondo sulla base della penuria di dati accumulati fino a quel momento, tentando così di inferire ciò che succedeva giorno dopo giorno all’esterno del mio esile cono percettivo – cioè come le persone interagivano con le persone e con gli oggetti e con me medesima quando non prestavo loro attenzione. Poi, puntualmente, mi mettevo a piangere. Quando mi rendevo conto delle mie responsabilità mi mettevo a piangere. Succedeva a letto, la sera, a luce spenta. Piangevo come una fontana. Piangevo con la faccia affondata nel cuscino, inzuppandolo, piangevo per ore e ore rimanendo completamente immobile finché, stremata, non scivolavo nel sonno e nei miei sogni controversi di nuvole, aerei e mongolfiere. Dormivo in quella posizione fino alla sveglia delle otto (Lithium dei Nirvana), respirando male, il collo dolorante, il cuscino appiccicoso che sapeva sempre di sapone da bucato. Come in quel film arcinoto, al risveglio si ricominciava da capo. Non era successo niente. Di quell’esperienza parecchio connotata emotivamente non mi rimaneva che un’eco lontana, un bisbiglio che si annullava a poco a poco nel silenzio. Silenzio, nient’altro che silenzio. Questa era la mia cosiddetta vita tra i quindici e i venticinque. Con sporadiche, umidissime parentesi.

 

3. Inconcepibilmente di lato

Cammina lungo una via del centro di Roma, un gelido giorno di dicembre. È solo. Immerso in pensieri eterogenei. All’esterno, le vie paonazze di Natale, la gente che porta cappotti pesanti, guanti e cappelli con le palline. Vetrine a tema. Moltitudini di arabeschi di luminarie a interconnettere i palazzi. Prende a canticchiare un motivo, dal nulla. A produrre un suono debole e approssimativamente intonato. Canta You did not desert me, my brothers in arms, non fa che ripetere questo brandello melodico, finisce e subito riattacca. Ma non lo sa, è questo il bello. Non sa di star cantando. Se ne rende conto solo istanti dopo, con una latenza inquietante. Chi ha deciso che dovesse cantare? E poi, perché proprio quel pezzo? Non lo ascolta da quando era giovanissimo, dall’epoca cromata in cui tipicamente la musica si disvela in tutta la sua potenza. Si arresta di colpo, nel viavai del tardo pomeriggio. Si guarda attorno spaesato. Colori. Geometrie. Corpi che procedono spediti. Corpi grandi e piccoli, differenti per peso e morfologia. Si sente all’improvviso fluttuante, in un certo senso, disancorato e paradossalmente connesso con tutto ciò che lo circonda – una sottospecie di trascendenza mai sperimentata prima. Fa inversione, allora, ripercorre a ritroso la strada. Un tizio tarchiato vende caldarroste: non l’aveva notato. Una chiesetta romanica incastonata tra due negozi: non l’aveva notata. Un tombino scoperchiato rasente il marciapiede, decisamente pericoloso: non l’aveva notato. Individua l’insegna dopo un centinaio di metri, quando rientra nella piazza gremita. Il testo è d’oro, lo sfondo nero come legno bruciato, il font di sfarzosa eleganza: BROOKS BROTHERS. Ci era passato davanti due minuti prima e non l’aveva notata.

 

4. Di lato II

E ora sono qui, mille correzioni dopo, in qualche modo riposizionata altrove sul cosiddetto quadrato semiotico, Un’Altra Persona, una persona che vive e lavoricchia a Pisa e che ha alti e bassi come tutti e un discreto controllo cosciente del proprio agire, così perlomeno ama raccontarsi, niente di speciale ma comunque Progresso, qui, mentre ignoti mi oltrepassano e scalano in fretta e furia la montagna, d’intralcio, isola nella corrente, pietrificata e un po’ sorpresa da questo cosiddetto monologo interiore che sgorga inarrestabile come acqua da un tubo rotto, alla soglia dei cosiddetti Trenta, un po’ più grandicella dello spettatore medio di questa tipologia di eventi, con i piedi ben piantati su uno scalino che pare di gran lunga più consunto degli altri, come se ci avessero camminato sopra ininterrottamente per millenni, non ho più pensato a questo scalino dopo quella volta e nemmeno ho più pensato a quella volta ma eccolo che torna a galla, il ricordo, il ricordo dello scalino e di una notte di non so quanti anni fa in cui ce ne stavamo seduti in circolo sulla sommità del paese a prosciugare una birra dopo l’altra, tipi di zona e allogeni, dieci/quindici soggetti, maschi & femmine, la piana una galassia quiescente e la Rocca un monolite d’ambra, e cianciavamo di gossip locale ed esplodevamo risate collettive e sputavamo sentenze politiche con una sicumera da mettersi le mani nei capelli, lassù sull’erba gibbosa delle nostre estati annoiate, la medesima erba sulla quale i miei nuovi amici pisani – Ma dov’è finita? Perché tarda tanto? – ora stendono una tovaglietta a quadri due per due per una cosiddetta cena frugale nell’attesa dello Show, lo Spettacolo che ci farà ridere tutti come matti e ci spedirà a letto felici e contenti, dicono che lui sia un portento, dicono che il suo cosiddetto umorismo sia impareggiabile e innovativo e intelligentissimo eccetera, loro già sulla cima ma io inchiodata allo scalino, un atavico parallelepipedo rettangolo di pietra rossastra che separa brutalmente il prima dal dopo, lo sto fissando a testa bassa mezza sudata nell’incupirsi a doppia velocità dell’aria, mentre la cima aurea della cosiddetta Torre di Matilde boccheggia sul buio montante come una marea, è il primo vero scalino a partire dal basso della scalinata finale, tanto irta quando si è bambini e poi clamorosamente più fattibile da adulti, quant’è che non ci passavo, che non tornavo nel samminiatese, e pezzo dopo pezzo si ricompone vertiginosamente quella notte e l’epilogo di quella notte quando, verso le due o le tre, sgocciolate le birre, l’atmosfera complessiva in netta fase ribassista, ci avviammo per primi verso l’imbocco delle scale, io e lui, di Roffia e di Firenze, due che si erano incrociati tre/quattro volte per puro caso, due che conoscevano giusto i nomi di battesimo reciproci e il modo impossibile in cui fino a cinque minuti prima gli occhi dirimpetto riverberavano la luce traversa del riflettore, niente più, e la mia cosiddetta coscienza in quei momenti era un filino scombussolata, va bene, avevo bevuto sbattendomene per una volta dei postumi devastanti, a vent’anni ogni tanto l’ammetto ci davo dentro col bere, e affiancati sprofondavamo nella tenebra fitta imparando la forma frastagliata delle nostre voci, soli e pulsanti, senza poter chiaramente prefigurare la sterminata lista delle conseguenze a venire – quel lasso di tempo astratto e colmo di silenzi e mail, di aderenze e sparizioni, di fagocitanti nebbie madreperlacee –, e a un certo punto della discesa io che ero miracolosamente connessa e ricettiva e ATTENTA gli confessai che ero stata vicina a inciampare, lo scalino era l’ultimo o il primo, dipende dalla direzione intrapresa, quello su cui adesso affondo i piedi dividendo in due il flusso che ascende alla stucchevole musica d’apertura e allo Spettacolo Più Bello del Mondo, lo feci ridacchiando nervosa, mentre la pancia si contorceva come si contorce in certe cosiddette situazioni, e un po’ temevo di aver detto qualcosa che sfasciasse la sintonia spontanea facendogli subito capire, a lui in apparenza così Adulto & Maturo, che stava interagendo con una ragazzetta frivola e superficiale e assai negligente nel sequenziare fonemi, gli confessai papale papale che avevo rischiato di franare a terra come un penoso sacco di patate e poi avevo riacciuffato l’equilibrio in extremis restando in piedi, tutta colpa di questo manufatto primitivo di inestimabile valore da rimuovere ed esporre in qualche Museo di Storia o Archeologia o Antropologia eccetera, e lui palesemente alticcio replicò senza indugi con una frase che non gli apparteneva, troppo candida per uno con quell’armamentario pazzesco di ritrosie e rigide sovrastrutture, qualcosa di scandaloso che scommetto si sarebbe rimangiato volentieri già un secondo dopo, tuttavia successe, volente o nolente quelle parole insensate affiorarono neurologicamente nella sua area di Broca e balzarono fuori dalla gola come lapilli roventi e me lo disse, che se fossi inciampata mi avrebbe presa al volo, e a pensarci bene ora che sto per affrontare il tratto finale della salita non era nemmeno niente di speciale, tutt’altro, poteva in tutta onestà suonare gratuito e kitsch e iperbolico e soprattutto stupido, immensamente stupido, non posso negarlo, eppure lì per lì sorrisi con la mia bocca invisibile e le fossette su cui ironizzava fisso e rimasi zitta ed ero viva per davvero, in quell’istante infinitesimo del nostro tempo, e lui un eroe, qualcosa di vagamente assimilabile a un eroe, e quel suo cosiddetto coraggio avrei tanto voluto rubarglielo ma non glielo dissi mai.

 

5. Verso il basso

Il cielo è grigio fumo, quando la musica cessa. Resiste una banda rosea, dietro al palco e alla Rocca e alle curve del Serra, ma si va assottigliando sempre più, attimo dopo attimo, ferocemente schiacciata da una forza impareggiabile. Ogni tramonto è una battaglia, ma vincono e perdono sempre gli stessi.

La massa è arrivata puntuale. Se ne sta sparpagliata sull’erba o seduta sull’ellisse rozza del muro perimetrale, disomogeneamente rischiarata dai raggi bianchi del riflettore. Spiccano facce a metà, qua e là, mani volteggianti, segmenti casuali di sagome umane.

Mangiano tutti, o l’hanno appena fatto. Hanno apparecchiato ambiziosamente, usato forchette e coltelli, stappato bottiglie, accoppiato i bicchieri ostentando esagerato cameratismo. Qualcuno si è portato dietro cuscini e stuoie su cui sdraiarsi. Qualcuno si è sfilato le scarpe o la maglietta. Scelte rispettabilissime. Le zanzare sono tante e agguerrite ma la temperatura, diciamola tutta, è francamente insopportabile.

Li guarda da uno spiraglio della tenda allestita tra la Rocca e il palco.

È la prima volta in assoluto che lo spettacolo fa tappa a San Miniato, così si spiegano la concitazione generale e gli articoli copiosi sulla stampa locale, e anche l’ultima data di un tour sfiancante che negli anni ha attraversato l’Italia da nord a sud, dalle città alle periferie, riscuotendo dappertutto un successo eccezionale.

Li ascolta. Il discorrere della gente. Scopre un substrato di chiacchiericcio incessante, una volta rimossa la patina della musica gonfia di tastiere della sua infanzia, un crepitare minuto e animalesco.

Forme vive sotto un cielo grigio come limatura di ferro. L’umidità diffusa, l’assenza delle stelle. Fortissimo odore di terra. Un tizio dai rasta lombari si drizza in piedi, abbracciando un grosso thermos, e offre del caffè a chiunque ne faccia richiesta. Giovani maschi a petto nudo fanno girare un bottiglione di vodka polacca – ogni sorsata, un urrà. Di tanto in tanto, delle voci ruvide emergono dalla semioscurità e si prendono provvisoriamente la ribalta propagando battute, opinioni, ironie logore. Tanti fumano, nell’aria stagnante dei rimasugli di luglio, fumano e cantano, in attesa dello Spettacolo Più Bello Del Mondo, improvvisano manciate di cori dalla vita effimera.

Guarda tutto ciò.

Guarda e ascolta, mentre il tempo passa. Poi estrae il libretto dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo sfoglia con fare sbrigativo e si ferma a un punto ben preciso.Francesco Paciscopi - Resti-minL’agitazione. Il tipico tremare di gambe, almeno da principio. Gambe che tremano e si fanno molli: non ti ci abitui mai. Il boato di luci paglierine che accoglie la sua comparsa, l’applauso tonante e liberatorio del pubblico venuto a divertirsi, a stare bene. Un uomo colossale davanti all’asta del microfono, questo è sempre stato, una presenza carismatica dalla voce stentorea, un artista celebre per le sue battute e, soprattutto, per le sue battute sulle battute, per simili finissime operazioni concettuali.

E ora tutto sta per finire.

Resta immobile nella tenda per minuti, il libretto tra le mani madide. Non fa niente di niente tranne ripassare versi che, ormai, conosce a memoria. Ripensa al tono da usare, al piano, al sabotaggio che vuole mettere in atto. Sarà un discorso autologico, qualcosa di assai intelligente e ricercato – la fine che mette in scena la fine. Qualcuno capirà? Qualcuno coglierà la funzione drammatica di un epilogo scialbo? Ogni tanto lancia ancora occhiate fuori, sempre più distratte, verso lo stuolo di gente che freme. Il cielo sopra il prato è grigio come piombo, senza stelle. Un occhio fibrilla. Rivoli di sudore scorrono tiepidi lungo la colonna vertebrale. Nervosismo, beninteso, terribilmente comprensibile. Eccolo lì, solo, nel chiarore fioco di una lampadina penzolante. Aspetta solo che le gambe si mettano in moto. Sta per salire la scaletta metallica, per fare la sua ultima apparizione sul palcoscenico. Sta per deludere tutti.

 

(La poesia Resti è tratta da Olympus di Francesco Paciscopi,
1983, Antonio Carello Editore)

La chiarezza del tempo

chiarezza tempoIl mare di maggio, sogna Elsa nella veranda della sua casetta che s’affaccia sulla piana dell’Arno. Freddo come mille lame nella carne viva, da principio, ma poi non vuoi più uscire fuori a giocare con Giampiero, che è più piccolo di te e non sa nuotare, e nell’acqua immota pascolano i muggini neroargento e il babbo se ne sta lì con la mamma sotto l’ombrellone e giocano a ramino e bestemmia e beve dal fiasco e la guerra si è disciolta in un giorno di sole, per sempre. Elsa respira appena sulla sua poltrona vecchia, escrescenze di gommapiuma fiorite qua e là dagli squarci nella tessitura a rose, tre o quattro massicci peli bianchi impettiti sul labbro superiore, pura semiotica della resa. Eccola lì. Palpebre di velina masticata. Testa piegata di lato. Una ragnatela azzurrognola sul cranio rosa neonatale. Sola, in un preciso pomeriggio d’inverno sul pianeta Terra, nella penombra che le ghiaccia le gote e le ossa e il rivolo di bavetta sull’angolo della bocca dischiusa. Più piccola che mai. Sogna la spiaggia e un vago odore di olio di fegato di merluzzo disarmonico e verosimilmente posticcio, aggiunto in postproduzione, e di Giampiero che frigna perché lei l’ha abbandonato e si annoia e la invidia e non c’è giustizia, no, neanche nella domenica migliore – voglio diventare grande, sai, voglio diventare grande e mangiare tutta la mortadella del mondo. E babbo è un giovane fusto dai villi alla Brando e mamma una vertigine di curve e tra una mescolata e l’altra lui le tocca le cosce che spuntano dal pudico costume viola preso alla sartoria davanti al chiostro, carissima, ma il babbo è ingegnere e non guadagna male e insomma, dice la nonna, che nella boscaglia di Montebicchieri una notte ha intravisto l’Uomo Lupo e lo racconta sempre alle altre lavandaie giù al fiume, a che servono i soldi se no. Le cose, mentre ti allontani arretrando sui talloni. La forma dei capelli materni sbavata dalla brezza novella che rabbrividisce, l’ombrellone fungino che sfarfalla impercettibile, le carte balzellanti sull’asciugamano in pendenza, i cerchietti elastici di posidonia secca che rotolano via dalla battigia in un incedere da commedia. Vattene. È il tuo momento. Parti, sparisci. Esplora la vita. Respira, Elsa, un respiro precario nel guscio della veranda scalcinata fitta di scorpioni, una nenia polmonare, sulla poltrona lisa, davanti al tavolino ottagonale in vimini che comprò a un mercatino giù al Pinocchio trent’anni prima, sulle gambe un plaid di lana grezza che puzza sempre di un cane antico, a volte cattivo, che Sestilio sotterrò nell’oliveto dietro la casa alle Colline. Sogna rivolta a nord, alla vallata di poligoni coltivati e ai pinnacoli di fumo industriale e ai monti di zucchero, falsamente prossimi, rimpiattata dal sole scialbo, della ragazzina che si farà donna e sposerà un impiegato pasciuto della Scala e avrà un figlio di nome Pietro, vede le sue spalle e la nuca fradicia fluttuanti nel mare mite – che si va increspando – e assieme ne condivide il delirio soggettivo, gli impossibili elementi della scena decrescente nella luce a perpendicolo sulla spiaggia, la nitidezza dei baffetti a fiammifero del babbo, il neo sulla sclera sinistra della mamma, la frustrazione adultoide sulla bocca storta del fratello (che non manterrà alcun ricordo del Sabato Fascista, nemmeno se opportunamente stimolato, che perderà le falangi della destra in un tacchificio di Santa Croce, che non diventerà mai e poi mai un bravo trombettista jazz) che va pazzo per gli insaccati e modella svogliato manciate di sabbia friabile. Poi non tocchi più. A forza di arretrare non tocchi più. Nemmeno se gonfi d’aria quel tuo petto già maturo e, lasciandoti sprofondare, allunghi le punte dei piedi in cerca di terra, di certezza. Posso smaltarmi le unghie dei piedi, mamma. Posso provarmi i tuoi orecchini. Non tocchi più e tutto cambia, il battito, il pensiero, il vigore dell’allucinazione. Tutto, questo capisci, è allucinazione. Il cielo è un assommarsi repentino di nuvoloni indomiti, batraci che si gonfiano e sgonfiano a ritmo indiavolato. Il mare piombo fuso in cui ti agiti per restare a galla, un fermento di gorghi e onde fuori scala, alte come palazzi. E tu cosa sei? Tu cosa diamine sei? Dalla tua gola non esce un singolo suono. Non hai voce. Perché lo fai? Perché gridi aiuto? Non hai imparato niente, in tutto questo tempo? Il battito e il pensiero. Il battito e il pensiero. Il battito e il pensiero. Elsa scuote il braccio pendulo di carne pendula per un secondo o due, uno spasmo, un inceppo neurofisiologico, l’altro resta inerte, piegato sulla pancia gonfia. È un preciso giorno d’inverno. Un piccione atterra sul pavimento in graniglia, scippa le briciole di un pranzo frugale e si getta giù nel dirupo. Nel bel mezzo della vallata, a chilometri di distanza, un trenino giocattolo appare e scompare tra i grumi di case e gli alberi spogli viaggiando da sinistra a destra, in direzione Firenze. Elsa trema distintamente. Sposta la testa semicalva da una parte all’altra con un movimento lentissimo, pronuncia una parola che nessuno può udire (un invisibile sbuffo di condensa) e si accomoda, infine, su una pace nuova. L’acqua è dappertutto. Il panorama è verde scuro, marrone e arancio triste. Gli occhi bagnati, zuppi. Sente la bocca salata, mentre si destreggia tra le onde, il fiato cortissimo. E un po’ cominciano, sapete, quelle sue gambe e quelle sue braccia lontane, a essere stanche, a farle discretamente male. Ma che importa, da un certo punto di vista. Che cazzo importa più.

Migliorare il sinistro

san miniato nella nebbia 2[…] L’aveva giocato fugacemente ma intensamente dagli undici/dodici ai quindici/sedici anni, il calcio, con gli amici di San Miniato, in campetti dalle porte parallelogrammiformi o all’oratorio vicino casa, dietro via Carducci, su alla Nunziatina, all’inizio della pendenza che portava in centro, cioè in piazza del Popolo, e poi al tragico Duomo e alla Torre di Matilde e alla Rocca – sgretolata dalla guerra e poi ricostruita una quindicina d’anni dopo. Mai stato davvero bravo, ci mancherebbe, manovalanza e non genialità, anni luce distante dall’inarrivabile leggiadria calcistica di un Amedeo Becci (invidiatissimo eroe paesano acquistato dalla Fiorentina nel 1971, un mancinaccio dal tiro secco e la zazzera liverpooliana) ma anche dall’efficacia pedatoria degli amici più predisposti. A causa soprattutto della costituzione fisica non proprio snello-atletica. E di un piede tozzo come quello di un hobbit Sturoi. E di una caviglia rigida tipo quercia. Ma ce l’aveva messa tutta lo stesso. Maglietta attillata di Sivori sempre addosso (non tutti i compleanni erano totalmente inutili), calzettoni giù, pantaloncini neri, scarpette Ferrari incollate ai piedi finché non si sfondavano del tutto – la pubertà costava un occhio della testa. Per un certo periodo aveva vissuto solo per il giuoco, il fútbol, l’interazione uomo-pallone. Meno Topolino e Braccio di Ferro e libri e compiti, più sudate al campo – svegliarsi la mattina e non pensare ad altro che alle corse, agli stop a seguire, ai tunnel, agli incroci dei pali, al pallone. Ce l’aveva messa tutta per migliorarsi e limitare le figuracce, per assurgere a qualcosa di più del ruolo di compagno sgradito e inetto e (non ancora troppo) ciccione a cui non si passa mai la palla o che – succederà sempre – viene schiaffato in porta per il Bene della Squadra e perché tra i pali è (come no) siamo tutti d’accordo Il Più Capace. E l’impegno era stato premiato. Con tanta fatica era nel tempo riuscito a strappare qualcosa al suo destino di mediocrità pallonara. Piccole conquiste. Aveva perfezionato il controllo del pallone sia da fermo che in corsa, in primis, e adesso conduceva la sfera con sicurezza senza allungarsela mai. Aveva aggiunto un paio di finte all’inefficace repertorio di dribbling – alla lentezza non si poteva porre rimedio. Di testa era diventato più preciso, e ora colpiva senza chiudere gli occhi, impavido, con tutta la fronte. Più fluido l’uso della suola. Maggior freddezza davanti al portiere, dribblarlo, piazzarla, impadronirsi dei trucchetti per fregarlo diciamo sette volte su dieci. Tirare meglio di interno ed esterno, a giro, persino col sinistro. Proprio calciare col piede meno abile era diventato, grazie alla pratica, qualcosa di sempre più suo – milioni di podorecettori sensoriali si erano costruiti mattone dopo mattone un cortico-posticino più ampio e confortevole là in alto, oltre lo spinale intricarsi dei nervi, nell’area somestesica primaria controlaterale (cioè a destra), ma non bastava, la sensibilità non racchiudeva l’insieme, non spiegava la complessità. Calciare, destro o sinistro che fosse, era anche movimento e calibrazione cerebellare, grazia, memoria cinestetica, dolore, eccitazione, magia, premonizione. Ogni singolo calcio apriva uno squarcio sul futuro immediato. Nel senso che quando colpivi, cioè durante l’effimero contatto scarpetta-cuoio/piede-sfera, tu sapevi in anticipo – in quell’esatto momento – se il pallone sarebbe finito o no dove l’avevi indirizzato, a quel compagno o in quel corridoio o in quel sette, lo sapevi per certo – pressoché pleonastica appariva sempre la tardiva controprova oculare.

Il calcio, che meraviglia, che sottovalutato potenziale espressivo. Che forza obliterante. Per un periodo a cavallo tra le medie e i primi anni del liceo aveva perfino considerato l’idea di potersi iscrivere un domani a qualche società sportiva della zona e magari cominciare a giocarlo seriamente, sapete, in una squadra vera, in un campionato, con i punti in palio eccetera. Non che si fosse illuso d’esser diventato un calciatore di livello, questo no – non si illudeva mai di nulla, lui, non era il tipo. Ma un difensore discreto e dignitoso – perché no?

Qualcuno glielo diceva senza mezzi termini:

Prova e vedi che tu combini.

Tu faresti senz’altro la tu’ figura!

Ce ne son peggio di te fidati!

Il tipo roccioso, questo avrebbe incarnato. Né più né meno. Baricentro basso. Ben piantato per terra nei contrasti e dunque spesso vittorioso. Non troppo mobile, certo, ma di posizione, calciatore come si dice d’intelligenza tattica. Che capisce prima degli altri dove finisce la palla e compie i movimenti giusti e anticipa gli avversari. Che sa quando spazzare e quando giocarla. Con tecnica in fin dei conti nemmeno disprezzabile. Passetti, tanti piccoli passetti in avanti. Come se davvero dipendesse da lui, come se il lavoro – le ore a scambiarsi il pallone a pentagoni col muro sotto Via Fornace Vecchia e quelle passate a palleggiare – davvero pagasse. Passetti. Subodorava la crescente stima degli amici e si accorgeva di come si fossero rarefatte le volte in cui veniva declassato a portiere. Constatava l’evoluzione. Quindi sì – ci aveva pensato e ripensato. Il calcio. Gli allenamenti sotto l’acqua. Al freddo. Nella mota – la terra sotto le palpebre e nei calzini, la maglia pesante sulla schiena, le scivolate nelle pozzanghere, quella loro gioia semplice. La stanchezza gratificante del dopo, la pace di muscoli tirati all’eccesso. Stare bene per aver dato tutto. La vittoria, sì, ma anche la bellezza del gesto. L’estetica. Preferire un ardito tentativo, un assolo dissonante/sperimentale, alla noiosa sicurezza di un atto semplice e pratico. L’artista che a un certo punto strappa lo spartito. Preferire (scelte che lui non poteva certo concedersi ma che sognava, perché il calcio era quella cosa lì) un doppio tunnel in un angolo di campo al tiro improvvisato che per un gran colpo di culo – il vento, i rimbalzi atipici, l’indeterminismo quantistico – s’infila nel sette strappando applausi immeritati. La vita nello spogliatoio. Le battute bruttine della gente reale. Far parte di un gruppo. Farsi amici veri. Le festose partite della domenica pomeriggio – quante volte era andato con Matteo e il Di Gennaro a vedere le gare del San Miniato nel campo sportivo di Santa Maria al Fortino davanti al Marconi? Quante volte aveva desiderato poter essere al di là della rete, e non sul poggio assieme alla nutrita tifoseria (cioè l’intero paese)? Stare dentro al rettangolo di righe di gesso e partecipare, incidere – per novanta minuti e passa tener la testa fuori dall’asfissia metacognitiva del quotidiano. E magari suo padre, il babbo, che guardava solo le partite della Nazionale, magari quelle domeniche nebbiose e stranianti si sarebbe qualche volta dimenticato del cimitero e dei genitori sconosciuti e della settimana tossica in conceria – quella passata, quella incipiente – e l’avrebbe seguito di campo in campo e perché no incitato e perché no avrebbe dimostrato di credere in lui e perché no perché no […]

Le passeggiate distensive

Che il giovinetto Boldrini del Pinocchio, in certi giorni sventurati, fosse oberato di scartoffie, gli si doveva pur riconoscere: fogli, biglietti, scartafacci, buste, pallottole, dépliants, ciclostilati, brogliacci vari s’assommavano in grosse pile sul suo consunto secrétaire. In quei pomeriggi gli s’allogava in pancia come una fregola, una smania, ed egli balzava allora dalla seggiola come pinzato da spilli innumeri sul deretano. Intabarrato, provvisto di scarpa modello ‘ginnastica’, s’avviava dunque verso le campagne, a ridestar le forze sopite dello spirito. Lungo la via, man mano che s’addentrava nella piana agricola, i palazzi si facevan sempre più scalcinati, malmessi, sbocconcellati dall’intemperie e dall’incuria: e quegli avviliti abituri facevan fino piover talotta minuzzoli di travi: e di putrelle: e di conci e bugnati periclitanti su’ capi ignudi d’inavvertiti flaneurs, ad impinguare il catastrofale budget de’ sùbiti mali: tra’ quali giova qui mentovare certi mastini rabbiosi dalle froge spruzzanti, che tu l’incontri ne’ resedi più disparati. Codeste luetiche fiere, sovente aggranfiate alle ringhiere, coyotes de mis cojones, e ne fanno di caciare!, puranco se tu gli transiti sull’opposto marciapiede, o perdinci!, talché qualche massaia si spenzola da’ ballatoi a guatar pensosa chi passi, e tu ti senti quasi in dolo. Ecco che que’ cagnacci al solo fiutarlo di lungi l’avvisavano, o Boldrini, bada te!, co’ lor propri ronchi, e si rimpallavano i mugghi di cortile in cortile, a fargli dietro come uno strascico d’ululati. S’arrampicava allora, aligero come rubagalline, sulla straducola che per lungo tratto corre in groppa all’argine, lasciandosi alle spalle l’abitato. Tutto immerso in quell’arcadico spleen, propenso daddovero ad allumar le querce e gl’ippocastani che dondolan sempre le lor capsule, e le lor foglie e ghiande nell’aria, era vieppiù proclive a piantar la suola in su di una qualche fatta di bestia: quando non d’umana viscera scaturita, giacché, se l’epa s’ha da sgravare, più d’uno usa allascar la cinghia in codeste verzicanti campora. Allora dalla bocca sua sfrenata gli scaturiva come tutta una pletora di martiri, e beati, e santi, epitetati ognun d’una specie diversa: qual suino, qual cagna, qual irsuto cinghiale: e dipoi ancora serpe, e volpone, e gatto, ermellino, castoro infino, e ghiro, e verme, e tafano: e ciuco marcio incancrenito. Non di rado pertanto, smarrito l’orgasmo primitivo di quell’infausto trekking, il giovinetto Boldrini del Pinocchio rincasava assai più rabbuiato, affranto parecchio, e agognava di riprender quanto prima le sue dimolte scartoffie in mano.

Halloween

sì2Il chiacchiericcio sale man mano che s’approssima alla scena ed è punteggiato di lemmi brutali. Fuorigioco, festa, motore diesel. Circa l’80% dei colli è curvato in avanti in modo anche solo impercettibile. Vede la porta spalancata, ma lungo il vialetto che allaccia la casa all’asfalto umido, traversando un giardino d’Irlanda, nessuno. La bestia dal nome latino se ne sta mogia mogia in un angolo. Pioviggina da un paio di giorni, dall’esatto attimo del corpo volato giù dall’impalcatura. Pensa ai caschi, al rugby. Allucina la frenesia pre-impatto, le leste e vane strategie d’atterraggio. Si può davvero decidere cosa pensare? La tipa che lo saluta si chiama Marta ed era in classe con lui alle elementari – la pelle è floscia, l’essenza persevera. Prevale il nero, nella sana sfocatura di un attimo, esistono macchie viola e blu scuro, esistono piedi mogano e capelli bianchi, lucidi d’acqua. Lo conosceva? Solo di vista. Conosce la figlia grande, un po’. La folla cresce e moltiplica le digressioni, si stringe mani e corpi, e lui s’avvicina a due ragazzi e dice ciao. Nient’altro. Poi quattro energumeni ben vestiti sbucano dalla porta con l’ottagono caricato sulle spalle. La bestia si desta e prende ad abbaiare. La folla tace all’unisono, quasi avesse colto. Esce la moglie, nullificata, sorretta dalle figlie. Pensa alla sua mattinata, alle firme, alle scelte – che indossare? Come sistemarsi i capelli? Atto dopo atto è sempre più vero. La macchina trema e parte, piano, la folla con gli ombrelli e le lenti scure si fa solco, sfinita coda di rettile. La bestia s’affaccia alla ringhiera del giardino e abbaia, un grido antico, un bestemmiare informe. Il tragitto è breve, la camminata troppo comoda. Vede il traffico fermo di lato, i vetri di gocce, tizi che fissano schermi bianchi o recitano la croce. Chi porterà da qui in avanti la bestia a pisciare? La pioggia picchia più forte. Davanti a Santa Chiara, una ragazza viaggia in direzione contraria spingendo svelta un passeggino sigillato. Passano davanti alla Nunziatina, al pesciaio chiacchierone, a Baldo. Teschi-maschera, zucche e libri splatter per ragazzi luccicano nella vetrina del negozio di giocattoli. Cammina accanto a un’anziana che incalza la melodia insignificante del prete. Gloria a te signore. Gloria a te signore. La macchina calpesta la piazza della chiesa e si fa spazio tra la gente in attesa. Le campane rintoccano, l’abbaiare è lontano. Sale i pochi scalini e si ferma sulla soglia, incerto, una mano sulla testa zuppa. Tutto porta alla sua resa.

Lime, Silex, Iron, Alumina

Il freddo di Bàuli sale a ondate dalla valle, scudiscia i cipressi in fila sulla ripa, striscia sui panni appesi. Esala un’aria fredda che pare antica di secoli: sarà il buio misterioso della gola, quel buio animato di leprotti, dove conigli selvatici e serpenti frusciano tra il vilucchio e la borragine, dove i gufi e i barbagianni vigilano dai rami luccicanti dei faggi, e i pipistrelli si tuffano e riemergono in un continuo strambare; un buio scevro d’umani, primitivo e selvaggio, perfetto: sarà quel buio intatto a raggelare l’aria che ne spira, e reca il sollievo d’estate sulle soglie delle case che solcano i colli d’intorno, e di quelle, rade, che punteggiano la spianata allo sfociare della stretta gola. Sì, dev’essere quel buio che sopravvive al volgere degli anni e custodisce ancora i suoi misteri, impenetrabile ai più avanzati code crackers, alle incursioni della scienza, alle pretese di decrittare i più minuti brandelli di significato.

C’ero andato, da giovane, a vedere coi miei occhi la fonte misteriosa degli antichi racconti: quella polla fetida, uno specchio d’acqua nero e respingente, indefinitamente ostile, che s’apriva improvviso e alieno nel verde odoroso dei campi rigonfi d’erba medica. Un’acqua ch’era detta prodigiosa come rimedio nelle affezioni artritiche, tramandata di bocca in bocca e nella leggenda potenziata, ingigantita, santificata, fattasi nei decenni panacea, resa magica pozione dal popolo credulone e fesso. La diceria s’era trascinata fino ad arenarsi agli albori del secolo passato, custodita dalle vecchie sedute nei cantucci delle cucine come un pericoloso segreto da negare ai possessori della plastica: un retaggio stregonesco mai completamente obliterato, che serpeggiava pronto a rivelarsi alle orecchie degli eletti, dei disperati. C’ero andato, condotto da una vecchia rattrappita, piccina, una vecchia strega da fiaba, che però non ricordo chi fosse, forse mia nonna, forse una vicina, forse un fantasma: ricordo di lei solo la figura ingobbita, il grosso crocifisso che le spuntava dalla veste a ogni passo, la pelle ruvida, allentata e molliccia – un ramarro – della mano che mi guidava. Vi giunsi come in sogno, incerto sulla strada percorsa, spaesato: la polla ristagnava, immota nel vasto pomeriggio, e tutto era silenzio. La vecchia aveva tirato fuori una bottiglia da una sporta che teneva a tracolla – una bottiglia di plastica – e l’aveva immersa nell’acqua nera, penetrando lo specchio misterioso con la sua mano di ramarro, facendocela sparire dentro tra le bolle d’aria che gorgogliavano tutt’intorno. Avevo pensato che avrei dovuto toccarla di nuovo, quella mano sprofondata nell’arcano, e subito ero stato colto da un’angoscia spaventosa. Ero rimasto però a guardare fin quando la vecchia non aveva sollevato la bottiglia colma di quella strana pozione: attraverso la plastica osservavo quell’acqua torbida e granulosa che vorticava appena, sentendomi instabile sul terreno, smanioso di abbandonare quei campi così verdi e silenziosi, di tornare sulla strada asfaltata e vedere le macchine passare, chiudermi in casa. La vecchia, con un movimento lento e solenne, s’era portata la bottiglia all’altezza del volto: adesso la beve, adesso la beve, avevo pensato in preda all’orrore, ma la vecchia s’era versata un po’ di quell’acqua sulla fronte, facendosi con la mano libera ripetuti segni della croce, biasciando una litania incomprensibile. L’acqua le era colata sulla faccia grinzosa, lungo le profonde fosse della pelle, fin sotto il mento, giù dentro la scollatura dov’era acquattato il crocifisso. Non ricordo cos’era successo dopo, com’ero tornato a casa; ma per lungo tempo, in seguito, m’ero più volte svegliato a mezza notte, sudato, tremante, terrorizzato dagli occhi della vecchia che mi scrutavano da quella faccia bagnata, una faccia dalla pelle che si scioglieva e colava a terra, lasciando scoperte le ossa del cranio bianche, lisce, un teschio ghignante, scaleno, con dentro quegli occhi catarrosi di vecchia persistenti, così vicini e reali.

Silica, Alumina, Lime, Oxide of iron: il giovane Michael Faraday nel suo laboratorio londinese annota le quantità sul suo taccuino. Un giovane studioso, volenteroso ma insicuro:  quelle mani che ancora un po’ gli tremano hanno aperto una boccetta ben sigillata che sembrava contenere acqua. Il contenuto è stato essiccato, trattato, analizzato, ed ecco che il mistero s’incarna e subito muore. La boccetta ha viaggiato fino a Londra, trasportata chissà come, chissà da chi: la duchessa di Montrose l’ha ricevuta dal marchese Ridolfi, l’ha affidata a Sir Humphry Davy della Royal Institution, il quale ha concesso l’onore di analizzarne il contenuto a quel giovanotto timido e impaziente, che più che un gentleman sembra un cameriere. Faraday non è ancora Faraday: balbetta, trema, scarabocchia e cancella, annota, rilegge, corregge; frantuma vetrini, rischia più volte di disperdere il prezioso coagulo, il freddo di Londra che entra dalle finestre mal chiuse del laboratorio lo fa starnutire – trattieni lo starnuto Michael, sposta la testa di lato, raccogli la polvere, attento. Sì, sembra davvero un cameriere: goffo, ridicolo, impacciato, ma è la sua prima analisi importante, c’è da capirlo. Quell’acqua limacciosa, quella soluzione filtrata, proviene dallo specchio nero di Santa Gonda, “situated in a laguna in the corner of a field near the high road to Pisa, which divides the plain called La Catena from the mountains of Cigoli and San Miniato”.

I campi d’erba medica si srotolano a coprire le pendici di Cigoli, fin giù nella morbida gola di Bàuli che riposa, per poi cavalcare la ritta pettata su verso San Miniato; di sera m’affaccio a guardare lo stretto valloncello da dove risale il fresco, riposando gli occhi fiaccati. I campi arruffati, gli orti che sembrano riproduzioni in scala di grandi coltivazioni, le strisce d’arida terra che s’insinuano come lingue allappate tra gli oliveti, i fossi che zigzagano giù lungo i vigneti sparsi; e le piccole mandrie disseminate sui minuscoli colli, talvolta un gregge sparuto di pecore grigie belanti, coi cani scuri attenti, pazienti e sicuri. Ho provato a volte a individuare la pozza misteriosa – chissà se ancora esiste – ma non riesco mai a ricordare il luogo preciso: dall’alto non vedo ristagni o specchi d’acqua, ma solo gli orti, le microscopiche piantagioni, la stretta via che scorre in mezzo. Un luogo perduto nel passato, forse un sogno o un’allucinazione, la fantasia di un bambino disturbato: così penso adesso, tornando a ricordare la vecchia dagli occhi terribili, un lampo, un’associazione casuale d’idee, il fresco di Bàuli, Santa Gonda, ecco il nome, un nome antico, affascinante, Santa Gonda, penso, e tutto riprende forma, è esistito davvero, esiste forse ancora laggiù, annidato nel buio, il sinistro pozzo d’acqua miracolosa che ristagna nella notte tra i lugubri ululati dei cani alla catena nei poderi e i miagolii dei gatti azzuffati. Santa Gonda: un nome, una formula magica, un brivido sulla mia pelle di bambino, voglio andare a Santa Gonda, alla fonte miracolosa, la mano-ramarro, il crocifisso, quel teschio spettrale, chi era quella vecchia? Un fantasma, una morta, la strega delle fiabe. Santa Gonda.

“The mountains of Cigoli and San Miniato”, questi poggetti che toccano un’altitudine di cento, centocinquanta metri scarsi e che non vedono neve se non una volta ogni quindici anni: no, nemmeno nel 1815 potevano sembrare delle vere e proprie montagne, ma così scriveva il marchese Ridolfi. Michael Faraday, accidenti, niente aveva potuto contro la creduloneria del popolo inebetito. Non c’era nessuna magia, nessun miracolo: solo una reazione chimica, due sorgenti d’acqua a temperature diverse che s’incontrano e producono idrossido di calcio, una pozza dal fondo limaccioso, comparsa su un terreno dal passato vulcanico. Ma più di cento anni dopo il popolo scemo ancora ne parlava a mezza voce, come se solo pronunciare a voce alta quel toponimo fosse tabù: il retaggio stregonesco ancora imbrigliava quella povera gente di campagna. Santa Gonda era un luogo prodigioso, misterioso, religioso. Lime, Silex, Iron, Alumina, annotava il giovane Faraday sul suo taccuino, nel freddo di Londra: per niente, per nessuno, dimenticato nei secoli, sconfitto dalla superstizione.

La notte riposa compatta su Bàuli, quasi un sigillo: sul campanile di Cigoli è rintoccata l’ora e i gatti sono tutti scappati; due cani latrano a intervalli regolari, a turno, da due poderi distanti, alla deriva nell’oscurità immensa della gola; le ossa di Faraday si consumano da centocinquant’anni nella grassa terra del West Cemetery di Highgate; ed eccomi qui, in piedi sulla soglia, a rilassare gli occhi dentro il nero di Bàuli, laggiù da dove sale il fresco: chissà se esiste ancora la pozza di Santa Gonda, sotto questa gomma nera. Ma quella vecchia, quella vecchia che mi aveva condotto per mano a Santa Gonda… no, quella vecchia non era mia nonna, e forse nemmeno una mia vicina: quella vecchia è ormai una faccia lontana, un teschio lucente con un ghigno in tralice, che mi scruta ancora oggi con due occhi melmosi e cattivi.

Notturno samminiatese

san miniato 1Non devi dirlo a nessuno. Camminare fino a notte fonda: così la sfango. Quelle notti d’inverno di aria secca in cui si marcia su e giù per il paese con le mani in tasca tutti imbacuccati. Quelle estive, bagnate, di grilli lucciole e spettri d’erba tagliata. Smettere di provare, infilare i panni da lavoro, chiudere piano la porta e Teresa me lo disse fin da subito. Lei non tentennava mai. Come quando perdemmo Giovannina o Bruno non tornò. Non ci sono più ma ci saranno sempre. Non dirlo, porca miseria non dirlo. Decisa e dura, mentre piegava il cartoccio verso il pentolino con i capelli bianchi tutti spettinati. La situazione al volo in mano, maneggiabile, pro e contro pesati nel giro di attimi. Non dirlo. Ci pensa già il professore a passare da ciucco lui che sbeucchia dalla mattina alla sera e non lo trovi che nei bar a cianciare quei suoi paroloni difficili quelle storielle da briai che poi nessuno lo prende mai sul serio. C’era un taglio giallo e io guardavo il taglio giallo. Occhi duri sopra il grembiule sudicio nella luce del mattino che stiepidisce la cucina, le mani senza sangue sul cartoccio e sul pentolino, occhi duri e cisposi e già vecchi, azzurri come i mari maremmani. C’era una taglio giallo nel cielo c’era un taglio giallo nel cielo. Teresa è mia moglie. Teresa è una zuppa di verdure. Porca di quella non t’azzardare che t’ammazzo giuro che t’ammazzo. Che fanno di notte gli insonni disperati? Si arrendono, si alzano, chiudono piano la porta. E camminano pensando alla vita andata mentre i fortunati sognano quella futura. Certe lontanissime notti d’agosto, lacca sui capelli, pura azione. Certe frasi che insistono. Ballare e azzurri frivoli e irripetibili. Come potevo sapere che. Insomma impedire la rovina lo sgretolarsi. Vorrei, questo sì, aver visto Bruno tornare. Giovanna che esce dall’ospedale con le braccia nuove ed è ancora una bimba e vuole cambiare. Non devi dirlo a nessuno. Da piazza Bonaparte fino all’ospedale e qualche volta a Calenzano e poi indietro tutta fino alle Colline o Gargozzi o al Pinocchio. Rasentare case, sfiorare intonaci e cancellate con le dita, scalciare chicchi di ghiaino, svelto affretta il passo verso il prossimo lampione e poi. La sfangavo così. Già vestito da lavoro. Arreso al domani. Le mani con le nocche e i polpastrelli neri, calli neri, nere venuzze. La notte è nera. Sì. Il taglio giallo ha squarciato la notte nera. Stanco fin dal mattino, il bianco degli occhi non è bianco ma rosso rosato. Ma la notte è nera, senza colori, le notti somigliano l’una all’altra perché nessuno ci parla dentro. Bruno non è tornato. Giovanna era secca secca e aveva le braccia col pus nero e i bachi che sbucavano dalla carne. Tutte uguali e nere. Camminavo camminavo e poi il taglio giallo. Alto lassù nel nero della notte, inchiodato al cielo ma un po’ mobile. Ballettava? Girava? Giallo esagerato come il centro dell’uovo. C’era un taglio giallo nel cielo c’era un taglio giallo nel cielo sopra Cigoli. Mia moglie si chiama Teresa ed è una zuppa di verdure e ha le mani di panno bianco e mi diceva subito di non dirlo a nessuno perché queste sono cose che ogni uomo perbene tiene per sé. Ma io non sono un uomo. Sono legno marcio che puzza. Se non vuoi diventare come il bischero del professore che sbeucchia e ciancia coi suoi paroloni del cielo che s’accese una vita fa col caldo e certe nuvolacce dappertutto. E poi giorni dopo si seppe che anche il professore aveva visto il giallo strano, quel giallo, il mio. Quando lo raccontava in giro e quelli si sganasciavano io mica dicevo nulla, che era vero, che sapevo. Mica lo spalleggiavo. Fissavo per terra vigliacco e speravo smettesse o mi alzavo e uscivo zitto zitto a fumare o mi avvicinavo ai tavoli della briscola. C’era un taglio giallo nel cielo, una ferita gialla, uno squarcio, una coltellata. C’era un taglio giallo e io guardavo il taglio giallo. Alzai gli occhi spalancati mentre avanzavo tra mezzanotte e l’alba e tutto taceva a parte i boschi e le vie da basso e anche quello taceva, era vicino e fermo, quasi fermo, sopra Cigoli o Ponte a Egola o Stibbio, lassù. Teresa mi accoglie a casa che puzzo di concia come un uomo ma non sono un uomo sono legno marcio e mi fa trovare pronto da mangiare. Teresa è la voce che mi dice di Bruno e Giovanna che ci sono ancora. Che lui torna dai Balcani, da qualche parte, che lei ha braccia nuove e senza bachi. È una zuppa di verdure. Non devi dirlo a nessuno non t’azzardare. Quella mattina si alza dal letto e scende giù e poi mi trovò al tavolo della cucina con le mani sulla testa e gli occhi sangue e non ci capivo niente e non sapevo cos’è vero. Quando glielo dissi lei mise il grembiule sudicio e preparò la colazione per tutti e due, come sempre. Scaldava il pane in un piccolo forno elettrico, il latte nel pentolino sul gas, il caffè spremuto dalla moka grigia. Non devi dirlo a nessuno. Non devi dirlo a nessuno. Paura che dopo le braccia bucherellate di Giovannina per il paese si parlasse anche del marito che a un tiro di schioppo dalla pensione diventava ciucco come il professore tanto beffato. Povero povero professore che non c’è più con la testa. Teresa è una zuppa di verdure e io inavvicinabile legno marcio puzzolente e la vidi scendere le scale nelle ciabatte di stoffa mezza assonnata e pensai che non potevo dirlo (che dovevo dire?) invece glielo dissi al volo e lei si mise a preparare la colazione e parlava. Non devi dirlo a nessuno. Non devi diventare ciucco non devi non lasciarmi sola. Scendevo per via Catena per arrivare giù in piana e la notte senza luna pareva bella e faceva fresco e le lepri e i cinghiali. Ed era lì. Era spuntato dal nulla sospeso davanti a me e si muoveva non si muoveva, da perderci il capo, un taglio ma solido, tondo, un taglio o una stella di traverso. Io imbambolato a fissarlo e il cuore picchiava forte e tremavo e me la facevo addosso ma mica smetto di guardare. Che casino è il mondo se anche il bello fa paura. Non t’azzardare sai. Porca di quella non t’azzardare che t’ammazzo. La gente già ciancia ciancia e ridacchia e quando m’avvicino mi dice come va con la voce tutta triste e insomma non ti ci mettere anche te non fare casino non dirlo tientelo per te. Poi non c’era più. Di punto in bianco non c’era più. Come un occhio che si chiude il taglio giallo non c’era più. Svegliati e scappa, allora, vattene via, che hai visto? Che hai visto? Sai che hai visto e cos’è vero per davvero? Il vento breve smuove frasche e cime d’albero mentre corro e corro lontano e le gambe vecchie dolevano sull’asfalto sodo e il cuore picchiava forte martellava senza pace nel buio totale fradicio. Il taglio giallo non c’era più. Teresa dai capelli bianchi e gli occhi maremmani scese che si faceva giorno ed era normale, il solito, ritta in piedi mi guardò seduto e sentì che ero scappato su per la salita più forte che posso per la paura e che ero rientrato senza fiato e sudatissimo e disse quel che disse, decisa e dura, per il bene di tutti. Non devi dirlo a nessuno. Non devi dirlo a nessuno perché non è mai successo. L’aria di miele sa di caffè e pane caldo, le campane suonavano lente. Nella finestra, il cielo sbavato di rosa dietro la Rocca e poche nuvole scucite. Teresa non tentenna riempie una tazzina di caffè e me la piazza davanti sul tavolo accanto alla marmellata e tutto va bene, forza, non farla tanto lunga, datti una sciacquata e vai a lavorare.

Materia d’infanzia

Sotto l’occhio impassibile del cielo s’avvicendano stagioni, calde e odorose come pere cotte in forno o umide e buie come vecchie cantine. La materia dell’infanzia è una polvere sottile, un rapido sentore di muffe in formazione, e sono carte da parati che si sfaldano appena alle attaccature, divani dai cuscini allentati e moquette arruffate sulle quali avvengono battaglie d’eserciti verdi e grigi, corse d’automobili colorate e naufragi. Tra le fila dei battaglioni che si fronteggiano nei pomeriggi sconfinati i più sono malconci: a chi manca un piede, a chi un braccio, a chi la testa; alcuni puntano fucili mozzati, sollevano monchi mortai, scagliano bombe a mano morsicate. Le automobili hanno lunghi graffi sulla carrozzeria, specchietti divelti, pneumatici penzolanti: alcune disegnano traiettorie a serpentina, altre restano impigliate nei riccioli acrilici, altre ancora cadono da spaventosi e soffici dirupi. E in mezzo alle corse, agli assalti, alle battaglie, vanno le grida dei corsari all’arrembaggio dei galeoni alla fonda negli oceani di lanugine. Poi è la mela grattugiata che diventa una polta dorata sotto le mani ramose della nonna, il pomodoro odoroso d’orto che si sfa in ondate di rosso sulla mollica, è l’acqua zuccherata da bere fresca e la caramella quadrata all’orzo Fallani che il nonno ha portato dal circolino. Oltre la ramata che intrappola i polli, oltre la gialla tracimazione del calicanto sulla staccionata dirimpetto, i campi sono praterie selvagge, foreste gonfie d’animali nascosti e piante intricate. Un rudere di chiesetta inselvatichito che spicca rosso tra filari di vite e alberi di ciliegio è un inespugnabile fortilizio; su un estradosso scarnito s’erge a pinnacolo un minuto cipresso che v’ha preso dimora. Qualcuno si calerà fin dentro la cripta, da uno squarcio nero rinvenuto nell’ammattonato della diruta cappella tra balle di fieno e bigonce di stallatico messe a magazzino, e ne risalirà brandendo un certo osso misterioso d’animale, o forse addirittura un femore umano.

In un altro angolo di questa mia casa antica esiste invece una foresta pluviale che nel rigoglio della vegetazione sintetica nasconde piramidi maya in disfacimento, costruite accatastando i grandi e rigidi cuscini di gommapiuma che compongono i divani del salotto saturo di moquette e carta da parati. Vi si scorgono alle volte strutture effimere alte due o anche tre piani, con colonne, architravi, pavimenti e soffitti in gommapiuma; queste costruzioni sono erette nello spazio d’un mattino, e scompaiono immancabilmente dopo l’ora di merenda, quando la nonna protrude i rami nodosi ad agguantare le persiane che tagliano a fette la stanza nel tramonto. Questa è l’ora in cui i campi profumano di fresco, e i contadini accendono il fuoco sotto le ramaglie affastellate, liberando lunghi drappeggi di fumo bianco che s’arrampicano nel cielo smaltato; i falò che spuntano a infiocchettare la campagna scoppiettano di scintille e rilasciano un odore robusto di legno, che fa venire in mente le antiche cucine delle coloniche, le grandi cucine dagli immensi focolari sempre caldi e sudici d’una fuliggine pervicace.

Una di queste coloniche, ormai mezza crollata, si va consumando poco oltre la recinzione della mia vecchia casa: brandelli di muro oggi s’elevano dall’intrico vegetale d’un campo incolto, e sorreggono da una sola estremità le lunghe travi collassate nello sfacelo dell’interno. A osservarla dall’alto, la vecchia colonica sembra una balena esanime dalla groppa squarciata, venuta chissà come a spiaggiarsi al bordo d’una trafficata statale. Sparsi pioppi ne vegliano la carcassa, e in primavera le fanno omaggio d’una soffice peluria bianca; un albero spunta addirittura dall’interno della stalla semidistrutta, a dilungare le folte braccia contorte lassù dove un tempo s’abbarbicava il tetto embricato d’un bel tenné. L’intonaco mezzo franato ha scoperto lo scheletro di terracotta, dove brulica un barbaglio di lucertole nei giorni assolati; i piccioni invece si sono impadroniti dei luoghi più alti, e li si vede spesso ciondolare pensierosi sui cornicioni crepati, sui davanzali delle accecate finestre.

Eppure la casa viveva d’umani un tempo, e portava fiera l’aura fascinosa d’una cura minimale, d’una rovina trattenuta in un controllato disgregare. Sembrava che i superstiti abitanti di quell’antico casolare avessero misurato il futuro che restava loro davanti, lasciando che la costruzione s’acciaccasse di pari passo con loro: così la pelle che s’aggrinziva sul volto adusto dell’agricoltore la si poteva rivedere nella fitta ragnatura della malta in facciata, l’artrosi che incartocciava l’attempata contadina la s’intuiva nelle persiane sfogliate che cigolavano sui cardini allentati, e i vetri sempre più unti e appannati ricordavano i loro occhi umidicci e velati dalla cataratta. Sbollature, incrostazioni e muffe che infestavano quei muri apparivano allora come malattie organiche, cancrene che intaccavano un corpo vivente; nelle calme notti di prima estate, quando larghe maree di lucciole invadevano i campi scrosciando fino ai suoi muri in una risacca luminosa, la colonica sembrava quasi esalare un suo proprio sottile respiro, un ansito cadenzato d’anziano in sofferente riposo.

Capitavo spesso sull’aia, sbucando dal fosso che separava i campi dal nostro cortile; le galline si disperdevano a ventaglio appena mi vedevano, per poi raggomitolarsi poco più avanti, a pericolo scampato. Nella vecchia stalla adibita a dispensa, rimasta senza portone, oltre l’arco d’ingresso s’intravedevano nell’umida oscurità verdura e frutta stipate in cassette di legno, panieri colmi di uova fresche, salumi appesi, trecce d’agli e cipolle fissate a vari attaccagnoli, e d’estate certi bei pomodori grossi come zucche, rossi, odorosi, talmente lucidi da sembrare di ceramica; non era raro che la contadina, vedendomi fare capolino, m’offrisse una di quelle sculture perfette, porgendomela col suo artiglio deforme. E nonostante la voglia di addentare quell’invitante e sugoso pomodoro, il ribrezzo che mi montava alla vista delle dita nocchiute che lo stringevano mi faceva ogni volta declinare l’offerta, lasciandomi un vago senso di sconfitta. Così un mattino d’afa sbucai dal fosso e la vecchia era là, sempre nascosta tra le ceste traboccanti, seduta su un panchetto a spuntare dei fagiolini che teneva raccolti in grembo. Sopra un banconcello, sistemati su un largo canovaccio, c’erano quei grossi pomodori che non avevo mai assaggiato. M’inventai d’aver visto una gallina impigliata nella rete dei fagiolini, laggiù nell’orto, mentre passeggiavo; strillava come un bambino, dissi alla contadina, sembrava che si stesse strozzando. Non so se mi credette, ma tenendosi le cocche del grembiule s’alzò e finalmente abbandonò l’umido deposito; appena scomparve dietro l’angolo, mi tuffai nell’oscurità e afferrai un pomodoro fresco e carnoso; corsi col pomodoro in mano dal lato opposto della casa, ma fatti pochi passi incespicai in una buchetta e cascai con le ginocchia dentro qualcosa di molle. Un pulviscolo di mosconi ronzanti m’avvolse e sfumò via. C’era uno strano odore dolciastro e untuoso che non avevo mai sentito, un odore che m’incuriosiva e repelleva allo stesso tempo. Poi, ancor prima di capire dov’ero caduto, vidi quattro minuscoli cavallini rosa che penzolavano legati con delle cordicelle a un ferro rugginoso che spuntava dal muro. Li vidi proprio così: erano quattro cavallini senza coda e senza criniera, non più grandi d’un gatto, con una mostruosa testa rossa dagli occhi sporgenti, che stavano appesi all’ingiù. La buchetta dov’ero caduto era ricolma d’una massa informe e variopinta: vi s’intuivano bulbi biancastri, brandelli giallognoli, fagotti bruni e callosi, lunghi tubi intrecciati, e certe cose che sembravano meduse, cappelle di fungo, palloncini riempiti d’acqua, cuffie per capelli, asciugamani bagnati, gomitoli di lana, palloni sgonfi. Quando m’accorsi di stringere in mano il pomodoro ormai spappolato potei sentire montarmi dentro come dell’acqua in ebollizione, e piansi, piansi fin quando la vecchia contadina col suo artiglio m’afferrò per un braccio e mi tirò fuori da quell’inesplicabile ammasso di materia.