Labarda Levata: un ulteriore sguardo dietro le quinte

Sasha Tapinassi: lo dico d’emblée, accantonando qualsivoglia velleità di suspense. Questo, dunque, è il mio nome. I più agées di certo mi ricorderanno come il Sascino di Paesante; più d’uno si rammenterà della Cascina di Sasha, il cohousing neo hippy ante litteram stroncato dall’irruzione delle forze dell’ordine l’undici di luglio dell’ottantadue, più o meno in contemporanea col gol del due a zero azzurro a Madrid: l’urlo di Tardelli dal Mivar che sfumava in una bolgia di porte sfondate, fumogeni esplosi ad altezza d’uomo e manganellate (ma questa è roba che mi tengo da parte per un futuro post di Labarda). Ciò che Benno ha riferito sul mio conto qui è abbastanza veritiero: di certo un poco romanzato; ma si sa, siamo pur sempre all’interno di un blog dalle velleità, ebbene sì – diciamolo senza troppe remore – “letterarie”. Se l’ottimo Fiumalbi non avesse fatto la prima mossa non sarei adesso qui a scrivere queste righe, che mi risultano ardue per una mia consuetudine di riservatezza. Non s’intenda ciò come posa intellettualoide: prova ne sia il fatto che oramai da qualche lustro conduco una vita alquanto ritirata, per non dire eremitica. Ma veniamo al punto.

Ciò che resta oggi della Cascina di Sasha

Labarda Levata nasce da un sogno. Non in senso figurato: un sogno reale, o meglio un doppio sogno, in contemporanea per giunta. Eccolo: vado di gran lena per Corso Garibaldi con due giganteschi faldoni di fogli sottobraccio, quando, entrando spedito nella Loggetta del Fondo, mi scontro con un tizio anch’esso carico di faldoni che mi viene incontro dalla parte opposta, e tutti i fogli ci scivolano via mischiandosi a terra, prendendo infine a svolazzare in ogni direzione; alzo gli occhi e in quel signore riconosco Benno, il mio vecchio amico Benno che non vedevo da anni. Naturalmente il mattino dopo spedisco una mail a Benno per raccontargli il sogno, e quando mi arriva la sua risposta non posso fare a meno di rabbrividire. Scrive infatti Benno:

[…]e com’è strano sentirti proprio stamani, proprio con questo sogno. Tutto ciò va contro qualsiasi dogma finora da me ritenuto inconfutabile, e mi sconvolge alquanto. Anch’io, difatti, stanotte ti ho sognato, per giunta in circostanze che presentano un’inoppugnabile quanto imprevedibile analogia. Eravamo infatti io e te, soli, sul prato della Rocca, e tenevamo in braccio due pile di fotografie: d’un tratto un refolo di vento persistente ci sparpaglia le foto, mulinandole in aria e seminandole ovunque[…]

Da lì alla decisione di iniziare un blog, il passo è stato breve. Pertanto il mio rapporto con Labarda non può che essere visceralmente sentimentale, e prescinde da ogni oggettiva misura di popolarità, qualità o diffusione. Certo, mentirei se dicessi che l’apprezzamento espresso a più riprese da noti personaggi del mondo accademico e letterario mi lascia indifferente – tutt’altro! – ma sarei fiero di Labarda anche se i feedback fossero di natura diametralmente opposta (come peraltro verificatosi in alcune occasioni[1]).

The Kenosha Kid, il mio nickname, l’ho preso in prestito da un misconosciuto thriller giovanile di Marco Vichi, Morte a Varlungo. Vichi è sempre stato un mio punto di riferimento, assieme a Tondelli, Zaffagnini, Rodengo-Albrici, Capriotti, Malvaso e Raveggi, nomi che ai più diranno poco o nulla. Il Kenosha Kid è un outsider, un rinnegato, uno schmuck: da lì la mia simpatia e l’istantanea identificazione.

The Kenosha Kid

Sì, ma cos’altro dire di me, che la gente ancora non sa? Ecco alcune confessioni che mi sono riservato per la nostra Labarda, e che ormai è giunto il momento di sviscerare. Sono cieco da un occhio – il destro, per la precisione – in seguito a un bizzarro incidente con un’antilope e un cavaturaccioli[2]. Da ragazzo ho fatto tre giri completamente nudo sui calcinsella della fiera in piazza Dante. Un pomeriggio di tanti anni fa, in una radura sopra Vizzaneta, ho incontrato quella che con tutta probabilità era la Madonna. Al Derby di Epsom del ’93 ho mangiato per scommessa tutti i fiori del cappello della contessa di Wessex, senza che lei se ne accorgesse. Per lavoro ho fatto foto osé a un noto politico fiorentino col suo amante segreto. Fui io a disciogliere in acqua chili di Rosso Ponceau quando il lago di Moriolo divenne un’immensa pozza di sangue. E via, e via, e via. Il titolo che Benno immagina per la mia biografia in fieri, “Ho rimbalzato dappertutto”, è dannatamente azzeccato.

[…]disciogliere in acqua chili di Rosso Ponceau[…]

Eppure il desiderio di mettersi a nudo si trascina dietro il senso di una fine, un retrogusto amaro che chissà dove mi condurrà. Sarebbe un peccato se mi facessi sopraffare, ancora una volta, da quell’insano desiderio di autodistruzione che mi porto dentro da una vita; un peccato, perché di storie da raccontare, qui su Labarda Levata, ne avrei ancora a decine. Come quella del fantasma di Villa Sonnino. Quella della rapina tarantiniana alle Poste di Corazzano. Quella dello spaventoso gigante di Pilerno. Quella degli incontri VIP a luci rosse in una insospettabile maison del Poggio di Cecio. Quella delle messe nere nei boschi di Germagnana. Quella della vita dissoluta di M.B. Quella dei combattimenti di galli in un capannone dismesso della Serra.

Dunque vi lascio, ma non prima di un’ultima confessione. E se vi dicessi che Beasley e Kenosha in realtà non sono due persone? Qualcuno di voi l’avrà sospettato, leggendo attentamente i vari post. Ebbene, la verità – l’ennesimo segreto di Pulcinella – è che in realtà Beasley e Kenosha non sono due persone, ma tre. Attendiamo dunque, se mai ci sarà, la versione di questo enigmatico tertium datur. Ma forse, per la prima volta, vi sto solo prendendo in giro.

Ad maiora!


[1] Scrive ad esempio Vanni Santoni sul Corriere Fiorentino del 7 marzo 2021 nell’articolo “Afeli, Perieli e Mistificazioni”: […]ma la San Miniato di Beasley e Kenosha Kid non è né la Bucarest trasfigurata di Cărtărescu, né l’onirico Terminus radioso di Volodine, bensì un ibrido che si smaterializza nell’inconsistenza dell’artificioso, come fosse una quinta da Far West hollywoodiano: San Miniato, semplicemente, non c’è[…]. A Santoni fa eco Luca Ricci dalle pagine del Tirreno ediz. Pisa in data 2 aprile 2021, nell’articolo “Scrivere un racconto che NON piacerebbe al New Yorker”: […]Ma veniamo al caso letterario locale degli ultimi mesi: Labarda Levata. Tensione narrativa: zero; Personaggi: non reperiti; Struttura narrativa: assente; Elementi extradiegetici: neanche l’ombra. In poche parole, un fallimento totale[…]. Paolo Nori mette infine la pietra tombale dal Foglio (18 maggio 2021) nell’articolo “Io son poi quello che parlo male di Parma”: […]Borislav Fedorchuk, amico di Tolstoj, racconta che il grande scrittore gli disse una volta ‘Pietroburgo? L’ho detestata, ne ho parlato male e così l’ho resa immortale’, a me sembra invece che questa cosa qui mica la posson dire quei due di San Miniato, che ci son stato è pure una bella cittadina, ecco loro a forza di parlarne bene mi par che la stian distruggendo invece[…]. E qui, per pudore, m’interrompo.

[2] Potete fare due più due, se possedete rudimenti d’aritmetica

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