L’immersione come gomma che cancella

La gioventù italia del Littorio (Dilvo Lotti)
La gioventù italiana del Littorio – opera di Dilvo Lotti (San Miniato, 27 giugno 1914 – San Miniato, 22 aprile 2009)

I denti sono trecce d’aglio pendenti dal soffitto cupo. Le arcate, disallineate per innati difetti gnatologici, si spalancano su di me, preda zoppa, bolo potenziale. Balbetto passi. Forme sfocate, tinte insature. Scippo al buio intermittente un braccio inchiodato al muro sulla destra. Un chiodo nel polso, come il Vigliacco, laddove un tempo sbocciava la mano ora latitante. Carne liscia. Carne lenitiva, sotterra traumi. Quattro sull’avambraccio e poi, oltre l’angolo pressappoco ortogonale del gomito, altri tre, forse più lunghi, ficcati in tricipiti e bicipiti dall’aspetto molliccio. Rivoli neri di sangue essiccato sulla pelle bianco yogurt attorno alle singole capocchie. Vedo una gamba, la destra, innaturalmente dritta e fornita di piede, ergersi come legno morto di palude in mezzo al corridoio, grottesca istallazione moderna – di fianco un’illeggibile didascalia. Incollata? Sostegno metallico interno? Calpesto l’elastica sofficità di milioni di peli e capelli sparsi sul pavimento di fredda pietra nuda. Avanzo. Carpisco. L’altro braccio a sinistra, imbullettato uguale. Guarda che muscoli. Paralleli graffi felini. La voglia a mezzaluna sull’ascella mozzata. Il pretenzioso tatuaggio del mio amore per lei. E quelli sarebbero muscoli. Le mani aperte, come i bambini quando contano, incorniciate e affisse una di qua e una di là – biunivocità dita-chiodi. Il tronco deprivato, capolavoro sospeso suinamente nell’aria che sa d’incenso o mele cotte, sorretto da catene massicce aggrappate alle scapole. I genitali flosci, desolati. Lo sfregio tra i bassorilievi vertebrali. La chiazza umida che s’allarga dabbasso col suo gocciolio ossessivo. Avanzo nella gola stretta, soffocante, urto un tavolo, l’altra gamba stesa sopra, sangue, la testa glabra, cieca, impossibilmente concava.

E tre recipienti di vetro.

Nel primo due globi oculari fluttuano inespressivi in una soluzione trasparente. Nel secondo, immoto a mezz’altezza il mio sopravvalutato muscolo cardiaco – vagamente spappolato, vinto, lembi filamentosi che si diramano nella formaldeide come tanti tentacolini rossicci. Nell’ultimo, abnorme, all’altra estremità del tavolo, niente tranne il liquido. È aperto, il tappo svitato accanto, e odora di forte e definitivo. Appena lo rischiara il miraggio di una luce lontana. Mi avvicino, allora, e faccio ciò che devo. Sono qui per questo. Sono qui semplicemente per questo.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...