Walk in the park

IMG_20201215_113342Disegna un cerchio sulla condensa della finestra. Una volta sapeva disegnare cerchi perfetti, ma questo gli viene deforme – si nota la forzatura nel far coincidere il finale con l’inizio. Poi, un po’ con l’indice e un po’ col dorso della mano, cancella l’interno. Il mondo appare. La campagna livida come in un Eugene Smith. Le rare case, il ciuffetto di tigli sulla destra. Il piombo del cielo che si scioglie dappertutto in tanti rivoli scuri. E se non fosse un’anomalia temporanea? E se saltasse fuori il cigno nero? Se ne sta all’asciutto in una stanza al quarto piano di una palazzina, libri ammassati, profumo di metallo caldo nell’aria. Addosso ha la solita sdrucita tuta della Nike, quella da emergenze. Eppure non funziona. Deve consegnare il testo entro tre ore e niente funziona. Curiosamente inefficaci sia i Beach House che il rumore bianco della pioggia battente. Non ha scritto una parola. In piedi, guarda fuori. Pensa a quel bambino. Un furgone giallo e sfocato sta risalendo i campi sulla stradina fangosa tracciando una corda all’interno del cerchio. Deve parlare dell’alluvione, gli hanno detto per mail quella mattina, dell’Arno prossimo a esondare. Vogliono un racconto in stile giornalistico che sia almeno in parte fondato su dati, magari su informazioni di prima mano. Confidano nella sua competenza e professionalità. In verità non sa niente, niente, nessuna idea sull’emergenza attuale. Constata solo l’apocalisse astratta di mille giorni di tempesta. Sia web che social risultano inutili: i comunicati ufficiali di Comune e Provincia risalgono a troppe ore fa. Il resto è solo chiacchiera, bassa polemica. Dovrebbe andare a controllare con i propri occhi, come fece quel bambino lontano. Ha già scavallato gli argini? C’è già una moria di galline? Le macchine stanno già facendo testacoda nella corrente? Dietro di lui, in mezzo alla stanza, sul tavolo, di fianco alle tazzine di caffè e all’ultimo numero dell’Espresso, un rettangolo di luce pretende ordini. Si passa una mano tra i capelli. Inghiotte a fatica un catarro. Sa che a volte basta poco, è tutta autosuggestione. Il segreto sta nell’illudersi di aver sistemato i dettagli e plasmato l’ideale atmosfera intimista. Poi si tratta banalmente di renderla una questione di vita o di morte – se non scrivi, scompari. Basta pochissimo. Il lampo di un incipit. Inventare uno sguardo speciale. Considerarsi un artigiano – un artigiano, non un artista. Non vali un cazzo, ricordatelo. Non vali un cazzo. Il furgone rallenta un attimo, oltre l’esercito di gocce, forse per scalare una marcia, e riprende la fiacca salita. Il bambino abitava nella sua stessa palazzina e aveva una BMX bianca. Non sapeva impennare. Le misere casse acustiche del portatile insistono nel diffondere l’ipnosi di Teen Dream, riaffiora qualcosa di vertiginosamente antico e rassicurante, il candore amorfo di una culla, il suono del phon dopo i primi bagni nella vasca. Sul cerchio, quasi baciato dalle labbra secche, comincia pian piano a riformarsi la condensa. Il furgone adesso rasenta il centro – la corda talmente lunga che finirà quasi per coincidere col diametro. Il fiume, magari imperioso come nei romanzi dell’America rurale, gli scorre dietro, sufficientemente lontano, oltre il muro e le case, centinaia di metri a valle. Il bambino fece colazione e scese giù nella piana un sabato mattina di scuole chiuse, il giubbotto addosso, l’aria che gli rinfrescava la faccia. Si tratta di scrivere un raccontino che verrà pubblicato la prossima settimana. Roba di dubbia utilità. Per quanto possa darsi da fare arriverà inevitabilmente in ritardo sui fatti. Il bambino pedalò per un paio di minuti in discesa e poi frenò, appoggiò un piede sull’asfalto bagnato e si trovò a fronteggiarlo in tutta la sua potenza, non si scorgeva la riva opposta, il paese sommerso, annesso. Il cerchio sta svanendo in fretta, il mondo uguale. I Beach House si struggono nel mid-tempo di Norway. È una fase eccezionalmente cristallina, cruciale. Coglie una continuità. Che dovrebbe fare? Scendere e chiedere cosa provano, cosa stanno per perdere o hanno già perduto? Intervistare? Catalogare le bestemmie? Biasimare chi si fa i selfie dai ponti? Il bambino non infilò stivali. Il bambino non afferrò pale. Il bambino non aiutò gli amici e i loro genitori che arrancavano nell’acqua merdosa, alta fino al petto. Il bambino non mise in salvo cani e gatti. Guardò, ecco che fece. Ammirò lo spettacolo della rovina, la bellezza atroce della perdita, dal seggiolino-poltrona della sua bicicletta costosa e appena appena macchiettata di marrone. Del cerchio deforme permangono solo incerte tracce fossili. La terra liquida avvinghiava le case con le sue mille braccia randagie, taccheggiando televisori, abiti, progetti di vita. Affogò una persona, si seppe poi. Ricominciare è la parola chiave. C’era un gran silenzio, nonostante tutto, una pace da nevicata fitta. L’acqua frusciava eppure era muta. Il bambino non capì perché la gente rispondeva in modo brusco e scortese, perché qualcuno gli suggerì di tornarsene a casa. Poteva farlo? Questo devi domandarti. Problematizza l’aspetto specifico. Al di là della condensa, la piccola sagoma gialla diretta verso l’angolo in alto a destra si blocca in mezzo ai campi zuppi. Pensaci. Valuta se hai colpe concrete. Passa la mano sul vetro, di nuovo, una pennellata di realtà, scurissima, sulla lavagnetta grigia. Vede il furgone di traverso rispetto alla strada e un uomo minuscolo uscire sotto la pioggia e allargare le braccia in segno di protesta. C’è qualche porco in ascolto? Il portatile propone l’ipnopompica Walk in the park. Dispone di tre ore, e tre basteranno. Sa che si accontenteranno. Può cavarsela col mestiere. Ci sono strutture standard ed espressioni standard, trucchetti, moltitudini di racconti da poter scopiazzare. Ora deve occuparsi di altro. Ricominciare è sempre la parola chiave. Abbassa il monitor del portatile, prende il giubbotto dall’appendiabiti dietro la porta. Scende di corsa giù per le scale.

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