La prosopopea del centrattacco

rete[…] Nel bar s’aggirava il profumo dei toast, del pane arrostito, delle calde cucine dei Sessanta. L’odore delle schiacciate col prosciutto cotto e la fontina ma anche delle pizzette scaldate nei fornellini elettrici, triangoli isosceli di pizze massicce come fette di pastiera e sfrigolanti, la mozzarella che vibrava sui laghetti vulcanici d’olio e pomodoro. Sul fondo del locale c’erano dei trentenni con l’espressione peculiare dei giovani padri – cioè sia sbigottita sia poderosamente avanti in quanto a know how – che nella mattinata non lavorativa sfogliavano pagine di una Gazzetta impiastricciata di crema. C’era un omino col cicchetto in mano che narrava di una lontana partita casalinga contro il Cecina, di un pareggio davvero epico a cui l’intero paese aveva assistito, le parole non rendevano l’idea, bisognava esserci per capire. Era su di giri e descriveva forse per la milionesima volta quello che doveva esser stato l’evento della sua vita – non il matrimonio con una donna gentile e fin troppo comprensiva, non le due figlie una più bella e intelligente dell’altra, non il fatto che facendosi un culo grosso tipo casa era riuscito a migliorare la propria condizione lavorativa distanziandosi dal fetore tumorale delle industrie cuoiopelliche del Comprensorio –, l’evento di cui non si smetterebbe mai di chiacchierare, niente e più importante e memorabile, domenica pomeriggio, la partita del San Miniato, lui in campo sporco e sudato, i tifosi mezzi sbronzi sul poggio del Fortino che si ammutoliscono all’unisono, immaginate la scena, l’arrivo della palla dalle retrovie e il modo in cui l’aveva colpita mentre era in equilibrio precario, cioè non pulita, non proprio al centro, al contrario di come s’insegna oggigiorno nelle scuole calcio, l’intuizione da Campione, la mossa di Colui Che Le Regole Le Crea, colpita con quello strafottente giro a uscire, ecco, ecco cosa, proprio questo l’aveva fregato, quello stronzo di un portiere figlio di puttana che nel primo tempo in uno scontro di gioco aveva lasciato i segni di un morso sul bicipite del centravanti locale, come si chiamava lui, il nome ce l’aveva sulla punta, dai, c’aveva quella figliola bionda bonissima che una volta lavorava all’Upim e aveva sposato quel tipo di Pontedera imparentato con gli Agnelli. […]

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