Via Fornace Vecchia

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[…] Si avvicinò alla finestra e guardò fuori. La giornata puntava a scurirsi. Uno stormo di uccelli, gestalt compatta di ali e cervelli minuscoli e sbalorditivi, spazzò il cielo da destra a sinistra. Vide l’anonima casetta dai muri malstuccati, una volta ci stava il Cosci, un umbratile milanese senza moglie né nuca che di tanto in tanto lanciava urla idrofobe nel pieno della notte, rifornendo per settimane di materiale le discussioni del vicinato. La casa si ergeva al di là di via Fornace Vecchia, una discesa tortuosa che partiva dalla sovrastante via Roma/Carducci e portava giù a Gargozzi, ora nel 2005 asfaltata e spesso aggredita (ma non quella mattina) dalle berline spietate del personale bancario. Perpendicolarmente proprio sotto la strada, a mo’ di sostegno, si trovava il grosso muro di nudi mattoni con cui aveva scambiato milioni di palloni quand’era un ragazzino che voleva migliorare la propria tecnica di base – migliorare lo stop, migliorare il calcio con l’interno piede, migliorare il sinistro. In primo piano oltre il doppio vetro c’era la piazzetta ghiaiosa su cui sorgeva il muro, e sulla sinistra la giovane acacia che aveva sostituito quella storica, il tronco rossomarrone che diventava la bomba del nascondino, l’albero che nelle giornate autunnali affrescava lo spiazzo col suo caldo e pointillismico nanofogliame. C’erano foglioline anche in quel momento, qua e là, foglioline che con la pioggia imminente si sarebbero tramutate in una pappetta colloidale e giallognola. Dietro l’albero partiva il burrone – ora un oggetto geologico innocuo, allora tremendo e rischioso, confine estremo tra il mondo civilizzato e quello esotico/misterioso, ricettacolo di terriccio e fantasie, di forme verminose, di radici, di serpi e di ortica. Scendere tenendosi ben stretti alla corda. Scendere con i calzoni lunghi, se possibile. Scendere piano, soprattutto se si è piccoli e se si è femmine. Scendere un po’ come avventura, come esplorazione, come coraggio, scendere alla stregua di Yanez de Gomera e Sandokan. Scendere come uccidere la tigre – scendere come bambini. Sul fondo del burrone, dalla finestra non li vedeva, gli orticelli coltivati a pomodori e cavoli e insalate, le bottiglie di birra, le baracche di pellet ed eternit e scintillanti fogli d’uova di Pasqua (elementi d’aquilone), le scatole Control, il turchese distopico dei sacchetti di nylon non biodegradabili, le galline erratiche. Un ricordo netto – sua nonna Mara che aveva un orto dall’altra parte del paese, verso l’ospedale, che un giorno abbrancò una gallina e le tirò il collo proprio davanti al suo visino cinquenne, il pollo che s’afflosciò languido, senza lottare, la nonna che gli scompigliò i riccioli con quelle mani assassine. Più giù ancora, superati gli orti e il pollame, immaginava, di nuovo dirupi e acacie, radure erbose e boschetti, e colate nere di catrame laddove quarant’anni prima si sgretolavano stradine e la pioggia plasmava miniaturizzati canyon d’argilla sul fondo dei quali lui rinveniva conchiglie fossili per la propria collezione terrosa – che va’ a sapere dov’era finita. Una scatola di cartone, marrone come tutte le scatole, rinsaldata alla bell’e meglio con metri di nastro da pacchi, che lasciava una scia ruggine quando veniva spostata, pesante quanto un cristiano. Va’ a sapere. […]

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