Hauntologie del bacino remiero

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Vivere è un’impossibilità collettiva
Climax

[…] È sabato sera, e questo è un lago. Potevo andare dappertutto, ma eccomi qui. Un uomo al cospetto di un lago: scena già vista, tipizzata dall’arte pittorica. Con la luna che sgocciola ossessiva sulle acque cioccolata fondente e i filamenti nervosi (chiamiamoli così) della vegetazione, sottili e assolutamente neri in controluce, che si piegano dalle rive a strapiombo. L’aria paralizzata, la soppressione di cause ed effetti. Nientemeno che uno stallo. Solo di tanto in tanto sfilano ombre indistinte, forse nutrie, anatre, svolazzi di pipistrelli. Solo di rado una stella nell’angolo in alto a destra del parabrezza, per millesimi di secondo, sembra pulsare più ansiosa delle altre. Tentativi fiacchi, in ogni caso. Non smuovono niente di niente.

La scoperta arriva dritta dal passato. C’è stato un tempo di corse da queste parti, mentre afosi pomeriggi sfumavano in stordite veglie di cicale. Un tempo, nell’omertà collettiva, già gonfio di dati, di educazione all’assenza, di scissioni. Le corse erano tenaci routine di muscoli giovani e fiato allenato che attraversavano i paesini dietro al Pinocchio e spesso deviavano verso l’argine pedonale del bacino, lo sterrato punteggiato di duri ceppi d’erba che percorrevo in tutta la sua ellitticità prima di far ritorno sulla strada maestra. Scovai la nicchia uno di quei giorni, per caso, scendendo dal terrapieno per una pisciata. Uno squarcio tra gli arbusti, dietro l’imporsi di un faggio guardiano, largo sei o sette passi a dir tanto. Una spiaggetta scoscesa che portava a un nugolo di cannucce di palude affioranti dalla battigia. Presi a sostarvi, ogni volta. Sempre più a lungo. Le natiche sudate sulla terra secca, il lettore mp3 zittito, contemplavo il lago – a sinistra la manipolazione umana, sulla destra, rasente l’Arno, un’anomia verde insaturo – e i variegati chilometri fino al Serra, sul lato opposto, e al sole che gli franava alle spalle in uno spasmo di tempera. Buttare via minuti, se non ore. Buttarli via. Procrastinare qualcosa. Mentre l’insinuazione saliva pian piano dal profondo ergendosi a pensiero lucido, una certezza mai affrontata: […]

Poi tutto è finito, senza motivo, asfissiato come mille cose – dalla frenesia, dai ginocchi rotti. Finché stasera lo spettro non ha impugnato il volante spingendo la macchina verso la meta perseguita. Opacità di una strategia svanita giusto l’attimo del lamento basso e dentellato del freno a mano, ben tirato – al riconoscimento posteriore di uno spazio, alla sua significazione. Sono uscito verso le venti, questo è appurato, l’ho deciso io. Ho spento il PC e pure la televisione di sottofondo, che parlava ancora delle tre vittime dell’[…] e infine, una decina di minuti dopo, miracoli del teletrasporto, mi sono ritrovato qui. Un uomo che guarda un lago, sì. Scena semplice su cui sto insistendo fin troppo, me ne rendo conto, eppure, evidentemente, con una vaga salienza – altrimenti sarei altrove. Un uomo e un lago. Una coscienza e la natura circostante. La natura che, se la mettiamo nei termini giusti, scruta se stessa. Fa parte del novero di quelle immagini, sapete. Che riecheggiano dentro inspiegate. Una volta il […] mi raccontò che non riusciva a levarsi di dosso la visione di qualcuno che, di notte, penetra nella casa dei suoi per ucciderli a coltellate, con lui che, adulto e ben messo fisicamente, osserva la scena impaurito da sotto il letto matrimoniale. Come pure l’[…], meno emotivo: un pallone aerostatico che si schianta da qualche parte nella campagna samminiatese. Un uomo e un lago, la mia. Meno cinematografica, con un preciso referente nel reale. Se non credessi che Jung fosse perlopiù un cialtrone lo tirerei in ballo adesso, magari a sproposito, per darmi un tono. Immagini radicate, intendo – calli sinaptici. Immagini attorno a cui per qualche ragione si organizzano romanzi, che mettono in moto ossidati processi essenziali e poi – se il romanzo comincia a camminare con le proprie gambe – vengono sotterrate dalle stratificazioni della narrazione. Un uomo, recluso nella macchina inclinata (questa è la novità), e un lago. Né mediazioni né diversivi. Forse, al contrario di quanto sostenuto da principio, elemento non così frequente nella storia dell’arte. Ma ormai è andata […]

Verso Paesante

Ristai.

Tra i sedimenti

il tempo ha dissepolto

drappi di stelle

da un ciglio azzannato

ci strega un biancore lunare

di clausinelle, un balenio,

talvolta, di tante lucine:

alto incombeva

su questi poggi dilavati

gonfio di guizzi

oscuro e ponderoso il mare.

Ora

un’arsa tabaccaia

una cascina disfatta

e sotto una coltre di ramaglia

qualche muro disperso

e tu di tra le rovine

mi dici ascolta

lo senti? Lo sento:

come sommerso

è questo il reame

tuttora inespugnato del silenzio.

Nuova Giuncheto A/R

Immagine di Cottombro Studio // https://www.pexels.com/it-it/@cottonbro/Afferra, apri, infila. Negli anni ha sviluppato una buona abilità manuale. E imparato a discriminare differenze insospettabili sulla qualità della carta messa a disposizione di volta in volta dai clienti. Quella che si piega senza difficoltà, quella rigida, quella impermeabile al sudore e alle piogge. Ci sono tipi di carta che paiono fatti apposta per trasformarsi in un tubo di semplice introduzione. Il grosso dei volantini lo tiene con la sinistra, tra pollice e indice, talvolta – quando esagera col carico – appoggiandoli al petto per non farli cadere. La destra è per le operazioni più complesse. La destra ne pesca uno e uno solo – si sono raccomandati –, spalanca la cassetta della posta col dorso e lo infila dentro con la sveltezza di una lingua di rana. Ficcalo bene dentro. Ficcalo almeno per ¾, che non cada ma che non ingolfi. Così prescrivono al corso di formazione per DtD classica, che dura un fine settimana e si tiene annualmente nella sala conferenze di qualche grosso Hilton nella periferia di Firemprato, laddove un tizio in cravatta e occhiali professionalizzanti, in una manciata di ore, colloca poche salienti nozioni nelle teste di un numero di inoccupati più o meno giovani. In quell’occasione – la Full Immersion – propongono un campionario di slide, video, consigli pratici. Forniscono mappe. Svelano i segreti delle cassette postali (hanno segreti). Insegnano tecniche tibetane di stretching. Sostengono che è bene sorridere e dare il buongiorno. Camminare svelti – ma senza affannarsi. Ficcarlo bene dentro. Farglielo inghiottire bene. Mai procedere a zig zag, è dilettantesco e inefficiente: prima un lato della strada e poi l’altro. Bene sempre organizzarsi la giornata la sera precedente dando un’occhiata alla mappa della zona assegnata e portarsi dietro uno zaino comodo (magari traspirante) ma capiente, che possa contenerne oltre il migliaio. Scarpe comode. Pantaloni comodi, larghi, che non irritino la pelle inguinale. Inoltre consigliano – tra un “capillare” e l’altro – di non dimenticare i fazzolettini di carta con cui asciugarsi le mani bagnate, un paio di snack energizzanti, una bottiglia d’acqua da ricaricare qua e là. Bevete molto, oltre il necessario. E scaricate dove potete. Prendono molto seriamente il problema. Ottimi i giardinetti e le stradine secondarie, dicono. Consigliato anche farsi amico qualche barista nei punti strategici che non faccia troppe storie se chiedete loro la chiave tre o quattro volte la settimana.

[Un giorno ha stabilito che camminare sarebbe stata la sua vita. Eppure c’è stato un passato nell’acqua. C’è stato un bambino che sguazzava settimana dopo settimana nell’immenso acquario accanto al porto di Pisa in mezzo a pesci variopinti e delfini e meduse depotenziate (comunque belle), sorvolando prati d’alghe e infinite ramificazioni coralline. L’infanzia nell’acqua salata. La maschera, la gomma dolce del boccaglio. I trampolini – lingue assetate. Gli squali che fanno paura anche se hanno dimensioni ridotte e si trovano nell’altra vasca, segregati oltre il vetro. È vero che sono ciechi? È vero che hanno sempre fame? Quel bambino era tutt’ossa e nuotava nella placenta sterminata con altri bambini, amici e non, nei fine settimana, con la sorella più grande e con i genitori, il padre dalla testa lucida e la madre con i fianchi larghi e il sorriso più bianco che ci sia.

Ormai non ci pensa quasi più. Ma qualche volta sì. ]

La massima espansione

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Fuori dal finestrino la Pianura Padana scappa via a mille all’ora e,
sai, dopo una vita, rieccomi qui
R. R.
 

1. Estate 1994

Dove siamo, fa Rossana dietro di me, senza pretendere una risposta. Sappiamo dove siamo, sappiamo cosa stiamo per fare. Sovrappone solo le parole al fischiettare degli uccelli, alla fisima delle cicale, le fronde frusciano, rametti secchi schioccano uno dopo l’altro sotto i piedi meccanici. La verità assoluta della voce, la nostra. L’efficacia di corpi irripetibili. È un pomeriggio di metà luglio e France, una spina dorsale di sudore affiorante sul retro della maglietta, tira il gruppo col suo passo dinoccolato. Conosce il posto. Ce lo ha descritto spesso giù in piazza davanti al Cantini, favoleggiandolo, rendendolo sacro, il punto preciso nel cuore della boscaglia in cui ha visto la luna piena di giorno e la luna piena gli ha sorriso e lui ha compreso l’universo intero. Ed eccoci lassù, dopo mezz’ora di salita. Seduti a gambe incrociate sull’erba senape al centro della radura, ancora calda del sole ora rimpiattato dietro i pini. Vertici di un triangolo rettangolo con un cateto lungo il doppio dell’altro – Rossana, di un paio d’anni più piccola, se ne sta un po’ in disparte. A che penso, nel momento in cui France scarta il fagotto di stagnola e lo fa scricchiolare in quel modo forte e definitivo, quando ci spiega per l’ennesima volta come funziona, cosa dobbiamo aspettarci? Al brutto Liceo appena concluso. Alle infinite possibilità che si spalancano spaventosamente davanti. Rossana armeggia nella borsetta parlottando tra sé e sé. Tira fuori il pacchetto, ne accende una e la fuma sbrigativamente, senza piacere. Le volute di fumo che le scappano dalla bocca si stemperano alla svelta nell’aria come scialbi spettri. Mi lancia un’occhiata, sia supplica che rimprovero, ma non so restituirle quel che cerca. Io sono tentato, lei no. La frattura è già insanabile. Quando abbassa la testa, nell’attesa del nuovo, dell’inevitabile, i suoi lunghi capelli neri – qualcosa della seta, sapete, di lenzuola di seta e mattine di maggio – scivolano in avanti fino a nasconderle per sempre la faccia.

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2. È tutto verde

Non gli alberi, ma la forma totale del bosco. Un abbraccio. E poi, sarà che ci penso da giorni, la Luna. Invischiata nella marmellata rossa, fragole, lamponi, sangue viscoso e denso di semini gialli, panini americani, America. New York è Allen e la camera sballo di Arnold e la copertina di un libretto delle elementari. Essere bambini. La Luna mica sorride come dice France ma uno starebbe ore e ore a guardarla. Da quanto la fissi, già? Non ti sei accorto che è verde? Che d’un tratto è tutto verde tranne il cielo? La fisso finché non sparisce nel nulla, o forse sono io che l’ho persa di vista – vedo ciò che credo, funziona davvero così da queste parti, amico? È tutto verde tranne il cielo. […]. Caldo. Madonna che caldo. Vorrei vomitare, un attimo, poi passa. Poi mi sento bene. Forte. Vispo in relazione all’ambiente. Che è verde, verdissimo. Sento un abbraccione di corteccia tiepido e ruvido. Un odore svelto di auto nuova, mamma e babbo davanti che cianciano nella nicchia fanciulla di una mattina festiva. Il cielo è ancora rosso e appiccicaticcio. Marmellata, non sangue. Da pappare di nascosto. I suoni a punta degli uccellini: zampette operaie lanciate in sequenze cicliche, Charlie Chaplin, l’Adelphi sulle formiche, la Cina spietata. Le cicale un muro vivo di mattoni verdi, gli alberi inconcepibili, esiste solo la Foresta che respira elefantiaca ed è tutto verde, verde, verde acceso, fosforescente, infuocato. Tranne il cielo. Tranne la seta dei suoi luminosi capelli neri. […]. Gli occhi vibrano, come i muscoli del corpo non più mio, i suoni forano la pelle e i colori solleticano oddio ma non rido. Non c’è niente da ridere. Vorrei solo dire qualcosa, amico. Vorrei dire come la penso sulla faccenda. Finché non voglio più. Perché è tutto verde e ora lo so davvero ora lo tocco e sono in pace e sono tutto, SONO TUTTO, sono la foresta e i granelli di terra nelle mani e le nuvole di ieri e il microscopico polline-polvere che vola nelle narici, ed è tutto verde tranne il cielo e – un frame, un’agnizione, una fitta – i suoi lunghi capelli di seta-vinile, neri, neri neri, disciolti sul viso ospitale di lui, sull’adolescenziale cenno di baffetti da strappare bruciare uccidere. E allora? Allora? L’ho sempre saputo e non fa niente. Non m’importa, serio. Non ha significato. Sono sdraiato e pulso, questo conta, su questo devo concentrarmi, un puntino pulsante di sangue al centro di ogni cosa viva. SONO OGNI COSA VIVA. […]. Bene bene. Quindi? Dov’è la Luna, ora? Il suo sorriso sicuro? Nessun abbraccio nei paraggi. Nessun appiglio. Mi viene da vomitare, ma passa, ancora e ancora, come ondeggiare disperato nell’ultima tempesta. Il pensiero è un’onda che va e viene. Che stavo pensando? Ho freddo, mille brividi sulla pelle zuppa. So che non si muore, d’un tratto, nell’acqua torbida dei miei occhi. So che non finirà mai.

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3. Inverno 2020

L’acufene – la sordità incipiente. L’insensibilità crescente di piedi e mani. Pelle arida, farina di cellule morte. La vista più povera. La prugna secca del cervello invischiata sempre negli stessi pensieri circolari, la penosa cocciutaggine dei vecchi ma non sono vecchio, non ancora. Sull’olfatto non ho niente da dire. Notte fonda, la città zitta, dormo poco, male – più la percezione deperisce e il reale si restringe e si allontana, più – paradossale – si dorme male. L’acufene esiste solo se ci pensi, dicono, è una sfida per la filosofia, e io ci penso. Ci penso di continuo. Sono sveglio. Sono l’essere umano più sveglio sul pianeta Terra. Accendo la luce, d’un tratto, nel gelo del monolocale, inforco gli occhiali e apro il cassetto. Lo faccio tutte le notti da quando è arrivata. La pesco al volo, senza dover frugare a lungo – sotto i fazzoletti di carta e l’agenda per appuntare idee che non vengono mai, o che deludono, sotto il cellulare. Sistemo il cuscino dietro la schiena, mi metto seduto. Il foglio è rettangolare. L’inchiostro è nero, le righe viola. Le parole sono rotonde e sempre stolidamente uguali – segni grafici che stanno per domande, precisazioni, astratte promesse. Resiste tenace il lieve odore di pesca matura emanato dalla carta – sull’olfatto, no, non ho davvero niente da dire. Conosco tutto a memoria eppure leggo e rileggo, espiro, poi rileggo ancora. Una specie di rituale. Non so perché lo faccio, perché ci ritorno, cosa voglio ottenere – avvizzire il significato con la meccanica dei gesti? Disarmare la nostalgia come meglio posso, smascherandone i seducenti meccanismi, decostruendola? Non lo so, davvero. Non ne ho la minima idea. So solo che non si può cambiare niente, mai. Il mondo è tutto ciò che è accaduto. La rimetto a posto, poi, schiaccio l’interruttore e affondo ancora tra le coperte nere, nell’illusione di un sonno veloce. E’ verissimo: l’acufene esiste solo se ci pensi.

Riecheggia ancora

2

Sadder still to watch it die
Than never to have known it
For you, the blind who once could see
The bell tolls for thee
NP

≪Racconta, sai, che ultimamente dorme poco. Si sveglia nel mezzo della notte, il mondo che si esprime solo frusciando o con remoti rintocchi metallici, e se ne rimane tra le lenzuola fino all’alba, gli occhi sbarrati, la vigilanza malata del consumatore di anfetamine. La mattina, poi, non riuscendo a combinare granché, cammina. Oh, se cammina. Percorre avanti e indietro l’argine dell’Egola (“le riv gosccc de l’Egolà”, scherza) e qualche volta tira dritto per La Serra o si inerpica verso Montebicchieri – il borgo fantasma omaggiato anni fa col fauvista Where’s the Werewolf? Chilometri e chilometri macinati col capo greve e le mani in tasca, i pantaloni di velluto beige da cui non si separa mai che strusciano sbrindellati per terra. E quell’idea, solo quella, fissa in testa. Come riacciuffarla quando l’hai perduta. Come resuscitarla quando è morta stecchita. Che strategie adottare, quali meccanismi mentali assecondare e se, non si sa bene come, possano svolgere un ruolo cruciale persino sottaciuti riti scaramantici – il carissimo amico Bertuccelli gli avrebbe spiegato per filo e per segno perché la superstizione attecchisce nelle menti degli umani e anche in che modo, con adeguati strumenti logico-statistici, la si possa sconfessare, negare, ridurre in polvere, ma il Bertuccelli non c’è più da un bel pezzo, volato giù nella valle in una notte delirante, ed è proprio da allora che – gatti e topi ballerini – il pensiero magico si fa largo sempre più prepotente nella sua testa semplice. Tuttavia, non equivocare: verissimo che si trova in condizioni pessime, che la grana scarseggia, che non sa che pesci prendere… ma lamentarsi gli piace poco. Non vuole teatralizzare. Le persone hanno affari ben più impellenti a cui badare, famiglie e bambini e bollette e carriere, ed evita di assillarle con petulanti frustrazioni da artistoide. La classica cosa che ti rode dentro, capisci? Notti insonni ma pure spaventose palpitazioni, emicranie lancinanti, un’ulcera che non si augura a nessuno… Assai restio e tutto quanto, sì sì, eppure quando ingolla un bicchiere di troppo il tema spunta fuori puntuale, un avvallamento abissale verso cui volente o nolente rotolano svelte tutte le parole. “Un casino spiegarsi” premette di solito. “Il linguaggio, alla fin fine, non serve proprio a un cazzo”. Abita dove sempre, nella sudicia soffitta in via di Giuncheto che da decenni è il suo laboratorio, la casa è il laboratorio e il laboratorio la vita, come nei film destrutturati che tanto imbarazzano gli alfieri delle prescrizioni narratologiche, quelli in cui si avverte una crescente patologica ibridazione tra il piano della realtà e quello, ineffabile, dei processi creativi. La soffitta è ampia, puzza di stantio ed è zeppa di centinaia di vecchie tele, ammucchiate sul cemento grezzo come spazzatura che non si ha voglia di portare in strada, si scorgono a malapena nella luce misera che scende farinosa dall’abbaino rivolto a nord, ritratti, paesaggi, un profilo stilizzato del Monte Serra colto da vicino, da un punto segreto tra Pontedera e Cascina, e poi pozze di pigmento secco, cavalletti abbattuti, stampe di Freud e Braque, pennelli, barattoli, bottiglie di birra. Decadenza, disperazione, resa – mille tentativi, altrettanti fallimenti. “Non sono più bono a una sega”, dice. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando i suoi lavori venivano acclamati sulle riviste di settore e venduti sia in Italia che all’estero, facendogli incassare discrete quantità di quattrini. I premi, i vernissage, la televisione, i discorsi di ringraziamento in cui sbagliava regolarmente i nomi delle varie associazioni organizzatrici. Un periodo felice che, racconta lui stesso in uno dei suoi aneddoti preferiti, prese il via, per un paradosso morale degno di Dostoevskij o Donna Tartt, grazie a una trasgressione, al verificarsi di un singolo atto illegittimo: quand’era già quarantenne, un pomeriggio di maggio, sul regionale Firenze–Pisa, attirato perlopiù dall’astrusa promessa del titolo, rubò un libro alla studentessa che gli russava sul sedile di fianco e se lo portò a casa. La lettura attenta di Disegnare con la parte destra del cervello, testo rivoluzionario scritto da un’insegnante d’arte americana al termine degli anni ’70, assai influente all’interno della comunità internazionale dei Veri Pittori, ebbe su di lui un effetto piuttosto dirompente. Squadernandogli sia una nuova forma dell’esperienza del guardare che una nuova tecnica (le due cose, sappilo, vanno di pari passo), quel libro gli consentì di superare una profonda crisi artistica, equiparabile a quella attuale, che lo fiaccava da lungo tempo. (“La realtà, tutta assieme” ricorda. “I giorni pieni, spumeggianti, vivi”). Prese infatti a svegliarsi presto la mattina, d’un tratto, traboccante di energia, e a tenere in mano il pennello fino a notte inoltrata, indefesso, sette giorni su sette, per mesi, nonostante il mal di schiena e la cervicalgia, accantonando dall’oggi al domani tutto l’accessorio, il cibo, l’igiene, la compagnia degli amici. Adesso doveva solo dipingere, né più né meno. Adesso sapeva – fandonie che ci raccontiamo così tante volte che finiamo per crederci davvero – che dipingere era l’unica cosa che sapesse fare, ciò per cui l’avevano messo al mondo. E i dipinti che realizzava, devo proprio dirtelo?, devo?, i dipinti erano belli, coraggiosi e grondanti di significato. Piacevano a tutti. Tutti lo lodavano, lo blandivano, le interviste fioccavano, si moltiplicavano le richieste di lavori su commissione. Non poteva chiedere di più. Ma io, che c’ero già passato, gli feci capire che non sarebbe durato per sempre. Non dura mai per sempre. La spinta inebriante di quel vento portentoso prima o poi viene a mancare. Un giorno torna, luttuoso, l’orrore della bonaccia. Scompare la fiducia, un giorno, scompare la fede, quella vista speciale. Il reale di nuovo irriferibile – ogni pennellata inesatta, ogni tratto misero o, al contrario, atrocemente pretenzioso. E non puoi farci niente. Cerchi stimoli (inneschi) dappertutto e leggi romanzi, viaggi, richiami vecchie amanti, frequenti le mostre, il teatro, cammini meditabondo per ore e ore. Ma, per quanto ti impegni, ti arrovelli, la risposta non la trovi. Come si riavviano quegli ingranaggi mangiucchiati dalla ruggine? Come si rimette in moto il processo? “Non sono più bono a una sega”, ripete spesso. Non combina niente da così tanto tempo che si vergogna persino quando lo definiscono pittore. Scova sempre velature ironiche nel sostantivo, nel modo meschino in cui lo pronunciano. Replica, allora. Offende. Manda sonoramente a fanculo. “È solo un’ossessione” blatera da brillo rimasticando i bei tempi andati. “Una brutta ossessione del cazzo”. Qualcosa che ti tartassa emarginandoti dalla sana congrega dei normali e che poi, quando se ne va, “ti manca come ti mancherebbe l’aria. Oppure l’eroina”. Penso spesso a lui, sai, alla sua situazione. Penso al concetto posticcio di dovere – una costruzione sociale particolarmente perniciosa. Penso alla ricerca insistita, e disperata, del segno assoluto, quel segno che stia perfettamente per la verità più pura. Insomma, dai, qualcosa del genere. Credo dipenda da qualcosa del genere. E che sia anche, collateralmente, una mera questione di voler – o meno – dimostrare, a un pubblico senza faccia oppure a una persona specifica, di saper fare una differenza. Credo sia l’affermazione di un potere, la sua deprivazione. Credo sia voler dimenticare la morte. “Un casino farsi intendere”, dice alla fine dei suoi sproloqui sbronzi. “Soprattutto se chi ascolta è un buco di culo che non ha mai tenuto un pennello in mano”. Penso ai limiti insormontabili del linguaggio – cogliere proprio nell’esatto momento in cui si parla lo iato deprimente tra il pensato e il detto –, all’incomunicabilità fatale, alla metafisica delle nostre inestirpabili solitudini. “Non sono più bono a una sega”, biascica fino allo sfinimento, quasi a volersene convincere lui stesso, aderire esattamente alle parole e poi mollare tutto, magari, e cominciare una vita vera. Dorme poco, ultimamente. Davvero poco. Si sveglia nel mezzo della notte, il mondo che si esprime solo frusciando o con remoti rintocchi metallici, e se ne rimane a letto immobile fino all’alba≫.

L’immersione come gomma che cancella

La gioventù italia del Littorio (Dilvo Lotti)
La gioventù italiana del Littorio – opera di Dilvo Lotti (San Miniato, 27 giugno 1914 – San Miniato, 22 aprile 2009)

I denti sono trecce d’aglio pendenti dal soffitto cupo. Le arcate, disallineate per innati difetti gnatologici, si spalancano su di me, preda zoppa, bolo potenziale. Balbetto passi. Forme sfocate, tinte insature. Scippo al buio intermittente un braccio inchiodato al muro sulla destra. Un chiodo nel polso, come il Vigliacco, laddove un tempo sbocciava la mano ora latitante. Carne liscia. Carne lenitiva, sotterra traumi. Quattro sull’avambraccio e poi, oltre l’angolo pressappoco ortogonale del gomito, altri tre, forse più lunghi, ficcati in tricipiti e bicipiti dall’aspetto molliccio. Rivoli neri di sangue essiccato sulla pelle bianco yogurt attorno alle singole capocchie. Vedo una gamba, la destra, innaturalmente dritta e fornita di piede, ergersi come legno morto di palude in mezzo al corridoio, grottesca istallazione moderna – di fianco un’illeggibile didascalia. Incollata? Sostegno metallico interno? Calpesto l’elastica sofficità di milioni di peli e capelli sparsi sul pavimento di fredda pietra nuda. Avanzo. Carpisco. L’altro braccio a sinistra, imbullettato uguale. Guarda che muscoli. Paralleli graffi felini. La voglia a mezzaluna sull’ascella mozzata. Il pretenzioso tatuaggio del mio amore per lei. E quelli sarebbero muscoli. Le mani aperte, come i bambini quando contano, incorniciate e affisse una di qua e una di là – biunivocità dita-chiodi. Il tronco deprivato, capolavoro sospeso suinamente nell’aria che sa d’incenso o mele cotte, sorretto da catene massicce aggrappate alle scapole. I genitali flosci, desolati. Lo sfregio tra i bassorilievi vertebrali. La chiazza umida che s’allarga dabbasso col suo gocciolio ossessivo. Avanzo nella gola stretta, soffocante, urto un tavolo, l’altra gamba stesa sopra, sangue, la testa glabra, cieca, impossibilmente concava.

E tre recipienti di vetro.

Nel primo due globi oculari fluttuano inespressivi in una soluzione trasparente. Nel secondo, immoto a mezz’altezza il mio sopravvalutato muscolo cardiaco – vagamente spappolato, vinto, lembi filamentosi che si diramano nella formaldeide come tanti tentacolini rossicci. Nell’ultimo, abnorme, all’altra estremità del tavolo, niente tranne il liquido. È aperto, il tappo svitato accanto, e odora di forte e definitivo. Appena lo rischiara il miraggio di una luce lontana. Mi avvicino, allora, e faccio ciò che devo. Sono qui per questo. Sono qui semplicemente per questo.

 

Walk in the park

IMG_20201215_113342Disegna un cerchio sulla condensa della finestra. Una volta sapeva disegnare cerchi perfetti, ma questo gli viene deforme – si nota la forzatura nel far coincidere il finale con l’inizio. Poi, un po’ con l’indice e un po’ col dorso della mano, cancella l’interno. Il mondo appare. La campagna livida come in un Eugene Smith. Le rare case, il ciuffetto di tigli sulla destra. Il piombo del cielo che si scioglie dappertutto in tanti rivoli scuri. E se non fosse un’anomalia temporanea? E se saltasse fuori il cigno nero? Se ne sta all’asciutto in una stanza al quarto piano di una palazzina, libri ammassati, profumo di metallo caldo nell’aria. Addosso ha la solita sdrucita tuta della Nike, quella da emergenze. Eppure non funziona. Deve consegnare il testo entro tre ore e niente funziona. Curiosamente inefficaci sia i Beach House che il rumore bianco della pioggia battente. Non ha scritto una parola. In piedi, guarda fuori. Pensa a quel bambino. Un furgone giallo e sfocato sta risalendo i campi sulla stradina fangosa tracciando una corda all’interno del cerchio. Deve parlare dell’alluvione, gli hanno detto per mail quella mattina, dell’Arno prossimo a esondare. Vogliono un racconto in stile giornalistico che sia almeno in parte fondato su dati, magari su informazioni di prima mano. Confidano nella sua competenza e professionalità. In verità non sa niente, niente, nessuna idea sull’emergenza attuale. Constata solo l’apocalisse astratta di mille giorni di tempesta. Sia web che social risultano inutili: i comunicati ufficiali di Comune e Provincia risalgono a troppe ore fa. Il resto è solo chiacchiera, bassa polemica. Dovrebbe andare a controllare con i propri occhi, come fece quel bambino lontano. Ha già scavallato gli argini? C’è già una moria di galline? Le macchine stanno già facendo testacoda nella corrente? Dietro di lui, in mezzo alla stanza, sul tavolo, di fianco alle tazzine di caffè e all’ultimo numero dell’Espresso, un rettangolo di luce pretende ordini. Si passa una mano tra i capelli. Inghiotte a fatica un catarro. Sa che a volte basta poco, è tutta autosuggestione. Il segreto sta nell’illudersi di aver sistemato i dettagli e plasmato l’ideale atmosfera intimista. Poi si tratta banalmente di renderla una questione di vita o di morte – se non scrivi, scompari. Basta pochissimo. Il lampo di un incipit. Inventare uno sguardo speciale. Considerarsi un artigiano – un artigiano, non un artista. Non vali un cazzo, ricordatelo. Non vali un cazzo. Il furgone rallenta un attimo, oltre l’esercito di gocce, forse per scalare una marcia, e riprende la fiacca salita. Il bambino abitava nella sua stessa palazzina e aveva una BMX bianca. Non sapeva impennare. Le misere casse acustiche del portatile insistono nel diffondere l’ipnosi di Teen Dream, riaffiora qualcosa di vertiginosamente antico e rassicurante, il candore amorfo di una culla, il suono del phon dopo i primi bagni nella vasca. Sul cerchio, quasi baciato dalle labbra secche, comincia pian piano a riformarsi la condensa. Il furgone adesso rasenta il centro – la corda talmente lunga che finirà quasi per coincidere col diametro. Il fiume, magari imperioso come nei romanzi dell’America rurale, gli scorre dietro, sufficientemente lontano, oltre il muro e le case, centinaia di metri a valle. Il bambino fece colazione e scese giù nella piana un sabato mattina di scuole chiuse, il giubbotto addosso, l’aria che gli rinfrescava la faccia. Si tratta di scrivere un raccontino che verrà pubblicato la prossima settimana. Roba di dubbia utilità. Per quanto possa darsi da fare arriverà inevitabilmente in ritardo sui fatti. Il bambino pedalò per un paio di minuti in discesa e poi frenò, appoggiò un piede sull’asfalto bagnato e si trovò a fronteggiarlo in tutta la sua potenza, non si scorgeva la riva opposta, il paese sommerso, annesso. Il cerchio sta svanendo in fretta, il mondo uguale. I Beach House si struggono nel mid-tempo di Norway. È una fase eccezionalmente cristallina, cruciale. Coglie una continuità. Che dovrebbe fare? Scendere e chiedere cosa provano, cosa stanno per perdere o hanno già perduto? Intervistare? Catalogare le bestemmie? Biasimare chi si fa i selfie dai ponti? Il bambino non infilò stivali. Il bambino non afferrò pale. Il bambino non aiutò gli amici e i loro genitori che arrancavano nell’acqua merdosa, alta fino al petto. Il bambino non mise in salvo cani e gatti. Guardò, ecco che fece. Ammirò lo spettacolo della rovina, la bellezza atroce della perdita, dal seggiolino-poltrona della sua bicicletta costosa e appena appena macchiettata di marrone. Del cerchio deforme permangono solo incerte tracce fossili. La terra liquida avvinghiava le case con le sue mille braccia randagie, taccheggiando televisori, abiti, progetti di vita. Affogò una persona, si seppe poi. Ricominciare è la parola chiave. C’era un gran silenzio, nonostante tutto, una pace da nevicata fitta. L’acqua frusciava eppure era muta. Il bambino non capì perché la gente rispondeva in modo brusco e scortese, perché qualcuno gli suggerì di tornarsene a casa. Poteva farlo? Questo devi domandarti. Problematizza l’aspetto specifico. Al di là della condensa, la piccola sagoma gialla diretta verso l’angolo in alto a destra si blocca in mezzo ai campi zuppi. Pensaci. Valuta se hai colpe concrete. Passa la mano sul vetro, di nuovo, una pennellata di realtà, scurissima, sulla lavagnetta grigia. Vede il furgone di traverso rispetto alla strada e un uomo minuscolo uscire sotto la pioggia e allargare le braccia in segno di protesta. C’è qualche porco in ascolto? Il portatile propone l’ipnopompica Walk in the park. Dispone di tre ore, e tre basteranno. Sa che si accontenteranno. Può cavarsela col mestiere. Ci sono strutture standard ed espressioni standard, trucchetti, moltitudini di racconti da poter scopiazzare. Ora deve occuparsi di altro. Ricominciare è sempre la parola chiave. Abbassa il monitor del portatile, prende il giubbotto dall’appendiabiti dietro la porta. Scende di corsa giù per le scale.

Assolo di Natale

Il suono ambiguo e complesso dello sportello che si chiude. Certe notti, come diceva quello. Ambiguo perché o si entra o si esce, e fa tutta la differenza del mondo. Complesso perché compresso – meno cazzata di quel che sembra. Tipo uno svelto accordo – le corde vicine vicine che si rasentano, un muro di corde, la parola pluricellulare. Una sintesi. Il suono della riconquista della forma primaria, della funzione. Capitombolare dentro l’origine. Stare into the sky with newborn perfect eyes. Né punto né segmento. Non secco come un colpo di pistola ma nemmeno dilatato come una coltellata – lacerazioni, urla, i maiali agonizzanti di Olmi, il perdurare sadomaso dello spasmo. Scambi snelli e qualche reprimenda, se ci sei. Sfilate sfarzose di denti bianchi. E poi le metafore estemporanee, talvolta, le tue e le mie, quel banchettare attorno al nucleo tragico, i giochi col mistero finale, la cognizione di una resa: possiamo crescere solo nella direzione in cui tira il vento. Ammazza. Pure filosofi. Come gli arbusti piegati a ridosso delle spiagge sozze dell’inverno dai cieli di topo, fai tu, piene di plastica e schiume e sugheri e pescetti marci. Piegati, nel senso che o ti adatti o il vento ti spezza in due, bello mio. (Una stempiatura e gel costrittivo: risate). Calzante definizione di impotenza. Sopravvalutazione secchiona della genetica, della maiuscola Natura, ma soprattutto infilarsi dritti nel ginepraio del – eppure è tutto vero, vuoi che non lo sappiamo, ma uno fa finta di niente perché se no che si vive a fare. Si chiude. Lo sportello si chiude – ancora e ancora e ancora e ancora e ancora. Con un tonfo soffice. Suono di un tuffo dall’alto, dell’impatto goffo, come quei pazzi a Calafuria quando s’era bambini e pelli elastiche e tutto technicolor, tutto. Ci sei o no. Corpo o spettro. Inizio o arrivederci. Prima o dopo le adulterazioni propedeutiche. In una fredda notte nell’orbita di San Miniato, San Miniato alta e zitta e stellare, le ghirlande e le palle di Natale e guanti e sciarpe agrumi, un piano minimal come straziante melensa triste soundtrack. A guidare nelle vie che sappiamo, di cinghiali e cerbiatti e latte di lepre, che vanno in alto con tutta la cautela che si possa immaginare o scendono giù in picchiata a cento all’ora verso nulla, verso niente, verso casa. Ci siamo capiti.

Labarda Levata: un ulteriore sguardo dietro le quinte

Sasha Tapinassi: lo dico d’emblée, accantonando qualsivoglia velleità di suspense. Questo, dunque, è il mio nome. I più agées di certo mi ricorderanno come il Sascino di Paesante; più d’uno si rammenterà della Cascina di Sasha, il cohousing neo hippy ante litteram stroncato dall’irruzione delle forze dell’ordine l’undici di luglio dell’ottantadue, più o meno in contemporanea col gol del due a zero azzurro a Madrid: l’urlo di Tardelli dal Mivar che sfumava in una bolgia di porte sfondate, fumogeni esplosi ad altezza d’uomo e manganellate (ma questa è roba che mi tengo da parte per un futuro post di Labarda). Ciò che Benno ha riferito sul mio conto qui è abbastanza veritiero: di certo un poco romanzato; ma si sa, siamo pur sempre all’interno di un blog dalle velleità, ebbene sì – diciamolo senza troppe remore – “letterarie”. Se l’ottimo Fiumalbi non avesse fatto la prima mossa non sarei adesso qui a scrivere queste righe, che mi risultano ardue per una mia consuetudine di riservatezza. Non s’intenda ciò come posa intellettualoide: prova ne sia il fatto che oramai da qualche lustro conduco una vita alquanto ritirata, per non dire eremitica. Ma veniamo al punto.

Ciò che resta oggi della Cascina di Sasha

Labarda Levata nasce da un sogno. Non in senso figurato: un sogno reale, o meglio un doppio sogno, in contemporanea per giunta. Eccolo: vado di gran lena per Corso Garibaldi con due giganteschi faldoni di fogli sottobraccio, quando, entrando spedito nella Loggetta del Fondo, mi scontro con un tizio anch’esso carico di faldoni che mi viene incontro dalla parte opposta, e tutti i fogli ci scivolano via mischiandosi a terra, prendendo infine a svolazzare in ogni direzione; alzo gli occhi e in quel signore riconosco Benno, il mio vecchio amico Benno che non vedevo da anni. Naturalmente il mattino dopo spedisco una mail a Benno per raccontargli il sogno, e quando mi arriva la sua risposta non posso fare a meno di rabbrividire. Scrive infatti Benno:

[…]e com’è strano sentirti proprio stamani, proprio con questo sogno. Tutto ciò va contro qualsiasi dogma finora da me ritenuto inconfutabile, e mi sconvolge alquanto. Anch’io, difatti, stanotte ti ho sognato, per giunta in circostanze che presentano un’inoppugnabile quanto imprevedibile analogia. Eravamo infatti io e te, soli, sul prato della Rocca, e tenevamo in braccio due pile di fotografie: d’un tratto un refolo di vento persistente ci sparpaglia le foto, mulinandole in aria e seminandole ovunque[…]

Da lì alla decisione di iniziare un blog, il passo è stato breve. Pertanto il mio rapporto con Labarda non può che essere visceralmente sentimentale, e prescinde da ogni oggettiva misura di popolarità, qualità o diffusione. Certo, mentirei se dicessi che l’apprezzamento espresso a più riprese da noti personaggi del mondo accademico e letterario mi lascia indifferente – tutt’altro! – ma sarei fiero di Labarda anche se i feedback fossero di natura diametralmente opposta (come peraltro verificatosi in alcune occasioni[1]).

The Kenosha Kid, il mio nickname, l’ho preso in prestito da un misconosciuto thriller giovanile di Marco Vichi, Morte a Varlungo. Vichi è sempre stato un mio punto di riferimento, assieme a Tondelli, Zaffagnini, Rodengo-Albrici, Capriotti, Malvaso e Raveggi, nomi che ai più diranno poco o nulla. Il Kenosha Kid è un outsider, un rinnegato, uno schmuck: da lì la mia simpatia e l’istantanea identificazione.

The Kenosha Kid

Sì, ma cos’altro dire di me, che la gente ancora non sa? Ecco alcune confessioni che mi sono riservato per la nostra Labarda, e che ormai è giunto il momento di sviscerare. Sono cieco da un occhio – il destro, per la precisione – in seguito a un bizzarro incidente con un’antilope e un cavaturaccioli[2]. Da ragazzo ho fatto tre giri completamente nudo sui calcinsella della fiera in piazza Dante. Un pomeriggio di tanti anni fa, in una radura sopra Vizzaneta, ho incontrato quella che con tutta probabilità era la Madonna. Al Derby di Epsom del ’93 ho mangiato per scommessa tutti i fiori del cappello della contessa di Wessex, senza che lei se ne accorgesse. Per lavoro ho fatto foto osé a un noto politico fiorentino col suo amante segreto. Fui io a disciogliere in acqua chili di Rosso Ponceau quando il lago di Moriolo divenne un’immensa pozza di sangue. E via, e via, e via. Il titolo che Benno immagina per la mia biografia in fieri, “Ho rimbalzato dappertutto”, è dannatamente azzeccato.

[…]disciogliere in acqua chili di Rosso Ponceau[…]

Eppure il desiderio di mettersi a nudo si trascina dietro il senso di una fine, un retrogusto amaro che chissà dove mi condurrà. Sarebbe un peccato se mi facessi sopraffare, ancora una volta, da quell’insano desiderio di autodistruzione che mi porto dentro da una vita; un peccato, perché di storie da raccontare, qui su Labarda Levata, ne avrei ancora a decine. Come quella del fantasma di Villa Sonnino. Quella della rapina tarantiniana alle Poste di Corazzano. Quella dello spaventoso gigante di Pilerno. Quella degli incontri VIP a luci rosse in una insospettabile maison del Poggio di Cecio. Quella delle messe nere nei boschi di Germagnana. Quella della vita dissoluta di M.B. Quella dei combattimenti di galli in un capannone dismesso della Serra.

Dunque vi lascio, ma non prima di un’ultima confessione. E se vi dicessi che Beasley e Kenosha in realtà non sono due persone? Qualcuno di voi l’avrà sospettato, leggendo attentamente i vari post. Ebbene, la verità – l’ennesimo segreto di Pulcinella – è che in realtà Beasley e Kenosha non sono due persone, ma tre. Attendiamo dunque, se mai ci sarà, la versione di questo enigmatico tertium datur. Ma forse, per la prima volta, vi sto solo prendendo in giro.

Ad maiora!


[1] Scrive ad esempio Vanni Santoni sul Corriere Fiorentino del 7 marzo 2021 nell’articolo “Afeli, Perieli e Mistificazioni”: […]ma la San Miniato di Beasley e Kenosha Kid non è né la Bucarest trasfigurata di Cărtărescu, né l’onirico Terminus radioso di Volodine, bensì un ibrido che si smaterializza nell’inconsistenza dell’artificioso, come fosse una quinta da Far West hollywoodiano: San Miniato, semplicemente, non c’è[…]. A Santoni fa eco Luca Ricci dalle pagine del Tirreno ediz. Pisa in data 2 aprile 2021, nell’articolo “Scrivere un racconto che NON piacerebbe al New Yorker”: […]Ma veniamo al caso letterario locale degli ultimi mesi: Labarda Levata. Tensione narrativa: zero; Personaggi: non reperiti; Struttura narrativa: assente; Elementi extradiegetici: neanche l’ombra. In poche parole, un fallimento totale[…]. Paolo Nori mette infine la pietra tombale dal Foglio (18 maggio 2021) nell’articolo “Io son poi quello che parlo male di Parma”: […]Borislav Fedorchuk, amico di Tolstoj, racconta che il grande scrittore gli disse una volta ‘Pietroburgo? L’ho detestata, ne ho parlato male e così l’ho resa immortale’, a me sembra invece che questa cosa qui mica la posson dire quei due di San Miniato, che ci son stato è pure una bella cittadina, ecco loro a forza di parlarne bene mi par che la stian distruggendo invece[…]. E qui, per pudore, m’interrompo.

[2] Potete fare due più due, se possedete rudimenti d’aritmetica

Via Fornace Vecchia

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[…] Si avvicinò alla finestra e guardò fuori. La giornata puntava a scurirsi. Uno stormo di uccelli, gestalt compatta di ali e cervelli minuscoli e sbalorditivi, spazzò il cielo da destra a sinistra. Vide l’anonima casetta dai muri malstuccati, una volta ci stava il Cosci, un umbratile milanese senza moglie né nuca che di tanto in tanto lanciava urla idrofobe nel pieno della notte, rifornendo per settimane di materiale le discussioni del vicinato. La casa si ergeva al di là di via Fornace Vecchia, una discesa tortuosa che partiva dalla sovrastante via Roma/Carducci e portava giù a Gargozzi, ora nel 2005 asfaltata e spesso aggredita (ma non quella mattina) dalle berline spietate del personale bancario. Perpendicolarmente proprio sotto la strada, a mo’ di sostegno, si trovava il grosso muro di nudi mattoni con cui aveva scambiato milioni di palloni quand’era un ragazzino che voleva migliorare la propria tecnica di base – migliorare lo stop, migliorare il calcio con l’interno piede, migliorare il sinistro. In primo piano oltre il doppio vetro c’era la piazzetta ghiaiosa su cui sorgeva il muro, e sulla sinistra la giovane acacia che aveva sostituito quella storica, il tronco rossomarrone che diventava la bomba del nascondino, l’albero che nelle giornate autunnali affrescava lo spiazzo col suo caldo e pointillismico nanofogliame. C’erano foglioline anche in quel momento, qua e là, foglioline che con la pioggia imminente si sarebbero tramutate in una pappetta colloidale e giallognola. Dietro l’albero partiva il burrone – ora un oggetto geologico innocuo, allora tremendo e rischioso, confine estremo tra il mondo civilizzato e quello esotico/misterioso, ricettacolo di terriccio e fantasie, di forme verminose, di radici, di serpi e di ortica. Scendere tenendosi ben stretti alla corda. Scendere con i calzoni lunghi, se possibile. Scendere piano, soprattutto se si è piccoli e se si è femmine. Scendere un po’ come avventura, come esplorazione, come coraggio, scendere alla stregua di Yanez de Gomera e Sandokan. Scendere come uccidere la tigre – scendere come bambini. Sul fondo del burrone, dalla finestra non li vedeva, gli orticelli coltivati a pomodori e cavoli e insalate, le bottiglie di birra, le baracche di pellet ed eternit e scintillanti fogli d’uova di Pasqua (elementi d’aquilone), le scatole Control, il turchese distopico dei sacchetti di nylon non biodegradabili, le galline erratiche. Un ricordo netto – sua nonna Mara che aveva un orto dall’altra parte del paese, verso l’ospedale, che un giorno abbrancò una gallina e le tirò il collo proprio davanti al suo visino cinquenne, il pollo che s’afflosciò languido, senza lottare, la nonna che gli scompigliò i riccioli con quelle mani assassine. Più giù ancora, superati gli orti e il pollame, immaginava, di nuovo dirupi e acacie, radure erbose e boschetti, e colate nere di catrame laddove quarant’anni prima si sgretolavano stradine e la pioggia plasmava miniaturizzati canyon d’argilla sul fondo dei quali lui rinveniva conchiglie fossili per la propria collezione terrosa – che va’ a sapere dov’era finita. Una scatola di cartone, marrone come tutte le scatole, rinsaldata alla bell’e meglio con metri di nastro da pacchi, che lasciava una scia ruggine quando veniva spostata, pesante quanto un cristiano. Va’ a sapere. […]