Le estati da Bighero

bighero

Men developed memories to ease their disquiet over things they did as men.
The deep past is the only innocence and therefore necessary to retain.
Don DeLillo

Tutti sappiamo cose che secondo noi gli altri non sanno.
Roberto Bolaño

La casa cubica sotto la Finanza, vagamente fuori contesto, sottratta al regno rigoroso del gioco. La regina dagli occhi di ghiaccio che gira il mestolo pacifico nella pentola sul fuoco. Lo smalto bianco delle mattonelle della cucina. Un asciughino ricamato a fiori, liso, lercio ai margini. I grappoli candidi delle acacie in fiore. Il ghiaino su cui frenano frettolose le macchine. Il canestro da basket sfilacciato, un po’ mesto. Le braccia pompate e venose di Stallone nel poster di Rambo. La bambina riccia della casa di fianco che si unisce ai giochi e non ha voce. Il nome Baldo, da uomo serio, rispettabile. Il nome Teresina, capelli bianco nebbia e una gola aspra di anni cupi e guerre andate. La luce grigia nella valle a sud, di prima mattina. Il colore rossastro del mattone nudo. Gli scorpioni con la corazza scintillante, schiacciati con le ciabatte dalla tomaia di plastica gialla. Il dipinto su San Miniato – figurativo impeccabile – alla sinistra del frigorifero. Tuo zio è bravo, sai, col pennello. Tuo zio è bravo coi colori. Mangiare con la fame di una vita intera, i piatti straripanti, le mascelle forsennate, le mani possenti che strappano brandelli di pane dalla pagnotta in una lotta impari, quotidiana, al ritorno dalla fabbrica. Gli albi di Topolino sfogliati nella piazzetta di cemento grezzo sul retro, sopra il ciglione dove l’impossibile accade, nel fresco calmo delle acacie. I mattoni rossi e bucherellati e pieni di scorpioni. Le passeggiate ripide giù a Gargozzi. Le macchie di margherite sui prati. Le limonate, i ghiaccioli. La regina dagli occhi di ghiaccio che gira il mestolo e parlotta con lo spettro innominabile, a volte la vedi e a volte, semplicemente, lo sai. Assemblare maglioni elusivi di fronte allo schermo acceso. Modellare sciarpe di lana. Realizzare inconsapevoli frattali per centrini raffinatissimi. Il semolino. Il pane e pomodoro. Il purè di patate. La margarina. Le barbine Barilla. Le mentine nel cassettone marrone della camera. La dentiera che tintinna nel bicchiere, il buio, le preghiere, i respiri raschiati della notte. I due divani di pelle fresca nel salotto inattaccabile dal sole. Il garage col passaggio segreto, perfetto per gli scherzi che spaccano il cuore. Il Lotti la ritrasse ed era bellissima. Lui la ritrasse e noi, insomma, l’abbiamo persa per sempre. Gli albi di Topolino, che uno legge soprattutto per Paperino e Paperone. Gli albi di Braccio di Ferro. Palloni multifunzione nello sgabuzzino delle sorprese. Scatoloni che sanno di polvere e carta gialla, antica. Il canestro sfilacciato che si anima solo con le brezze tiepide. Zia, io non credo, ma come non credi, non credo in Dio, ma che dici, sei un bambino, non lo dire nemmeno per scherzo. La cucina di mattonelle bianche, il tavolo rettangolare di compensato, il frigo a un tiro di schioppo, sana praticità da mensa lavorativa. La finestra da cui spiove la luce netta del mezzogiorno. La radio introvabile che diffonde canzoni vecchie nell’atmosfera di cipolla. La casa a forma di cubo, la casa giocattolo, la casa sul confine che divide ineluttabilmente il nord dal sud, il dovere dall’avventura, l’affannato industriarsi umano dal calore selvaggio della terra. Dove vuoi andare? Da che parte ti schieri? Il gatto bianco e nero – il nome celebre – che le buscava sempre. Le risse tra gatti. Gli animali morti. Lo spettro aleggiante che di tanto in tanto inumidiva gli occhi dei vivi. Figlia e sorella, poi madre e nonna negate. La coupé rossa che faceva urlare scompigliando i boccoli biondi. La Renault 4 scassata con la faccia e la pelata del padrone, la giacca mimetica, gli stivali verdi e i fucili. La foto dei nipoti in tuta blu arrampicati su un ulivo. La vita non ti regala niente. La foto di un calesse – tempi eleganti, monocromatici, tenacemente rimpianti. La vita non ti regala niente di niente. Le visite fugaci e ansiose alla fabbrica in via Borgonuovo. Il chiasso ciclico delle macchine in azione. Il vociare indaffarato, le spolverine, il viavai della gente. La stanzina morchiosa in fondo a sinistra col mostro assopito sulla mensola in alto – certe notti, con quei suoi occhi di nulla, nei sogni più tremendi di sempre, ti rincorre a balzelli e tu scappi scappi ma lo sai che alla fine ti acciufferà. Il ragazzino che alle Colline ti prende da parte e mentre nessuno guarda ti dice che ti sgozza. La luce pallida della valle quieta, disabitata, colline sterminate, vigneti, olivete, canneti gialli, vie argillose pregne di antiche vite elementari. Che significa che mi sgozza, zia? Che significa Andare a veglia? Tuo zio, sai, era bravissimo a giocare a pallone. Tuo zio lo andava a vedere tutta San Miniato. La voce tonante, da uomo alto e grosso, che incute timore. Le battute. Le sentenze brusche. La verità, piacevole o meno che fosse, una vaga amarezza monicelliana. I film di Totò. Il Grande Torino. La sacralità inviolabile del calcio in TV. Col sinistro sei un po’ deboluccio. Col sinistro devi migliorare. Gli euforici aquiloni con la carta luccicante dell’uovo di Pasqua, il ciaccino e l’affettato, le esplosioni di risa dei giorni di festa. Il cane da caccia nello stretto recinto di rete verde. Il gatto bianconero dalle orecchie mangiucchiate e le mille ferite, zoppo e mezzo cieco, che proprio non vuole crepare – scialba allegoria di qualcosa. Baldo è un nome serio e rispettabile che significa quaderni e matite e odore di inchiostro. Teresina capelli finissimi, appena visibili. Elsa è un’amica intima, una compagna di chiacchiere, una donna-fiume. La piazzetta di cemento friabile distrutta dalle randellate del sole. Il suono secco del pallone che rimbalza. Il suono ossessivo, il suono immortale del pallone che rimbalza. L’aria opaca di un giugno torrido, il profumo lezioso delle acacie. Il gioco della campana. Le linee storte. Le pietre dentellate. La bambina più piccola che abita nella casa accanto ma non parla mai e poi mai e come si chiama. L’ortica, il sangue, il sudore. La terra che scricchiola tra i denti. Il nero sulle ginocchia che viene via se ci sputi sopra e strusci per bene. Il sapore caldo delle susine.

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