La chiarezza del tempo

chiarezza tempoIl mare di maggio, sogna Elsa nella veranda della sua casetta che s’affaccia sulla piana dell’Arno. Freddo come mille lame nella carne viva, da principio, ma poi non vuoi più uscire fuori a giocare con Giampiero, che è più piccolo di te e non sa nuotare, e nell’acqua immota pascolano i muggini neroargento e il babbo se ne sta lì con la mamma sotto l’ombrellone e giocano a ramino e bestemmia e beve dal fiasco e la guerra si è disciolta in un giorno di sole, per sempre. Elsa respira appena sulla sua poltrona vecchia, escrescenze di gommapiuma fiorite qua e là dagli squarci nella tessitura a rose, tre o quattro massicci peli bianchi impettiti sul labbro superiore, pura semiotica della resa. Eccola lì. Palpebre di velina masticata. Testa piegata di lato. Una ragnatela azzurrognola sul cranio rosa neonatale. Sola, in un preciso pomeriggio d’inverno sul pianeta Terra, nella penombra che le ghiaccia le gote e le ossa e il rivolo di bavetta sull’angolo della bocca dischiusa. Più piccola che mai. Sogna la spiaggia e un vago odore di olio di fegato di merluzzo disarmonico e verosimilmente posticcio, aggiunto in postproduzione, e di Giampiero che frigna perché lei l’ha abbandonato e si annoia e la invidia e non c’è giustizia, no, neanche nella domenica migliore – voglio diventare grande, sai, voglio diventare grande e mangiare tutta la mortadella del mondo. E babbo è un giovane fusto dai villi alla Brando e mamma una vertigine di curve e tra una mescolata e l’altra lui le tocca le cosce che spuntano dal pudico costume viola preso alla sartoria davanti al chiostro, carissima, ma il babbo è ingegnere e non guadagna male e insomma, dice la nonna, che nella boscaglia di Montebicchieri una notte ha intravisto l’Uomo Lupo e lo racconta sempre alle altre lavandaie giù al fiume, a che servono i soldi se no. Le cose, mentre ti allontani arretrando sui talloni. La forma dei capelli materni sbavata dalla brezza novella che rabbrividisce, l’ombrellone fungino che sfarfalla impercettibile, le carte balzellanti sull’asciugamano in pendenza, i cerchietti elastici di posidonia secca che rotolano via dalla battigia in un incedere da commedia. Vattene. È il tuo momento. Parti, sparisci. Esplora la vita. Respira, Elsa, un respiro precario nel guscio della veranda scalcinata fitta di scorpioni, una nenia polmonare, sulla poltrona lisa, davanti al tavolino ottagonale in vimini che comprò a un mercatino giù al Pinocchio trent’anni prima, sulle gambe un plaid di lana grezza che puzza sempre di un cane antico, a volte cattivo, che Sestilio sotterrò nell’oliveto dietro la casa alle Colline. Sogna rivolta a nord, alla vallata di poligoni coltivati e ai pinnacoli di fumo industriale e ai monti di zucchero, falsamente prossimi, rimpiattata dal sole scialbo, della ragazzina che si farà donna e sposerà un impiegato pasciuto della Scala e avrà un figlio di nome Pietro, vede le sue spalle e la nuca fradicia fluttuanti nel mare mite – che si va increspando – e assieme ne condivide il delirio soggettivo, gli impossibili elementi della scena decrescente nella luce a perpendicolo sulla spiaggia, la nitidezza dei baffetti a fiammifero del babbo, il neo sulla sclera sinistra della mamma, la frustrazione adultoide sulla bocca storta del fratello (che non manterrà alcun ricordo del Sabato Fascista, nemmeno se opportunamente stimolato, che perderà le falangi della destra in un tacchificio di Santa Croce, che non diventerà mai e poi mai un bravo trombettista jazz) che va pazzo per gli insaccati e modella svogliato manciate di sabbia friabile. Poi non tocchi più. A forza di arretrare non tocchi più. Nemmeno se gonfi d’aria quel tuo petto già maturo e, lasciandoti sprofondare, allunghi le punte dei piedi in cerca di terra, di certezza. Posso smaltarmi le unghie dei piedi, mamma. Posso provarmi i tuoi orecchini. Non tocchi più e tutto cambia, il battito, il pensiero, il vigore dell’allucinazione. Tutto, questo capisci, è allucinazione. Il cielo è un assommarsi repentino di nuvoloni indomiti, batraci che si gonfiano e sgonfiano a ritmo indiavolato. Il mare piombo fuso in cui ti agiti per restare a galla, un fermento di gorghi e onde fuori scala, alte come palazzi. E tu cosa sei? Tu cosa diamine sei? Dalla tua gola non esce un singolo suono. Non hai voce. Perché lo fai? Perché gridi aiuto? Non hai imparato niente, in tutto questo tempo? Il battito e il pensiero. Il battito e il pensiero. Il battito e il pensiero. Elsa scuote il braccio pendulo di carne pendula per un secondo o due, uno spasmo, un inceppo neurofisiologico, l’altro resta inerte, piegato sulla pancia gonfia. È un preciso giorno d’inverno. Un piccione atterra sul pavimento in graniglia, scippa le briciole di un pranzo frugale e si getta giù nel dirupo. Nel bel mezzo della vallata, a chilometri di distanza, un trenino giocattolo appare e scompare tra i grumi di case e gli alberi spogli viaggiando da sinistra a destra, in direzione Firenze. Elsa trema distintamente. Sposta la testa semicalva da una parte all’altra con un movimento lentissimo, pronuncia una parola che nessuno può udire (un invisibile sbuffo di condensa) e si accomoda, infine, su una pace nuova. L’acqua è dappertutto. Il panorama è verde scuro, marrone e arancio triste. Gli occhi bagnati, zuppi. Sente la bocca salata, mentre si destreggia tra le onde, il fiato cortissimo. E un po’ cominciano, sapete, quelle sue gambe e quelle sue braccia lontane, a essere stanche, a farle discretamente male. Ma che importa, da un certo punto di vista. Che cazzo importa più.

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