The plain called La Catena

Certe case sbriciolate e assaltate dalla vegetazione, muri rossastri mutilati e pavimenti di calcinacci sfatti, spuntano all’improvviso tra i verzicanti immensi campi o tra le case più moderne dove esiste ancora vita umana. Scendendo dal colle e pigliando dritto giù per via Cavane, addentrandosi a poco a poco in quella ricca pianura di campi incolti e piccole coltivazioni, solcata da rii e fossi dai lindi e compatti argini, se ne possono incontrare una ventina nel giro di pochi chilometri. Fanno mostra d’infischiarsene, loro, del proprio galoppante sfacelo, e se lo portano addosso con una cert’aria di superiorità, guardandoti con quel niffolo spregioso che ben si confà agli antichi abitatori di quelle rovine dirupate: e ti osservano beffarde e indifferenti mentre gli passi da presso, quasi fossi un ospite sgradito. Cespi di borragine dentro gli squarci, edera e rampicanti abbarbicati, alberi che spuntano dagli antichi tinelli, e muri d’un inaspettato azzurro sfarinato tutti sforbiciati, travi enormi, ricche di muschi e funghi duri come pietre, collassate negli anditi e nei saloni; talvolta un sanitario tutto sbreccato, appeso all’impiantito flesso del primo piano, che sembra venir giù mentre si guarda, barbaglia da una crepa. Queste coloniche in rovina disegnano la mappa d’una campagna antica, parzialmente sovrapponibile alla topografia contemporanea: dove adesso s’ergono palazzi e case un tempo c’erano campi, faggete, terreni paludosi e sentieri sterrati. Gli ultimi abitanti di queste vecchie case se ne sono andati più di trent’anni fa, ormai.

Ci corro in mezzo appena posso, raspando coi piedi sullo sterrato, affannandomi a recuperare un poco di forma, di fiato. Pencolo tutto da una parte quando sono allo stremo, par che mi paralizzi, m’inceppi, perdendo l’agilità delle articolazioni, quasi come ingessato; m’incazzo poi quando mi superano gli anziani, che in queste stradette sfrecciano tutti come cavalli. In cuffia l’app mi dice i chilometri, il tempo, il ritmo, e ripenso a qualche anno fa quando andavo più spedito, rifletto sul tempo che passa e mi fiacca come queste sparse case diroccate. Oggi pioviggina, lame di nubi viola tagliano l’orizzonte e le gocce cadono di traverso finissime; verso Ponte a Egola il sole sparge una coltre arancione tra le nubi e i campi, poi sparisce dietro il monte Serra blu.

In paese dicono che ci sono i fantasmi, in queste coloniche. Magari non in tutte, ma da qualche parte ancora qualcuno infesta una stanza da letto, un salotto, un gabinetto. Di notte son loro a far uggiolare i cani e spaventare i gatti, che tornano alle loro case con gli occhi spalancati dal terrore. Nessuno s’avventura al buio per queste stradine che serpeggiano dentro i campi incolti, sfiorando le facciate scortecciate dietro le quali i fantasmi aspettano di vedere arrivare qualcuno per spaventarlo a morte, o forse solo per scambiarci due parole. Ci passano ormai di tanto in tanto solo gli immigrati che lavorano nelle conce di Ponte a Egola e Santa Croce; ma i fantasmi, loro, probabilmente li lasciano passare, restandosene buoni buoni acquattati nel loro angolino polveroso, compassionevoli.

Salto le buche più fonde empite d’un marroncino schiumoso, devio per scansare grosse lingue d’acqua che s’insinuano sulla sterrata dai fossi oberati, m’impappino talvolta in qualche pezzo colloso di mota, e così m’addentro sempre più a fondo nel pantano, finché la strada si fa indistinguibile e scompare nell’acquitrino. Ecco la casa dei cavalli, la vecchia casa a catafascio sul limitare dell’esondazione. Serba poco d’incorrotto, un nulla: qualche brandello di muro, un uscio, nient’altro. Eppure – quanto sarà, vent’anni? – un tempo qui c’allevavano i cavalli: ricordo ancora le grosse bestie, i loro manti dai colori decisi, le code e le criniere sventolanti, le froge spalmate di muchi, i liquidi pomi lucenti degli occhi. Ci venivo, da piccolo, a guardarli di lontano nei loro stanzini, stretti cubicoli oscuri colmi di biada e mosche: i grossi animali agitavano le code in un movimento semicircolare, come a scacciare lontano i ronzii, ogni tanto scalciavano, poi raccattavano svogliati qualche stoppia d’avena e biascicavano un poco, più per noia che per fame. Talvolta un nitrito d’isteria, o uno zoccolare più calcato, malmostoso, al sopraggiungere dello stalliere, un uomo basso e grasso, dall’epa sferica e tirata, un capo tondo e glabro, eccetto due baffetti fini e unti, gli occhi due giuggiole attaccate con lo sputo; portava sempre una sozza camicia a quadrettoni, infilata in un paio di pantaloni di velluto scuro ad ampie coste, e ai piedi sempre i soliti stivali di gomma dai gambali laceri. Di questo grasso stalliere provavo un misterioso timore, un’irrazionale repulsione che sempre mi turbava: un brivido sulla pelle mi coglieva se mi sentivo scorrere addosso quello sguardo di giuggiola, quando sbucavo dal fosso dov’ero acquattato. Ma lo stesso non potevo rinunciare alla visita ai cavalli, quando le giornate iniziavano ad aprirsi sulla campagna e il sole prosciugava i pantani, dopo l’ora di merenda quando l’aria diventava un prisma azzurrino sopra le cose, fuor di finestra. M’inoltravo sulla sterrata, rasentavo i campi e le case già in lento sfacelo, mi lasciavo alle spalle l’asfalto, le voci, i rumori, e a poco a poco penetravo in un regno fatto di quell’aria fresca azzurrina, di un odore di fuochi lontani, d’insetti infiniti. Giungevo nei pressi della casa dei cavalli e m’infilavo nel fosso, avanzavo piano, m’accucciavo dietro un cespuglio e stavo lì fermo, non visto, a guardare i cavalli nei loro stanzini e sulla corte recintata, stando attento a non farmi sorprendere dal terrificante stalliere dagli occhi posticci.

Eppure qualcosa doveva esser successo, qualcosa di terribile e perduto: l’avverto come un brivido – lo stesso che gli occhi-giuggiola mi procuravano da piccino – ogni volta che ripasso a corsa di lì. Mi soffermo allora un poco a scandagliare le rovine, i brandelli di muro, a interrogare quel mistero di cocci e frantumi, senza cavarne niente di più che quel brivido, quell’avvertimento irriconducibile a una forma sensata. Cos’è rimasto, in quel luogo, di un passato irrevocabile? S’è insinuato qualcosa tra quel cielo azzurrino e la superficie di quei muri, qualcosa che non s’è corrotto con la rovina dei manufatti, ma ancora respira nascosto tra l’erba, in quell’infinitesimale ma incolmabile iato che separa tutte le cose, e viene da un tempo lontano, ormai dimenticato.

Sarà, forse, uno di quei malinconici fantasmi che dicono vaghino per queste radure, forse il fantasma del grasso stalliere, forse l’anima in pena d’un cavallo stramazzato, oppure magari solo il ricordo di quello sguardo di fantoccio. Ma la fugace impressione scompare dopo poco, dura giusto il tempo d’un rallentamento, d’un’occhiata in tralice mentre col mio passo affaticato arranco verso l’arancione del tramonto. Alla prossima colonica diroccata farò una sosta, appena il tempo di riprender fiato, poi giù in direzione opposta per il ritorno. La scorgo già laggiù, dopo la serpentina della sterrata, adagiata sul piano come un balocco consunto, rosseggiante tra l’eriche.

La casa dei cavalli è ora un ammasso di muri scorticati che riposa tra i rovi, l’aia sul retro resa inaccessibile da un intrico vegetale che sembra dissuadere da ogni istinto d’esplorazione. Le pareti squarciate lasciano penetrare lo sguardo all’interno delle vecchie stanze, dove le grosse travi collassate formano architetture improvvisate e le piante rampicanti imperversano; i ciottoli sono invasi da muschio e fango, tappeti d’erba e foglie morte ricoprono gli impiantiti. Mi fermo a guardare dentro, curioso di tirar fuori qualcosa dal passato, di capire da dove mi viene quella sensazione misteriosa che non so definire. Gli intonaci franati, pareti dipinte d’un azzurro inconsueto – cos’era, la cucina? – e le porte marce che si sbriciolano, tutto un mondo che si dissolve e non c’è più verso di riportarlo al presente, alla vita. Vent’anni, vent’anni sono passati e quel ricordo s’è perso chissà dove, lasciando solo poche immagini statiche, come ritrovare tre o quattro foto ingiallite in un cassetto… eppure qualcosa è rimasto, sepolto chissà dove. Ma questi muri franati non mi parlano, non dicono nulla; le grosse travi, niente. Ecco qualcosa che si muove – forse un animale? – ma no, è un sacchetto, una busta di plastica bianca impigliata tra i rovi che oscilla nella poca brezza laggiù dentro il tinello squassato. La osservo dondolare e per un terribile momento resto agghiacciato: mi sento scivolare, come se stessi cadendo all’indietro, un giramento di testa leggero leggero, quasi impercettibile, niente di preoccupante, respira, respira… Poi passa, e tutto è di nuovo normale. Riprendo la sterrata soffocando un urto di vomito e m’allontano verso casa.

Ci sono i fantasmi, in queste vecchie case. Infestano la campagna, nascondendosi ancora tra le antiche pareti, e non se ne andranno finché un brandello di muro resterà ancora in piedi. A volte si vedono spuntare da dietro un cespuglio, o scappare veloci dietro una porta ancora mezza in piedi. A volte basta guardare bene dentro un andito polveroso, abituare gli occhi all’oscurità, per vedere delle impronte leggere leggere che si formano sulla polvere, allungandosi in fila fino a sparire nel buio delle stanze più lontane, dove la luce del giorno non arriva più da anni. A volte si sente come un parlare sommesso provenire dal profondo delle rovine, dalle pance oscure delle coloniche malmesse, e più si tende l’orecchio più il cianciare si fa impercettibile, ma non scompare finché non si prova a chiedere chi va là, c’è qualcuno?, allora tutto si cheta; ma se dopo cinque minuti si ripassa di lì, le voci si odono di nuovo. Tutti sanno che ci vivono i fantasmi, in queste case, ma nessuno ormai ci fa più caso: fanno parte di queste campagne come i cipressi, come i fossi, come i gatti randagi. Nessuno però percorre queste strade di notte, ormai, tranne gli immigrati che lavorano nelle conce del comprensorio, che ritornano stanchi e affamati. Ma i fantasmi, loro, li lasciano passare.

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