Assolo di Natale

Il suono ambiguo e complesso dello sportello che si chiude. Certe notti, come diceva quello. Ambiguo perché o si entra o si esce, e fa tutta la differenza del mondo. Complesso perché compresso – meno cazzata di quel che sembra. Tipo uno svelto accordo – le corde vicine vicine che si rasentano, un muro di corde, la parola pluricellulare. Una sintesi. Il suono della riconquista della forma primaria, della funzione. Capitombolare dentro l’origine. Stare into the sky with newborn perfect eyes. Né punto né segmento. Non secco come un colpo di pistola ma nemmeno dilatato come una coltellata – lacerazioni, urla, i maiali agonizzanti di Olmi, il perdurare sadomaso dello spasmo. Scambi snelli e qualche reprimenda, se ci sei. Sfilate sfarzose di denti bianchi. E poi le metafore estemporanee, talvolta, le tue e le mie, quel banchettare attorno al nucleo tragico, i giochi col mistero finale, la cognizione di una resa: possiamo crescere solo nella direzione in cui tira il vento. Ammazza. Pure filosofi. Come gli arbusti piegati a ridosso delle spiagge sozze dell’inverno dai cieli di topo, fai tu, piene di plastica e schiume e sugheri e pescetti marci. Piegati, nel senso che o ti adatti o il vento ti spezza in due, bello mio. (Una stempiatura e gel costrittivo: risate). Calzante definizione di impotenza. Sopravvalutazione secchiona della genetica, della maiuscola Natura, ma soprattutto infilarsi dritti nel ginepraio del – eppure è tutto vero, vuoi che non lo sappiamo, ma uno fa finta di niente perché se no che si vive a fare. Si chiude. Lo sportello si chiude – ancora e ancora e ancora e ancora e ancora. Con un tonfo soffice. Suono di un tuffo dall’alto, dell’impatto goffo, come quei pazzi a Calafuria quando s’era bambini e pelli elastiche e tutto technicolor, tutto. Ci sei o no. Corpo o spettro. Inizio o arrivederci. Prima o dopo le adulterazioni propedeutiche. In una fredda notte nell’orbita di San Miniato, San Miniato alta e zitta e stellare, le ghirlande e le palle di Natale e guanti e sciarpe agrumi, un piano minimal come straziante melensa triste soundtrack. A guidare nelle vie che sappiamo, di cinghiali e cerbiatti e latte di lepre, che vanno in alto con tutta la cautela che si possa immaginare o scendono giù in picchiata a cento all’ora verso nulla, verso niente, verso casa. Ci siamo capiti.

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