L’emergere dell’essere

IMG_20200531_181225L’istituzione ribolliva di trasformazioni sociali e pedagogiche. Riflessioni sulle possibilità dell’insegnamento. Sulle metodologie. Su questioni squisitamente docimologiche. Chiusa già da qualche anno la stagione gentiliana dell’istruzione di base. Stop ai manifesti all’entrata degli istituti in cui si spiegava come comportarsi in caso di rinvenimento di ordigno bellico. Fine dell’implicito controllo sociale effettuato attraverso la scuola. Piomba la media unica. Niente latino. Obbligo fino ai quattordici anni. Via libera, per farla facile, alla scolarizzazione di massa. Un bambino può parlare mille linguaggi ma gliene portano via novecentonovantanove – la psicobiologia dice sia verissimo. Nelle fotografie di classe non si deve sorridere mai. Nemmeno imbarazzarsi delle orecchie a sventola. I maschi portano capelli folti e inquieti. Le femmine spesse calze a quadri. Grembiulini di cotone blu (neri nelle foto b/n). Sbilenchi fiocchetti rossi (grigi). Stufe a legna nelle aule. Processioni di cappottacci ai muri. Cartelle di cartone. Il sillabario tanto per cominciare. Spartani astucci verde ghianda. Matite. Ancora pennini e calamaio. Anche se già trovavi in giro le stilografiche. Le prime biro. Le Bic. La tecnologia galoppa. I banchi col buco sfruttati per trent’anni e passa. Le panche ostiche come nelle chiese. Sulla cattedra un pallottoliere, il registro, un bicchiere con un fiore, poco altro. Pregare tutte le mattine fissando il crocifisso. Gesù è morto per noi. Gesù è morto per noi. C’erano ancora le residuali bacchettate sulle mani, nonostante l’indebolirsi del paradigma behaviorista. L’ipnopedia non ha comunque alcun valore scientifico. C’era ancora la paura. Se hai le unghie lerce ti becchi il dolore, sudicione. A sentire alcuni il condizionamento continuava a trovare una giustificazione. C’entravano Hitler e Stalin, ma parecchio alla lontana. Starsene un’ora in ginocchio sui ceci secchi. Prendersi ceffoni per un congiuntivo mancato. Scrivere cento volte sul quaderno, punizione atroce, non devo scrivere tutto questo cento volte sul quaderno. Pigro abbandono della Teoria Ipodermica e del seducente corollario di metafore. Ciascun individuo, sentite questa, è una specie di atomo isolato soggetto alla propaganda di insegnanti et similia – la persuasione viene inoculata. Lo studente è bersaglio. È passivo. Azione e reazione. Nulla, nella black box. Stimolo e risposta. Stimolo e fottuta risposta – il gelido mantra della TI. Poi ecco il cambiamento, il ribollire, la novità, la scoperta del cervello pensante. L’abbraccio alla complessità. Collateralmente, nella dimensione extrascolastica, quella specie di nuovo rinascimento. Dalla polvere rurale a quella di città. Dal sud al nord. Collateralmente, il Boom. Le Vespe e le 500. Le festicciole rionali sudate di vino. La metafisica della carne nei piatti. L’acqua perfino tiepida nei tubi. Ecco il Paese che sognavamo. L’incremento demografico. Le lavatrici e i frigoriferi. I sorpassi a cento all’ora. Gli emancipati e iperbolici cappelli a scimmiottare Marilyn. Ma i disgraziati c’erano ancora, eccome, se stornavi un attimo lo sguardo dalla retorica del Miracolo li trovavi dappertutto. Gli alcolizzati ciondolanti per le vie. Le accumulatrici di gatti i cui grossi seni mosci penzolavano dai balconi. I morti di fame dalle mani nero bottino assopiti sulle panchine. I padri avevano visi brunastri e intascavano qualche lira in più se e solo se accettavano di lavorare nei reparti più velenosi. Col tempo avrebbero cresciuto variegate forme neoplastiche e sarebbero diventati impotenti e cornuti. O proprio crepati verso i cinquanta. Quarantamila al mese, nel Comprensorio del Cuoio. I poveri non telefonavano quasi mai. Né telefono né televisione. Per loro, anni dopo, la Luna sarebbe comparsa solo nei bar. E sempre nei bar avrebbero di lì a poco fatto saltare le cervella a quel Kennedy (che vita è se non bevi un bel caffè?). Ma l’istituzione era un ribollire, questo si stava dicendo. Tutta un ribollire. Il profumo del cambiamento sempre più intenso nell’aria. Si cominciava ad azzardarlo, che nella scatola ci fosse qualcosa. Il soggetto ricevente è chi l’avrebbe mai detto attivo. Ora ha credenze. Ha desideri. Prova meraviglia – l’apprendimento tramite scoperta teorizzato da Bruner. Possiede certe interessanti capacità cognitive. Il quaderno or è finito; se, in letizia, t’è servito la scrittura a migliorare, tienlo tra le cose più care. Arriva la tanto sospirata soppressione della vacuità calligrafica – la Bella Scrittura è in fin dei conti orrenda. Obiettivo primario universalmente perseguito: accendere gli incendi, mutare specchi in finestre, animare le piccole anime eccetera. Apprendimento meccanico rimpiazzato da apprendimento significativo. La resa del moralismo apocalittico e il trionfo dell’ottimismo integrato – così suona davvero alla grandissima. Nuove metodiche scolastiche, per carità, ancora insufficientemente puerocentriche, ciononostante in mezzo ai balbettii del mutamento paradigmatico il bambino aveva saputo ritagliarsi i suoi spazi. Rincorrere quei suoi primi interessi. San Miniato, troppi anni fa, un po’ di nebbia giù in valle. Mattinate fragranti di gesso e legna ardente. La maestra passava ore e ore a raccontar loro le cose e pretendeva che ci riflettessero su e che poi le ripetessero in classe. Lui aveva una memoria speciale e non gli costava nessuna fatica. Un solo problema: ogni volta che apriva bocca si sentiva addosso gli occhi del mondo intero e desiderava sparire. Un solo piccolissimo problema. La signora Fiorenza, nata a Empoli l’anno della marcia su Roma, sempre in nero per il marito perso in guerra, pensava che nella scatola ci fosse roba. Ci contava. E ogni tanto chiedeva opinioni, stimolava l’esplicitarsi del pensiero, il dentro che balza fuori, la comunione delle idee. Lui giocava. Alle elementari era ancora un gioco. Anche se la maestra supponeva che ci si mettesse d’impegno, che ci perdesse delle ore. La cartina dell’Italia densa di scritte appesa accanto alla lavagna (ecco il nostro motto: chi risparmia vive felice!). Qualche metro più in là, la tavola sillabica e uno sgualcito regolamento d’istituto. (Il gelato al bar su in piazza del Popolo il sabato pomeriggio al ritorno dai giardini. La stracciatella migliore della Toscana – enfatizzavano). Religione, storia, educazione civile, geografia, scienze, matematica e grammatica. Imparare a fare le aste, aste, milioni di aste sul quaderno che sarebbero pian piano evolute in più o meno storpie lettere. Imparare l’alfabeto. Imparare la struttura interna delle parole prima di tutti, una gara a cui non sapeva di partecipare. Imparare in scioltezza un sacco di parole più degli altri. Che poi a volte s’impegnava di brutto. Come per esempio quel giorno in terza elementare che passò l’intero pomeriggio a scrivere di – che gli era preso – cetacei. La maestra aveva chiesto solo un paio di pagine su un argomento a piacere (primi impacciati passi pedocentrici), lui strafece e andò sulla decina. Perché gli piaceva. Perché così il tempo passava meglio. Le immagini suggestive sul volume dell’enciclopedia Fabbri, che si vendeva porta a porta e che sulla copertina sfoggiava astronauti, pappagalli, aggeggi lenticolari, avveniristici aerei e, centrale e netta, una rotondissima Terra. Le ingiallite pagine del Grande Libro della Natura, pescato da qualche parte in soffitta – carta ruvida e muffosa, foto pressappoco scure, illustrazioni iperpigmentate. Polmoni subacquei, quelli erano. Immani bestie a stanziare nel medesimo mare in cui faceva i suoi spensierati bagni estivi,  a Marina di Pisa e Cecina. Collegamenti. Pinocchio, Geppetto, la grossa balena bianca di quella storiella paurosa. Scoprire che cetaceo significa mostro marino – i delfini erano un’eccezione, i delfini erano magnifici. Il mio babbo si chiama Beppe e non è grasso ma neanche secco: è normale. Il mio babbo è molto forte e lavora in concia a Santa Croce tutto il giorno e quando torna a casa la sera è stanco e puzzolente. Ha sempre una gran fame. Il mio babbo parla poco. Quando non ho appetito mi dice che quando c’era la guerra lui ha mangiato i pezzi di salame sudici che trovava in terra e che erano pieni di formiche. Quando lo dice mi immagino le formiche che si muovono nella sua pancia ma non glielo dico. A volte la domenica io e il mio babbo andiamo al cimitero a portare i fiori ai miei nonni. Quasi sempre lui ci va da solo. Io so che i miei nonni sono nati a Venezia e sono venuti a stare in Toscana tanto tanto tempo fa. Il mio babbo non ha mai conosciuto il suo babbo e la sua mamma. Sono morti quando lui aveva due anni. A volte penso che il mio babbo è triste per questo. Neanche io li ho mai conosciuti, anche se mi sarebbe piaciuto tanto! La signora Fiorenza diceva che i riassunti erano lodevoli. Nei dettati commetteva meno errori degli altri. A matematica non aveva alcun tipo di problema – filava tutto liscio con moltiplicazione, divisione, sottrazione, addizione, tabelline eccetera. Agli esami di quinta, nell’anno de Il laureato e di Are you experienced, tutte le insegnanti della scuola si radunarono per ascoltarne l’orale, evento speciale e lungamente atteso. Dovevate proprio sentire. Ragazzi. Aveva un lessico così sconfinato. Era così inconcepibilmente brillante. Il sussidiario di terza si chiamava Amicizie. Quello di quarta Genti e Paesi. In quinta c’era Piccolo Mondo. Su una copertina scarabocchiata campeggiava la faccia di un bimbo che abbracciava un cane. Quell’altra volta che scrisse un pensierino sulla domenica pomeriggio a Firenze con i suoi, di un gelato enorme e di palazzi giganteschi e così precisi e del babbo davvero allegro, e la maestra all’intervallo che lo prese da parte, l’alito fresco d’arancia, e gli disse che era davvero una cosa bella e che era stato bravo, bravo, bravo sul serio. Le attenzioni che non voleva. I primi commenti corrosivi dei compagni, che lo trattavano come se fosse un bambino differente. Ruffiano. Sapientone. Saputello. Cocco della maestra. Inteligentone (sic). Il gioco che già prende la brutta piega. Il rifiuto. Il volersene stare per conto proprio. Il lento avvilupparsi di cause esogene ed endogene. Una notte mi sono svegliato e ho avuto paura che accanto al muro ci fosse un orso che voleva mangiarmi. Dopo l’orso è scomparso ed è venuta una strega con i capelli di fil di ferro che voleva farmi sparire con la magia. Dopo è arrivato un marziano con una navicella mostruosa. Tremavo tutto. Ma poi ho pensato: prima ho letto le fiabe con gli orsi, con i marziani e con le streghe! Ecco perché! E mi sono rimesso a dormire. Leggeva Il Corriere dei Piccoli e i Disney, quando poteva i Tex e i Mandrake. La parola fumetti andava scritta tra virgolette perché non era Buon Italiano. Leggeva di tutto. Terminò Gian Burrasca per tre o quattro volte di fila, sgranocchiando sul letto dolciumi alla menta ricevuti per Natale, in un piovoso inverno di metà anni Sessanta. Pescava titoli allettanti dalla biblioteca nel convento della chiesa di San Domenico. Seguiva le dritte della signorina Virginia, che lavorava là ed era sempre contenta di vederlo. Riecco il suo piccolo lettore. Riecco il bimbo curioso. Storie fantastiche e avventurose. Salgari, divorato durante un memorabile morbillo, Twain, Wells, Verne. Avere una mamma è proprio una bella cosa! La mia mamma Elisabetta è la migliore di tutte. Mi piacerebbe dirglielo, ma non ci riesco mai! Qualunque sforzo è inutile. La sera sto nel mio letto e ci penso. Poi la porta si apre e la mamma viene a vedere se dormo. Io chiudo gli occhi in fretta e allora lei mi dà un bacio e io penso che forse lo sa come le voglio bene. Si era impegnato tanto anche quell’altra volta, poi, di cui da adulto non avrebbe più ricordato nulla, quando la maestra aveva assegnato il compito di inventare una storia di sana pianta e lui aveva partorito diverse paginate di racconto in cui il protagonista-bambino, sfuggito ai genitori malvagi, il padre due manacce impietose e la madre un’orribile voce stridula e due brutti occhi gialli, s’imbarcava come clandestino su una nave e visitava posti da sogno e viveva mirabolanti avventure per il resto della vita. Castelli, principesse, draghi, incantesimi, fiumi di latte zuccherato. Talmente ben fatto che per la prima volta in assoluto la maestra, supponendo di gratificarlo, lo invitò alla cattedra per leggerlo. Lui pensava, informemente, che non fosse la cosa migliore da fare. Ma come spiegarsi. Come modificare il corso degli eventi. Arrivò blandamente alla cattedra, aprì il quaderno e alzò un attimo lo sguardo. Davanti a sé si stendeva un nugolo di piccole teste e occhi accusatori. Qualcuno, là in fondo, sogghignava ferino. Qualcuno già prefigurava il dopo, il domani, le ovvie conseguenze. Scoprì che le sue ascelle sapevano inumidirsi a sorpresa. Scoprì che il cuore poteva lanciarsi in violente accelerate e che la vista poteva farsi di punto in bianco nebulosa, inaffidabile, traditrice. Scoprì il tremore destabilizzante degli arti inferiori. Aleggiava un silenzio che voleva e allo stesso tempo non voleva lasciarsi alle spalle. Una matita cadde sul pavimento da qualche parte a sinistra. Uno schiarirsi di gola sul fondo. Poi nulla. Poi era lì e non poteva sparire. Poi toccava a lui. Stava per partire. Stava per articolare la prima parola, stava per ascoltare la sua stessa voce riverberare strana sui muri in parte stonacati di quell’aula samminiatese. Il bambino era precoce, lo dicevano tutti. Il bambino era intuitivo. Il bambino era dotato e cominciava ad arrivarci anche da solo, credeteci, senza bisogno di conoscere le idee mirabolanti e contraddittorie di tutti quei cervelloni: nella scatola c’era davvero un gran mucchio di roba.

I temi di quegli anni avevano titoli come: Devo assolutamente confessare questa cosa, Una merenda con gli amici, La fine dell’anno scolastico: il mio pensiero al riguardo, Descrivi la Toscana, Descrivi San Miniato, Cos’è per te la primavera?, Cos’è per te l’anima?, La paura è fatta di nulla, Descrivi un animale immaginario, I posti che vorrei tanto conoscere, Cosa faresti se tu fossi il re del mondo, La visita dell’Ispettore, Quanto è utile risparmiare, Perché non si deve bestemmiare.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...