I tori

Hemingway * Fiesta, è scritto sulla costola del libro che ho in mano: non l’ho mai letto, Fiesta. È un’edizione Oscar Mondadori del 1972, trovata nella libreria di mio padre, qui nella vecchia casa di famiglia a Cusignano; sulla copertina, ormai ingiallita, tre tori rincorrono incombenti due uomini che reggono delle muletas, uno vicino, l’altro più in lontananza. Scorrendo le pagine mi accorgo che ce n’è una segnata da un’orecchia: è la pagina centonovantuno, una pagina qualunque persa a metà di un capitolo. Mio padre dev’essere arrivato a leggere fin qui, fermandosi a questo punto del libro. Per quale motivo non proseguì mai? Cosa aveva fatto una volta arrivato a questa pagina, dopo aver riposto il libro sul comodino o sullo scaffale, per non tornare a leggerlo mai più? Di sicuro, vista la data sul libro, doveva avere almeno venticinque anni. Probabilmente era salito sulla sua Morris Cooper rosso fegato per andare al Leporaia, agli allenamenti del Tuttocuoio; o forse era uscito a trovare gli amici del bar Cantini; magari aveva un appuntamento con una ragazza, verosimilmente la mia futura madre; o aveva semplicemente spento la luce e si era addormentato, per svegliarsi presto il mattino seguente e andare al lavoro alla Cassa di Risparmio. Oppure, mi viene da pensare con un certo disagio, stava leggendo questo libro il giorno che mio nonno, suo padre, era morto sul vialetto di casa, sullo sterrato polveroso, la bocca schiumante, gli occhi rivoltati, tra le urla sgomente di mia nonna affacciata alla finestra del tinello. Non riesco a ricordarmi di una volta in cui mio padre mi abbia parlato di Fiesta, di Hemingway, o quantomeno della Spagna, delle corride, dei tori: non riesco a ricollegare niente di lui a questo libro. Non potrò mai sapere chi era quel ragazzo, quali erano i suoi gusti all’epoca, i suoi sogni, le sue aspirazioni: posso solo ricostruire un ritratto assai impreciso e lacunoso, basato sui pochi dettagli che conosco, o che credo di conoscere. Un libro lasciato a metà, come tante cose nel corso della sua vita di abbandoni: il calcio quando nacqui io; il lavoro quando si mise in testa di poter vivere anche senza; il matrimonio quando iniziò a rincasare sempre più tardi, non facendosi vedere per giorni, fino a lasciare Cusignano per inseguire una giovane illusione, forse ancora minorenne.

Il libro emana un odore deciso di carta in disfacimento: è l’odore di una cosa chiusa e dimenticata da molto. Entrando nel vecchio studio in cerca di alcuni documenti per le pratiche della successione, ho indugiato davanti  alla libreria che occupa la parete di fondo, raccogliendo questo volume forse per il titolo così in contrasto con le attuali contingenze: gli ultimi singhiozzanti mesi di malattia, un funerale drammatico e farsesco, una famiglia che non esiste più, che forse non è mai esistita. E guardando questo segno sulla pagina adesso penso anche ai miei fallimenti, ai miei abbandoni: una laurea mai ottenuta quando gli esami erano ormai finiti; la band sciolta dopo l’ennesima discussione, l’ennesimo concerto annullato, l’ennesimo tentativo di disintossicazione; la mia famiglia mai nata davvero, dopo l’aborto, l’indifferenza, il tradimento, la separazione. Ho sempre pensato di non essere come lui, quell’uomo ombroso e tormentato: ho fatto di tutto per non crescere nel suo solco e distaccarmi. Ma oggi, su questa copertina, ci vedo entrambi, vicini come mai prima d’ora: siamo noi quei personaggi con le muletas, inseguiti dagli stessi tori neri, tormentati da simili angosce, in fuga dagli stessi errori. Mio padre qui, in primo piano, già soccombente sotto l’ombra della malattia, dell’afflizione, della morte; io pochi passi più avanti, un vantaggio infinitesimale sulle bestie che presto raggiungeranno anche me, e che sento già infuriare da tempo. Mi siedo sulla sua poltrona, sposto le carte che ancora sono sulla scrivania: referti, analisi, bollette, scontrini, lettere mai inviate. Appoggio il libro, lo apro a pagina centonovantuno: “Il toro li vide e caricò. Da dietro una delle casse un uomo gridò e picchiò col cappello sulle tavole, e il toro prima di raggiungere il giovenco si voltò, si raccolse e caricò dov’era stato l’uomo, cercando di raggiungerlo attraverso le tavole di legno con una mezza dozzina di veloci insistenti colpi tirati col corno destro. «Dio, non è fantastico?» disse Brett. Il toro era proprio sotto di noi”. Quello che è successo prima non m’interessa: il sole sorgerà ancora, domani, ma stanotte voglio sedere qui e finire qualcosa che è stato lasciato a metà. Leggerò ad alta voce, lento, paziente, come se lui potesse in qualche modo ancora sentirmi.

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