Riecheggia ancora

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Sadder still to watch it die
Than never to have known it
For you, the blind who once could see
The bell tolls for thee
NP

≪Racconta, sai, che ultimamente dorme poco. Si sveglia nel mezzo della notte, il mondo che si esprime solo frusciando o con remoti rintocchi metallici, e se ne rimane tra le lenzuola fino all’alba, gli occhi sbarrati, la vigilanza malata del consumatore di anfetamine. La mattina, poi, non riuscendo a combinare granché, cammina. Oh, se cammina. Percorre avanti e indietro l’argine dell’Egola (“le riv gosccc de l’Egolà”, scherza) e qualche volta tira dritto per La Serra o si inerpica verso Montebicchieri – il borgo fantasma omaggiato anni fa col fauvista Where’s the Werewolf? Chilometri e chilometri macinati col capo greve e le mani in tasca, i pantaloni di velluto beige da cui non si separa mai che strusciano sbrindellati per terra. E quell’idea, solo quella, fissa in testa. Come riacciuffarla quando l’hai perduta. Come resuscitarla quando è morta stecchita. Che strategie adottare, quali meccanismi mentali assecondare e se, non si sa bene come, possano svolgere un ruolo cruciale persino sottaciuti riti scaramantici – il carissimo amico Bertuccelli gli avrebbe spiegato per filo e per segno perché la superstizione attecchisce nelle menti degli umani e anche in che modo, con adeguati strumenti logico-statistici, la si possa sconfessare, negare, ridurre in polvere, ma il Bertuccelli non c’è più da un bel pezzo, volato giù nella valle in una notte delirante, ed è proprio da allora che – gatti e topi ballerini – il pensiero magico si fa largo sempre più prepotente nella sua testa semplice. Tuttavia, non equivocare: verissimo che si trova in condizioni pessime, che la grana scarseggia, che non sa che pesci prendere… ma lamentarsi gli piace poco. Non vuole teatralizzare. Le persone hanno affari ben più impellenti a cui badare, famiglie e bambini e bollette e carriere, ed evita di assillarle con petulanti frustrazioni da artistoide. La classica cosa che ti rode dentro, capisci? Notti insonni ma pure spaventose palpitazioni, emicranie lancinanti, un’ulcera che non si augura a nessuno… Assai restio e tutto quanto, sì sì, eppure quando ingolla un bicchiere di troppo il tema spunta fuori puntuale, un avvallamento abissale verso cui volente o nolente rotolano svelte tutte le parole. “Un casino spiegarsi” premette di solito. “Il linguaggio, alla fin fine, non serve proprio a un cazzo”. Abita dove sempre, nella sudicia soffitta in via di Giuncheto che da decenni è il suo laboratorio, la casa è il laboratorio e il laboratorio la vita, come nei film destrutturati che tanto imbarazzano gli alfieri delle prescrizioni narratologiche, quelli in cui si avverte una crescente patologica ibridazione tra il piano della realtà e quello, ineffabile, dei processi creativi. La soffitta è ampia, puzza di stantio ed è zeppa di centinaia di vecchie tele, ammucchiate sul cemento grezzo come spazzatura che non si ha voglia di portare in strada, si scorgono a malapena nella luce misera che scende farinosa dall’abbaino rivolto a nord, ritratti, paesaggi, un profilo stilizzato del Monte Serra colto da vicino, da un punto segreto tra Pontedera e Cascina, e poi pozze di pigmento secco, cavalletti abbattuti, stampe di Freud e Braque, pennelli, barattoli, bottiglie di birra. Decadenza, disperazione, resa – mille tentativi, altrettanti fallimenti. “Non sono più bono a una sega”, dice. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando i suoi lavori venivano acclamati sulle riviste di settore e venduti sia in Italia che all’estero, facendogli incassare discrete quantità di quattrini. I premi, i vernissage, la televisione, i discorsi di ringraziamento in cui sbagliava regolarmente i nomi delle varie associazioni organizzatrici. Un periodo felice che, racconta lui stesso in uno dei suoi aneddoti preferiti, prese il via, per un paradosso morale degno di Dostoevskij o Donna Tartt, grazie a una trasgressione, al verificarsi di un singolo atto illegittimo: quand’era già quarantenne, un pomeriggio di maggio, sul regionale Firenze–Pisa, attirato perlopiù dall’astrusa promessa del titolo, rubò un libro alla studentessa che gli russava sul sedile di fianco e se lo portò a casa. La lettura attenta di Disegnare con la parte destra del cervello, testo rivoluzionario scritto da un’insegnante d’arte americana al termine degli anni ’70, assai influente all’interno della comunità internazionale dei Veri Pittori, ebbe su di lui un effetto piuttosto dirompente. Squadernandogli sia una nuova forma dell’esperienza del guardare che una nuova tecnica (le due cose, sappilo, vanno di pari passo), quel libro gli consentì di superare una profonda crisi artistica, equiparabile a quella attuale, che lo fiaccava da lungo tempo. (“La realtà, tutta assieme” ricorda. “I giorni pieni, spumeggianti, vivi”). Prese infatti a svegliarsi presto la mattina, d’un tratto, traboccante di energia, e a tenere in mano il pennello fino a notte inoltrata, indefesso, sette giorni su sette, per mesi, nonostante il mal di schiena e la cervicalgia, accantonando dall’oggi al domani tutto l’accessorio, il cibo, l’igiene, la compagnia degli amici. Adesso doveva solo dipingere, né più né meno. Adesso sapeva – fandonie che ci raccontiamo così tante volte che finiamo per crederci davvero – che dipingere era l’unica cosa che sapesse fare, ciò per cui l’avevano messo al mondo. E i dipinti che realizzava, devo proprio dirtelo?, devo?, i dipinti erano belli, coraggiosi e grondanti di significato. Piacevano a tutti. Tutti lo lodavano, lo blandivano, le interviste fioccavano, si moltiplicavano le richieste di lavori su commissione. Non poteva chiedere di più. Ma io, che c’ero già passato, gli feci capire che non sarebbe durato per sempre. Non dura mai per sempre. La spinta inebriante di quel vento portentoso prima o poi viene a mancare. Un giorno torna, luttuoso, l’orrore della bonaccia. Scompare la fiducia, un giorno, scompare la fede, quella vista speciale. Il reale di nuovo irriferibile – ogni pennellata inesatta, ogni tratto misero o, al contrario, atrocemente pretenzioso. E non puoi farci niente. Cerchi stimoli (inneschi) dappertutto e leggi romanzi, viaggi, richiami vecchie amanti, frequenti le mostre, il teatro, cammini meditabondo per ore e ore. Ma, per quanto ti impegni, ti arrovelli, la risposta non la trovi. Come si riavviano quegli ingranaggi mangiucchiati dalla ruggine? Come si rimette in moto il processo? “Non sono più bono a una sega”, ripete spesso. Non combina niente da così tanto tempo che si vergogna persino quando lo definiscono pittore. Scova sempre velature ironiche nel sostantivo, nel modo meschino in cui lo pronunciano. Replica, allora. Offende. Manda sonoramente a fanculo. “È solo un’ossessione” blatera da brillo rimasticando i bei tempi andati. “Una brutta ossessione del cazzo”. Qualcosa che ti tartassa emarginandoti dalla sana congrega dei normali e che poi, quando se ne va, “ti manca come ti mancherebbe l’aria. Oppure l’eroina”. Penso spesso a lui, sai, alla sua situazione. Penso al concetto posticcio di dovere – una costruzione sociale particolarmente perniciosa. Penso alla ricerca insistita, e disperata, del segno assoluto, quel segno che stia perfettamente per la verità più pura. Insomma, dai, qualcosa del genere. Credo dipenda da qualcosa del genere. E che sia anche, collateralmente, una mera questione di voler – o meno – dimostrare, a un pubblico senza faccia oppure a una persona specifica, di saper fare una differenza. Credo sia l’affermazione di un potere, la sua deprivazione. Credo sia voler dimenticare la morte. “Un casino farsi intendere”, dice alla fine dei suoi sproloqui sbronzi. “Soprattutto se chi ascolta è un buco di culo che non ha mai tenuto un pennello in mano”. Penso ai limiti insormontabili del linguaggio – cogliere proprio nell’esatto momento in cui si parla lo iato deprimente tra il pensato e il detto –, all’incomunicabilità fatale, alla metafisica delle nostre inestirpabili solitudini. “Non sono più bono a una sega”, biascica fino allo sfinimento, quasi a volersene convincere lui stesso, aderire esattamente alle parole e poi mollare tutto, magari, e cominciare una vita vera. Dorme poco, ultimamente. Davvero poco. Si sveglia nel mezzo della notte, il mondo che si esprime solo frusciando o con remoti rintocchi metallici, e se ne rimane a letto immobile fino all’alba≫.

L’immersione come gomma che cancella

La gioventù italia del Littorio (Dilvo Lotti)
La gioventù italiana del Littorio – opera di Dilvo Lotti (San Miniato, 27 giugno 1914 – San Miniato, 22 aprile 2009)

I denti sono trecce d’aglio pendenti dal soffitto cupo. Le arcate, disallineate per innati difetti gnatologici, si spalancano su di me, preda zoppa, bolo potenziale. Balbetto passi. Forme sfocate, tinte insature. Scippo al buio intermittente un braccio inchiodato al muro sulla destra. Un chiodo nel polso, come il Vigliacco, laddove un tempo sbocciava la mano ora latitante. Carne liscia. Carne lenitiva, sotterra traumi. Quattro sull’avambraccio e poi, oltre l’angolo pressappoco ortogonale del gomito, altri tre, forse più lunghi, ficcati in tricipiti e bicipiti dall’aspetto molliccio. Rivoli neri di sangue essiccato sulla pelle bianco yogurt attorno alle singole capocchie. Vedo una gamba, la destra, innaturalmente dritta e fornita di piede, ergersi come legno morto di palude in mezzo al corridoio, grottesca istallazione moderna – di fianco un’illeggibile didascalia. Incollata? Sostegno metallico interno? Calpesto l’elastica sofficità di milioni di peli e capelli sparsi sul pavimento di fredda pietra nuda. Avanzo. Carpisco. L’altro braccio a sinistra, imbullettato uguale. Guarda che muscoli. Paralleli graffi felini. La voglia a mezzaluna sull’ascella mozzata. Il pretenzioso tatuaggio del mio amore per lei. E quelli sarebbero muscoli. Le mani aperte, come i bambini quando contano, incorniciate e affisse una di qua e una di là – biunivocità dita-chiodi. Il tronco deprivato, capolavoro sospeso suinamente nell’aria che sa d’incenso o mele cotte, sorretto da catene massicce aggrappate alle scapole. I genitali flosci, desolati. Lo sfregio tra i bassorilievi vertebrali. La chiazza umida che s’allarga dabbasso col suo gocciolio ossessivo. Avanzo nella gola stretta, soffocante, urto un tavolo, l’altra gamba stesa sopra, sangue, la testa glabra, cieca, impossibilmente concava.

E tre recipienti di vetro.

Nel primo due globi oculari fluttuano inespressivi in una soluzione trasparente. Nel secondo, immoto a mezz’altezza il mio sopravvalutato muscolo cardiaco – vagamente spappolato, vinto, lembi filamentosi che si diramano nella formaldeide come tanti tentacolini rossicci. Nell’ultimo, abnorme, all’altra estremità del tavolo, niente tranne il liquido. È aperto, il tappo svitato accanto, e odora di forte e definitivo. Appena lo rischiara il miraggio di una luce lontana. Mi avvicino, allora, e faccio ciò che devo. Sono qui per questo. Sono qui semplicemente per questo.

 

Walk in the park

IMG_20201215_113342Disegna un cerchio sulla condensa della finestra. Una volta sapeva disegnare cerchi perfetti, ma questo gli viene deforme – si nota la forzatura nel far coincidere il finale con l’inizio. Poi, un po’ con l’indice e un po’ col dorso della mano, cancella l’interno. Il mondo appare. La campagna livida come in un Eugene Smith. Le rare case, il ciuffetto di tigli sulla destra. Il piombo del cielo che si scioglie dappertutto in tanti rivoli scuri. E se non fosse un’anomalia temporanea? E se saltasse fuori il cigno nero? Se ne sta all’asciutto in una stanza al quarto piano di una palazzina, libri ammassati, profumo di metallo caldo nell’aria. Addosso ha la solita sdrucita tuta della Nike, quella da emergenze. Eppure non funziona. Deve consegnare il testo entro tre ore e niente funziona. Curiosamente inefficaci sia i Beach House che il rumore bianco della pioggia battente. Non ha scritto una parola. In piedi, guarda fuori. Pensa a quel bambino. Un furgone giallo e sfocato sta risalendo i campi sulla stradina fangosa tracciando una corda all’interno del cerchio. Deve parlare dell’alluvione, gli hanno detto per mail quella mattina, dell’Arno prossimo a esondare. Vogliono un racconto in stile giornalistico che sia almeno in parte fondato su dati, magari su informazioni di prima mano. Confidano nella sua competenza e professionalità. In verità non sa niente, niente, nessuna idea sull’emergenza attuale. Constata solo l’apocalisse astratta di mille giorni di tempesta. Sia web che social risultano inutili: i comunicati ufficiali di Comune e Provincia risalgono a troppe ore fa. Il resto è solo chiacchiera, bassa polemica. Dovrebbe andare a controllare con i propri occhi, come fece quel bambino lontano. Ha già scavallato gli argini? C’è già una moria di galline? Le macchine stanno già facendo testacoda nella corrente? Dietro di lui, in mezzo alla stanza, sul tavolo, di fianco alle tazzine di caffè e all’ultimo numero dell’Espresso, un rettangolo di luce pretende ordini. Si passa una mano tra i capelli. Inghiotte a fatica un catarro. Sa che a volte basta poco, è tutta autosuggestione. Il segreto sta nell’illudersi di aver sistemato i dettagli e plasmato l’ideale atmosfera intimista. Poi si tratta banalmente di renderla una questione di vita o di morte – se non scrivi, scompari. Basta pochissimo. Il lampo di un incipit. Inventare uno sguardo speciale. Considerarsi un artigiano – un artigiano, non un artista. Non vali un cazzo, ricordatelo. Non vali un cazzo. Il furgone rallenta un attimo, oltre l’esercito di gocce, forse per scalare una marcia, e riprende la fiacca salita. Il bambino abitava nella sua stessa palazzina e aveva una BMX bianca. Non sapeva impennare. Le misere casse acustiche del portatile insistono nel diffondere l’ipnosi di Teen Dream, riaffiora qualcosa di vertiginosamente antico e rassicurante, il candore amorfo di una culla, il suono del phon dopo i primi bagni nella vasca. Sul cerchio, quasi baciato dalle labbra secche, comincia pian piano a riformarsi la condensa. Il furgone adesso rasenta il centro – la corda talmente lunga che finirà quasi per coincidere col diametro. Il fiume, magari imperioso come nei romanzi dell’America rurale, gli scorre dietro, sufficientemente lontano, oltre il muro e le case, centinaia di metri a valle. Il bambino fece colazione e scese giù nella piana un sabato mattina di scuole chiuse, il giubbotto addosso, l’aria che gli rinfrescava la faccia. Si tratta di scrivere un raccontino che verrà pubblicato la prossima settimana. Roba di dubbia utilità. Per quanto possa darsi da fare arriverà inevitabilmente in ritardo sui fatti. Il bambino pedalò per un paio di minuti in discesa e poi frenò, appoggiò un piede sull’asfalto bagnato e si trovò a fronteggiarlo in tutta la sua potenza, non si scorgeva la riva opposta, il paese sommerso, annesso. Il cerchio sta svanendo in fretta, il mondo uguale. I Beach House si struggono nel mid-tempo di Norway. È una fase eccezionalmente cristallina, cruciale. Coglie una continuità. Che dovrebbe fare? Scendere e chiedere cosa provano, cosa stanno per perdere o hanno già perduto? Intervistare? Catalogare le bestemmie? Biasimare chi si fa i selfie dai ponti? Il bambino non infilò stivali. Il bambino non afferrò pale. Il bambino non aiutò gli amici e i loro genitori che arrancavano nell’acqua merdosa, alta fino al petto. Il bambino non mise in salvo cani e gatti. Guardò, ecco che fece. Ammirò lo spettacolo della rovina, la bellezza atroce della perdita, dal seggiolino-poltrona della sua bicicletta costosa e appena appena macchiettata di marrone. Del cerchio deforme permangono solo incerte tracce fossili. La terra liquida avvinghiava le case con le sue mille braccia randagie, taccheggiando televisori, abiti, progetti di vita. Affogò una persona, si seppe poi. Ricominciare è la parola chiave. C’era un gran silenzio, nonostante tutto, una pace da nevicata fitta. L’acqua frusciava eppure era muta. Il bambino non capì perché la gente rispondeva in modo brusco e scortese, perché qualcuno gli suggerì di tornarsene a casa. Poteva farlo? Questo devi domandarti. Problematizza l’aspetto specifico. Al di là della condensa, la piccola sagoma gialla diretta verso l’angolo in alto a destra si blocca in mezzo ai campi zuppi. Pensaci. Valuta se hai colpe concrete. Passa la mano sul vetro, di nuovo, una pennellata di realtà, scurissima, sulla lavagnetta grigia. Vede il furgone di traverso rispetto alla strada e un uomo minuscolo uscire sotto la pioggia e allargare le braccia in segno di protesta. C’è qualche porco in ascolto? Il portatile propone l’ipnopompica Walk in the park. Dispone di tre ore, e tre basteranno. Sa che si accontenteranno. Può cavarsela col mestiere. Ci sono strutture standard ed espressioni standard, trucchetti, moltitudini di racconti da poter scopiazzare. Ora deve occuparsi di altro. Ricominciare è sempre la parola chiave. Abbassa il monitor del portatile, prende il giubbotto dall’appendiabiti dietro la porta. Scende di corsa giù per le scale.

Assolo di Natale

Il suono ambiguo e complesso dello sportello che si chiude. Certe notti, come diceva quello. Ambiguo perché o si entra o si esce, e fa tutta la differenza del mondo. Complesso perché compresso – meno cazzata di quel che sembra. Tipo uno svelto accordo – le corde vicine vicine che si rasentano, un muro di corde, la parola pluricellulare. Una sintesi. Il suono della riconquista della forma primaria, della funzione. Capitombolare dentro l’origine. Stare into the sky with newborn perfect eyes. Né punto né segmento. Non secco come un colpo di pistola ma nemmeno dilatato come una coltellata – lacerazioni, urla, i maiali agonizzanti di Olmi, il perdurare sadomaso dello spasmo. Scambi snelli e qualche reprimenda, se ci sei. Sfilate sfarzose di denti bianchi. E poi le metafore estemporanee, talvolta, le tue e le mie, quel banchettare attorno al nucleo tragico, i giochi col mistero finale, la cognizione di una resa: possiamo crescere solo nella direzione in cui tira il vento. Ammazza. Pure filosofi. Come gli arbusti piegati a ridosso delle spiagge sozze dell’inverno dai cieli di topo, fai tu, piene di plastica e schiume e sugheri e pescetti marci. Piegati, nel senso che o ti adatti o il vento ti spezza in due, bello mio. (Una stempiatura e gel costrittivo: risate). Calzante definizione di impotenza. Sopravvalutazione secchiona della genetica, della maiuscola Natura, ma soprattutto infilarsi dritti nel ginepraio del – eppure è tutto vero, vuoi che non lo sappiamo, ma uno fa finta di niente perché se no che si vive a fare. Si chiude. Lo sportello si chiude – ancora e ancora e ancora e ancora e ancora. Con un tonfo soffice. Suono di un tuffo dall’alto, dell’impatto goffo, come quei pazzi a Calafuria quando s’era bambini e pelli elastiche e tutto technicolor, tutto. Ci sei o no. Corpo o spettro. Inizio o arrivederci. Prima o dopo le adulterazioni propedeutiche. In una fredda notte nell’orbita di San Miniato, San Miniato alta e zitta e stellare, le ghirlande e le palle di Natale e guanti e sciarpe agrumi, un piano minimal come straziante melensa triste soundtrack. A guidare nelle vie che sappiamo, di cinghiali e cerbiatti e latte di lepre, che vanno in alto con tutta la cautela che si possa immaginare o scendono giù in picchiata a cento all’ora verso nulla, verso niente, verso casa. Ci siamo capiti.

Labarda Levata: un ulteriore sguardo dietro le quinte

Sasha Tapinassi: lo dico d’emblée, accantonando qualsivoglia velleità di suspense. Questo, dunque, è il mio nome. I più agées di certo mi ricorderanno come il Sascino di Paesante; più d’uno si rammenterà della Cascina di Sasha, il cohousing neo hippy ante litteram stroncato dall’irruzione delle forze dell’ordine l’undici di luglio dell’ottantadue, più o meno in contemporanea col gol del due a zero azzurro a Madrid: l’urlo di Tardelli dal Mivar che sfumava in una bolgia di porte sfondate, fumogeni esplosi ad altezza d’uomo e manganellate (ma questa è roba che mi tengo da parte per un futuro post di Labarda). Ciò che Benno ha riferito sul mio conto qui è abbastanza veritiero: di certo un poco romanzato; ma si sa, siamo pur sempre all’interno di un blog dalle velleità, ebbene sì – diciamolo senza troppe remore – “letterarie”. Se l’ottimo Fiumalbi non avesse fatto la prima mossa non sarei adesso qui a scrivere queste righe, che mi risultano ardue per una mia consuetudine di riservatezza. Non s’intenda ciò come posa intellettualoide: prova ne sia il fatto che oramai da qualche lustro conduco una vita alquanto ritirata, per non dire eremitica. Ma veniamo al punto.

Ciò che resta oggi della Cascina di Sasha

Labarda Levata nasce da un sogno. Non in senso figurato: un sogno reale, o meglio un doppio sogno, in contemporanea per giunta. Eccolo: vado di gran lena per Corso Garibaldi con due giganteschi faldoni di fogli sottobraccio, quando, entrando spedito nella Loggetta del Fondo, mi scontro con un tizio anch’esso carico di faldoni che mi viene incontro dalla parte opposta, e tutti i fogli ci scivolano via mischiandosi a terra, prendendo infine a svolazzare in ogni direzione; alzo gli occhi e in quel signore riconosco Benno, il mio vecchio amico Benno che non vedevo da anni. Naturalmente il mattino dopo spedisco una mail a Benno per raccontargli il sogno, e quando mi arriva la sua risposta non posso fare a meno di rabbrividire. Scrive infatti Benno:

[…]e com’è strano sentirti proprio stamani, proprio con questo sogno. Tutto ciò va contro qualsiasi dogma finora da me ritenuto inconfutabile, e mi sconvolge alquanto. Anch’io, difatti, stanotte ti ho sognato, per giunta in circostanze che presentano un’inoppugnabile quanto imprevedibile analogia. Eravamo infatti io e te, soli, sul prato della Rocca, e tenevamo in braccio due pile di fotografie: d’un tratto un refolo di vento persistente ci sparpaglia le foto, mulinandole in aria e seminandole ovunque[…]

Da lì alla decisione di iniziare un blog, il passo è stato breve. Pertanto il mio rapporto con Labarda non può che essere visceralmente sentimentale, e prescinde da ogni oggettiva misura di popolarità, qualità o diffusione. Certo, mentirei se dicessi che l’apprezzamento espresso a più riprese da noti personaggi del mondo accademico e letterario mi lascia indifferente – tutt’altro! – ma sarei fiero di Labarda anche se i feedback fossero di natura diametralmente opposta (come peraltro verificatosi in alcune occasioni[1]).

The Kenosha Kid, il mio nickname, l’ho preso in prestito da un misconosciuto thriller giovanile di Marco Vichi, Morte a Varlungo. Vichi è sempre stato un mio punto di riferimento, assieme a Tondelli, Zaffagnini, Rodengo-Albrici, Capriotti, Malvaso e Raveggi, nomi che ai più diranno poco o nulla. Il Kenosha Kid è un outsider, un rinnegato, uno schmuck: da lì la mia simpatia e l’istantanea identificazione.

The Kenosha Kid

Sì, ma cos’altro dire di me, che la gente ancora non sa? Ecco alcune confessioni che mi sono riservato per la nostra Labarda, e che ormai è giunto il momento di sviscerare. Sono cieco da un occhio – il destro, per la precisione – in seguito a un bizzarro incidente con un’antilope e un cavaturaccioli[2]. Da ragazzo ho fatto tre giri completamente nudo sui calcinsella della fiera in piazza Dante. Un pomeriggio di tanti anni fa, in una radura sopra Vizzaneta, ho incontrato quella che con tutta probabilità era la Madonna. Al Derby di Epsom del ’93 ho mangiato per scommessa tutti i fiori del cappello della contessa di Wessex, senza che lei se ne accorgesse. Per lavoro ho fatto foto osé a un noto politico fiorentino col suo amante segreto. Fui io a disciogliere in acqua chili di Rosso Ponceau quando il lago di Moriolo divenne un’immensa pozza di sangue. E via, e via, e via. Il titolo che Benno immagina per la mia biografia in fieri, “Ho rimbalzato dappertutto”, è dannatamente azzeccato.

[…]disciogliere in acqua chili di Rosso Ponceau[…]

Eppure il desiderio di mettersi a nudo si trascina dietro il senso di una fine, un retrogusto amaro che chissà dove mi condurrà. Sarebbe un peccato se mi facessi sopraffare, ancora una volta, da quell’insano desiderio di autodistruzione che mi porto dentro da una vita; un peccato, perché di storie da raccontare, qui su Labarda Levata, ne avrei ancora a decine. Come quella del fantasma di Villa Sonnino. Quella della rapina tarantiniana alle Poste di Corazzano. Quella dello spaventoso gigante di Pilerno. Quella degli incontri VIP a luci rosse in una insospettabile maison del Poggio di Cecio. Quella delle messe nere nei boschi di Germagnana. Quella della vita dissoluta di M.B. Quella dei combattimenti di galli in un capannone dismesso della Serra.

Dunque vi lascio, ma non prima di un’ultima confessione. E se vi dicessi che Beasley e Kenosha in realtà non sono due persone? Qualcuno di voi l’avrà sospettato, leggendo attentamente i vari post. Ebbene, la verità – l’ennesimo segreto di Pulcinella – è che in realtà Beasley e Kenosha non sono due persone, ma tre. Attendiamo dunque, se mai ci sarà, la versione di questo enigmatico tertium datur. Ma forse, per la prima volta, vi sto solo prendendo in giro.

Ad maiora!


[1] Scrive ad esempio Vanni Santoni sul Corriere Fiorentino del 7 marzo 2021 nell’articolo “Afeli, Perieli e Mistificazioni”: […]ma la San Miniato di Beasley e Kenosha Kid non è né la Bucarest trasfigurata di Cărtărescu, né l’onirico Terminus radioso di Volodine, bensì un ibrido che si smaterializza nell’inconsistenza dell’artificioso, come fosse una quinta da Far West hollywoodiano: San Miniato, semplicemente, non c’è[…]. A Santoni fa eco Luca Ricci dalle pagine del Tirreno ediz. Pisa in data 2 aprile 2021, nell’articolo “Scrivere un racconto che NON piacerebbe al New Yorker”: […]Ma veniamo al caso letterario locale degli ultimi mesi: Labarda Levata. Tensione narrativa: zero; Personaggi: non reperiti; Struttura narrativa: assente; Elementi extradiegetici: neanche l’ombra. In poche parole, un fallimento totale[…]. Paolo Nori mette infine la pietra tombale dal Foglio (18 maggio 2021) nell’articolo “Io son poi quello che parlo male di Parma”: […]Borislav Fedorchuk, amico di Tolstoj, racconta che il grande scrittore gli disse una volta ‘Pietroburgo? L’ho detestata, ne ho parlato male e così l’ho resa immortale’, a me sembra invece che questa cosa qui mica la posson dire quei due di San Miniato, che ci son stato è pure una bella cittadina, ecco loro a forza di parlarne bene mi par che la stian distruggendo invece[…]. E qui, per pudore, m’interrompo.

[2] Potete fare due più due, se possedete rudimenti d’aritmetica

Via Fornace Vecchia

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[…] Si avvicinò alla finestra e guardò fuori. La giornata puntava a scurirsi. Uno stormo di uccelli, gestalt compatta di ali e cervelli minuscoli e sbalorditivi, spazzò il cielo da destra a sinistra. Vide l’anonima casetta dai muri malstuccati, una volta ci stava il Cosci, un umbratile milanese senza moglie né nuca che di tanto in tanto lanciava urla idrofobe nel pieno della notte, rifornendo per settimane di materiale le discussioni del vicinato. La casa si ergeva al di là di via Fornace Vecchia, una discesa tortuosa che partiva dalla sovrastante via Roma/Carducci e portava giù a Gargozzi, ora nel 2005 asfaltata e spesso aggredita (ma non quella mattina) dalle berline spietate del personale bancario. Perpendicolarmente proprio sotto la strada, a mo’ di sostegno, si trovava il grosso muro di nudi mattoni con cui aveva scambiato milioni di palloni quand’era un ragazzino che voleva migliorare la propria tecnica di base – migliorare lo stop, migliorare il calcio con l’interno piede, migliorare il sinistro. In primo piano oltre il doppio vetro c’era la piazzetta ghiaiosa su cui sorgeva il muro, e sulla sinistra la giovane acacia che aveva sostituito quella storica, il tronco rossomarrone che diventava la bomba del nascondino, l’albero che nelle giornate autunnali affrescava lo spiazzo col suo caldo e pointillismico nanofogliame. C’erano foglioline anche in quel momento, qua e là, foglioline che con la pioggia imminente si sarebbero tramutate in una pappetta colloidale e giallognola. Dietro l’albero partiva il burrone – ora un oggetto geologico innocuo, allora tremendo e rischioso, confine estremo tra il mondo civilizzato e quello esotico/misterioso, ricettacolo di terriccio e fantasie, di forme verminose, di radici, di serpi e di ortica. Scendere tenendosi ben stretti alla corda. Scendere con i calzoni lunghi, se possibile. Scendere piano, soprattutto se si è piccoli e se si è femmine. Scendere un po’ come avventura, come esplorazione, come coraggio, scendere alla stregua di Yanez de Gomera e Sandokan. Scendere come uccidere la tigre – scendere come bambini. Sul fondo del burrone, dalla finestra non li vedeva, gli orticelli coltivati a pomodori e cavoli e insalate, le bottiglie di birra, le baracche di pellet ed eternit e scintillanti fogli d’uova di Pasqua (elementi d’aquilone), le scatole Control, il turchese distopico dei sacchetti di nylon non biodegradabili, le galline erratiche. Un ricordo netto – sua nonna Mara che aveva un orto dall’altra parte del paese, verso l’ospedale, che un giorno abbrancò una gallina e le tirò il collo proprio davanti al suo visino cinquenne, il pollo che s’afflosciò languido, senza lottare, la nonna che gli scompigliò i riccioli con quelle mani assassine. Più giù ancora, superati gli orti e il pollame, immaginava, di nuovo dirupi e acacie, radure erbose e boschetti, e colate nere di catrame laddove quarant’anni prima si sgretolavano stradine e la pioggia plasmava miniaturizzati canyon d’argilla sul fondo dei quali lui rinveniva conchiglie fossili per la propria collezione terrosa – che va’ a sapere dov’era finita. Una scatola di cartone, marrone come tutte le scatole, rinsaldata alla bell’e meglio con metri di nastro da pacchi, che lasciava una scia ruggine quando veniva spostata, pesante quanto un cristiano. Va’ a sapere. […]

Viva Cencio’s

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Happiness is the absence of unpleasant information
W. T. Vollmann,
Europe Central

Bretella borbotta qualcosa che in ritardo, e solo grazie al contesto (per i cristalli liquidi sul cruscotto sono le 22.37), decodifico come un È troppo presto. Così sostiamo per un drink. Al Pinocchio, la statale brilla di pioggia recente, l’aria è nuova e profuma vagamente di petardi, quasi fosse l’ultimo dell’anno. Ma è solo ottobre. Solo un ordinario venerdì notte di ottobre dei primi Duemila in cui scusate tanto ma proviamo a vivere. Nel bar, tre o quattro vecchi parlottano di fronte allo schermo CRT, che riverbera la nettezza di scene già immortali, già Storia, e una donnina dalla testa glassata riassetta tavolini sul fondo. Bretella e io prendiamo una Sprite piccola, Michelone va su una Pepsi media. Parliamo di lavoro, di motori a scoppio, di un viaggio da sempre sognato. A un certo punto, ammezzando la parola Antipodi, Michelone si mette una mano sulla bocca e starnutisce. Il barista dice Salute. Dalla sommità del suo 1 e 99 Michelone ringrazia e gli chiede se per caso conosce o ha mai sentito qualcosa del grande compositore sovietico Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич. Il barista finge di rimuginarci un po’ su e risponde di no e ci fissa, me e Bretella, abbracciandoci con un tenerissimo sorriso.

Michelone scuote la grossa testa rasata.

La zona industriale di Prato – che raggiungiamo in una cinquantina di minuti di FIPILI uscendo a Signa – è umidiccia, cupa e un po’ Strange Days, se capite che intendo. Alterna tetri capannoni lunghi 200 m a poligoni depressi di arbusti secchi, stagni sempiterni e cumuli di lavatrici gettate. Sotto il bagliore ocra di sparuti lampioni le macchine brulicano bramando parcheggio, e qua e là grappoli di giovanotti inalano in gran segreto quantitativi pazzeschi di buon tabacco rollato. Michelone, fischiettando l’Opus 110 (1), piazza la Punto di sguincio su un marciapiede lontano dall’entrata. Ci avviamo a buon passo, Bretella primo, Michelone in mezzo, io ultimo. Bretella veste un bomber verde militare; Michelone, alto e pure obeso, il solito giacchetto di jeans taglia M comprato in età prepuberale. In coda all’entrata, la tessera in mano, Bretella butta lì di averla vista a Firenze la domenica passata con uno dalla nuca tatuata. Usa sempre l’oro come termine di paragone per i capelli biondi, il marmo per evocare la consistenza di, insomma, ci siamo intesi. Michelone, che l’ha beccata diverse volte pure lui, ribadisce che è bella, ideale, noumenica, quasi come Elena Konstantinovskaya – comunque notoriamente mora.

Il locale si presenta come il solito sterminato scatolone pigiato di corpi e potenzialità. I muri svettanti sono pennellati di murales, il soffitto è grigio nebbia, il pavimento una colata di solido petrolio. Un’incisione nuova sull’intonaco a destra dell’entrata: WE ARE THE ENEMIES OF REALITY. Nelle luci svelte, sotto la palla a specchi, a ritmo di musica saettano sulla pista da ballo (2) sagome oblique, braccia arrese, raggiere di capelli. Facciamo un giro perlustrativo, salutiamo vecchi amici, gente che scende settimanalmente l’appennino o che viene addirittura dal senese, poi andiamo sul primo drink. Gli aerei, la polvere, le imminenti contromosse. Può la fine cominciare di venerdì notte? Prendiamo tre aranciate San Pellegrino belle frizzanti. Al freigeist di Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич! urla stentoreo Michelone al momento del brindisi. Mi volto dall’altra parte, forse imbarazzato, forse cercandola nella calca. Una buona metà dei maschi porta un dolcevita. Le ragazze gonne, jeans, pullover trendy, stivali luccicanti di stelline incastonate. Stanno passando It’s raining men di Geri Halliwell quando (mi pare) Bretella in punta di piedi chiede sussurrando a Michelone se per caso l’ha già vista da qualche parte.

Michelone, a cui da lassù niente sfugge mai, scuote la testa.

Ci fermano Manuela e Irene ragguagliandoci sul loro ultimo viaggio. Finiti gli esami i primi di settembre, sono state in Marocco e si sono stradivertite. Sequestro Manuela, le offro una gassosa e la guardo avvicinare il bicchiere alla bocca: ha delle mani davvero belle. Mi faccio spiegare per bene quando sono partite, quanto sono rimaste, le chiedo se sa che in inglese Marocco si dice Morocco con la O. Con un occhio ne guardo le labbra espandersi e ritrarsi (danza di medusa), con l’altro, a metri di distanza, nella penombra, ancora Michelone e Bretella confabulare – Irene annoiata che si mangiucchia le unghie. I suoi capelli dorati, le forme – dicono – marmoree. E se il mondo esplodesse prima che io…? Manuela, il fiato tanto dolce da stuccare, prosegue torrenzialmente citando certi tè marocchini alla menta a sentir lei troppo goduriosi, finché con zero tatto Michelone, Bretella e Irene si avvicinano, ci propinano qualche sciocchezza e ordinano a loro volta. Michelone solleva la pinta di Pepsi (dalla manica del minigiacchetto di jeans sbucano 50 cm di lana acrilica) e, mentre le Lollipop cantano Down down down, grida: All’integerrimo Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич! Qui Irene lo fissa come di solito si fissano quelli con la corteccia prefrontale anche solo in parte lesionata (trauma, ictus, etc.) e gli chiede che diavolo stia blaterando. Michelone scuote la grossa capoccia e finisce il drink in una lunga chiassosa sorsata (3).

Manuela e Irene si dileguano con un lapidario Ci becchiamo dopo. Così ordiniamo una Pepsi grande a testa e ci immettiamo nel flusso compiendo senza fretta quattro o cinque rivoluzioni attorno al bar. C’è un istante, solo un istante, in cui vorrei chiedere loro se dopo quel martedì di quasi un mese fa non sono ancora un minimo, come dire, turbati, frenati. Se non hanno paura. Ma lascio subito perdere. Ci intratteniamo con un gruppo di ragazzi di Galciana conosciuti tempo fa, tutti trentenni sostanzialmente bassi e baffuti, i quali non fanno a tempo a offrirci delle Mentos che subito ci snocciolano l’elenco eccitato, convulso e chiaramente posticcio degli avvistamenti serali. Sulla tribunetta laterale, al buio, avvinghiata a uno. A ballare come una pazza. Allo specchio del bagno per una controllatina al trucco. A cantare Infinito di Raf (ormai un classico del DJ set) con le amiche. Michelone e Bretella ascoltano annuendo, gli occhi umidi che quasi vedono, quasi configurano, i piedi che fanno piccoli e frenetici scarti avanti e indietro. Michelone è solleticato dal mero concetto. L’elettrauto/meccanico Bretella ci fa invece proprio quel tipo di pensierini pratici.

Nel bel mezzo della serata mi ritrovo da solo a marciare nella fiumana. Capto battute, risate, frasi sintatticamente elementari. Lancio occhiate. Saluto altri samminiatesi – compaesani conosciuti qua dentro. Saluto il sosia di Boy George, icona del locale, nel suo impeccabile completo bianco latte. Saluto Mario il Barzilli e Luana di Pistoia. Le casse sovrastanti pompano prima una perfetta Livin’ la vida loca di Ricky Martin, poi Madonna, Backstreet Boys, Britney Spears. Vedo un ragazzo inciampare e sversare sul linoleum mezzo litro di succo alla pera, una scena che – sarà per il colorino mesto del succo – mi ricorda un po’, insomma, dai, ci siamo capiti. Becco Manuela a confidarsi con un tipo dal pizzetto disegnato a carboncino e per un attimo invidio sia lui che lei, l’intesa rapida, l’incoscienza fertile. Niente aerei, polvere, escalation potenziali. Bionda. Questo conta. Necessariamente bionda. Come l’oro. Come miele d’acacia. Come il sole nel miglior giorno d’estate della vostra gioventù. D’impulso seguo le bionde, tutte, pure le castano chiare, le tallono zigzagando nella massa e le supero per poi voltarmi e valutare – dissimulando l’interesse – se i connotati possano anche solo sperare di corrispondere alle chiacchiere, al mito. Non ottengo granché. Prendo una Sprite media. Nell’udire Bailamos di Enrique Iglesias penso dissonantemente e mio malgrado alla figura stoica di Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич, penso a tempi in bianco e nero, penso a impietose circolarità.

Poi le teste sulla sinistra scattano all’unisono puntando come cani da ferma il centro della pista da ballo, sotto la palla a specchi. E nella fragorosa cascata che è diventato il mormorio circostante soffoca per sempre l’incipit di I’m Outta love di Anastacia. Gli indici tesi, polarizzati, la meraviglia che s’addensa lesta fra mille raggi diagonali viola e verdi. La mia vita sta per cambiare. Appoggio il bicchiere su un tavolino, drizzo il colletto della camicia alla boscaiola Energie, inspiro forte, mi inoltro nel groviglio di braccia e gambe. Vedere è un passaggio. Un salto di qualità. Mi faccio largo a spintarelle e chiedo scusa, ringrazio. Posso? Mi è concesso? Esigo prove decisive, sapete – la verifica fattuale della nostra possibile compresenza. Michelone il filosofo, Bretella il pruriginoso, ogni singola benedetta anima di queste notti transreali. Voglio partecipare, condividere. Essere come loro. Avanzo, mi lascio indietro la contingenza delle voci e i miei affanni cosmici, ormai miseri bisbigli, rimuovo le immagini e le sovrimpressioni tragiche della CNN (quel font duro), mi dissocio progressivamente dall’insieme vertiginoso di tutti i nostri spenti giorni di morchia, noia e teorie. Urto schiene, pesto piedi, scorgo bocche estatiche e mute. Avanzo, sempre più leggero, il battito diradato all’eccesso, e comincio a intravedere qua e là suoi brandelli nelle brevi fessure tra i giovani corpi mobili, e già deduco, già realizzo, la forma completa, l’intero, l’unico futuro che possiamo davvero sopportare. Sono quasi là.

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(1) Lo so perché me l’ha detto lui: se fossi un narratore onnisciente tutto questo, del resto, non avrebbe alcun senso.

(2) C’è un’altra pista, più intima, al piano di sopra. La evitiamo: musica troppo commerciale.

(3) Il severamente fuori corso in Filosofia e Linguaggi della Modernità Michele “Michelone” Barsotti di Balconevisi (PI) ha letto otto volte Europe Central di tale William T. Vollmann e ci è entrato in fissa. Il problema non è in sé la fissa su EC. Il problema, per chi lo frequenta, è la sua fissa di rendere manifesta la sua fissa.

Organisti

Ci sono giorni che segnano uno spartiacque nella storia, dando vita a un prima e un dopo completamente diversi. L’undici settembre, il giorno in cui il mondo è cambiato per sempre, lo ricordo ancora in modo chiaro: tutti noi ci ricordiamo cosa stavamo facendo nel momento esatto in cui ci fu il primo e più spettacolare attacco, la famosa esplosione che ci catapultò in questa nuova era di paura, diffidenza e odio. Io ero dietro casa all’Ontraino a rovistare nella vecchia rimessa, cercando del materiale che fosse utile per il mio intento: costruire una pedana per il gioco del Go. Mentre frugavo tra le cataste di cianfrusaglie si affacciò mia madre: ricordo ancora la sua espressione, gli occhi che non stavano fermi, la bocca che cercava di dire qualcosa senza riuscirci. Più ancora delle immagini che avrei visto come tutti in televisione di lì a poco, se ripenso a quel primo fatidico attacco è questo che mi torna in mente: l’esile figura di mia madre stagliata contro il chiaro alle sue spalle, incorniciata nella porta della rimessa, con una maschera d’incredulità e smarrimento sul volto.
Ma la distruzione che osservavamo in televisione sulle prime ci sembrò finta – un film, un effetto speciale, un elaborato lavoro di computer grafica; ci rifacevamo a ciò che nella nostra esperienza somigliava di più a quelle immagini, che sarebbero diventate così comuni negli anni seguenti, ma che in quel momento non riuscivamo ad associare a qualcosa di esistente, di vero – un luogo preciso, dei morti reali, un fatto storico di portata epocale. Le macerie fumanti, i corpi dilaniati, le riprese dall’alto che ci precipitavano in un inferno di polvere e sangue, e qua e là dell’oro che ancora brillava, i marmi lucenti che splendevano inerti, tutto era così straniante, così fantastico, che stentavamo a comprendere a fondo quello che stavamo vedendo. San Pietro pareva un angelo ferito a morte accasciatosi esanime al suolo, la schiena dilaniata, le ali lacerate; la prima esplosione aveva fatto crollare buona parte della cupola, e il transetto settentrionale era un’immensa voragine. E mentre guardavamo stupefatti, come in sogno, ecco all’improvviso la seconda esplosione, quella che avrebbe devastato il transetto meridionale, mentre i soccorritori erano ancora dentro a cercare superstiti; era tutto ancora così lontano da noi, così inafferrabile e irreale, che quando la cupola franò per intero provammo come un brivido di appagamento, quasi come se fossimo al cinema. Fu quando giunsero le notizie che anche a Santa Maria Maggiore e a San Giovanni in Laterano c’erano state esplosioni che qualcosa di diverso iniziò a radicarsi in noi. Ci sentimmo accerchiati, stretti in una morsa invisibile e potentissima, come se le pareti delle nostre case ci stessero stritolando. Era l’angoscia; era, ancora sotto una nebbia indistinta di sensazioni, la paura, quella paura che sarebbe cresciuta giorno dopo giorno, anno dopo anno, trasformando per sempre il mondo intorno e dentro di noi.

Nel gioco del Go si fronteggiano pedine bianche e pedine nere: l’obiettivo è quello di sopraffare il nemico, conquistare il suo territorio, catturare le sue pedine circondandole. È un gioco di strategia che somiglia a una guerra, dove i buoni e i cattivi sono ben riconoscibili in base al loro colore; la guerra che stiamo combattendo oggi invece è diversa: non ci sono certezze, non si può capire chi è il nemico soltanto dal suo colore.

La prima volta che sentii parlare degli organisti fu la notte dell’undici settembre, quella notte che tutti passammo insonni attaccati alla TV per capire cosa stesse succedendo al nostro vecchio mondo. All’inizio la dinamica dell’attacco non era chiara, ma man mano che le notizie si susseguivano divenne evidente che le esplosioni all’interno delle basiliche erano avvenute in prossimità dei grandi e antichi organi. I pochi superstiti ancora in grado di raccontare qualcosa erano concordi nell’affermare che subito prima delle esplosioni gli organi stessero suonando, ma nessuno ricordava nient’altro. “È stato lui…” aveva detto una testimone, una soltanto, un’anziana pellegrina che era da poco entrata in San Giovanni; lo aveva detto al giornalista che la intervistava mentre veniva caricata su un’ambulanza, “…è stato l’organista”, aveva detto, senza aggiungere altro. Solo durante la notte iniziò a diffondersi la voce che gli investigatori stavano seguendo una traccia precisa: nell’abitazione di uno degli organisti in servizio a Santa Maria Maggiore erano state rinvenute delle grosse canne labiali di metallo che all’interno dei corpi cavi nascondevano materiali esplosivi. Quei rudimentali ordigni, come sappiamo, sarebbero poi diventati tristemente famosi in breve tempo.
I mesi che seguirono a quei primi, lontani attentati furono una sorta di corso accelerato di storia contemporanea: tutti sentimmo parlare per la prima volta del WAF, il World Atheistic Front, e delle mille forme che il movimento assumeva all’interno dei diversi stati. Man mano che il tempo passava e gli attacchi si succedevano, divenne chiara la matrice della guerra che si stava combattendo: tutti gli attentati avvenivano all’interno di luoghi di culto, sempre con esplosioni in prossimità dei grandi organi. La rete inestricabile di organizzazioni ateiste doveva essersi organizzata in silenzio per lungo tempo, insinuando i suoi gangli distruttivi fin dentro i luoghi più insospettabili: migliaia di guerrieri senzadio si erano nascosti per anni all’interno delle accademie musicali, avevano imparato a suonare l’organo, si erano dedicati giorno e notte a questo strumento per diventare i migliori e ottenere così incarichi di prestigio, solo per arrivare un giorno a farsi saltare in aria durante una messa, un matrimonio, un funerale, una qualsiasi celebrazione. Per un certo periodo si era proposto di sospendere ogni rito, di far sparire tutti gli organi, di chiudere le chiese. Ma rinunciare a queste cose avrebbe significato cedere alla paura, arrendersi, consegnarsi vinti a un nemico inafferrabile, così vicino e però così impalpabile. Le chiese sono ancora aperte e gli organi continuano a suonare; il prezzo pagato finora in termini di vite umane è enorme, ma almeno si è conservato il bene più prezioso: la nostra libertà.

Il recente attacco di Firenze dimostra che siamo ancora lontani da una tregua. Le immagini di distruzione e morte all’interno della cattedrale sono ormai un materiale riconoscibile, una declinazione specifica di un topos ricorrente nel nostro bagaglio culturale: senza che ce ne accorgessimo, ci siamo assuefatti ai morti, alle macerie, alla distruzione, alle incursioni della polizia nei quartieri agnostici, alle chiese profanate e sventrate, agli organisti che tengono in ostaggio centinaia di persone all’interno dei luoghi di culto e si fanno esplodere. Chi si professa ateo è guardato con sospetto e isolato, come se potesse essere un potenziale organista: si tenta di far diventare ogni ateo una pedina nera, in modo da limitare la complessità e ridurre tutto a un immenso gioco del Go, riportando questo conflitto sfuggente nei canoni di un confronto conosciuto e governabile.

Io stesso ho pensato, in passato, in preda all’orrore e al disgusto, di rinunciare al mio ateismo; ma per accettare il divino ci vuole più forza che per ripudiarlo, e questa forza mi è sempre mancata. Per anni ho tentato di spiegare a mia madre che il mio ateismo non è una ribellione, ma non credo che l’abbia mai davvero capito: di certo non me l’ha mai rivelato, chiusa com’era nel suo rifiuto di parlarmi dal giorno del primo attentato fino a quello della strage di Santa Maria Assunta in cui l’ho persa. Ma al di là di tutte le differenze e le incomprensioni, è questa la visione che ogni volta in cui mi sento disorientato in quest’epoca insensata torna a donarmi grazia, come uno spirito benevolo e comprensivo: l’esile figura di mia madre che si staglia contro il chiaro del sole, come quel giorno affacciata alla porta della rimessa, ma col volto ormai sereno, che mi guarda compassionevole nel buio in cui invece io mi dibatto, smarrito in questo tempo d’inestinguibile paura. Spero che almeno lei abbia trovato davvero il suo Dio.

La nuvolaccia nera – Radio Libera Collebrunacchi (I)

nuvolaccia neraCome ve la passate, trapassati? Qui è il vostro affezionatissimo fionda-messaggi-dal-futuro che vi parla, il vostro occulto scrutatore, l’occhio barbuto che vede il prima e vede il dopo e vede l’intermezzo sfuggente. Secondo dopo secondo dopo secondo. Qui Radio Libera Collebrunacchi in tutto il suo splendido splendore. Notte nera? Et voilà la storia vera. Vera notte? Buonanotte: fuggi fuggi nelle grotte. C’è del lucido nel cielo, facci caso, scosta il velo. Stasera. Proprio stasera. Sopra le vostre teste ionizzate. Un lucido splendente, tutto birra, abbacinante. Si dice abbacinante, se riferito a superfici lucide? O bisogna far risalire tutto alla prima luce, all’origine primigenia, al bisnonno incartapecorito di tutte le dannate luci della storia? Il bosco tace, mi piace, tutta pace. Il gregge del nonno di Heidi sui fumetti: pecore di carta. O carta delle pecore: sorta di manifesto ideologico di un conformismo francamente micidiale. Oppure: banale menù vegetariano del cacchio. Il buio è lucido e rotondo, se insomma capite, se parlate la mia brutta lingua occidentale, la luna è gonfia come la pancia di una lucertola pregna. Spargerà lunini in giro per il cosmo? Teneri lunini vorticanti su teneri pianetini vorticanti. Terre in miniatura, uomini come granelli. Belli i granelli, mi prendi per i fondelli? Bella la stella sulla mia testa vecchiarella. Ci saranno americani anche lì? Avranno piantato la belante banderuola stellestrisciata? È tutto rotondo, nelle notti supreme di questo sperdutissimo brandello di cosmo. Tutto dannatamente rotondo. Esistevano notti così leggendarie quando eravate ancora vivi e arzilli a sculettare per le strade come tanti caldi cinghialotti? Fatemi sapere miei carissimi fantasmi. Esistevano notti di esemplare rotondità? Notti di lingue e birre e vento in faccia e rotondissimo zan-zan negli anfratti gementi? Prima che gli imperialisti vi mandassero tutti dritti dal padresantissimo? Esistevano cose che vi facevano drizzare i cosiddetti peli? Quanti peli sfoggiavate, prima che nell’aria tossica vi salutassero tutti dal primo all’ultimo facendo ciao ciao con la manina? Il vostro affezionatissimo, signori morti stecchiti. Il vostro cantore canide, la vostra dannata Cassandra fulminata, il vostro cucciolotto fedele. Radio Libera Collebrunacchi: per chi vuol imparare come collassano i mondi. Informazioni scottantissime sulla vostra fine del cavolo. Sintonizzatevi per analisi puntuali e circostanziate e vattelappesca. Radio Libera Collebrunacchi: la voce-avamposto del sopravvissuto pedalante che riecheggia nella valle sudsamminiatese per minuti ore giorni e anni, illimitatamente, l’ugola guerrigliera che allarma i lupacci dei boschi tra Montaione e Palaia e gli orsi allupati e gli americani. Soprattutto gli americani. Che tanto si affannano a stanarla. Che vorrebbero tanto “consigliarle un rispettoso silenzio” da par loro. Come se non li conoscessimo. Gli americani. Piovre capitaliste. Libere volpi in liberi pollai. Eterna minaccia dei popoli liberi di questo pianeta derelitto. Siete morti, amici morti. Siete morti e tutti storti. Siete storti e tutti morti. Non risorti. Corti? Forti? Tutti morti. Avete tirato troppo la corda. Hanno tirato troppo la corda e voi zitti. Vigliacchi. Passivi. Arrendevoli come ricotta di pecora. Beeeee. Beeeeeee. Vi siete piegati. Gli avete dato corda. Cor cordis cordi cor, che ne è stato del mio amor. Il mio amor è sì schiattato, tutto un rischio calcolato. Eccetera. Dai la corda dai la corda stai attento che non morda. Niente morde per davvero, poi ti trovi al cimitero. Eccetera. Ma lo sapete, vero, che ci misero la zampaccia gli americani? L’avete scoperto, poi? Ve l’hanno fatta una soffiatina laggiù dove siete, nella vostra sperdutissima sedicesima dimensione? Un bel giorno d’aprile svolazzarono a stormi sulla sovietcentrale con i loro uccellacci d’acciaio e zac, sganciarono tutto quel po’ po’ di materiale vagamente nocivo. Chicchi d’uva grossi come vasche da bagno. Vasche da bagno di quelle che fanno BUM. E torce di cipressi, e sonni con denti di squalo, e dannate radici doloranti. E voi tutti morti. Con buona pace della Verità Ufficiale bla bla bla. Il vomito giallo melone, l’occhio spastico, la carne prosciuttata, le infezioni, il sangue che sciaborda rovente fuori dalle vene spezzate. Tutti calvi e morti. Arrostiti. Rosolati come polletti. Da un giorno all’altro. Dall’altro un giorno, toglie il medico di torno. Un male al forno, mal di pancia di contorno. Ritorno. Un corno. Adorno: di qualcosa io m’informo. Che notte lucida, povere ossa di pollo polistirolo. Poveri involucri marci e radioattivi, mangiucchiati dalle boccucce baffutelle dei ratti. Ratti rattattivi. Ratti gialli, sciacalli, non si ferman solo ai calli. Balli balli ballerina. Crepa crepa domattina. Ricordate? I telegiornali, la nuvolaccia nera che arrivava da Empoli o Fucecchio o dal cacchio di San Baronto, quella storia che vi intortò ben benino? Чорнобиль? Quella parola sudicia, sozza, zozzona? Reggetevi. Fate un bel respiro. Pronti? Cacchiate. Buffonate. Scemenze. Bel teatrino per incantare gli appisolati. Che diamine c’entrano i compagni se poi svolazzano di punto in bianco gli americani del piffero e zac, bombe su bombe, grappoli di bombe, sulla centrale? Vi hanno fregato. Falsità pigiate sotto la sottopelle. Manipolazioni strettamente mentali. Ripetizioni ossessive di balle su balle su balle. Metaballe. Balla balla metaballa. Propaganda, che banda. Tira giù la serranda! Chiaramente un fatto falso che anche i compagni che ormai non erano più compagni hanno cercato di nascondere prendendosi la dannata colpa perché evidentemente hanno ricevuto in cambio un loro loschissimo tornaconto dal punto di vista strategico-militare-economico, voglio dire, talmente lapalissiano che se sei un minimo sveglio lo becchi al volo: se così non fosse perché non hanno accusato subito gli americani e non hanno informato subitissimo il mondo di quel che stava succedendo tramite comunicati stampa e telegiornali ad hoc e segnali Morse a uso e consumo dei rivoluzionari superstiti rimpiattati nei boschi della palla planetaria? Un loro tornaconto. Come se gli pseudocompagni poi l’avessero scampata. Infinocchiati come tutti gli altri. Delusione tutta gorbacioviana. In arrivo un direttissimo di puro tradimento al binario tre. E i bombamericani a bomba bombardano bombe bombate. Qui abbacinante ci sta a pennello. Per descrivere la luce del botto, la fine di tutto. Sul nucleo giù le bombe, viva viva l’ecatombe. Se il mio fiato è radioattivo oh perbacco non son vivo. Sfugge via tutto il veleno, siam fregati in un baleno. Ve l’ha mai detto nessuno? Ve l’hanno pigiato nella vostra testaccia dismessa? Bello: dismessa. Elegante. Dovrei usarlo di più. Ninna nanna ninna oh questa bomba a chi la do. La darò all’uomo nero che la sgancia per davvero. Sgomberata un’area di 30 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 300 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 3000 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 30000 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 300000 chilometri attorno alla centrale. Eccetera. Aprile aprile aprile le orecchie. Aprile aprile, dolce perire. Sorpresi? Colti nella cosiddetta castagna? Non lo sapevate? Ignoravate che cosa fosse successo, nei giorni della televisione che cianciava di insalate – INSALATE! – e pasticche e fosfocervi artici? Quando l’aria vi succhiava il midollo e sbranava bestiaccia la mollezza delle vostre carni tatuate? Ed eccomi qui a parlare di Lei, della massima rapinatrice di cieli, della Fornace Improvvisa. Ecco a che serve il vostro affezionatissimo fionda-messaggi, il ciclista imboscato, il soldato antimperialista che piace tanto ai bambini. A rimettere le cose nel verso giusto: i sovietici non sbagliano mai e poi mai, amen, e con il suo spirito, ma i sovietici truffaldini in combutta con i cani rognosi d’oltreoceano? Come la mettiamo? Come cavolo la mettiamo? Eccomi a sgombrare il campo dai dannati equivoci. Eccomi a ricordarvi come tutto è andato in malora e non si possa più tornare indietro. Nemmeno se pregate. Nemmeno se infilate fruscianti mazzette di quattrini nelle tasche più altolocate della Creazione. Qui Radio Libera Collebrunacchi che vi parla, fratelli e sorelle: dispacci imprescindibili dal vostro brutto futuro di cenere. La radio che svolazza libera e fragile sulle frequenze più segrete, che sfolgora e scoppietta nella notte centrotoscana dei lupi, degli orsi bruni marsicani, dei dannati microfunghi spia. Chi fa la spia non è figlio di Maria. Maria Maria per piccina che tu sia tu sei sempre una badia. Ninna nanna ninna oh tre caprette sul comò, che facevano all’amore, con la figlia del pastore. Il pastore s’incacchiò: ambarabacciccicoccò! Eccetera. Eccetera. Non scherzo: eccetera. È tutto, insomma. Dalla rotondità più lucida della notte per oggi è davvero tutto. Carissimi cadaveri: ci becchiamo senza dubbio più in là.

Labarda Levata: uno sguardo dietro le quinte

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Perdonate il discorso “normale” (che poi normale non è)
Lo Sgargabonzi

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Sembra passato un secolo dal giorno in cui è apparso il primo post su Labarda Levata. Eppure, se ci prendiamo la briga di andare a controllare, scopriamo che non è trascorso nemmeno un anno. Quella di metter su un blog letterario a tema territoriale non è stata una trovata estemporanea o, per dirla alla Tommaso Ciardelli, la “fragile insania di un dì”. Piuttosto, si è trattato di un’idea che, nei nostri vorticosi e vagamente prolissi carteggi, io e The Kenosha Kid accarezzavamo da diverso tempo. In quei momenti fibrillanti e carichi d’entusiasmo, quando il progetto si trovava ancora in fase embrionale, quando gli affibbiavamo – genialmente? non tocca a noi dirlo – un nome tanto evocativo e ne plasmavamo il layout seguendo le maniacali prescrizioni del maestro Jacob Nielsen, non potevamo minimamente immaginare l’impatto che Labarda avrebbe avuto all’interno del panorama letterario italiano. Le citazioni e gli apprezzamenti arrivati – tra gli altri – da minima&moralia, La Balena Bianca e ’tina di Matteo B. Bianchi sono stati motivo di soddisfazione e anche uno stimolo ad andare avanti nei momenti più difficili. La menzione di Walter Siti su La Lettura si è rivelata una splendida sorpresa. La puntata del podcast di Andrea Donaera incentrata sulla peculiarità delle nostre scelte stilistiche qualcosa che racconteremo ai nipotini – se mai ne avremo. E che dire del sostegno ricevuto da Marco Cantoni, Carlo Silvestri e Ilenia Zodiaco? Che dire delle telefonate eccitate – alle tre di notte! – di Tommaso Pincio? Come ha ricordato Michele Mari in uno dei suoi scoppiettanti convegni: “Labarda Levata è algido, geometrico, intimamente loico, popolato di araldici emblemi più ancora che di simboli. Leggerlo fa bene al cuore.”

A livello strettamente personale, gli illimitati spazi biancoarancio del blog mi sono serviti per narrare – fissare, valorizzare, divulgare – quel florilegio di storie e personaggi che ho avuto modo di conoscere nell’arco dei miei cinquant’anni e passa di residenza nell’area samminiatese, nelle festicciole paesane, nelle soste presso i gloriosi circoli, nelle bevute notturne al Decris, nelle lunghe passeggiate in campagna – durante le quali non è raro incontrare anziani contadini in vena di confidenze. Nei mesi passati ho ricordato, per esempio, la triste fine del mio malinconico amico Pietro Bertuccelli (anche conosciuto come “Il professore” o, ahimè, “Bertuccia”). Ho parlato dell’incredibile avvistamento nel cielo buio sopra Cigoli, risalente a una ventina di anni fa. Ho parlato del deludente spettacolo offerto dal giullare. Ho accennato alla mitologica partita contro il Cecina degli anni ’60, tuttora vivida nell’immaginario locale. E non ho certo intenzione di fermarmi qui, ci mancherebbe altro: gli argomenti da affrontare sono sterminati. Devo ancora parlare del licantropo di Montebicchieri, per dire, i cui ululati raggelavano le notti più nere dei Cinquanta. Del tesoro dei Rosenkreuzer che, stando a dei documenti rinvenuti in una grotta nei boschi di Stibbio, sarebbe sepolto in un punto imprecisato – “sotto una grossa roccia a forma di maiale” – della piana tra Ponte a Egola e San Pierino. Devo parlare dell’apparizione improvvisa di Padre Pio su un muro scalcinato della Catena. Di chiese sconsacrate, diavoli e sacrifici animali. Della palla infuocata – un meteorite? un satellite? – che cadde dalle parti di Gargozzi nell’afoso agosto del 1990, facendo tremare per diversi secondi tutta la terra circostante. Della vita dissoluta di M. B. Del suicidio del povero Mirco Santon. Di quando Sciapò si tagliò una mano al distributore di benzina automatico. Del tunnel che secondo i vecchi di paese, quelli così vecchi da non aver più la forza di addentare una misera mela, collegava la Rocca al campo sportivo di Santa Maria al Fortino nel periodo della guerra.

Fin qui il blog ha svolto alla perfezione la funzione per la quale era stato concepito. Ma il mondo corre veloce, come si suol dire. E ora, a quasi una anno di distanza dalla pubblicazione del primo post, si rende necessario uno scatto in avanti. È arrivato il momento di smettere di giocare a nascondino e di rivelare finalmente quello che è a tutti gli effetti il mio vero nome – per alcuni, forse, il segreto di Pulcinella.

Mi chiamo Benno, signore e signori, Benno Fiumalbi – nome che risveglierà più di un ricordo nella testa dei compaesani tra i cinquanta e i settanta. Lo pseudonimo usato per firmare i miei pezzi, beasley_la_bestia, a cui sono particolarmente affezionato, l’ho preso in prestito da una bella filastrocca di Gianni Rodari che la nonna mi leggeva quand’ero bambino. Sono venuto al mondo nel 1960 in un casolare dai muri tabacco sopra La Scala nel bel mezzo di un maggio, mi hanno detto, rabbiosamente piovoso. Ho vissuto a San Miniato alto dal 1964 al 2017, prima davanti all’ospedale e poi in un appartamento con giardino e garage alle Colline. Quattro anni fa, da un giorno all’altro, ho fatto le valigie e mi sono trasferito definitivamente a La Palma, alle Canarie, dove mangio pesce e bevo rum tutte le sere e sono fiero proprietario dell’agenzia immobiliare Casas y sol. Che posso aggiungere, senza tirarla troppo per le lunghe? Che sarei architetto, ma non ho mai esercitato: mi sono sempre e solo occupato di compravendita di case. Che sono appassionato di cavalli. Che mi sono sposato due volte e due volte ho divorziato – anche se con la prima moglie son rimasto in rapporti piuttosto cordiali, e l’ho ospitata recentemente qua sull’isola assieme al marito Bruno, proprietario di una conceria a Santa Croce, persona gradevole e con ottimi gusti enologici (si è presentato alla porta di casa con tre apprezzatissime bottiglie di Musto Carmelitano Aglianico del Vulture Doc Etichetta Bianca). Che non ho figli. Che mi piace ballare la salsa, con una compagna immaginaria, quando nessuno mi guarda. Che da ragazzo ho ingoiato funghetti allucinogeni, su un prato di smeraldo oltre Corazzano, assieme al Boldrini del Pinocchio e a Danilo Pinone (pace all’anima sua) e in quelle ore sconvolgenti ho accarezzato balene, munto asparagi e fatto la linguaccia a una ragazza in minigonna di pelle che si vantava di essere La Morte. Che mi piacciono le donne con le caviglie massicce. Che faccio un tuffo in mare almeno una volta al giorno. Che quando dispongo di un paio di ore libere monto in macchina e vado al Roque de los Muchachos, al noto osservatorio astronomico, a lacrimare a profusione di fronte all’incomprensibile immensità dell’universo.

La decisione sul coming out non è stata presa a cuor leggero. Forse potrete capirmi. L’anonimato porta vantaggi indiscutibili e permette, come peraltro dimostravano già i pionieristici studi sulla comunicazione mediata dal computer (CMC), che venivano portati avanti all’Università di Siena fin dai primi anni duemila da studenti di notevole spessore intellettuale, un grado di libertà di gran lunga maggiore. Frena, per esempio, l’autocensura: consente di poter dire ciò che si vuole su qualunque soggetto, spudoratamente, senza doverne pagare le eventuali conseguenze. A un certo punto della propria vita, però, un uomo che voglia definirsi tale deve cominciare ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni – e dei propri scritti. A tutto ciò va aggiunto che nel giro di un anno scarso di attività, via posta o via Facebook, ci è piovuta addosso una tale moltitudine di messaggi in cui ci veniva chiesto di render nota – per piacere – la nostra identità che resistere facendo finta di nulla si faceva ogni giorno più arduo. Ed è anche per soddisfare la curiosità lacerante del lettore medio di Labarda che ho svelato il (ridicolo? velleitario?) mistero sul mio nome, che dunque è Benno, Benno e nient’altro che Benno – Benno figlio di Patrizia Bianchi e Fosco “Fiumo” Fiumalbi, Benno che si ruppe una gamba cadendo dal secondo piano del suo appartamento quando aveva 11 anni, che amava i Pooh e Lou Reed, che collezionava francobolli di Panama e sassi rotondi, che leggeva Faulkner alle scuole medie, che pronunciava malissimo la lettera F, che una volta inghiottì una lucertola viva per scommessa, che portava i capelli con le treccine nel 1977, Benno il lungagnone, Benno il taciturno, “Benno fammi un cenno”, Benno che propose al sindaco di forzare la legge trasformando San Miniato nel primo paese italiano tollerante verso le droghe leggere, sperimentalmente, “L’Amsterdam con la Rocca”, “La Christiania sulla ritta collina”, “Il maestoso joint federiciano”.

E il ragazzo di Kenosha, vi starete chiedendo? Chi diamine è il ragazzo di Kenosha? È presto detto: se io ho deciso di togliermi la maschera e mostrarmi per quel che davvero sono, The Kenosha Kid – da un personaggio grottesco di un thriller di Marco Vichi – preferisce invece starsene ancora rintanato nell’ombra. Una scelta che, intendiamoci, rispetto profondamente. Ognuno ha i suoi tempi e le sue modalità. Eppure, ho il forte sospetto che tutto ciò non vi basti. Che siate curiosi. Che, se non avrete presto qualche succoso indizio su chi si cela dietro le sembianze del Ragazzo, non la finirete più di tempestarci di messaggi. Cosa si può dire sulla sua persona, dunque, senza rivelarne il nome di battesimo e tradirne la fiducia? Poco, pochissimo. S. T. è un amico, questo è giusto che lo sappiate, a cui sono legato da una vita. Con lui ho passato l’infanzia, l’adolescenza e il periodo universitario. Abbiamo condiviso le prime sbronze. Abbiamo fumato insieme la prima sigaretta (la rubò a sua nonna Bettina), tossicchiando come da prassi, su una spiaggetta dell’Elsa in secca – poi ha cominciato a consumarne una trentina al giorno e io non sono riuscito a stargli dietro. Abbiamo fatto la prima vera vacanza assieme: un viaggio massacrante in macchina fino a Taranto. Ha tre o quattro anni più di me ma è sempre parso più giovane del sottoscritto, e tutti non hanno mai mancato di farcelo notare. Aveva una voglia a forma di animale marino (non posso dire quale) sul collo, proprio sotto il pomo d’Adamo, che si è fatto rimuovere col laser all’età di trent’anni. Ed era bello, in gioventù, bellissimo, nonostante la voglia, le donne gli cadevano sistematicamente ai piedi. La sua lunga chioma bionda risplendeva sulle spiagge abbacinanti di Rosignano Solvay come la birra nelle pinte gigantesche nella piazza centrale di Tallinn vecchia, a metà pomeriggio, quando viene trafitta dal sole trasversale di fine agosto. Del suo passato turbolento conosco sostanzialmente ogni dettaglio: sarei benissimo capace di scrivere almeno la prima parte della sua biografia, se qualcuno volesse affidarmi il compito, la immagino con un piglio alla Gabo Marquez e un titolo suggestivo come “Due passi alla volta” oppure “Ho rimbalzato dappertutto”. Tutto ciò che so invece dell’attuale S. T., che una volta si innamorò di Priscilla della Serra e scappò con lei in una baita sull’appennino, che ha un figlio ventenne da qualche parte in Venezuela, che ha vissuto un anno a Vladivostok, si limita al fatto che oggi risiede a Sesto Fiorentino e lavora come fotografo freelance – dopo aver fatto l’allevatore di mucche, il pittore postcubista, il modello, la guida turistica del Comprensorio del Cuoio, il traduttore di Gadda. Non so se sia sposato. Se abbia figli più piccoli. Se abbia un cane da portare a pisciare dopo cena. Nelle lunghe mail che ci scambiamo a cadenza settimanale ci fregiamo, un po’ altezzosamente, di non affrontare mai la banalità del presente, dello sciatto quotidiano: parliamo di letteratura e libri vecchi, di Resnais e Godard, di cavalli, di astronomia e di come fosse eccitante scendere a cento all’ora in bicicletta lungo via Catena quando eravamo bambini dalle ginocchia d’acciaio. E parliamo di Labarda, chiaramente, parliamo sempre di Labarda, negli scambi più recenti, Labarda è l’argomento principe, il nostro core business: facciamo progetti su come aggiornarla, su come farla crescere, su dove farla arrivare.

Restate in sella, carissimi lettori. Il viaggio è appena cominciato.

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Benno Fiumalbi

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