Via Fornace Vecchia

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[…] Si avvicinò alla finestra e guardò fuori. La giornata puntava a scurirsi. Uno stormo di uccelli, gestalt compatta di ali e cervelli minuscoli e sbalorditivi, spazzò il cielo da destra a sinistra. Vide l’anonima casetta dai muri malstuccati, una volta ci stava il Cosci, un umbratile milanese senza moglie né nuca che di tanto in tanto lanciava urla idrofobe nel pieno della notte, rifornendo per settimane di materiale le discussioni del vicinato. La casa si ergeva al di là di via Fornace Vecchia, una discesa tortuosa che partiva dalla sovrastante via Roma/Carducci e portava giù a Gargozzi, ora nel 2005 asfaltata e spesso aggredita (ma non quella mattina) dalle berline spietate del personale bancario. Perpendicolarmente proprio sotto la strada, a mo’ di sostegno, si trovava il grosso muro di nudi mattoni con cui aveva scambiato milioni di palloni quand’era un ragazzino che voleva migliorare la propria tecnica di base – migliorare lo stop, migliorare il calcio con l’interno piede, migliorare il sinistro. In primo piano oltre il doppio vetro c’era la piazzetta ghiaiosa su cui sorgeva il muro, e sulla sinistra la giovane acacia che aveva sostituito quella storica, il tronco rossomarrone che diventava la bomba del nascondino, l’albero che nelle giornate autunnali affrescava lo spiazzo col suo caldo e pointillismico nanofogliame. C’erano foglioline anche in quel momento, qua e là, foglioline che con la pioggia imminente si sarebbero tramutate in una pappetta colloidale e giallognola. Dietro l’albero partiva il burrone – ora un oggetto geologico innocuo, allora tremendo e rischioso, confine estremo tra il mondo civilizzato e quello esotico/misterioso, ricettacolo di terriccio e fantasie, di forme verminose, di radici, di serpi e di ortica. Scendere tenendosi ben stretti alla corda. Scendere con i calzoni lunghi, se possibile. Scendere piano, soprattutto se si è piccoli e se si è femmine. Scendere un po’ come avventura, come esplorazione, come coraggio, scendere alla stregua di Yanez de Gomera e Sandokan. Scendere come uccidere la tigre – scendere come bambini. Sul fondo del burrone, dalla finestra non li vedeva, gli orticelli coltivati a pomodori e cavoli e insalate, le bottiglie di birra, le baracche di pellet ed eternit e scintillanti fogli d’uova di Pasqua (elementi d’aquilone), le scatole Control, il turchese distopico dei sacchetti di nylon non biodegradabili, le galline erratiche. Un ricordo netto – sua nonna Mara che aveva un orto dall’altra parte del paese, verso l’ospedale, che un giorno abbrancò una gallina e le tirò il collo proprio davanti al suo visino cinquenne, il pollo che s’afflosciò languido, senza lottare, la nonna che gli scompigliò i riccioli con quelle mani assassine. Più giù ancora, superati gli orti e il pollame, immaginava, di nuovo dirupi e acacie, radure erbose e boschetti, e colate nere di catrame laddove quarant’anni prima si sgretolavano stradine e la pioggia plasmava miniaturizzati canyon d’argilla sul fondo dei quali lui rinveniva conchiglie fossili per la propria collezione terrosa – che va’ a sapere dov’era finita. Una scatola di cartone, marrone come tutte le scatole, rinsaldata alla bell’e meglio con metri di nastro da pacchi, che lasciava una scia ruggine quando veniva spostata, pesante quanto un cristiano. Va’ a sapere. […]

La nuvolaccia nera – Radio Libera Collebrunacchi (I)

nuvolaccia neraCome ve la passate, trapassati? Qui è il vostro affezionatissimo fionda-messaggi-dal-futuro che vi parla, il vostro occulto scrutatore, l’occhio barbuto che vede il prima e vede il dopo e vede l’intermezzo sfuggente. Secondo dopo secondo dopo secondo. Qui Radio Libera Collebrunacchi in tutto il suo splendido splendore. Notte nera? Et voilà la storia vera. Vera notte? Buonanotte: fuggi fuggi nelle grotte. C’è del lucido nel cielo, facci caso, scosta il velo. Stasera. Proprio stasera. Sopra le vostre teste ionizzate. Un lucido splendente, tutto birra, abbacinante. Si dice abbacinante, se riferito a superfici lucide? O bisogna far risalire tutto alla prima luce, all’origine primigenia, al bisnonno incartapecorito di tutte le dannate luci della storia? Il bosco tace, mi piace, tutta pace. Il gregge del nonno di Heidi sui fumetti: pecore di carta. O carta delle pecore: sorta di manifesto ideologico di un conformismo francamente micidiale. Oppure: banale menù vegetariano del cacchio. Il buio è lucido e rotondo, se insomma capite, se parlate la mia brutta lingua occidentale, la luna è gonfia come la pancia di una lucertola pregna. Spargerà lunini in giro per il cosmo? Teneri lunini vorticanti su teneri pianetini vorticanti. Terre in miniatura, uomini come granelli. Belli i granelli, mi prendi per i fondelli? Bella la stella sulla mia testa vecchiarella. Ci saranno americani anche lì? Avranno piantato la belante banderuola stellestrisciata? È tutto rotondo, nelle notti supreme di questo sperdutissimo brandello di cosmo. Tutto dannatamente rotondo. Esistevano notti così leggendarie quando eravate ancora vivi e arzilli a sculettare per le strade come tanti caldi cinghialotti? Fatemi sapere miei carissimi fantasmi. Esistevano notti di esemplare rotondità? Notti di lingue e birre e vento in faccia e rotondissimo zan-zan negli anfratti gementi? Prima che gli imperialisti vi mandassero tutti dritti dal padresantissimo? Esistevano cose che vi facevano drizzare i cosiddetti peli? Quanti peli sfoggiavate, prima che nell’aria tossica vi salutassero tutti dal primo all’ultimo facendo ciao ciao con la manina? Il vostro affezionatissimo, signori morti stecchiti. Il vostro cantore canide, la vostra dannata Cassandra fulminata, il vostro cucciolotto fedele. Radio Libera Collebrunacchi: per chi vuol imparare come collassano i mondi. Informazioni scottantissime sulla vostra fine del cavolo. Sintonizzatevi per analisi puntuali e circostanziate e vattelappesca. Radio Libera Collebrunacchi: la voce-avamposto del sopravvissuto pedalante che riecheggia nella valle sudsamminiatese per minuti ore giorni e anni, illimitatamente, l’ugola guerrigliera che allarma i lupacci dei boschi tra Montaione e Palaia e gli orsi allupati e gli americani. Soprattutto gli americani. Che tanto si affannano a stanarla. Che vorrebbero tanto “consigliarle un rispettoso silenzio” da par loro. Come se non li conoscessimo. Gli americani. Piovre capitaliste. Libere volpi in liberi pollai. Eterna minaccia dei popoli liberi di questo pianeta derelitto. Siete morti, amici morti. Siete morti e tutti storti. Siete storti e tutti morti. Non risorti. Corti? Forti? Tutti morti. Avete tirato troppo la corda. Hanno tirato troppo la corda e voi zitti. Vigliacchi. Passivi. Arrendevoli come ricotta di pecora. Beeeee. Beeeeeee. Vi siete piegati. Gli avete dato corda. Cor cordis cordi cor, che ne è stato del mio amor. Il mio amor è sì schiattato, tutto un rischio calcolato. Eccetera. Dai la corda dai la corda stai attento che non morda. Niente morde per davvero, poi ti trovi al cimitero. Eccetera. Ma lo sapete, vero, che ci misero la zampaccia gli americani? L’avete scoperto, poi? Ve l’hanno fatta una soffiatina laggiù dove siete, nella vostra sperdutissima sedicesima dimensione? Un bel giorno d’aprile svolazzarono a stormi sulla sovietcentrale con i loro uccellacci d’acciaio e zac, sganciarono tutto quel po’ po’ di materiale vagamente nocivo. Chicchi d’uva grossi come vasche da bagno. Vasche da bagno di quelle che fanno BUM. E torce di cipressi, e sonni con denti di squalo, e dannate radici doloranti. E voi tutti morti. Con buona pace della Verità Ufficiale bla bla bla. Il vomito giallo melone, l’occhio spastico, la carne prosciuttata, le infezioni, il sangue che sciaborda rovente fuori dalle vene spezzate. Tutti calvi e morti. Arrostiti. Rosolati come polletti. Da un giorno all’altro. Dall’altro un giorno, toglie il medico di torno. Un male al forno, mal di pancia di contorno. Ritorno. Un corno. Adorno: di qualcosa io m’informo. Che notte lucida, povere ossa di pollo polistirolo. Poveri involucri marci e radioattivi, mangiucchiati dalle boccucce baffutelle dei ratti. Ratti rattattivi. Ratti gialli, sciacalli, non si ferman solo ai calli. Balli balli ballerina. Crepa crepa domattina. Ricordate? I telegiornali, la nuvolaccia nera che arrivava da Empoli o Fucecchio o dal cacchio di San Baronto, quella storia che vi intortò ben benino? Чорнобиль? Quella parola sudicia, sozza, zozzona? Reggetevi. Fate un bel respiro. Pronti? Cacchiate. Buffonate. Scemenze. Bel teatrino per incantare gli appisolati. Che diamine c’entrano i compagni se poi svolazzano di punto in bianco gli americani del piffero e zac, bombe su bombe, grappoli di bombe, sulla centrale? Vi hanno fregato. Falsità pigiate sotto la sottopelle. Manipolazioni strettamente mentali. Ripetizioni ossessive di balle su balle su balle. Metaballe. Balla balla metaballa. Propaganda, che banda. Tira giù la serranda! Chiaramente un fatto falso che anche i compagni che ormai non erano più compagni hanno cercato di nascondere prendendosi la dannata colpa perché evidentemente hanno ricevuto in cambio un loro loschissimo tornaconto dal punto di vista strategico-militare-economico, voglio dire, talmente lapalissiano che se sei un minimo sveglio lo becchi al volo: se così non fosse perché non hanno accusato subito gli americani e non hanno informato subitissimo il mondo di quel che stava succedendo tramite comunicati stampa e telegiornali ad hoc e segnali Morse a uso e consumo dei rivoluzionari superstiti rimpiattati nei boschi della palla planetaria? Un loro tornaconto. Come se gli pseudocompagni poi l’avessero scampata. Infinocchiati come tutti gli altri. Delusione tutta gorbacioviana. In arrivo un direttissimo di puro tradimento al binario tre. E i bombamericani a bomba bombardano bombe bombate. Qui abbacinante ci sta a pennello. Per descrivere la luce del botto, la fine di tutto. Sul nucleo giù le bombe, viva viva l’ecatombe. Se il mio fiato è radioattivo oh perbacco non son vivo. Sfugge via tutto il veleno, siam fregati in un baleno. Ve l’ha mai detto nessuno? Ve l’hanno pigiato nella vostra testaccia dismessa? Bello: dismessa. Elegante. Dovrei usarlo di più. Ninna nanna ninna oh questa bomba a chi la do. La darò all’uomo nero che la sgancia per davvero. Sgomberata un’area di 30 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 300 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 3000 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 30000 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 300000 chilometri attorno alla centrale. Eccetera. Aprile aprile aprile le orecchie. Aprile aprile, dolce perire. Sorpresi? Colti nella cosiddetta castagna? Non lo sapevate? Ignoravate che cosa fosse successo, nei giorni della televisione che cianciava di insalate – INSALATE! – e pasticche e fosfocervi artici? Quando l’aria vi succhiava il midollo e sbranava bestiaccia la mollezza delle vostre carni tatuate? Ed eccomi qui a parlare di Lei, della massima rapinatrice di cieli, della Fornace Improvvisa. Ecco a che serve il vostro affezionatissimo fionda-messaggi, il ciclista imboscato, il soldato antimperialista che piace tanto ai bambini. A rimettere le cose nel verso giusto: i sovietici non sbagliano mai e poi mai, amen, e con il suo spirito, ma i sovietici truffaldini in combutta con i cani rognosi d’oltreoceano? Come la mettiamo? Come cavolo la mettiamo? Eccomi a sgombrare il campo dai dannati equivoci. Eccomi a ricordarvi come tutto è andato in malora e non si possa più tornare indietro. Nemmeno se pregate. Nemmeno se infilate fruscianti mazzette di quattrini nelle tasche più altolocate della Creazione. Qui Radio Libera Collebrunacchi che vi parla, fratelli e sorelle: dispacci imprescindibili dal vostro brutto futuro di cenere. La radio che svolazza libera e fragile sulle frequenze più segrete, che sfolgora e scoppietta nella notte centrotoscana dei lupi, degli orsi bruni marsicani, dei dannati microfunghi spia. Chi fa la spia non è figlio di Maria. Maria Maria per piccina che tu sia tu sei sempre una badia. Ninna nanna ninna oh tre caprette sul comò, che facevano all’amore, con la figlia del pastore. Il pastore s’incacchiò: ambarabacciccicoccò! Eccetera. Eccetera. Non scherzo: eccetera. È tutto, insomma. Dalla rotondità più lucida della notte per oggi è davvero tutto. Carissimi cadaveri: ci becchiamo senza dubbio più in là.

Montalto, fronte occidentale

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Schegge il cielo

fisso oltre i rami

alti, un po’ secchi

dei pini malati

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E vado

arrangio romanzi, brutti

e li straccio

sui viottoli sbagliati

tra truppe di cespugli

la mota, gli aghi, le rocce

i gusci più remoti

e le frane ritte, sbriciolate

al gusto finescuola

del terriccio

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Tutto si apre

nell’incubo di cicale

in cima dove s’arriva al mare

sotto una tonnellata di sole

c’è un cinghiale grosso, nobile

squartato

al centro dello spiazzo

e attorno gli ronzano

bavosi paparazzi

tutte le mosche del mondo

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Le estati da Bighero

bighero

Men developed memories to ease their disquiet over things they did as men.
The deep past is the only innocence and therefore necessary to retain.
Don DeLillo

Tutti sappiamo cose che secondo noi gli altri non sanno.
Roberto Bolaño

La casa cubica sotto la Finanza, vagamente fuori contesto, sottratta al regno rigoroso del gioco. La regina dagli occhi di ghiaccio che gira il mestolo pacifico nella pentola sul fuoco. Lo smalto bianco delle mattonelle della cucina. Un asciughino ricamato a fiori, liso, lercio ai margini. I grappoli candidi delle acacie in fiore. Il ghiaino su cui frenano frettolose le macchine. Il canestro da basket sfilacciato, un po’ mesto. Le braccia pompate e venose di Stallone nel poster di Rambo. La bambina riccia della casa di fianco che si unisce ai giochi e non ha voce. Il nome Baldo, da uomo serio, rispettabile. Il nome Teresina, capelli bianco nebbia e una gola aspra di anni cupi e guerre andate. La luce grigia nella valle a sud, di prima mattina. Il colore rossastro del mattone nudo. Gli scorpioni con la corazza scintillante, schiacciati con le ciabatte dalla tomaia di plastica gialla. Il dipinto su San Miniato – figurativo impeccabile – alla sinistra del frigorifero. Tuo zio è bravo, sai, col pennello. Tuo zio è bravo coi colori. Mangiare con la fame di una vita intera, i piatti straripanti, le mascelle forsennate, le mani possenti che strappano brandelli di pane dalla pagnotta in una lotta impari, quotidiana, al ritorno dalla fabbrica. Gli albi di Topolino sfogliati nella piazzetta di cemento grezzo sul retro, sopra il ciglione dove l’impossibile accade, nel fresco calmo delle acacie. I mattoni rossi e bucherellati e pieni di scorpioni. Le passeggiate ripide giù a Gargozzi. Le macchie di margherite sui prati. Le limonate, i ghiaccioli. La regina dagli occhi di ghiaccio che gira il mestolo e parlotta con lo spettro innominabile, a volte la vedi e a volte, semplicemente, lo sai. Assemblare maglioni elusivi di fronte allo schermo acceso. Modellare sciarpe di lana. Realizzare inconsapevoli frattali per centrini raffinatissimi. Il semolino. Il pane e pomodoro. Il purè di patate. La margarina. Le barbine Barilla. Le mentine nel cassettone marrone della camera. La dentiera che tintinna nel bicchiere, il buio, le preghiere, i respiri raschiati della notte. I due divani di pelle fresca nel salotto inattaccabile dal sole. Il garage col passaggio segreto, perfetto per gli scherzi che spaccano il cuore. Il Lotti la ritrasse ed era bellissima. Lui la ritrasse e noi, insomma, l’abbiamo persa per sempre. Gli albi di Topolino, che uno legge soprattutto per Paperino e Paperone. Gli albi di Braccio di Ferro. Palloni multifunzione nello sgabuzzino delle sorprese. Scatoloni che sanno di polvere e carta gialla, antica. Il canestro sfilacciato che si anima solo con le brezze tiepide. Zia, io non credo, ma come non credi, non credo in Dio, ma che dici, sei un bambino, non lo dire nemmeno per scherzo. La cucina di mattonelle bianche, il tavolo rettangolare di compensato, il frigo a un tiro di schioppo, sana praticità da mensa lavorativa. La finestra da cui spiove la luce netta del mezzogiorno. La radio introvabile che diffonde canzoni vecchie nell’atmosfera di cipolla. La casa a forma di cubo, la casa giocattolo, la casa sul confine che divide ineluttabilmente il nord dal sud, il dovere dall’avventura, l’affannato industriarsi umano dal calore selvaggio della terra. Dove vuoi andare? Da che parte ti schieri? Il gatto bianco e nero – il nome celebre – che le buscava sempre. Le risse tra gatti. Gli animali morti. Lo spettro aleggiante che di tanto in tanto inumidiva gli occhi dei vivi. Figlia e sorella, poi madre e nonna negate. La coupé rossa che faceva urlare scompigliando i boccoli biondi. La Renault 4 scassata con la faccia e la pelata del padrone, la giacca mimetica, gli stivali verdi e i fucili. La foto dei nipoti in tuta blu arrampicati su un ulivo. La vita non ti regala niente. La foto di un calesse – tempi eleganti, monocromatici, tenacemente rimpianti. La vita non ti regala niente di niente. Le visite fugaci e ansiose alla fabbrica in via Borgonuovo. Il chiasso ciclico delle macchine in azione. Il vociare indaffarato, le spolverine, il viavai della gente. La stanzina morchiosa in fondo a sinistra col mostro assopito sulla mensola in alto – certe notti, con quei suoi occhi di nulla, nei sogni più tremendi di sempre, ti rincorre a balzelli e tu scappi scappi ma lo sai che alla fine ti acciufferà. Il ragazzino che alle Colline ti prende da parte e mentre nessuno guarda ti dice che ti sgozza. La luce pallida della valle quieta, disabitata, colline sterminate, vigneti, olivete, canneti gialli, vie argillose pregne di antiche vite elementari. Che significa che mi sgozza, zia? Che significa Andare a veglia? Tuo zio, sai, era bravissimo a giocare a pallone. Tuo zio lo andava a vedere tutta San Miniato. La voce tonante, da uomo alto e grosso, che incute timore. Le battute. Le sentenze brusche. La verità, piacevole o meno che fosse, una vaga amarezza monicelliana. I film di Totò. Il Grande Torino. La sacralità inviolabile del calcio in TV. Col sinistro sei un po’ deboluccio. Col sinistro devi migliorare. Gli euforici aquiloni con la carta luccicante dell’uovo di Pasqua, il ciaccino e l’affettato, le esplosioni di risa dei giorni di festa. Il cane da caccia nello stretto recinto di rete verde. Il gatto bianconero dalle orecchie mangiucchiate e le mille ferite, zoppo e mezzo cieco, che proprio non vuole crepare – scialba allegoria di qualcosa. Baldo è un nome serio e rispettabile che significa quaderni e matite e odore di inchiostro. Teresina capelli finissimi, appena visibili. Elsa è un’amica intima, una compagna di chiacchiere, una donna-fiume. La piazzetta di cemento friabile distrutta dalle randellate del sole. Il suono secco del pallone che rimbalza. Il suono ossessivo, il suono immortale del pallone che rimbalza. L’aria opaca di un giugno torrido, il profumo lezioso delle acacie. Il gioco della campana. Le linee storte. Le pietre dentellate. La bambina più piccola che abita nella casa accanto ma non parla mai e poi mai e come si chiama. L’ortica, il sangue, il sudore. La terra che scricchiola tra i denti. Il nero sulle ginocchia che viene via se ci sputi sopra e strusci per bene. Il sapore caldo delle susine.

I tori

Hemingway * Fiesta, è scritto sulla costola del libro che ho in mano: non l’ho mai letto, Fiesta. È un’edizione Oscar Mondadori del 1972, trovata nella libreria di mio padre, qui nella vecchia casa di famiglia a Cusignano; sulla copertina, ormai ingiallita, tre tori rincorrono incombenti due uomini che reggono delle muletas, uno vicino, l’altro più in lontananza. Scorrendo le pagine mi accorgo che ce n’è una segnata da un’orecchia: è la pagina centonovantuno, una pagina qualunque persa a metà di un capitolo. Mio padre dev’essere arrivato a leggere fin qui, fermandosi a questo punto del libro. Per quale motivo non proseguì mai? Cosa aveva fatto una volta arrivato a questa pagina, dopo aver riposto il libro sul comodino o sullo scaffale, per non tornare a leggerlo mai più? Di sicuro, vista la data sul libro, doveva avere almeno venticinque anni. Probabilmente era salito sulla sua Morris Cooper rosso fegato per andare al Leporaia, agli allenamenti del Tuttocuoio; o forse era uscito a trovare gli amici del bar Cantini; magari aveva un appuntamento con una ragazza, verosimilmente la mia futura madre; o aveva semplicemente spento la luce e si era addormentato, per svegliarsi presto il mattino seguente e andare al lavoro alla Cassa di Risparmio. Oppure, mi viene da pensare con un certo disagio, stava leggendo questo libro il giorno che mio nonno, suo padre, era morto sul vialetto di casa, sullo sterrato polveroso, la bocca schiumante, gli occhi rivoltati, tra le urla sgomente di mia nonna affacciata alla finestra del tinello. Non riesco a ricordarmi di una volta in cui mio padre mi abbia parlato di Fiesta, di Hemingway, o quantomeno della Spagna, delle corride, dei tori: non riesco a ricollegare niente di lui a questo libro. Non potrò mai sapere chi era quel ragazzo, quali erano i suoi gusti all’epoca, i suoi sogni, le sue aspirazioni: posso solo ricostruire un ritratto assai impreciso e lacunoso, basato sui pochi dettagli che conosco, o che credo di conoscere. Un libro lasciato a metà, come tante cose nel corso della sua vita di abbandoni: il calcio quando nacqui io; il lavoro quando si mise in testa di poter vivere anche senza; il matrimonio quando iniziò a rincasare sempre più tardi, non facendosi vedere per giorni, fino a lasciare Cusignano per inseguire una giovane illusione, forse ancora minorenne.

Il libro emana un odore deciso di carta in disfacimento: è l’odore di una cosa chiusa e dimenticata da molto. Entrando nel vecchio studio in cerca di alcuni documenti per le pratiche della successione, ho indugiato davanti  alla libreria che occupa la parete di fondo, raccogliendo questo volume forse per il titolo così in contrasto con le attuali contingenze: gli ultimi singhiozzanti mesi di malattia, un funerale drammatico e farsesco, una famiglia che non esiste più, che forse non è mai esistita. E guardando questo segno sulla pagina adesso penso anche ai miei fallimenti, ai miei abbandoni: una laurea mai ottenuta quando gli esami erano ormai finiti; la band sciolta dopo l’ennesima discussione, l’ennesimo concerto annullato, l’ennesimo tentativo di disintossicazione; la mia famiglia mai nata davvero, dopo l’aborto, l’indifferenza, il tradimento, la separazione. Ho sempre pensato di non essere come lui, quell’uomo ombroso e tormentato: ho fatto di tutto per non crescere nel suo solco e distaccarmi. Ma oggi, su questa copertina, ci vedo entrambi, vicini come mai prima d’ora: siamo noi quei personaggi con le muletas, inseguiti dagli stessi tori neri, tormentati da simili angosce, in fuga dagli stessi errori. Mio padre qui, in primo piano, già soccombente sotto l’ombra della malattia, dell’afflizione, della morte; io pochi passi più avanti, un vantaggio infinitesimale sulle bestie che presto raggiungeranno anche me, e che sento già infuriare da tempo. Mi siedo sulla sua poltrona, sposto le carte che ancora sono sulla scrivania: referti, analisi, bollette, scontrini, lettere mai inviate. Appoggio il libro, lo apro a pagina centonovantuno: “Il toro li vide e caricò. Da dietro una delle casse un uomo gridò e picchiò col cappello sulle tavole, e il toro prima di raggiungere il giovenco si voltò, si raccolse e caricò dov’era stato l’uomo, cercando di raggiungerlo attraverso le tavole di legno con una mezza dozzina di veloci insistenti colpi tirati col corno destro. «Dio, non è fantastico?» disse Brett. Il toro era proprio sotto di noi”. Quello che è successo prima non m’interessa: il sole sorgerà ancora, domani, ma stanotte voglio sedere qui e finire qualcosa che è stato lasciato a metà. Leggerò ad alta voce, lento, paziente, come se lui potesse in qualche modo ancora sentirmi.

La chiarezza del tempo

chiarezza tempoIl mare di maggio, sogna Elsa nella veranda della sua casetta che s’affaccia sulla piana dell’Arno. Freddo come mille lame nella carne viva, da principio, ma poi non vuoi più uscire fuori a giocare con Giampiero, che è più piccolo di te e non sa nuotare, e nell’acqua immota pascolano i muggini neroargento e il babbo se ne sta lì con la mamma sotto l’ombrellone e giocano a ramino e bestemmia e beve dal fiasco e la guerra si è disciolta in un giorno di sole, per sempre. Elsa respira appena sulla sua poltrona vecchia, escrescenze di gommapiuma fiorite qua e là dagli squarci nella tessitura a rose, tre o quattro massicci peli bianchi impettiti sul labbro superiore, pura semiotica della resa. Eccola lì. Palpebre di velina masticata. Testa piegata di lato. Una ragnatela azzurrognola sul cranio rosa neonatale. Sola, in un preciso pomeriggio d’inverno sul pianeta Terra, nella penombra che le ghiaccia le gote e le ossa e il rivolo di bavetta sull’angolo della bocca dischiusa. Più piccola che mai. Sogna la spiaggia e un vago odore di olio di fegato di merluzzo disarmonico e verosimilmente posticcio, aggiunto in postproduzione, e di Giampiero che frigna perché lei l’ha abbandonato e si annoia e la invidia e non c’è giustizia, no, neanche nella domenica migliore – voglio diventare grande, sai, voglio diventare grande e mangiare tutta la mortadella del mondo. E babbo è un giovane fusto dai villi alla Brando e mamma una vertigine di curve e tra una mescolata e l’altra lui le tocca le cosce che spuntano dal pudico costume viola preso alla sartoria davanti al chiostro, carissima, ma il babbo è ingegnere e non guadagna male e insomma, dice la nonna, che nella boscaglia di Montebicchieri una notte ha intravisto l’Uomo Lupo e lo racconta sempre alle altre lavandaie giù al fiume, a che servono i soldi se no. Le cose, mentre ti allontani arretrando sui talloni. La forma dei capelli materni sbavata dalla brezza novella che rabbrividisce, l’ombrellone fungino che sfarfalla impercettibile, le carte balzellanti sull’asciugamano in pendenza, i cerchietti elastici di posidonia secca che rotolano via dalla battigia in un incedere da commedia. Vattene. È il tuo momento. Parti, sparisci. Esplora la vita. Respira, Elsa, un respiro precario nel guscio della veranda scalcinata fitta di scorpioni, una nenia polmonare, sulla poltrona lisa, davanti al tavolino ottagonale in vimini che comprò a un mercatino giù al Pinocchio trent’anni prima, sulle gambe un plaid di lana grezza che puzza sempre di un cane antico, a volte cattivo, che Sestilio sotterrò nell’oliveto dietro la casa alle Colline. Sogna rivolta a nord, alla vallata di poligoni coltivati e ai pinnacoli di fumo industriale e ai monti di zucchero, falsamente prossimi, rimpiattata dal sole scialbo, della ragazzina che si farà donna e sposerà un impiegato pasciuto della Scala e avrà un figlio di nome Pietro, vede le sue spalle e la nuca fradicia fluttuanti nel mare mite – che si va increspando – e assieme ne condivide il delirio soggettivo, gli impossibili elementi della scena decrescente nella luce a perpendicolo sulla spiaggia, la nitidezza dei baffetti a fiammifero del babbo, il neo sulla sclera sinistra della mamma, la frustrazione adultoide sulla bocca storta del fratello (che non manterrà alcun ricordo del Sabato Fascista, nemmeno se opportunamente stimolato, che perderà le falangi della destra in un tacchificio di Santa Croce, che non diventerà mai e poi mai un bravo trombettista jazz) che va pazzo per gli insaccati e modella svogliato manciate di sabbia friabile. Poi non tocchi più. A forza di arretrare non tocchi più. Nemmeno se gonfi d’aria quel tuo petto già maturo e, lasciandoti sprofondare, allunghi le punte dei piedi in cerca di terra, di certezza. Posso smaltarmi le unghie dei piedi, mamma. Posso provarmi i tuoi orecchini. Non tocchi più e tutto cambia, il battito, il pensiero, il vigore dell’allucinazione. Tutto, questo capisci, è allucinazione. Il cielo è un assommarsi repentino di nuvoloni indomiti, batraci che si gonfiano e sgonfiano a ritmo indiavolato. Il mare piombo fuso in cui ti agiti per restare a galla, un fermento di gorghi e onde fuori scala, alte come palazzi. E tu cosa sei? Tu cosa diamine sei? Dalla tua gola non esce un singolo suono. Non hai voce. Perché lo fai? Perché gridi aiuto? Non hai imparato niente, in tutto questo tempo? Il battito e il pensiero. Il battito e il pensiero. Il battito e il pensiero. Elsa scuote il braccio pendulo di carne pendula per un secondo o due, uno spasmo, un inceppo neurofisiologico, l’altro resta inerte, piegato sulla pancia gonfia. È un preciso giorno d’inverno. Un piccione atterra sul pavimento in graniglia, scippa le briciole di un pranzo frugale e si getta giù nel dirupo. Nel bel mezzo della vallata, a chilometri di distanza, un trenino giocattolo appare e scompare tra i grumi di case e gli alberi spogli viaggiando da sinistra a destra, in direzione Firenze. Elsa trema distintamente. Sposta la testa semicalva da una parte all’altra con un movimento lentissimo, pronuncia una parola che nessuno può udire (un invisibile sbuffo di condensa) e si accomoda, infine, su una pace nuova. L’acqua è dappertutto. Il panorama è verde scuro, marrone e arancio triste. Gli occhi bagnati, zuppi. Sente la bocca salata, mentre si destreggia tra le onde, il fiato cortissimo. E un po’ cominciano, sapete, quelle sue gambe e quelle sue braccia lontane, a essere stanche, a farle discretamente male. Ma che importa, da un certo punto di vista. Che cazzo importa più.

Migliorare il sinistro

san miniato nella nebbia 2[…] L’aveva giocato fugacemente ma intensamente dagli undici/dodici ai quindici/sedici anni, il calcio, con gli amici di San Miniato, in campetti dalle porte parallelogrammiformi o all’oratorio vicino casa, dietro via Carducci, su alla Nunziatina, all’inizio della pendenza che portava in centro, cioè in piazza del Popolo, e poi al tragico Duomo e alla Torre di Matilde e alla Rocca – sgretolata dalla guerra e poi ricostruita una quindicina d’anni dopo. Mai stato davvero bravo, ci mancherebbe, manovalanza e non genialità, anni luce distante dall’inarrivabile leggiadria calcistica di un Amedeo Becci (invidiatissimo eroe paesano acquistato dalla Fiorentina nel 1971, un mancinaccio dal tiro secco e la zazzera liverpooliana) ma anche dall’efficacia pedatoria degli amici più predisposti. A causa soprattutto della costituzione fisica non proprio snello-atletica. E di un piede tozzo come quello di un hobbit Sturoi. E di una caviglia rigida tipo quercia. Ma ce l’aveva messa tutta lo stesso. Maglietta attillata di Sivori sempre addosso (non tutti i compleanni erano totalmente inutili), calzettoni giù, pantaloncini neri, scarpette Ferrari incollate ai piedi finché non si sfondavano del tutto – la pubertà costava un occhio della testa. Per un certo periodo aveva vissuto solo per il giuoco, il fútbol, l’interazione uomo-pallone. Meno Topolino e Braccio di Ferro e libri e compiti, più sudate al campo – svegliarsi la mattina e non pensare ad altro che alle corse, agli stop a seguire, ai tunnel, agli incroci dei pali, al pallone. Ce l’aveva messa tutta per migliorarsi e limitare le figuracce, per assurgere a qualcosa di più del ruolo di compagno sgradito e inetto e (non ancora troppo) ciccione a cui non si passa mai la palla o che – succederà sempre – viene schiaffato in porta per il Bene della Squadra e perché tra i pali è (come no) siamo tutti d’accordo Il Più Capace. E l’impegno era stato premiato. Con tanta fatica era nel tempo riuscito a strappare qualcosa al suo destino di mediocrità pallonara. Piccole conquiste. Aveva perfezionato il controllo del pallone sia da fermo che in corsa, in primis, e adesso conduceva la sfera con sicurezza senza allungarsela mai. Aveva aggiunto un paio di finte all’inefficace repertorio di dribbling – alla lentezza non si poteva porre rimedio. Di testa era diventato più preciso, e ora colpiva senza chiudere gli occhi, impavido, con tutta la fronte. Più fluido l’uso della suola. Maggior freddezza davanti al portiere, dribblarlo, piazzarla, impadronirsi dei trucchetti per fregarlo diciamo sette volte su dieci. Tirare meglio di interno ed esterno, a giro, persino col sinistro. Proprio calciare col piede meno abile era diventato, grazie alla pratica, qualcosa di sempre più suo – milioni di podorecettori sensoriali si erano costruiti mattone dopo mattone un cortico-posticino più ampio e confortevole là in alto, oltre lo spinale intricarsi dei nervi, nell’area somestesica primaria controlaterale (cioè a destra), ma non bastava, la sensibilità non racchiudeva l’insieme, non spiegava la complessità. Calciare, destro o sinistro che fosse, era anche movimento e calibrazione cerebellare, grazia, memoria cinestetica, dolore, eccitazione, magia, premonizione. Ogni singolo calcio apriva uno squarcio sul futuro immediato. Nel senso che quando colpivi, cioè durante l’effimero contatto scarpetta-cuoio/piede-sfera, tu sapevi in anticipo – in quell’esatto momento – se il pallone sarebbe finito o no dove l’avevi indirizzato, a quel compagno o in quel corridoio o in quel sette, lo sapevi per certo – pressoché pleonastica appariva sempre la tardiva controprova oculare.

Il calcio, che meraviglia, che sottovalutato potenziale espressivo. Che forza obliterante. Per un periodo a cavallo tra le medie e i primi anni del liceo aveva perfino considerato l’idea di potersi iscrivere un domani a qualche società sportiva della zona e magari cominciare a giocarlo seriamente, sapete, in una squadra vera, in un campionato, con i punti in palio eccetera. Non che si fosse illuso d’esser diventato un calciatore di livello, questo no – non si illudeva mai di nulla, lui, non era il tipo. Ma un difensore discreto e dignitoso – perché no?

Qualcuno glielo diceva senza mezzi termini:

Prova e vedi che tu combini.

Tu faresti senz’altro la tu’ figura!

Ce ne son peggio di te fidati!

Il tipo roccioso, questo avrebbe incarnato. Né più né meno. Baricentro basso. Ben piantato per terra nei contrasti e dunque spesso vittorioso. Non troppo mobile, certo, ma di posizione, calciatore come si dice d’intelligenza tattica. Che capisce prima degli altri dove finisce la palla e compie i movimenti giusti e anticipa gli avversari. Che sa quando spazzare e quando giocarla. Con tecnica in fin dei conti nemmeno disprezzabile. Passetti, tanti piccoli passetti in avanti. Come se davvero dipendesse da lui, come se il lavoro – le ore a scambiarsi il pallone a pentagoni col muro sotto Via Fornace Vecchia e quelle passate a palleggiare – davvero pagasse. Passetti. Subodorava la crescente stima degli amici e si accorgeva di come si fossero rarefatte le volte in cui veniva declassato a portiere. Constatava l’evoluzione. Quindi sì – ci aveva pensato e ripensato. Il calcio. Gli allenamenti sotto l’acqua. Al freddo. Nella mota – la terra sotto le palpebre e nei calzini, la maglia pesante sulla schiena, le scivolate nelle pozzanghere, quella loro gioia semplice. La stanchezza gratificante del dopo, la pace di muscoli tirati all’eccesso. Stare bene per aver dato tutto. La vittoria, sì, ma anche la bellezza del gesto. L’estetica. Preferire un ardito tentativo, un assolo dissonante/sperimentale, alla noiosa sicurezza di un atto semplice e pratico. L’artista che a un certo punto strappa lo spartito. Preferire (scelte che lui non poteva certo concedersi ma che sognava, perché il calcio era quella cosa lì) un doppio tunnel in un angolo di campo al tiro improvvisato che per un gran colpo di culo – il vento, i rimbalzi atipici, l’indeterminismo quantistico – s’infila nel sette strappando applausi immeritati. La vita nello spogliatoio. Le battute bruttine della gente reale. Far parte di un gruppo. Farsi amici veri. Le festose partite della domenica pomeriggio – quante volte era andato con Matteo e il Di Gennaro a vedere le gare del San Miniato nel campo sportivo di Santa Maria al Fortino davanti al Marconi? Quante volte aveva desiderato poter essere al di là della rete, e non sul poggio assieme alla nutrita tifoseria (cioè l’intero paese)? Stare dentro al rettangolo di righe di gesso e partecipare, incidere – per novanta minuti e passa tener la testa fuori dall’asfissia metacognitiva del quotidiano. E magari suo padre, il babbo, che guardava solo le partite della Nazionale, magari quelle domeniche nebbiose e stranianti si sarebbe qualche volta dimenticato del cimitero e dei genitori sconosciuti e della settimana tossica in conceria – quella passata, quella incipiente – e l’avrebbe seguito di campo in campo e perché no incitato e perché no avrebbe dimostrato di credere in lui e perché no perché no […]

Halloween

sì2Il chiacchiericcio sale man mano che s’approssima alla scena ed è punteggiato di lemmi brutali. Fuorigioco, festa, motore diesel. Circa l’80% dei colli è curvato in avanti in modo anche solo impercettibile. Vede la porta spalancata, ma lungo il vialetto che allaccia la casa all’asfalto umido, traversando un giardino d’Irlanda, nessuno. La bestia dal nome latino se ne sta mogia mogia in un angolo. Pioviggina da un paio di giorni, dall’esatto attimo del corpo volato giù dall’impalcatura. Pensa ai caschi, al rugby. Allucina la frenesia pre-impatto, le leste e vane strategie d’atterraggio. Si può davvero decidere cosa pensare? La tipa che lo saluta si chiama Marta ed era in classe con lui alle elementari – la pelle è floscia, l’essenza persevera. Prevale il nero, nella sana sfocatura di un attimo, esistono macchie viola e blu scuro, esistono piedi mogano e capelli bianchi, lucidi d’acqua. Lo conosceva? Solo di vista. Conosce la figlia grande, un po’. La folla cresce e moltiplica le digressioni, si stringe mani e corpi, e lui s’avvicina a due ragazzi e dice ciao. Nient’altro. Poi quattro energumeni ben vestiti sbucano dalla porta con l’ottagono caricato sulle spalle. La bestia si desta e prende ad abbaiare. La folla tace all’unisono, quasi avesse colto. Esce la moglie, nullificata, sorretta dalle figlie. Pensa alla sua mattinata, alle firme, alle scelte – che indossare? Come sistemarsi i capelli? Atto dopo atto è sempre più vero. La macchina trema e parte, piano, la folla con gli ombrelli e le lenti scure si fa solco, sfinita coda di rettile. La bestia s’affaccia alla ringhiera del giardino e abbaia, un grido antico, un bestemmiare informe. Il tragitto è breve, la camminata troppo comoda. Vede il traffico fermo di lato, i vetri di gocce, tizi che fissano schermi bianchi o recitano la croce. Chi porterà da qui in avanti la bestia a pisciare? La pioggia picchia più forte. Davanti a Santa Chiara, una ragazza viaggia in direzione contraria spingendo svelta un passeggino sigillato. Passano davanti alla Nunziatina, al pesciaio chiacchierone, a Baldo. Teschi-maschera, zucche e libri splatter per ragazzi luccicano nella vetrina del negozio di giocattoli. Cammina accanto a un’anziana che incalza la melodia insignificante del prete. Gloria a te signore. Gloria a te signore. La macchina calpesta la piazza della chiesa e si fa spazio tra la gente in attesa. Le campane rintoccano, l’abbaiare è lontano. Sale i pochi scalini e si ferma sulla soglia, incerto, una mano sulla testa zuppa. Tutto porta alla sua resa.

Lime, Silex, Iron, Alumina

Il freddo di Bàuli sale a ondate dalla valle, scudiscia i cipressi in fila sulla ripa, striscia sui panni appesi. Esala un’aria fredda che pare antica di secoli: sarà il buio misterioso della gola, quel buio animato di leprotti, dove conigli selvatici e serpenti frusciano tra il vilucchio e la borragine, dove i gufi e i barbagianni vigilano dai rami luccicanti dei faggi, e i pipistrelli si tuffano e riemergono in un continuo strambare; un buio scevro d’umani, primitivo e selvaggio, perfetto: sarà quel buio intatto a raggelare l’aria che ne spira, e reca il sollievo d’estate sulle soglie delle case che solcano i colli d’intorno, e di quelle, rade, che punteggiano la spianata allo sfociare della stretta gola. Sì, dev’essere quel buio che sopravvive al volgere degli anni e custodisce ancora i suoi misteri, impenetrabile ai più avanzati code crackers, alle incursioni della scienza, alle pretese di decrittare i più minuti brandelli di significato.

C’ero andato, da giovane, a vedere coi miei occhi la fonte misteriosa degli antichi racconti: quella polla fetida, uno specchio d’acqua nero e respingente, indefinitamente ostile, che s’apriva improvviso e alieno nel verde odoroso dei campi rigonfi d’erba medica. Un’acqua ch’era detta prodigiosa come rimedio nelle affezioni artritiche, tramandata di bocca in bocca e nella leggenda potenziata, ingigantita, santificata, fattasi nei decenni panacea, resa magica pozione dal popolo credulone e fesso. La diceria s’era trascinata fino ad arenarsi agli albori del secolo passato, custodita dalle vecchie sedute nei cantucci delle cucine come un pericoloso segreto da negare ai possessori della plastica: un retaggio stregonesco mai completamente obliterato, che serpeggiava pronto a rivelarsi alle orecchie degli eletti, dei disperati. C’ero andato, condotto da una vecchia rattrappita, piccina, una vecchia strega da fiaba, che però non ricordo chi fosse, forse mia nonna, forse una vicina, forse un fantasma: ricordo di lei solo la figura ingobbita, il grosso crocifisso che le spuntava dalla veste a ogni passo, la pelle ruvida, allentata e molliccia – un ramarro – della mano che mi guidava. Vi giunsi come in sogno, incerto sulla strada percorsa, spaesato: la polla ristagnava, immota nel vasto pomeriggio, e tutto era silenzio. La vecchia aveva tirato fuori una bottiglia da una sporta che teneva a tracolla – una bottiglia di plastica – e l’aveva immersa nell’acqua nera, penetrando lo specchio misterioso con la sua mano di ramarro, facendocela sparire dentro tra le bolle d’aria che gorgogliavano tutt’intorno. Avevo pensato che avrei dovuto toccarla di nuovo, quella mano sprofondata nell’arcano, e subito ero stato colto da un’angoscia spaventosa. Ero rimasto però a guardare fin quando la vecchia non aveva sollevato la bottiglia colma di quella strana pozione: attraverso la plastica osservavo quell’acqua torbida e granulosa che vorticava appena, sentendomi instabile sul terreno, smanioso di abbandonare quei campi così verdi e silenziosi, di tornare sulla strada asfaltata e vedere le macchine passare, chiudermi in casa. La vecchia, con un movimento lento e solenne, s’era portata la bottiglia all’altezza del volto: adesso la beve, adesso la beve, avevo pensato in preda all’orrore, ma la vecchia s’era versata un po’ di quell’acqua sulla fronte, facendosi con la mano libera ripetuti segni della croce, biasciando una litania incomprensibile. L’acqua le era colata sulla faccia grinzosa, lungo le profonde fosse della pelle, fin sotto il mento, giù dentro la scollatura dov’era acquattato il crocifisso. Non ricordo cos’era successo dopo, com’ero tornato a casa; ma per lungo tempo, in seguito, m’ero più volte svegliato a mezza notte, sudato, tremante, terrorizzato dagli occhi della vecchia che mi scrutavano da quella faccia bagnata, una faccia dalla pelle che si scioglieva e colava a terra, lasciando scoperte le ossa del cranio bianche, lisce, un teschio ghignante, scaleno, con dentro quegli occhi catarrosi di vecchia persistenti, così vicini e reali.

Silica, Alumina, Lime, Oxide of iron: il giovane Michael Faraday nel suo laboratorio londinese annota le quantità sul suo taccuino. Un giovane studioso, volenteroso ma insicuro:  quelle mani che ancora un po’ gli tremano hanno aperto una boccetta ben sigillata che sembrava contenere acqua. Il contenuto è stato essiccato, trattato, analizzato, ed ecco che il mistero s’incarna e subito muore. La boccetta ha viaggiato fino a Londra, trasportata chissà come, chissà da chi: la duchessa di Montrose l’ha ricevuta dal marchese Ridolfi, l’ha affidata a Sir Humphry Davy della Royal Institution, il quale ha concesso l’onore di analizzarne il contenuto a quel giovanotto timido e impaziente, che più che un gentleman sembra un cameriere. Faraday non è ancora Faraday: balbetta, trema, scarabocchia e cancella, annota, rilegge, corregge; frantuma vetrini, rischia più volte di disperdere il prezioso coagulo, il freddo di Londra che entra dalle finestre mal chiuse del laboratorio lo fa starnutire – trattieni lo starnuto Michael, sposta la testa di lato, raccogli la polvere, attento. Sì, sembra davvero un cameriere: goffo, ridicolo, impacciato, ma è la sua prima analisi importante, c’è da capirlo. Quell’acqua limacciosa, quella soluzione filtrata, proviene dallo specchio nero di Santa Gonda, “situated in a laguna in the corner of a field near the high road to Pisa, which divides the plain called La Catena from the mountains of Cigoli and San Miniato”.

I campi d’erba medica si srotolano a coprire le pendici di Cigoli, fin giù nella morbida gola di Bàuli che riposa, per poi cavalcare la ritta pettata su verso San Miniato; di sera m’affaccio a guardare lo stretto valloncello da dove risale il fresco, riposando gli occhi fiaccati. I campi arruffati, gli orti che sembrano riproduzioni in scala di grandi coltivazioni, le strisce d’arida terra che s’insinuano come lingue allappate tra gli oliveti, i fossi che zigzagano giù lungo i vigneti sparsi; e le piccole mandrie disseminate sui minuscoli colli, talvolta un gregge sparuto di pecore grigie belanti, coi cani scuri attenti, pazienti e sicuri. Ho provato a volte a individuare la pozza misteriosa – chissà se ancora esiste – ma non riesco mai a ricordare il luogo preciso: dall’alto non vedo ristagni o specchi d’acqua, ma solo gli orti, le microscopiche piantagioni, la stretta via che scorre in mezzo. Un luogo perduto nel passato, forse un sogno o un’allucinazione, la fantasia di un bambino disturbato: così penso adesso, tornando a ricordare la vecchia dagli occhi terribili, un lampo, un’associazione casuale d’idee, il fresco di Bàuli, Santa Gonda, ecco il nome, un nome antico, affascinante, Santa Gonda, penso, e tutto riprende forma, è esistito davvero, esiste forse ancora laggiù, annidato nel buio, il sinistro pozzo d’acqua miracolosa che ristagna nella notte tra i lugubri ululati dei cani alla catena nei poderi e i miagolii dei gatti azzuffati. Santa Gonda: un nome, una formula magica, un brivido sulla mia pelle di bambino, voglio andare a Santa Gonda, alla fonte miracolosa, la mano-ramarro, il crocifisso, quel teschio spettrale, chi era quella vecchia? Un fantasma, una morta, la strega delle fiabe. Santa Gonda.

“The mountains of Cigoli and San Miniato”, questi poggetti che toccano un’altitudine di cento, centocinquanta metri scarsi e che non vedono neve se non una volta ogni quindici anni: no, nemmeno nel 1815 potevano sembrare delle vere e proprie montagne, ma così scriveva il marchese Ridolfi. Michael Faraday, accidenti, niente aveva potuto contro la creduloneria del popolo inebetito. Non c’era nessuna magia, nessun miracolo: solo una reazione chimica, due sorgenti d’acqua a temperature diverse che s’incontrano e producono idrossido di calcio, una pozza dal fondo limaccioso, comparsa su un terreno dal passato vulcanico. Ma più di cento anni dopo il popolo scemo ancora ne parlava a mezza voce, come se solo pronunciare a voce alta quel toponimo fosse tabù: il retaggio stregonesco ancora imbrigliava quella povera gente di campagna. Santa Gonda era un luogo prodigioso, misterioso, religioso. Lime, Silex, Iron, Alumina, annotava il giovane Faraday sul suo taccuino, nel freddo di Londra: per niente, per nessuno, dimenticato nei secoli, sconfitto dalla superstizione.

La notte riposa compatta su Bàuli, quasi un sigillo: sul campanile di Cigoli è rintoccata l’ora e i gatti sono tutti scappati; due cani latrano a intervalli regolari, a turno, da due poderi distanti, alla deriva nell’oscurità immensa della gola; le ossa di Faraday si consumano da centocinquant’anni nella grassa terra del West Cemetery di Highgate; ed eccomi qui, in piedi sulla soglia, a rilassare gli occhi dentro il nero di Bàuli, laggiù da dove sale il fresco: chissà se esiste ancora la pozza di Santa Gonda, sotto questa gomma nera. Ma quella vecchia, quella vecchia che mi aveva condotto per mano a Santa Gonda… no, quella vecchia non era mia nonna, e forse nemmeno una mia vicina: quella vecchia è ormai una faccia lontana, un teschio lucente con un ghigno in tralice, che mi scruta ancora oggi con due occhi melmosi e cattivi.

Materia d’infanzia

Sotto l’occhio impassibile del cielo s’avvicendano stagioni, calde e odorose come pere cotte in forno o umide e buie come vecchie cantine. La materia dell’infanzia è una polvere sottile, un rapido sentore di muffe in formazione, e sono carte da parati che si sfaldano appena alle attaccature, divani dai cuscini allentati e moquette arruffate sulle quali avvengono battaglie d’eserciti verdi e grigi, corse d’automobili colorate e naufragi. Tra le fila dei battaglioni che si fronteggiano nei pomeriggi sconfinati i più sono malconci: a chi manca un piede, a chi un braccio, a chi la testa; alcuni puntano fucili mozzati, sollevano monchi mortai, scagliano bombe a mano morsicate. Le automobili hanno lunghi graffi sulla carrozzeria, specchietti divelti, pneumatici penzolanti: alcune disegnano traiettorie a serpentina, altre restano impigliate nei riccioli acrilici, altre ancora cadono da spaventosi e soffici dirupi. E in mezzo alle corse, agli assalti, alle battaglie, vanno le grida dei corsari all’arrembaggio dei galeoni alla fonda negli oceani di lanugine. Poi è la mela grattugiata che diventa una polta dorata sotto le mani ramose della nonna, il pomodoro odoroso d’orto che si sfa in ondate di rosso sulla mollica, è l’acqua zuccherata da bere fresca e la caramella quadrata all’orzo Fallani che il nonno ha portato dal circolino. Oltre la ramata che intrappola i polli, oltre la gialla tracimazione del calicanto sulla staccionata dirimpetto, i campi sono praterie selvagge, foreste gonfie d’animali nascosti e piante intricate. Un rudere di chiesetta inselvatichito che spicca rosso tra filari di vite e alberi di ciliegio è un inespugnabile fortilizio; su un estradosso scarnito s’erge a pinnacolo un minuto cipresso che v’ha preso dimora. Qualcuno si calerà fin dentro la cripta, da uno squarcio nero rinvenuto nell’ammattonato della diruta cappella tra balle di fieno e bigonce di stallatico messe a magazzino, e ne risalirà brandendo un certo osso misterioso d’animale, o forse addirittura un femore umano.

In un altro angolo di questa mia casa antica esiste invece una foresta pluviale che nel rigoglio della vegetazione sintetica nasconde piramidi maya in disfacimento, costruite accatastando i grandi e rigidi cuscini di gommapiuma che compongono i divani del salotto saturo di moquette e carta da parati. Vi si scorgono alle volte strutture effimere alte due o anche tre piani, con colonne, architravi, pavimenti e soffitti in gommapiuma; queste costruzioni sono erette nello spazio d’un mattino, e scompaiono immancabilmente dopo l’ora di merenda, quando la nonna protrude i rami nodosi ad agguantare le persiane che tagliano a fette la stanza nel tramonto. Questa è l’ora in cui i campi profumano di fresco, e i contadini accendono il fuoco sotto le ramaglie affastellate, liberando lunghi drappeggi di fumo bianco che s’arrampicano nel cielo smaltato; i falò che spuntano a infiocchettare la campagna scoppiettano di scintille e rilasciano un odore robusto di legno, che fa venire in mente le antiche cucine delle coloniche, le grandi cucine dagli immensi focolari sempre caldi e sudici d’una fuliggine pervicace.

Una di queste coloniche, ormai mezza crollata, si va consumando poco oltre la recinzione della mia vecchia casa: brandelli di muro oggi s’elevano dall’intrico vegetale d’un campo incolto, e sorreggono da una sola estremità le lunghe travi collassate nello sfacelo dell’interno. A osservarla dall’alto, la vecchia colonica sembra una balena esanime dalla groppa squarciata, venuta chissà come a spiaggiarsi al bordo d’una trafficata statale. Sparsi pioppi ne vegliano la carcassa, e in primavera le fanno omaggio d’una soffice peluria bianca; un albero spunta addirittura dall’interno della stalla semidistrutta, a dilungare le folte braccia contorte lassù dove un tempo s’abbarbicava il tetto embricato d’un bel tenné. L’intonaco mezzo franato ha scoperto lo scheletro di terracotta, dove brulica un barbaglio di lucertole nei giorni assolati; i piccioni invece si sono impadroniti dei luoghi più alti, e li si vede spesso ciondolare pensierosi sui cornicioni crepati, sui davanzali delle accecate finestre.

Eppure la casa viveva d’umani un tempo, e portava fiera l’aura fascinosa d’una cura minimale, d’una rovina trattenuta in un controllato disgregare. Sembrava che i superstiti abitanti di quell’antico casolare avessero misurato il futuro che restava loro davanti, lasciando che la costruzione s’acciaccasse di pari passo con loro: così la pelle che s’aggrinziva sul volto adusto dell’agricoltore la si poteva rivedere nella fitta ragnatura della malta in facciata, l’artrosi che incartocciava l’attempata contadina la s’intuiva nelle persiane sfogliate che cigolavano sui cardini allentati, e i vetri sempre più unti e appannati ricordavano i loro occhi umidicci e velati dalla cataratta. Sbollature, incrostazioni e muffe che infestavano quei muri apparivano allora come malattie organiche, cancrene che intaccavano un corpo vivente; nelle calme notti di prima estate, quando larghe maree di lucciole invadevano i campi scrosciando fino ai suoi muri in una risacca luminosa, la colonica sembrava quasi esalare un suo proprio sottile respiro, un ansito cadenzato d’anziano in sofferente riposo.

Capitavo spesso sull’aia, sbucando dal fosso che separava i campi dal nostro cortile; le galline si disperdevano a ventaglio appena mi vedevano, per poi raggomitolarsi poco più avanti, a pericolo scampato. Nella vecchia stalla adibita a dispensa, rimasta senza portone, oltre l’arco d’ingresso s’intravedevano nell’umida oscurità verdura e frutta stipate in cassette di legno, panieri colmi di uova fresche, salumi appesi, trecce d’agli e cipolle fissate a vari attaccagnoli, e d’estate certi bei pomodori grossi come zucche, rossi, odorosi, talmente lucidi da sembrare di ceramica; non era raro che la contadina, vedendomi fare capolino, m’offrisse una di quelle sculture perfette, porgendomela col suo artiglio deforme. E nonostante la voglia di addentare quell’invitante e sugoso pomodoro, il ribrezzo che mi montava alla vista delle dita nocchiute che lo stringevano mi faceva ogni volta declinare l’offerta, lasciandomi un vago senso di sconfitta. Così un mattino d’afa sbucai dal fosso e la vecchia era là, sempre nascosta tra le ceste traboccanti, seduta su un panchetto a spuntare dei fagiolini che teneva raccolti in grembo. Sopra un banconcello, sistemati su un largo canovaccio, c’erano quei grossi pomodori che non avevo mai assaggiato. M’inventai d’aver visto una gallina impigliata nella rete dei fagiolini, laggiù nell’orto, mentre passeggiavo; strillava come un bambino, dissi alla contadina, sembrava che si stesse strozzando. Non so se mi credette, ma tenendosi le cocche del grembiule s’alzò e finalmente abbandonò l’umido deposito; appena scomparve dietro l’angolo, mi tuffai nell’oscurità e afferrai un pomodoro fresco e carnoso; corsi col pomodoro in mano dal lato opposto della casa, ma fatti pochi passi incespicai in una buchetta e cascai con le ginocchia dentro qualcosa di molle. Un pulviscolo di mosconi ronzanti m’avvolse e sfumò via. C’era uno strano odore dolciastro e untuoso che non avevo mai sentito, un odore che m’incuriosiva e repelleva allo stesso tempo. Poi, ancor prima di capire dov’ero caduto, vidi quattro minuscoli cavallini rosa che penzolavano legati con delle cordicelle a un ferro rugginoso che spuntava dal muro. Li vidi proprio così: erano quattro cavallini senza coda e senza criniera, non più grandi d’un gatto, con una mostruosa testa rossa dagli occhi sporgenti, che stavano appesi all’ingiù. La buchetta dov’ero caduto era ricolma d’una massa informe e variopinta: vi s’intuivano bulbi biancastri, brandelli giallognoli, fagotti bruni e callosi, lunghi tubi intrecciati, e certe cose che sembravano meduse, cappelle di fungo, palloncini riempiti d’acqua, cuffie per capelli, asciugamani bagnati, gomitoli di lana, palloni sgonfi. Quando m’accorsi di stringere in mano il pomodoro ormai spappolato potei sentire montarmi dentro come dell’acqua in ebollizione, e piansi, piansi fin quando la vecchia contadina col suo artiglio m’afferrò per un braccio e mi tirò fuori da quell’inesplicabile ammasso di materia.