Le passeggiate distensive

Che il giovinetto Boldrini del Pinocchio, in certi giorni sventurati, fosse oberato di scartoffie, gli si doveva pur riconoscere: fogli, biglietti, scartafacci, buste, pallottole, dépliants, ciclostilati, brogliacci vari s’assommavano in grosse pile sul suo consunto secrétaire. In quei pomeriggi gli s’allogava in pancia come una fregola, una smania, ed egli balzava allora dalla seggiola come pinzato da spilli innumeri sul deretano. Intabarrato, provvisto di scarpa modello ‘ginnastica’, s’avviava dunque verso le campagne, a ridestar le forze sopite dello spirito. Lungo la via, man mano che s’addentrava nella piana agricola, i palazzi si facevan sempre più scalcinati, malmessi, sbocconcellati dall’intemperie e dall’incuria: e quegli avviliti abituri facevan fino piover talotta minuzzoli di travi: e di putrelle: e di conci e bugnati periclitanti su’ capi ignudi d’inavvertiti flaneurs, ad impinguare il catastrofale budget de’ sùbiti mali: tra’ quali giova qui mentovare certi mastini rabbiosi dalle froge spruzzanti, che tu l’incontri ne’ resedi più disparati. Codeste luetiche fiere, sovente aggranfiate alle ringhiere, coyotes de mis cojones, e ne fanno di caciare!, puranco se tu gli transiti sull’opposto marciapiede, o perdinci!, talché qualche massaia si spenzola da’ ballatoi a guatar pensosa chi passi, e tu ti senti quasi in dolo. Ecco che que’ cagnacci al solo fiutarlo di lungi l’avvisavano, o Boldrini, bada te!, co’ lor propri ronchi, e si rimpallavano i mugghi di cortile in cortile, a fargli dietro come uno strascico d’ululati. S’arrampicava allora, aligero come rubagalline, sulla straducola che per lungo tratto corre in groppa all’argine, lasciandosi alle spalle l’abitato. Tutto immerso in quell’arcadico spleen, propenso daddovero ad allumar le querce e gl’ippocastani che dondolan sempre le lor capsule, e le lor foglie e ghiande nell’aria, era vieppiù proclive a piantar la suola in su di una qualche fatta di bestia: quando non d’umana viscera scaturita, giacché, se l’epa s’ha da sgravare, più d’uno usa allascar la cinghia in codeste verzicanti campora. Allora dalla bocca sua sfrenata gli scaturiva come tutta una pletora di martiri, e beati, e santi, epitetati ognun d’una specie diversa: qual suino, qual cagna, qual irsuto cinghiale: e dipoi ancora serpe, e volpone, e gatto, ermellino, castoro infino, e ghiro, e verme, e tafano: e ciuco marcio incancrenito. Non di rado pertanto, smarrito l’orgasmo primitivo di quell’infausto trekking, il giovinetto Boldrini del Pinocchio rincasava assai più rabbuiato, affranto parecchio, e agognava di riprender quanto prima le sue dimolte scartoffie in mano.

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