Organisti

Ci sono giorni che segnano uno spartiacque nella storia, dando vita a un prima e un dopo completamente diversi. L’undici settembre, il giorno in cui il mondo è cambiato per sempre, lo ricordo ancora in modo chiaro: tutti noi ci ricordiamo cosa stavamo facendo nel momento esatto in cui ci fu il primo e più spettacolare attacco, la famosa esplosione che ci catapultò in questa nuova era di paura, diffidenza e odio. Io ero dietro casa all’Ontraino a rovistare nella vecchia rimessa, cercando del materiale che fosse utile per il mio intento: costruire una pedana per il gioco del Go. Mentre frugavo tra le cataste di cianfrusaglie si affacciò mia madre: ricordo ancora la sua espressione, gli occhi che non stavano fermi, la bocca che cercava di dire qualcosa senza riuscirci. Più ancora delle immagini che avrei visto come tutti in televisione di lì a poco, se ripenso a quel primo fatidico attacco è questo che mi torna in mente: l’esile figura di mia madre stagliata contro il chiaro alle sue spalle, incorniciata nella porta della rimessa, con una maschera d’incredulità e smarrimento sul volto.
Ma la distruzione che osservavamo in televisione sulle prime ci sembrò finta – un film, un effetto speciale, un elaborato lavoro di computer grafica; ci rifacevamo a ciò che nella nostra esperienza somigliava di più a quelle immagini, che sarebbero diventate così comuni negli anni seguenti, ma che in quel momento non riuscivamo ad associare a qualcosa di esistente, di vero – un luogo preciso, dei morti reali, un fatto storico di portata epocale. Le macerie fumanti, i corpi dilaniati, le riprese dall’alto che ci precipitavano in un inferno di polvere e sangue, e qua e là dell’oro che ancora brillava, i marmi lucenti che splendevano inerti, tutto era così straniante, così fantastico, che stentavamo a comprendere a fondo quello che stavamo vedendo. San Pietro pareva un angelo ferito a morte accasciatosi esanime al suolo, la schiena dilaniata, le ali lacerate; la prima esplosione aveva fatto crollare buona parte della cupola, e il transetto settentrionale era un’immensa voragine. E mentre guardavamo stupefatti, come in sogno, ecco all’improvviso la seconda esplosione, quella che avrebbe devastato il transetto meridionale, mentre i soccorritori erano ancora dentro a cercare superstiti; era tutto ancora così lontano da noi, così inafferrabile e irreale, che quando la cupola franò per intero provammo come un brivido di appagamento, quasi come se fossimo al cinema. Fu quando giunsero le notizie che anche a Santa Maria Maggiore e a San Giovanni in Laterano c’erano state esplosioni che qualcosa di diverso iniziò a radicarsi in noi. Ci sentimmo accerchiati, stretti in una morsa invisibile e potentissima, come se le pareti delle nostre case ci stessero stritolando. Era l’angoscia; era, ancora sotto una nebbia indistinta di sensazioni, la paura, quella paura che sarebbe cresciuta giorno dopo giorno, anno dopo anno, trasformando per sempre il mondo intorno e dentro di noi.

Nel gioco del Go si fronteggiano pedine bianche e pedine nere: l’obiettivo è quello di sopraffare il nemico, conquistare il suo territorio, catturare le sue pedine circondandole. È un gioco di strategia che somiglia a una guerra, dove i buoni e i cattivi sono ben riconoscibili in base al loro colore; la guerra che stiamo combattendo oggi invece è diversa: non ci sono certezze, non si può capire chi è il nemico soltanto dal suo colore.

La prima volta che sentii parlare degli organisti fu la notte dell’undici settembre, quella notte che tutti passammo insonni attaccati alla TV per capire cosa stesse succedendo al nostro vecchio mondo. All’inizio la dinamica dell’attacco non era chiara, ma man mano che le notizie si susseguivano divenne evidente che le esplosioni all’interno delle basiliche erano avvenute in prossimità dei grandi e antichi organi. I pochi superstiti ancora in grado di raccontare qualcosa erano concordi nell’affermare che subito prima delle esplosioni gli organi stessero suonando, ma nessuno ricordava nient’altro. “È stato lui…” aveva detto una testimone, una soltanto, un’anziana pellegrina che era da poco entrata in San Giovanni; lo aveva detto al giornalista che la intervistava mentre veniva caricata su un’ambulanza, “…è stato l’organista”, aveva detto, senza aggiungere altro. Solo durante la notte iniziò a diffondersi la voce che gli investigatori stavano seguendo una traccia precisa: nell’abitazione di uno degli organisti in servizio a Santa Maria Maggiore erano state rinvenute delle grosse canne labiali di metallo che all’interno dei corpi cavi nascondevano materiali esplosivi. Quei rudimentali ordigni, come sappiamo, sarebbero poi diventati tristemente famosi in breve tempo.
I mesi che seguirono a quei primi, lontani attentati furono una sorta di corso accelerato di storia contemporanea: tutti sentimmo parlare per la prima volta del WAF, il World Atheistic Front, e delle mille forme che il movimento assumeva all’interno dei diversi stati. Man mano che il tempo passava e gli attacchi si succedevano, divenne chiara la matrice della guerra che si stava combattendo: tutti gli attentati avvenivano all’interno di luoghi di culto, sempre con esplosioni in prossimità dei grandi organi. La rete inestricabile di organizzazioni ateiste doveva essersi organizzata in silenzio per lungo tempo, insinuando i suoi gangli distruttivi fin dentro i luoghi più insospettabili: migliaia di guerrieri senzadio si erano nascosti per anni all’interno delle accademie musicali, avevano imparato a suonare l’organo, si erano dedicati giorno e notte a questo strumento per diventare i migliori e ottenere così incarichi di prestigio, solo per arrivare un giorno a farsi saltare in aria durante una messa, un matrimonio, un funerale, una qualsiasi celebrazione. Per un certo periodo si era proposto di sospendere ogni rito, di far sparire tutti gli organi, di chiudere le chiese. Ma rinunciare a queste cose avrebbe significato cedere alla paura, arrendersi, consegnarsi vinti a un nemico inafferrabile, così vicino e però così impalpabile. Le chiese sono ancora aperte e gli organi continuano a suonare; il prezzo pagato finora in termini di vite umane è enorme, ma almeno si è conservato il bene più prezioso: la nostra libertà.

Il recente attacco di Firenze dimostra che siamo ancora lontani da una tregua. Le immagini di distruzione e morte all’interno della cattedrale sono ormai un materiale riconoscibile, una declinazione specifica di un topos ricorrente nel nostro bagaglio culturale: senza che ce ne accorgessimo, ci siamo assuefatti ai morti, alle macerie, alla distruzione, alle incursioni della polizia nei quartieri agnostici, alle chiese profanate e sventrate, agli organisti che tengono in ostaggio centinaia di persone all’interno dei luoghi di culto e si fanno esplodere. Chi si professa ateo è guardato con sospetto e isolato, come se potesse essere un potenziale organista: si tenta di far diventare ogni ateo una pedina nera, in modo da limitare la complessità e ridurre tutto a un immenso gioco del Go, riportando questo conflitto sfuggente nei canoni di un confronto conosciuto e governabile.

Io stesso ho pensato, in passato, in preda all’orrore e al disgusto, di rinunciare al mio ateismo; ma per accettare il divino ci vuole più forza che per ripudiarlo, e questa forza mi è sempre mancata. Per anni ho tentato di spiegare a mia madre che il mio ateismo non è una ribellione, ma non credo che l’abbia mai davvero capito: di certo non me l’ha mai rivelato, chiusa com’era nel suo rifiuto di parlarmi dal giorno del primo attentato fino a quello della strage di Santa Maria Assunta in cui l’ho persa. Ma al di là di tutte le differenze e le incomprensioni, è questa la visione che ogni volta in cui mi sento disorientato in quest’epoca insensata torna a donarmi grazia, come uno spirito benevolo e comprensivo: l’esile figura di mia madre che si staglia contro il chiaro del sole, come quel giorno affacciata alla porta della rimessa, ma col volto ormai sereno, che mi guarda compassionevole nel buio in cui invece io mi dibatto, smarrito in questo tempo d’inestinguibile paura. Spero che almeno lei abbia trovato davvero il suo Dio.

I tori

Hemingway * Fiesta, è scritto sulla costola del libro che ho in mano: non l’ho mai letto, Fiesta. È un’edizione Oscar Mondadori del 1972, trovata nella libreria di mio padre, qui nella vecchia casa di famiglia a Cusignano; sulla copertina, ormai ingiallita, tre tori rincorrono incombenti due uomini che reggono delle muletas, uno vicino, l’altro più in lontananza. Scorrendo le pagine mi accorgo che ce n’è una segnata da un’orecchia: è la pagina centonovantuno, una pagina qualunque persa a metà di un capitolo. Mio padre dev’essere arrivato a leggere fin qui, fermandosi a questo punto del libro. Per quale motivo non proseguì mai? Cosa aveva fatto una volta arrivato a questa pagina, dopo aver riposto il libro sul comodino o sullo scaffale, per non tornare a leggerlo mai più? Di sicuro, vista la data sul libro, doveva avere almeno venticinque anni. Probabilmente era salito sulla sua Morris Cooper rosso fegato per andare al Leporaia, agli allenamenti del Tuttocuoio; o forse era uscito a trovare gli amici del bar Cantini; magari aveva un appuntamento con una ragazza, verosimilmente la mia futura madre; o aveva semplicemente spento la luce e si era addormentato, per svegliarsi presto il mattino seguente e andare al lavoro alla Cassa di Risparmio. Oppure, mi viene da pensare con un certo disagio, stava leggendo questo libro il giorno che mio nonno, suo padre, era morto sul vialetto di casa, sullo sterrato polveroso, la bocca schiumante, gli occhi rivoltati, tra le urla sgomente di mia nonna affacciata alla finestra del tinello. Non riesco a ricordarmi di una volta in cui mio padre mi abbia parlato di Fiesta, di Hemingway, o quantomeno della Spagna, delle corride, dei tori: non riesco a ricollegare niente di lui a questo libro. Non potrò mai sapere chi era quel ragazzo, quali erano i suoi gusti all’epoca, i suoi sogni, le sue aspirazioni: posso solo ricostruire un ritratto assai impreciso e lacunoso, basato sui pochi dettagli che conosco, o che credo di conoscere. Un libro lasciato a metà, come tante cose nel corso della sua vita di abbandoni: il calcio quando nacqui io; il lavoro quando si mise in testa di poter vivere anche senza; il matrimonio quando iniziò a rincasare sempre più tardi, non facendosi vedere per giorni, fino a lasciare Cusignano per inseguire una giovane illusione, forse ancora minorenne.

Il libro emana un odore deciso di carta in disfacimento: è l’odore di una cosa chiusa e dimenticata da molto. Entrando nel vecchio studio in cerca di alcuni documenti per le pratiche della successione, ho indugiato davanti  alla libreria che occupa la parete di fondo, raccogliendo questo volume forse per il titolo così in contrasto con le attuali contingenze: gli ultimi singhiozzanti mesi di malattia, un funerale drammatico e farsesco, una famiglia che non esiste più, che forse non è mai esistita. E guardando questo segno sulla pagina adesso penso anche ai miei fallimenti, ai miei abbandoni: una laurea mai ottenuta quando gli esami erano ormai finiti; la band sciolta dopo l’ennesima discussione, l’ennesimo concerto annullato, l’ennesimo tentativo di disintossicazione; la mia famiglia mai nata davvero, dopo l’aborto, l’indifferenza, il tradimento, la separazione. Ho sempre pensato di non essere come lui, quell’uomo ombroso e tormentato: ho fatto di tutto per non crescere nel suo solco e distaccarmi. Ma oggi, su questa copertina, ci vedo entrambi, vicini come mai prima d’ora: siamo noi quei personaggi con le muletas, inseguiti dagli stessi tori neri, tormentati da simili angosce, in fuga dagli stessi errori. Mio padre qui, in primo piano, già soccombente sotto l’ombra della malattia, dell’afflizione, della morte; io pochi passi più avanti, un vantaggio infinitesimale sulle bestie che presto raggiungeranno anche me, e che sento già infuriare da tempo. Mi siedo sulla sua poltrona, sposto le carte che ancora sono sulla scrivania: referti, analisi, bollette, scontrini, lettere mai inviate. Appoggio il libro, lo apro a pagina centonovantuno: “Il toro li vide e caricò. Da dietro una delle casse un uomo gridò e picchiò col cappello sulle tavole, e il toro prima di raggiungere il giovenco si voltò, si raccolse e caricò dov’era stato l’uomo, cercando di raggiungerlo attraverso le tavole di legno con una mezza dozzina di veloci insistenti colpi tirati col corno destro. «Dio, non è fantastico?» disse Brett. Il toro era proprio sotto di noi”. Quello che è successo prima non m’interessa: il sole sorgerà ancora, domani, ma stanotte voglio sedere qui e finire qualcosa che è stato lasciato a metà. Leggerò ad alta voce, lento, paziente, come se lui potesse in qualche modo ancora sentirmi.

Diciott’ovaiole

Fu novembre quando Pietrino cascò nella fossa dell’orto. Era un pomerugginoso, dai monti di Pistoia barriva un ghigno di vento e le cose agghiacciavano di lugubrità. Magie di bruma fumavano dalle forre, fonde di ranocchi e bigi acquescenti limacci. Ohi pure i campi parevano sbruffati, tutti a riccioli duri di croste e sterpi incastrosi, sudici sterpi raggomitolati. Pietrino fe’ bum! giù di testa nell’acqua pantanosa, gialla di morbi vegetali. La casa del Volpi un eremo preso a morsi, lì presso, scatolaccia sbrindellata di rabbiose coltellate, appese le gronde ancora per poco, pendulissime. E ronfi di gatti infrattati chissaddove. Immoti i campi, immoti gli sterpi, lastra pressante il cielo come zummato: Pietrino frattanto cascava giù nella bucafonda. Ingigantiva un nebbione, nato vaporino lievissimo, fattosi bruma svelto, poi panetto di zuccherofilato; allappava alle caviglie nodose i giganti del pioppeto, sibilava nei cespugli, proliferava. In quella schiumante calca Pietrino disparve, capofittato a tacchi ritti e gorgoglioso il muso ammezzato nell’acquitrino, la buzza afflosciata contro la ripa fanghigliante. Zitte nell’orto le verze, zitti i cappucci, muti porri, cipolle e finocchi; qualche fagiolino ancora rampicava, allettato dai soli protratti. Il mangiaedormi pasceva, rigovernandosi le zampine steccolute sotterra, nel caldocuore della barba di lattuga, e Pietrino diacciava già, come il lattone empito di piovana attinto poc’anzi, come l’ondulina a coperchiare il pollaio, come la punta di pennato pomiciata di fresco laggiù dentro lo stipo. Diacciava a partire da quei buffissimi talloni sbandierati, da quei garetti invano ormai incalzinottati, giù fino ai ginocchi zampognati a pompelmo, giù nelle cosce pelose, giù nella schiena tuttora rossata di svaniti solleoni, giù tra le scapole, le compresse cervicali. La tarchiatura del corpo un masso pareva, a ostruire il flusso rilentoso dell’acquemuffe nella fossa, il collo flesso dal peso, la bocca a raccattare grumi, liquami e polte. La puppa d’orto imbandanata dalla carrareccia bianca, come una passata, e il malofosso frammezzo con Pietrino rifitto. Oh ma le diciott’ovaiole perduravano nel loro stracco razzolìo, grate d’una mezz’ora aggiunta d’aria, delle scampate vergate, la baccheggiola di salcio ancora appoggiata al cancellino spalancato. Nessuno, nessuno passava. La casa al Giardino silente, il letto da rifare, uno stambugio con dentro il vestito buono per la fossa, i ciottoli dell’ultimo desinare ronzanti di mosche sull’acquaio. Mai più sbarbicare malerbe, mai più sfrizionare di ramato i sammarzano e i cuordibue spollonati, più rimpolpare di stallatico le buchette delle patate, più legacciare i fusti di cetriolo ricciuti di cirri al canniccio, e pacciamare il letto delle zucchine, mai più. Marmato d’apoplessia, al solleticare di nebbia Pietrino s’imperlava d’acquerugiole finifini.

Lo ripescò uno della VAB a fineturno, allarmato dalla Bianchi appoggiata al fico verdone in quell’ora troppo, troppo! tarda, o che ci fa Pietrino ancora al podere? Quell’omone impaludato fosforesceva nell’alogeni sparati dalla Jeep, aggranfiava gli stinchi di Pietrino, lo riemergeva come una nassa gonfia di pescato, e però null’altro poté. L’ovaiole prelevate da un biscugino della Serra, benché al computo ne risultassero diciassette; il pennato rugginì; le verze e i cappucci rizzarono il capo, enfiarono all’eccesso, esplosero infine d’una ricchissima putrescenza; tutto vanì nella terra.

Ora le gronde del Volpi son tutte accatastate, perdute sotto un intrico di ramaglie. Cieli avvampano, cristallizzano, sbuffacchiano biancheggi e rossobruniscono, e s’empiono di stelle e fogliesecche, sopra la puppa di terra ammalorata. S’intuisce forse ancora lo sbilenco pollaio, eh?, laggiù, sottosotto quella coltre di rampicanti, e lì a un dipresso quello sgangherìo di robe è chissà lo scheletro della rimessa; il fico verdone saluta con tremule mani pentalobate. Nessuno, nessuno v’ha più pesticciato, su questo fazzolettaccio di terra. E che ne sarà stato della fuggitiva, la diciottesima ovaiola? Avrà empito le gote di qualche faina; una banda miagoleggiante di gattacci l’avrà sbrindellata; sarà congelata dentro una buca d’acquemuffe; magari, chissà, l’avrà già bollita e digerita qualcheduno. Allora cos’era dianzi quello spennacchiare tra l’erbacattiva? E quell’a malapena udibile chioccolìo, cos’era? In qua e in là, ma guarda te!, nonostante, rispuntano ignari ciuffini di bietola.

Le passeggiate distensive

Che il giovinetto Boldrini del Pinocchio, in certi giorni sventurati, fosse oberato di scartoffie, gli si doveva pur riconoscere: fogli, biglietti, scartafacci, buste, pallottole, dépliants, ciclostilati, brogliacci vari s’assommavano in grosse pile sul suo consunto secrétaire. In quei pomeriggi gli s’allogava in pancia come una fregola, una smania, ed egli balzava allora dalla seggiola come pinzato da spilli innumeri sul deretano. Intabarrato, provvisto di scarpa modello ‘ginnastica’, s’avviava dunque verso le campagne, a ridestar le forze sopite dello spirito. Lungo la via, man mano che s’addentrava nella piana agricola, i palazzi si facevan sempre più scalcinati, malmessi, sbocconcellati dall’intemperie e dall’incuria: e quegli avviliti abituri facevan fino piover talotta minuzzoli di travi: e di putrelle: e di conci e bugnati periclitanti su’ capi ignudi d’inavvertiti flaneurs, ad impinguare il catastrofale budget de’ sùbiti mali: tra’ quali giova qui mentovare certi mastini rabbiosi dalle froge spruzzanti, che tu l’incontri ne’ resedi più disparati. Codeste luetiche fiere, sovente aggranfiate alle ringhiere, coyotes de mis cojones, e ne fanno di caciare!, puranco se tu gli transiti sull’opposto marciapiede, o perdinci!, talché qualche massaia si spenzola da’ ballatoi a guatar pensosa chi passi, e tu ti senti quasi in dolo. Ecco che que’ cagnacci al solo fiutarlo di lungi l’avvisavano, o Boldrini, bada te!, co’ lor propri ronchi, e si rimpallavano i mugghi di cortile in cortile, a fargli dietro come uno strascico d’ululati. S’arrampicava allora, aligero come rubagalline, sulla straducola che per lungo tratto corre in groppa all’argine, lasciandosi alle spalle l’abitato. Tutto immerso in quell’arcadico spleen, propenso daddovero ad allumar le querce e gl’ippocastani che dondolan sempre le lor capsule, e le lor foglie e ghiande nell’aria, era vieppiù proclive a piantar la suola in su di una qualche fatta di bestia: quando non d’umana viscera scaturita, giacché, se l’epa s’ha da sgravare, più d’uno usa allascar la cinghia in codeste verzicanti campora. Allora dalla bocca sua sfrenata gli scaturiva come tutta una pletora di martiri, e beati, e santi, epitetati ognun d’una specie diversa: qual suino, qual cagna, qual irsuto cinghiale: e dipoi ancora serpe, e volpone, e gatto, ermellino, castoro infino, e ghiro, e verme, e tafano: e ciuco marcio incancrenito. Non di rado pertanto, smarrito l’orgasmo primitivo di quell’infausto trekking, il giovinetto Boldrini del Pinocchio rincasava assai più rabbuiato, affranto parecchio, e agognava di riprender quanto prima le sue dimolte scartoffie in mano.

Lime, Silex, Iron, Alumina

Il freddo di Bàuli sale a ondate dalla valle, scudiscia i cipressi in fila sulla ripa, striscia sui panni appesi. Esala un’aria fredda che pare antica di secoli: sarà il buio misterioso della gola, quel buio animato di leprotti, dove conigli selvatici e serpenti frusciano tra il vilucchio e la borragine, dove i gufi e i barbagianni vigilano dai rami luccicanti dei faggi, e i pipistrelli si tuffano e riemergono in un continuo strambare; un buio scevro d’umani, primitivo e selvaggio, perfetto: sarà quel buio intatto a raggelare l’aria che ne spira, e reca il sollievo d’estate sulle soglie delle case che solcano i colli d’intorno, e di quelle, rade, che punteggiano la spianata allo sfociare della stretta gola. Sì, dev’essere quel buio che sopravvive al volgere degli anni e custodisce ancora i suoi misteri, impenetrabile ai più avanzati code crackers, alle incursioni della scienza, alle pretese di decrittare i più minuti brandelli di significato.

C’ero andato, da giovane, a vedere coi miei occhi la fonte misteriosa degli antichi racconti: quella polla fetida, uno specchio d’acqua nero e respingente, indefinitamente ostile, che s’apriva improvviso e alieno nel verde odoroso dei campi rigonfi d’erba medica. Un’acqua ch’era detta prodigiosa come rimedio nelle affezioni artritiche, tramandata di bocca in bocca e nella leggenda potenziata, ingigantita, santificata, fattasi nei decenni panacea, resa magica pozione dal popolo credulone e fesso. La diceria s’era trascinata fino ad arenarsi agli albori del secolo passato, custodita dalle vecchie sedute nei cantucci delle cucine come un pericoloso segreto da negare ai possessori della plastica: un retaggio stregonesco mai completamente obliterato, che serpeggiava pronto a rivelarsi alle orecchie degli eletti, dei disperati. C’ero andato, condotto da una vecchia rattrappita, piccina, una vecchia strega da fiaba, che però non ricordo chi fosse, forse mia nonna, forse una vicina, forse un fantasma: ricordo di lei solo la figura ingobbita, il grosso crocifisso che le spuntava dalla veste a ogni passo, la pelle ruvida, allentata e molliccia – un ramarro – della mano che mi guidava. Vi giunsi come in sogno, incerto sulla strada percorsa, spaesato: la polla ristagnava, immota nel vasto pomeriggio, e tutto era silenzio. La vecchia aveva tirato fuori una bottiglia da una sporta che teneva a tracolla – una bottiglia di plastica – e l’aveva immersa nell’acqua nera, penetrando lo specchio misterioso con la sua mano di ramarro, facendocela sparire dentro tra le bolle d’aria che gorgogliavano tutt’intorno. Avevo pensato che avrei dovuto toccarla di nuovo, quella mano sprofondata nell’arcano, e subito ero stato colto da un’angoscia spaventosa. Ero rimasto però a guardare fin quando la vecchia non aveva sollevato la bottiglia colma di quella strana pozione: attraverso la plastica osservavo quell’acqua torbida e granulosa che vorticava appena, sentendomi instabile sul terreno, smanioso di abbandonare quei campi così verdi e silenziosi, di tornare sulla strada asfaltata e vedere le macchine passare, chiudermi in casa. La vecchia, con un movimento lento e solenne, s’era portata la bottiglia all’altezza del volto: adesso la beve, adesso la beve, avevo pensato in preda all’orrore, ma la vecchia s’era versata un po’ di quell’acqua sulla fronte, facendosi con la mano libera ripetuti segni della croce, biasciando una litania incomprensibile. L’acqua le era colata sulla faccia grinzosa, lungo le profonde fosse della pelle, fin sotto il mento, giù dentro la scollatura dov’era acquattato il crocifisso. Non ricordo cos’era successo dopo, com’ero tornato a casa; ma per lungo tempo, in seguito, m’ero più volte svegliato a mezza notte, sudato, tremante, terrorizzato dagli occhi della vecchia che mi scrutavano da quella faccia bagnata, una faccia dalla pelle che si scioglieva e colava a terra, lasciando scoperte le ossa del cranio bianche, lisce, un teschio ghignante, scaleno, con dentro quegli occhi catarrosi di vecchia persistenti, così vicini e reali.

Silica, Alumina, Lime, Oxide of iron: il giovane Michael Faraday nel suo laboratorio londinese annota le quantità sul suo taccuino. Un giovane studioso, volenteroso ma insicuro:  quelle mani che ancora un po’ gli tremano hanno aperto una boccetta ben sigillata che sembrava contenere acqua. Il contenuto è stato essiccato, trattato, analizzato, ed ecco che il mistero s’incarna e subito muore. La boccetta ha viaggiato fino a Londra, trasportata chissà come, chissà da chi: la duchessa di Montrose l’ha ricevuta dal marchese Ridolfi, l’ha affidata a Sir Humphry Davy della Royal Institution, il quale ha concesso l’onore di analizzarne il contenuto a quel giovanotto timido e impaziente, che più che un gentleman sembra un cameriere. Faraday non è ancora Faraday: balbetta, trema, scarabocchia e cancella, annota, rilegge, corregge; frantuma vetrini, rischia più volte di disperdere il prezioso coagulo, il freddo di Londra che entra dalle finestre mal chiuse del laboratorio lo fa starnutire – trattieni lo starnuto Michael, sposta la testa di lato, raccogli la polvere, attento. Sì, sembra davvero un cameriere: goffo, ridicolo, impacciato, ma è la sua prima analisi importante, c’è da capirlo. Quell’acqua limacciosa, quella soluzione filtrata, proviene dallo specchio nero di Santa Gonda, “situated in a laguna in the corner of a field near the high road to Pisa, which divides the plain called La Catena from the mountains of Cigoli and San Miniato”.

I campi d’erba medica si srotolano a coprire le pendici di Cigoli, fin giù nella morbida gola di Bàuli che riposa, per poi cavalcare la ritta pettata su verso San Miniato; di sera m’affaccio a guardare lo stretto valloncello da dove risale il fresco, riposando gli occhi fiaccati. I campi arruffati, gli orti che sembrano riproduzioni in scala di grandi coltivazioni, le strisce d’arida terra che s’insinuano come lingue allappate tra gli oliveti, i fossi che zigzagano giù lungo i vigneti sparsi; e le piccole mandrie disseminate sui minuscoli colli, talvolta un gregge sparuto di pecore grigie belanti, coi cani scuri attenti, pazienti e sicuri. Ho provato a volte a individuare la pozza misteriosa – chissà se ancora esiste – ma non riesco mai a ricordare il luogo preciso: dall’alto non vedo ristagni o specchi d’acqua, ma solo gli orti, le microscopiche piantagioni, la stretta via che scorre in mezzo. Un luogo perduto nel passato, forse un sogno o un’allucinazione, la fantasia di un bambino disturbato: così penso adesso, tornando a ricordare la vecchia dagli occhi terribili, un lampo, un’associazione casuale d’idee, il fresco di Bàuli, Santa Gonda, ecco il nome, un nome antico, affascinante, Santa Gonda, penso, e tutto riprende forma, è esistito davvero, esiste forse ancora laggiù, annidato nel buio, il sinistro pozzo d’acqua miracolosa che ristagna nella notte tra i lugubri ululati dei cani alla catena nei poderi e i miagolii dei gatti azzuffati. Santa Gonda: un nome, una formula magica, un brivido sulla mia pelle di bambino, voglio andare a Santa Gonda, alla fonte miracolosa, la mano-ramarro, il crocifisso, quel teschio spettrale, chi era quella vecchia? Un fantasma, una morta, la strega delle fiabe. Santa Gonda.

“The mountains of Cigoli and San Miniato”, questi poggetti che toccano un’altitudine di cento, centocinquanta metri scarsi e che non vedono neve se non una volta ogni quindici anni: no, nemmeno nel 1815 potevano sembrare delle vere e proprie montagne, ma così scriveva il marchese Ridolfi. Michael Faraday, accidenti, niente aveva potuto contro la creduloneria del popolo inebetito. Non c’era nessuna magia, nessun miracolo: solo una reazione chimica, due sorgenti d’acqua a temperature diverse che s’incontrano e producono idrossido di calcio, una pozza dal fondo limaccioso, comparsa su un terreno dal passato vulcanico. Ma più di cento anni dopo il popolo scemo ancora ne parlava a mezza voce, come se solo pronunciare a voce alta quel toponimo fosse tabù: il retaggio stregonesco ancora imbrigliava quella povera gente di campagna. Santa Gonda era un luogo prodigioso, misterioso, religioso. Lime, Silex, Iron, Alumina, annotava il giovane Faraday sul suo taccuino, nel freddo di Londra: per niente, per nessuno, dimenticato nei secoli, sconfitto dalla superstizione.

La notte riposa compatta su Bàuli, quasi un sigillo: sul campanile di Cigoli è rintoccata l’ora e i gatti sono tutti scappati; due cani latrano a intervalli regolari, a turno, da due poderi distanti, alla deriva nell’oscurità immensa della gola; le ossa di Faraday si consumano da centocinquant’anni nella grassa terra del West Cemetery di Highgate; ed eccomi qui, in piedi sulla soglia, a rilassare gli occhi dentro il nero di Bàuli, laggiù da dove sale il fresco: chissà se esiste ancora la pozza di Santa Gonda, sotto questa gomma nera. Ma quella vecchia, quella vecchia che mi aveva condotto per mano a Santa Gonda… no, quella vecchia non era mia nonna, e forse nemmeno una mia vicina: quella vecchia è ormai una faccia lontana, un teschio lucente con un ghigno in tralice, che mi scruta ancora oggi con due occhi melmosi e cattivi.

Materia d’infanzia

Sotto l’occhio impassibile del cielo s’avvicendano stagioni, calde e odorose come pere cotte in forno o umide e buie come vecchie cantine. La materia dell’infanzia è una polvere sottile, un rapido sentore di muffe in formazione, e sono carte da parati che si sfaldano appena alle attaccature, divani dai cuscini allentati e moquette arruffate sulle quali avvengono battaglie d’eserciti verdi e grigi, corse d’automobili colorate e naufragi. Tra le fila dei battaglioni che si fronteggiano nei pomeriggi sconfinati i più sono malconci: a chi manca un piede, a chi un braccio, a chi la testa; alcuni puntano fucili mozzati, sollevano monchi mortai, scagliano bombe a mano morsicate. Le automobili hanno lunghi graffi sulla carrozzeria, specchietti divelti, pneumatici penzolanti: alcune disegnano traiettorie a serpentina, altre restano impigliate nei riccioli acrilici, altre ancora cadono da spaventosi e soffici dirupi. E in mezzo alle corse, agli assalti, alle battaglie, vanno le grida dei corsari all’arrembaggio dei galeoni alla fonda negli oceani di lanugine. Poi è la mela grattugiata che diventa una polta dorata sotto le mani ramose della nonna, il pomodoro odoroso d’orto che si sfa in ondate di rosso sulla mollica, è l’acqua zuccherata da bere fresca e la caramella quadrata all’orzo Fallani che il nonno ha portato dal circolino. Oltre la ramata che intrappola i polli, oltre la gialla tracimazione del calicanto sulla staccionata dirimpetto, i campi sono praterie selvagge, foreste gonfie d’animali nascosti e piante intricate. Un rudere di chiesetta inselvatichito che spicca rosso tra filari di vite e alberi di ciliegio è un inespugnabile fortilizio; su un estradosso scarnito s’erge a pinnacolo un minuto cipresso che v’ha preso dimora. Qualcuno si calerà fin dentro la cripta, da uno squarcio nero rinvenuto nell’ammattonato della diruta cappella tra balle di fieno e bigonce di stallatico messe a magazzino, e ne risalirà brandendo un certo osso misterioso d’animale, o forse addirittura un femore umano.

In un altro angolo di questa mia casa antica esiste invece una foresta pluviale che nel rigoglio della vegetazione sintetica nasconde piramidi maya in disfacimento, costruite accatastando i grandi e rigidi cuscini di gommapiuma che compongono i divani del salotto saturo di moquette e carta da parati. Vi si scorgono alle volte strutture effimere alte due o anche tre piani, con colonne, architravi, pavimenti e soffitti in gommapiuma; queste costruzioni sono erette nello spazio d’un mattino, e scompaiono immancabilmente dopo l’ora di merenda, quando la nonna protrude i rami nodosi ad agguantare le persiane che tagliano a fette la stanza nel tramonto. Questa è l’ora in cui i campi profumano di fresco, e i contadini accendono il fuoco sotto le ramaglie affastellate, liberando lunghi drappeggi di fumo bianco che s’arrampicano nel cielo smaltato; i falò che spuntano a infiocchettare la campagna scoppiettano di scintille e rilasciano un odore robusto di legno, che fa venire in mente le antiche cucine delle coloniche, le grandi cucine dagli immensi focolari sempre caldi e sudici d’una fuliggine pervicace.

Una di queste coloniche, ormai mezza crollata, si va consumando poco oltre la recinzione della mia vecchia casa: brandelli di muro oggi s’elevano dall’intrico vegetale d’un campo incolto, e sorreggono da una sola estremità le lunghe travi collassate nello sfacelo dell’interno. A osservarla dall’alto, la vecchia colonica sembra una balena esanime dalla groppa squarciata, venuta chissà come a spiaggiarsi al bordo d’una trafficata statale. Sparsi pioppi ne vegliano la carcassa, e in primavera le fanno omaggio d’una soffice peluria bianca; un albero spunta addirittura dall’interno della stalla semidistrutta, a dilungare le folte braccia contorte lassù dove un tempo s’abbarbicava il tetto embricato d’un bel tenné. L’intonaco mezzo franato ha scoperto lo scheletro di terracotta, dove brulica un barbaglio di lucertole nei giorni assolati; i piccioni invece si sono impadroniti dei luoghi più alti, e li si vede spesso ciondolare pensierosi sui cornicioni crepati, sui davanzali delle accecate finestre.

Eppure la casa viveva d’umani un tempo, e portava fiera l’aura fascinosa d’una cura minimale, d’una rovina trattenuta in un controllato disgregare. Sembrava che i superstiti abitanti di quell’antico casolare avessero misurato il futuro che restava loro davanti, lasciando che la costruzione s’acciaccasse di pari passo con loro: così la pelle che s’aggrinziva sul volto adusto dell’agricoltore la si poteva rivedere nella fitta ragnatura della malta in facciata, l’artrosi che incartocciava l’attempata contadina la s’intuiva nelle persiane sfogliate che cigolavano sui cardini allentati, e i vetri sempre più unti e appannati ricordavano i loro occhi umidicci e velati dalla cataratta. Sbollature, incrostazioni e muffe che infestavano quei muri apparivano allora come malattie organiche, cancrene che intaccavano un corpo vivente; nelle calme notti di prima estate, quando larghe maree di lucciole invadevano i campi scrosciando fino ai suoi muri in una risacca luminosa, la colonica sembrava quasi esalare un suo proprio sottile respiro, un ansito cadenzato d’anziano in sofferente riposo.

Capitavo spesso sull’aia, sbucando dal fosso che separava i campi dal nostro cortile; le galline si disperdevano a ventaglio appena mi vedevano, per poi raggomitolarsi poco più avanti, a pericolo scampato. Nella vecchia stalla adibita a dispensa, rimasta senza portone, oltre l’arco d’ingresso s’intravedevano nell’umida oscurità verdura e frutta stipate in cassette di legno, panieri colmi di uova fresche, salumi appesi, trecce d’agli e cipolle fissate a vari attaccagnoli, e d’estate certi bei pomodori grossi come zucche, rossi, odorosi, talmente lucidi da sembrare di ceramica; non era raro che la contadina, vedendomi fare capolino, m’offrisse una di quelle sculture perfette, porgendomela col suo artiglio deforme. E nonostante la voglia di addentare quell’invitante e sugoso pomodoro, il ribrezzo che mi montava alla vista delle dita nocchiute che lo stringevano mi faceva ogni volta declinare l’offerta, lasciandomi un vago senso di sconfitta. Così un mattino d’afa sbucai dal fosso e la vecchia era là, sempre nascosta tra le ceste traboccanti, seduta su un panchetto a spuntare dei fagiolini che teneva raccolti in grembo. Sopra un banconcello, sistemati su un largo canovaccio, c’erano quei grossi pomodori che non avevo mai assaggiato. M’inventai d’aver visto una gallina impigliata nella rete dei fagiolini, laggiù nell’orto, mentre passeggiavo; strillava come un bambino, dissi alla contadina, sembrava che si stesse strozzando. Non so se mi credette, ma tenendosi le cocche del grembiule s’alzò e finalmente abbandonò l’umido deposito; appena scomparve dietro l’angolo, mi tuffai nell’oscurità e afferrai un pomodoro fresco e carnoso; corsi col pomodoro in mano dal lato opposto della casa, ma fatti pochi passi incespicai in una buchetta e cascai con le ginocchia dentro qualcosa di molle. Un pulviscolo di mosconi ronzanti m’avvolse e sfumò via. C’era uno strano odore dolciastro e untuoso che non avevo mai sentito, un odore che m’incuriosiva e repelleva allo stesso tempo. Poi, ancor prima di capire dov’ero caduto, vidi quattro minuscoli cavallini rosa che penzolavano legati con delle cordicelle a un ferro rugginoso che spuntava dal muro. Li vidi proprio così: erano quattro cavallini senza coda e senza criniera, non più grandi d’un gatto, con una mostruosa testa rossa dagli occhi sporgenti, che stavano appesi all’ingiù. La buchetta dov’ero caduto era ricolma d’una massa informe e variopinta: vi s’intuivano bulbi biancastri, brandelli giallognoli, fagotti bruni e callosi, lunghi tubi intrecciati, e certe cose che sembravano meduse, cappelle di fungo, palloncini riempiti d’acqua, cuffie per capelli, asciugamani bagnati, gomitoli di lana, palloni sgonfi. Quando m’accorsi di stringere in mano il pomodoro ormai spappolato potei sentire montarmi dentro come dell’acqua in ebollizione, e piansi, piansi fin quando la vecchia contadina col suo artiglio m’afferrò per un braccio e mi tirò fuori da quell’inesplicabile ammasso di materia.

    

The plain called La Catena

Certe case sbriciolate e assaltate dalla vegetazione, muri rossastri mutilati e pavimenti di calcinacci sfatti, spuntano all’improvviso tra i verzicanti immensi campi o tra le case più moderne dove esiste ancora vita umana. Scendendo dal colle e pigliando dritto giù per via Cavane, addentrandosi a poco a poco in quella ricca pianura di campi incolti e piccole coltivazioni, solcata da rii e fossi dai lindi e compatti argini, se ne possono incontrare una ventina nel giro di pochi chilometri. Fanno mostra d’infischiarsene, loro, del proprio galoppante sfacelo, e se lo portano addosso con una cert’aria di superiorità, guardandoti con quel niffolo spregioso che ben si confà agli antichi abitatori di quelle rovine dirupate: e ti osservano beffarde e indifferenti mentre gli passi da presso, quasi fossi un ospite sgradito. Cespi di borragine dentro gli squarci, edera e rampicanti abbarbicati, alberi che spuntano dagli antichi tinelli, e muri d’un inaspettato azzurro sfarinato tutti sforbiciati, travi enormi, ricche di muschi e funghi duri come pietre, collassate negli anditi e nei saloni; talvolta un sanitario tutto sbreccato, appeso all’impiantito flesso del primo piano, che sembra venir giù mentre si guarda, barbaglia da una crepa. Queste coloniche in rovina disegnano la mappa d’una campagna antica, parzialmente sovrapponibile alla topografia contemporanea: dove adesso s’ergono palazzi e case un tempo c’erano campi, faggete, terreni paludosi e sentieri sterrati. Gli ultimi abitanti di queste vecchie case se ne sono andati più di trent’anni fa, ormai.

Ci corro in mezzo appena posso, raspando coi piedi sullo sterrato, affannandomi a recuperare un poco di forma, di fiato. Pencolo tutto da una parte quando sono allo stremo, par che mi paralizzi, m’inceppi, perdendo l’agilità delle articolazioni, quasi come ingessato; m’incazzo poi quando mi superano gli anziani, che in queste stradette sfrecciano tutti come cavalli. In cuffia l’app mi dice i chilometri, il tempo, il ritmo, e ripenso a qualche anno fa quando andavo più spedito, rifletto sul tempo che passa e mi fiacca come queste sparse case diroccate. Oggi pioviggina, lame di nubi viola tagliano l’orizzonte e le gocce cadono di traverso finissime; verso Ponte a Egola il sole sparge una coltre arancione tra le nubi e i campi, poi sparisce dietro il monte Serra blu.

In paese dicono che ci sono i fantasmi, in queste coloniche. Magari non in tutte, ma da qualche parte ancora qualcuno infesta una stanza da letto, un salotto, un gabinetto. Di notte son loro a far uggiolare i cani e spaventare i gatti, che tornano alle loro case con gli occhi spalancati dal terrore. Nessuno s’avventura al buio per queste stradine che serpeggiano dentro i campi incolti, sfiorando le facciate scortecciate dietro le quali i fantasmi aspettano di vedere arrivare qualcuno per spaventarlo a morte, o forse solo per scambiarci due parole. Ci passano ormai di tanto in tanto solo gli immigrati che lavorano nelle conce di Ponte a Egola e Santa Croce; ma i fantasmi, loro, probabilmente li lasciano passare, restandosene buoni buoni acquattati nel loro angolino polveroso, compassionevoli.

Salto le buche più fonde empite d’un marroncino schiumoso, devio per scansare grosse lingue d’acqua che s’insinuano sulla sterrata dai fossi oberati, m’impappino talvolta in qualche pezzo colloso di mota, e così m’addentro sempre più a fondo nel pantano, finché la strada si fa indistinguibile e scompare nell’acquitrino. Ecco la casa dei cavalli, la vecchia casa a catafascio sul limitare dell’esondazione. Serba poco d’incorrotto, un nulla: qualche brandello di muro, un uscio, nient’altro. Eppure – quanto sarà, vent’anni? – un tempo qui c’allevavano i cavalli: ricordo ancora le grosse bestie, i loro manti dai colori decisi, le code e le criniere sventolanti, le froge spalmate di muchi, i liquidi pomi lucenti degli occhi. Ci venivo, da piccolo, a guardarli di lontano nei loro stanzini, stretti cubicoli oscuri colmi di biada e mosche: i grossi animali agitavano le code in un movimento semicircolare, come a scacciare lontano i ronzii, ogni tanto scalciavano, poi raccattavano svogliati qualche stoppia d’avena e biascicavano un poco, più per noia che per fame. Talvolta un nitrito d’isteria, o uno zoccolare più calcato, malmostoso, al sopraggiungere dello stalliere, un uomo basso e grasso, dall’epa sferica e tirata, un capo tondo e glabro, eccetto due baffetti fini e unti, gli occhi due giuggiole attaccate con lo sputo; portava sempre una sozza camicia a quadrettoni, infilata in un paio di pantaloni di velluto scuro ad ampie coste, e ai piedi sempre i soliti stivali di gomma dai gambali laceri. Di questo grasso stalliere provavo un misterioso timore, un’irrazionale repulsione che sempre mi turbava: un brivido sulla pelle mi coglieva se mi sentivo scorrere addosso quello sguardo di giuggiola, quando sbucavo dal fosso dov’ero acquattato. Ma lo stesso non potevo rinunciare alla visita ai cavalli, quando le giornate iniziavano ad aprirsi sulla campagna e il sole prosciugava i pantani, dopo l’ora di merenda quando l’aria diventava un prisma azzurrino sopra le cose, fuor di finestra. M’inoltravo sulla sterrata, rasentavo i campi e le case già in lento sfacelo, mi lasciavo alle spalle l’asfalto, le voci, i rumori, e a poco a poco penetravo in un regno fatto di quell’aria fresca azzurrina, di un odore di fuochi lontani, d’insetti infiniti. Giungevo nei pressi della casa dei cavalli e m’infilavo nel fosso, avanzavo piano, m’accucciavo dietro un cespuglio e stavo lì fermo, non visto, a guardare i cavalli nei loro stanzini e sulla corte recintata, stando attento a non farmi sorprendere dal terrificante stalliere dagli occhi posticci.

Eppure qualcosa doveva esser successo, qualcosa di terribile e perduto: l’avverto come un brivido – lo stesso che gli occhi-giuggiola mi procuravano da piccino – ogni volta che ripasso a corsa di lì. Mi soffermo allora un poco a scandagliare le rovine, i brandelli di muro, a interrogare quel mistero di cocci e frantumi, senza cavarne niente di più che quel brivido, quell’avvertimento irriconducibile a una forma sensata. Cos’è rimasto, in quel luogo, di un passato irrevocabile? S’è insinuato qualcosa tra quel cielo azzurrino e la superficie di quei muri, qualcosa che non s’è corrotto con la rovina dei manufatti, ma ancora respira nascosto tra l’erba, in quell’infinitesimale ma incolmabile iato che separa tutte le cose, e viene da un tempo lontano, ormai dimenticato.

Sarà, forse, uno di quei malinconici fantasmi che dicono vaghino per queste radure, forse il fantasma del grasso stalliere, forse l’anima in pena d’un cavallo stramazzato, oppure magari solo il ricordo di quello sguardo di fantoccio. Ma la fugace impressione scompare dopo poco, dura giusto il tempo d’un rallentamento, d’un’occhiata in tralice mentre col mio passo affaticato arranco verso l’arancione del tramonto. Alla prossima colonica diroccata farò una sosta, appena il tempo di riprender fiato, poi giù in direzione opposta per il ritorno. La scorgo già laggiù, dopo la serpentina della sterrata, adagiata sul piano come un balocco consunto, rosseggiante tra l’eriche.

La casa dei cavalli è ora un ammasso di muri scorticati che riposa tra i rovi, l’aia sul retro resa inaccessibile da un intrico vegetale che sembra dissuadere da ogni istinto d’esplorazione. Le pareti squarciate lasciano penetrare lo sguardo all’interno delle vecchie stanze, dove le grosse travi collassate formano architetture improvvisate e le piante rampicanti imperversano; i ciottoli sono invasi da muschio e fango, tappeti d’erba e foglie morte ricoprono gli impiantiti. Mi fermo a guardare dentro, curioso di tirar fuori qualcosa dal passato, di capire da dove mi viene quella sensazione misteriosa che non so definire. Gli intonaci franati, pareti dipinte d’un azzurro inconsueto – cos’era, la cucina? – e le porte marce che si sbriciolano, tutto un mondo che si dissolve e non c’è più verso di riportarlo al presente, alla vita. Vent’anni, vent’anni sono passati e quel ricordo s’è perso chissà dove, lasciando solo poche immagini statiche, come ritrovare tre o quattro foto ingiallite in un cassetto… eppure qualcosa è rimasto, sepolto chissà dove. Ma questi muri franati non mi parlano, non dicono nulla; le grosse travi, niente. Ecco qualcosa che si muove – forse un animale? – ma no, è un sacchetto, una busta di plastica bianca impigliata tra i rovi che oscilla nella poca brezza laggiù dentro il tinello squassato. La osservo dondolare e per un terribile momento resto agghiacciato: mi sento scivolare, come se stessi cadendo all’indietro, un giramento di testa leggero leggero, quasi impercettibile, niente di preoccupante, respira, respira… Poi passa, e tutto è di nuovo normale. Riprendo la sterrata soffocando un urto di vomito e m’allontano verso casa.

Ci sono i fantasmi, in queste vecchie case. Infestano la campagna, nascondendosi ancora tra le antiche pareti, e non se ne andranno finché un brandello di muro resterà ancora in piedi. A volte si vedono spuntare da dietro un cespuglio, o scappare veloci dietro una porta ancora mezza in piedi. A volte basta guardare bene dentro un andito polveroso, abituare gli occhi all’oscurità, per vedere delle impronte leggere leggere che si formano sulla polvere, allungandosi in fila fino a sparire nel buio delle stanze più lontane, dove la luce del giorno non arriva più da anni. A volte si sente come un parlare sommesso provenire dal profondo delle rovine, dalle pance oscure delle coloniche malmesse, e più si tende l’orecchio più il cianciare si fa impercettibile, ma non scompare finché non si prova a chiedere chi va là, c’è qualcuno?, allora tutto si cheta; ma se dopo cinque minuti si ripassa di lì, le voci si odono di nuovo. Tutti sanno che ci vivono i fantasmi, in queste case, ma nessuno ormai ci fa più caso: fanno parte di queste campagne come i cipressi, come i fossi, come i gatti randagi. Nessuno però percorre queste strade di notte, ormai, tranne gli immigrati che lavorano nelle conce del comprensorio, che ritornano stanchi e affamati. Ma i fantasmi, loro, li lasciano passare.

Rosacipria

I camion che passano dal Castellonchio diretti ai macelli si lasciano dietro un umido tanfo di lezzo: il loro sferragliare pare un ultimo grido ferino nell’arida disperazione dell’ora morta al principio del pomeriggio. Le piogge sempre brevi depositano sull’asfalto un vapore amniotico, una bruma asfittica che sa in bocca di ferro e catrame. Posate da mani incommensurabili sulla piana, le macchine paiono giocattoli nel baluginio tremendo del sole a picco. Parcheggio sempre accanto a un’Audi grigia, una berlina senza un filo di polvere sopra; sul lunotto posteriore il proprietario ha attaccato degli adesivi bianchi stilizzati che intendono rappresentare i membri della famiglia.

La mia lista dei contatti da richiamare sembra crescere sempre di più, senza che io possa far niente per fermare la sua progressione pervicace: i nomi si riproducono senza sosta, a un ritmo che condurrà presto a un’irrimediabile entropia. Chiamo casalinghe smemorate, uomini d’affari oberati – adesso sto lavorando, può richiamarmi tra un’ora? – e poi ragazzine ignare, giovani studenti assonnati, donne dai marcati accenti regionali. Ma i più non rispondono nemmeno, e posso depennarli dalla lista senza troppi patemi dopo aver lasciato un messaggio sul loro WhatsApp; mi diverto a guardare le foto dei profili e immaginare le loro vite.

Una gallinella d’acqua ha fatto il nido tra l’erba che cresce dentro il fosso scoperto che costeggia un lato del piccolo centro commerciale all’interno del quale si trova il mio studio, un canale di scolo dalle pareti di cemento alte due metri che convoglia un’acqua nera e maleodorante stagnante e poco profonda; il nido raccoglie in sé una decina di piccole uova brizzolate, le avvolge a proteggerle dallo schifo d’acqua d’intorno, sozza di bicchieri di plastica e bottiglie di vetro spaccate. Lancia brevi richiami nell’aria, la gallinella, come i suoni singhiozzanti d’una paperella di gomma; quando m’affaccio sul canale la vedo zampettare via e infilarsi tra l’erba più alta, lasciando il nido incustodito.

La signora Mancini ha una voce squillante che è un assolo di clarinetto sopra un tappeto sonoro di pianto – da qualche parte in casa un bambino non la smette di lamentarsi; parla lentamente, esausta ma lucida, con piccoli acuti a punteggiare qua e là le frasi. Me la immagino coi bigodini in testa e il ferro da stiro che sbuffa vapore ritto sull’asse. Il signor Bartoli, invece, è un oboe sincopato: pare raffreddato e col fiato corto per una fatica recente; forse l’ho colto nel pieno del jogging quotidiano.

Il corridoio su cui s’affaccia lo studio è pressoché inanimato. Dirimpetto c’è un fondo sfitto, un grande spazio vuoto con dei grossi cubi di legno poggiati sul pavimento: su tutto si stende una fitta pellicola di polvere, un manto epidermico che inguanta ogni superficie come un grigio lenzuolo. Lungo il corridoio sono sempre ammassati bicchieri, bottiglie, cartacce, pacchetti di sigarette, involucri di snack: residui inoccultabili degli aperitivi consumati al bar sull’angolo che resta aperto fino a notte fonda, il ritrovo dei giovani alcolizzati di zona.

Lorella è una ragazza esile e bionda, il suo stato dice Carpe diem 😉 e la sua foto profilo la ritrae in spiaggia in bikini nell’atto di saltare; Giuliano invece è un ragazzone muscoloso che mostra orgoglioso un bicipite sovradimensionato, la faccia contratta in una smorfia di gioiosa fatica; lo stato di Paola dice Eh, già… io sono ancora qua, e la sua immagine del profilo raffigura un gatto arancione accoccolato sopra un divano.

Capitano certe mattine afose, lunghissimi baratri di tempo in cui niente succede; il trillo del telefono piomba allora come uno squarcio nel pulviscolo compatto della noia, una rasoiata inferta da un’invisibile mano di suono. In queste mattine chiamano solo i pazzi e gli esaltati: il loro barbuglio intraducibile continua a riverberarmisi nelle orecchie ben dopo aver riagganciato, me lo trascino dietro come una moscia bava fino al gabinetto dove mi chiudo per ritrovare una boccata di quiete.

Uno degli adesivi sul lunotto dell’Audi raffigura un uomo che con una mano regge una ventiquattrore e con l’altra una canna da pesca; sotto c’è scritto Federico. Accanto a questa figura ce n’è un’altra, una donna che con una mano regge una padella e con l’altra un biberon: si chiama Giada. Maicol e Aurora invece sono i bambini che li accompagnano, lui con un pallone ai piedi e lei con una bambola in grembo; e c’è anche il cane Macchia seduto a scodinzolare, con un osso in bocca, di fianco ai bambini. Non ho mai incontrato il proprietario dell’Audi grigia.

Ogni volta che esco dallo studio mi affaccio sul canale di scolo per osservare la gallinella: appena mi vede si allontana ballonzolando dal suo nido che resiste in mezzo allo schifo, si rifugia nel canneto e da lì lancia quei versi imploranti e sintetici che ormai sono arrivato a interpretare come una bonaria protesta, una specie di benvenuto confidenziale e indolente. Nei giorni più caldi arriva un lugubre odore dai vicini macelli: è un corposo sentore dolciastro e salino, un sapore misto di lardo e sangue che mi fa pensare alle viscere esposte, alle interiora riversate sul pavimento dello stabilimento, quel malaticcio poligono giallognolo che posso appena intuire oltre le vaste spianate dei parcheggi, oltre i bassi capannoni, contro l’anonimo orizzonte crestato di piccole montagne avvolte in una caligine tenace.

Un uomo sta urlando qualcosa, fuori dallo studio. Giungono parole e pezzi di frasi che lì per lì non riesco a decifrare. È una giornata di nubi basse e soffocanti, la più calda della stagione: i pazzi stanno saltando fuori dalla cornetta, penso mentre mi alzo dalla mia postazione. Oltre la vetrata satinata un’alta ombra agita due braccia lunghissime in aria. Apro la porta e il corridoio fuori dello studio è saturo di fumo: sembra che una delle nubi sia stata pigiata da qualche colosso dentro il centro commerciale, come pongo in una formina. C’è un uomo in mezzo al fumo che corre e agita le braccia, urla scappate, scappate tutti, c’è un incendio, moriremo tutti. L’uomo mi passa accanto senza nemmeno guardarmi, si precipita giù dalla corta rampa di scale e in un attimo è fuori, per strada, ma non si ferma: lo guardo correre lungo la strada, girare l’angolo, sparire. Rientro in studio, spengo tutte le luci, raccolgo il portatile ed esco di nuovo; gli occhi mi bruciano, respiro a fatica. In strada intanto s’è raccolta una piccola folla, si tengono tutti stretti come per proteggersi, guardano il fumo nero che esce a volute dal corridoio; in lontananza si sentono già le prime sirene. Moriremo tutti, penso, certo che moriremo.

Il corto circuito è avvenuto nel magazzino dell’ottico: così sento dire il giorno seguente mentre giro per i corridoi abbrustoliti. Sul pavimento scricchiolano i frantumi delle vetrate esplose; una fuliggine spessa s’è accumulata lungo i bordi del muro; strisce caramellate bruno-rossicce disegnano oscuri segnali sulle superfici. L’odore è quello d’una grigliata estiva, ma sulla griglia stanno cuocendo bistecche di neoprene, salsicce al silicone, costolette di polietilene: ci vorranno settimane per far sparire questo fetore, mesi per pulire e ricostruire. Mi sporgo dal parapetto a guardare l’orizzonte: cerco di pensare a prati verdi, mare azzurro, fitte foreste ombrose. Dal cavalcavia della superstrada vedo scendere camion carichi di maiali, mucche, agnelli: animali affacciati dagli occhi vacui, occhi che già sanno; ecco che alla rotonda girano a destra, imboccano via Guerrazzi, a momenti saranno a destinazione.

L’ottico trasferisce il negozio nel fondo sfitto davanti allo studio: i cubi di legno sono stati spostati, la guaina di polvere è stata rimossa e tutto ora sembra diverso, è come se il tempo avesse ripreso a scorrere dopo essersi fermato. C’è un viavai continuo di persone che trasportano scatoloni zeppi di robe e trascinano strani macchinari contorti; le guardo andare e venire appoggiato al parapetto: passo la maggior parte del tempo così, lì fuori, come se dentro lo studio si annidasse una qualche indefinita minaccia. Sento un rumore di vetro frantumato: mi volto e vedo un ragazzino sui dodici anni che raccoglie da terra delle bottiglie di birra vuote, e una alla volta le getta nel canale di scolo. Maicol, chiama qualcuno, Maicol, falla finita, monta in macchina: la voce proviene da un finestrino abbassato dell’Audi grigia. Il ragazzino getta un’altra bottiglia, poi con passo lento e svogliato s’avvicina all’auto e sale a bordo; l’Audi parte sgommando un poco, dall’autoradio esce la voce pimpante d’un qualche deejay nazionalpopolare. Ora resta solo lo squillo strozzato della gallinella: la sento piangere a singhiozzi nel fitto del canneto. Mi affaccio sul canale di scolo e il nido è devastato: parecchie uova son volate fuori, giacciono rotte nell’acqua sozza tra i cocci baluginanti delle bottiglie spaccate; implumi, rosacipria, piccoli corpicini abbozzati galleggiano all’intorno come appisolati. Moriremo tutti, penso, siamo già morti.