Migliorare il sinistro

san miniato nella nebbia 2[…] L’aveva giocato fugacemente ma intensamente dagli undici/dodici ai quindici/sedici anni, il calcio, con gli amici di San Miniato, in campetti dalle porte parallelogrammiformi o all’oratorio vicino casa, dietro via Carducci, su alla Nunziatina, all’inizio della pendenza che portava in centro, cioè in piazza del Popolo, e poi al tragico Duomo e alla Torre di Matilde e alla Rocca – sgretolata dalla guerra e poi ricostruita una quindicina d’anni dopo. Mai stato davvero bravo, ci mancherebbe, manovalanza e non genialità, anni luce distante dall’inarrivabile leggiadria calcistica di un Amedeo Becci (invidiatissimo eroe paesano acquistato dalla Fiorentina nel 1971, un mancinaccio dal tiro secco e la zazzera liverpooliana) ma anche dall’efficacia pedatoria degli amici più predisposti. A causa soprattutto della costituzione fisica non proprio snello-atletica. E di un piede tozzo come quello di un hobbit Sturoi. E di una caviglia rigida tipo quercia. Ma ce l’aveva messa tutta lo stesso. Maglietta attillata di Sivori sempre addosso (non tutti i compleanni erano totalmente inutili), calzettoni giù, pantaloncini neri, scarpette Ferrari incollate ai piedi finché non si sfondavano del tutto – la pubertà costava un occhio della testa. Per un certo periodo aveva vissuto solo per il giuoco, il fútbol, l’interazione uomo-pallone. Meno Topolino e Braccio di Ferro e libri e compiti, più sudate al campo – svegliarsi la mattina e non pensare ad altro che alle corse, agli stop a seguire, ai tunnel, agli incroci dei pali, al pallone. Ce l’aveva messa tutta per migliorarsi e limitare le figuracce, per assurgere a qualcosa di più del ruolo di compagno sgradito e inetto e (non ancora troppo) ciccione a cui non si passa mai la palla o che – succederà sempre – viene schiaffato in porta per il Bene della Squadra e perché tra i pali è (come no) siamo tutti d’accordo Il Più Capace. E l’impegno era stato premiato. Con tanta fatica era nel tempo riuscito a strappare qualcosa al suo destino di mediocrità pallonara. Piccole conquiste. Aveva perfezionato il controllo del pallone sia da fermo che in corsa, in primis, e adesso conduceva la sfera con sicurezza senza allungarsela mai. Aveva aggiunto un paio di finte all’inefficace repertorio di dribbling – alla lentezza non si poteva porre rimedio. Di testa era diventato più preciso, e ora colpiva senza chiudere gli occhi, impavido, con tutta la fronte. Più fluido l’uso della suola. Maggior freddezza davanti al portiere, dribblarlo, piazzarla, impadronirsi dei trucchetti per fregarlo diciamo sette volte su dieci. Tirare meglio di interno ed esterno, a giro, persino col sinistro. Proprio calciare col piede meno abile era diventato, grazie alla pratica, qualcosa di sempre più suo – milioni di podorecettori sensoriali si erano costruiti mattone dopo mattone un cortico-posticino più ampio e confortevole là in alto, oltre lo spinale intricarsi dei nervi, nell’area somestesica primaria controlaterale (cioè a destra), ma non bastava, la sensibilità non racchiudeva l’insieme, non spiegava la complessità. Calciare, destro o sinistro che fosse, era anche movimento e calibrazione cerebellare, grazia, memoria cinestetica, dolore, eccitazione, magia, premonizione. Ogni singolo calcio apriva uno squarcio sul futuro immediato. Nel senso che quando colpivi, cioè durante l’effimero contatto scarpetta-cuoio/piede-sfera, tu sapevi in anticipo – in quell’esatto momento – se il pallone sarebbe finito o no dove l’avevi indirizzato, a quel compagno o in quel corridoio o in quel sette, lo sapevi per certo – pressoché pleonastica appariva sempre la tardiva controprova oculare.

Il calcio, che meraviglia, che sottovalutato potenziale espressivo. Che forza obliterante. Per un periodo a cavallo tra le medie e i primi anni del liceo aveva perfino considerato l’idea di potersi iscrivere un domani a qualche società sportiva della zona e magari cominciare a giocarlo seriamente, sapete, in una squadra vera, in un campionato, con i punti in palio eccetera. Non che si fosse illuso d’esser diventato un calciatore di livello, questo no – non si illudeva mai di nulla, lui, non era il tipo. Ma un difensore discreto e dignitoso – perché no?

Qualcuno glielo diceva senza mezzi termini:

Prova e vedi che tu combini.

Tu faresti senz’altro la tu’ figura!

Ce ne son peggio di te fidati!

Il tipo roccioso, questo avrebbe incarnato. Né più né meno. Baricentro basso. Ben piantato per terra nei contrasti e dunque spesso vittorioso. Non troppo mobile, certo, ma di posizione, calciatore come si dice d’intelligenza tattica. Che capisce prima degli altri dove finisce la palla e compie i movimenti giusti e anticipa gli avversari. Che sa quando spazzare e quando giocarla. Con tecnica in fin dei conti nemmeno disprezzabile. Passetti, tanti piccoli passetti in avanti. Come se davvero dipendesse da lui, come se il lavoro – le ore a scambiarsi il pallone a pentagoni col muro sotto Via Fornace Vecchia e quelle passate a palleggiare – davvero pagasse. Passetti. Subodorava la crescente stima degli amici e si accorgeva di come si fossero rarefatte le volte in cui veniva declassato a portiere. Constatava l’evoluzione. Quindi sì – ci aveva pensato e ripensato. Il calcio. Gli allenamenti sotto l’acqua. Al freddo. Nella mota – la terra sotto le palpebre e nei calzini, la maglia pesante sulla schiena, le scivolate nelle pozzanghere, quella loro gioia semplice. La stanchezza gratificante del dopo, la pace di muscoli tirati all’eccesso. Stare bene per aver dato tutto. La vittoria, sì, ma anche la bellezza del gesto. L’estetica. Preferire un ardito tentativo, un assolo dissonante/sperimentale, alla noiosa sicurezza di un atto semplice e pratico. L’artista che a un certo punto strappa lo spartito. Preferire (scelte che lui non poteva certo concedersi ma che sognava, perché il calcio era quella cosa lì) un doppio tunnel in un angolo di campo al tiro improvvisato che per un gran colpo di culo – il vento, i rimbalzi atipici, l’indeterminismo quantistico – s’infila nel sette strappando applausi immeritati. La vita nello spogliatoio. Le battute bruttine della gente reale. Far parte di un gruppo. Farsi amici veri. Le festose partite della domenica pomeriggio – quante volte era andato con Matteo e il Di Gennaro a vedere le gare del San Miniato nel campo sportivo di Santa Maria al Fortino davanti al Marconi? Quante volte aveva desiderato poter essere al di là della rete, e non sul poggio assieme alla nutrita tifoseria (cioè l’intero paese)? Stare dentro al rettangolo di righe di gesso e partecipare, incidere – per novanta minuti e passa tener la testa fuori dall’asfissia metacognitiva del quotidiano. E magari suo padre, il babbo, che guardava solo le partite della Nazionale, magari quelle domeniche nebbiose e stranianti si sarebbe qualche volta dimenticato del cimitero e dei genitori sconosciuti e della settimana tossica in conceria – quella passata, quella incipiente – e l’avrebbe seguito di campo in campo e perché no incitato e perché no avrebbe dimostrato di credere in lui e perché no perché no […]

4 pensieri riguardo “Migliorare il sinistro

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