Viva Cencio’s

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Happiness is the absence of unpleasant information
W. T. Vollmann,
Europe Central

Bretella borbotta qualcosa che in ritardo, e solo grazie al contesto (per i cristalli liquidi sul cruscotto sono le 22.37), decodifico come un È troppo presto. Così sostiamo per un drink. Al Pinocchio, la statale brilla di pioggia recente, l’aria è nuova e profuma vagamente di petardi, quasi fosse l’ultimo dell’anno. Ma è solo ottobre. Solo un ordinario venerdì notte di ottobre dei primi Duemila in cui scusate tanto ma proviamo a vivere. Nel bar, tre o quattro vecchi parlottano di fronte allo schermo CRT, che riverbera la nettezza di scene già immortali, già Storia, e una donnina dalla testa glassata riassetta tavolini sul fondo. Bretella e io prendiamo una Sprite piccola, Michelone va su una Pepsi media. Parliamo di lavoro, di motori a scoppio, di un viaggio da sempre sognato. A un certo punto, ammezzando la parola Antipodi, Michelone si mette una mano sulla bocca e starnutisce. Il barista dice Salute. Dalla sommità del suo 1 e 99 Michelone ringrazia e gli chiede se per caso conosce o ha mai sentito qualcosa del grande compositore sovietico Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич. Il barista finge di rimuginarci un po’ su e risponde di no e ci fissa, me e Bretella, abbracciandoci con un tenerissimo sorriso.

Michelone scuote la grossa testa rasata.

La zona industriale di Prato – che raggiungiamo in una cinquantina di minuti di FIPILI uscendo a Signa – è umidiccia, cupa e un po’ Strange Days, se capite che intendo. Alterna tetri capannoni lunghi 200 m a poligoni depressi di arbusti secchi, stagni sempiterni e cumuli di lavatrici gettate. Sotto il bagliore ocra di sparuti lampioni le macchine brulicano bramando parcheggio, e qua e là grappoli di giovanotti inalano in gran segreto quantitativi pazzeschi di buon tabacco rollato. Michelone, fischiettando l’Opus 110 (1), piazza la Punto di sguincio su un marciapiede lontano dall’entrata. Ci avviamo a buon passo, Bretella primo, Michelone in mezzo, io ultimo. Bretella veste un bomber verde militare; Michelone, alto e pure obeso, il solito giacchetto di jeans taglia M comprato in età prepuberale. In coda all’entrata, la tessera in mano, Bretella butta lì di averla vista a Firenze la domenica passata con uno dalla nuca tatuata. Usa sempre l’oro come termine di paragone per i capelli biondi, il marmo per evocare la consistenza di, insomma, ci siamo intesi. Michelone, che l’ha beccata diverse volte pure lui, ribadisce che è bella, ideale, noumenica, quasi come Elena Konstantinovskaya – comunque notoriamente mora.

Il locale si presenta come il solito sterminato scatolone pigiato di corpi e potenzialità. I muri svettanti sono pennellati di murales, il soffitto è grigio nebbia, il pavimento una colata di solido petrolio. Un’incisione nuova sull’intonaco a destra dell’entrata: WE ARE THE ENEMIES OF REALITY. Nelle luci svelte, sotto la palla a specchi, a ritmo di musica saettano sulla pista da ballo (2) sagome oblique, braccia arrese, raggiere di capelli. Facciamo un giro perlustrativo, salutiamo vecchi amici, gente che scende settimanalmente l’appennino o che viene addirittura dal senese, poi andiamo sul primo drink. Gli aerei, la polvere, le imminenti contromosse. Può la fine cominciare di venerdì notte? Prendiamo tre aranciate San Pellegrino belle frizzanti. Al freigeist di Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич! urla stentoreo Michelone al momento del brindisi. Mi volto dall’altra parte, forse imbarazzato, forse cercandola nella calca. Una buona metà dei maschi porta un dolcevita. Le ragazze gonne, jeans, pullover trendy, stivali luccicanti di stelline incastonate. Stanno passando It’s raining men di Geri Halliwell quando (mi pare) Bretella in punta di piedi chiede sussurrando a Michelone se per caso l’ha già vista da qualche parte.

Michelone, a cui da lassù niente sfugge mai, scuote la testa.

Ci fermano Manuela e Irene ragguagliandoci sul loro ultimo viaggio. Finiti gli esami i primi di settembre, sono state in Marocco e si sono stradivertite. Sequestro Manuela, le offro una gassosa e la guardo avvicinare il bicchiere alla bocca: ha delle mani davvero belle. Mi faccio spiegare per bene quando sono partite, quanto sono rimaste, le chiedo se sa che in inglese Marocco si dice Morocco con la O. Con un occhio ne guardo le labbra espandersi e ritrarsi (danza di medusa), con l’altro, a metri di distanza, nella penombra, ancora Michelone e Bretella confabulare – Irene annoiata che si mangiucchia le unghie. I suoi capelli dorati, le forme – dicono – marmoree. E se il mondo esplodesse prima che io…? Manuela, il fiato tanto dolce da stuccare, prosegue torrenzialmente citando certi tè marocchini alla menta a sentir lei troppo goduriosi, finché con zero tatto Michelone, Bretella e Irene si avvicinano, ci propinano qualche sciocchezza e ordinano a loro volta. Michelone solleva la pinta di Pepsi (dalla manica del minigiacchetto di jeans sbucano 50 cm di lana acrilica) e, mentre le Lollipop cantano Down down down, grida: All’integerrimo Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич! Qui Irene lo fissa come di solito si fissano quelli con la corteccia prefrontale anche solo in parte lesionata (trauma, ictus, etc.) e gli chiede che diavolo stia blaterando. Michelone scuote la grossa capoccia e finisce il drink in una lunga chiassosa sorsata (3).

Manuela e Irene si dileguano con un lapidario Ci becchiamo dopo. Così ordiniamo una Pepsi grande a testa e ci immettiamo nel flusso compiendo senza fretta quattro o cinque rivoluzioni attorno al bar. C’è un istante, solo un istante, in cui vorrei chiedere loro se dopo quel martedì di quasi un mese fa non sono ancora un minimo, come dire, turbati, frenati. Se non hanno paura. Ma lascio subito perdere. Ci intratteniamo con un gruppo di ragazzi di Galciana conosciuti tempo fa, tutti trentenni sostanzialmente bassi e baffuti, i quali non fanno a tempo a offrirci delle Mentos che subito ci snocciolano l’elenco eccitato, convulso e chiaramente posticcio degli avvistamenti serali. Sulla tribunetta laterale, al buio, avvinghiata a uno. A ballare come una pazza. Allo specchio del bagno per una controllatina al trucco. A cantare Infinito di Raf (ormai un classico del DJ set) con le amiche. Michelone e Bretella ascoltano annuendo, gli occhi umidi che quasi vedono, quasi configurano, i piedi che fanno piccoli e frenetici scarti avanti e indietro. Michelone è solleticato dal mero concetto. L’elettrauto/meccanico Bretella ci fa invece proprio quel tipo di pensierini pratici.

Nel bel mezzo della serata mi ritrovo da solo a marciare nella fiumana. Capto battute, risate, frasi sintatticamente elementari. Lancio occhiate. Saluto altri samminiatesi – compaesani conosciuti qua dentro. Saluto il sosia di Boy George, icona del locale, nel suo impeccabile completo bianco latte. Saluto Mario il Barzilli e Luana di Pistoia. Le casse sovrastanti pompano prima una perfetta Livin’ la vida loca di Ricky Martin, poi Madonna, Backstreet Boys, Britney Spears. Vedo un ragazzo inciampare e sversare sul linoleum mezzo litro di succo alla pera, una scena che – sarà per il colorino mesto del succo – mi ricorda un po’, insomma, dai, ci siamo capiti. Becco Manuela a confidarsi con un tipo dal pizzetto disegnato a carboncino e per un attimo invidio sia lui che lei, l’intesa rapida, l’incoscienza fertile. Niente aerei, polvere, escalation potenziali. Bionda. Questo conta. Necessariamente bionda. Come l’oro. Come miele d’acacia. Come il sole nel miglior giorno d’estate della vostra gioventù. D’impulso seguo le bionde, tutte, pure le castano chiare, le tallono zigzagando nella massa e le supero per poi voltarmi e valutare – dissimulando l’interesse – se i connotati possano anche solo sperare di corrispondere alle chiacchiere, al mito. Non ottengo granché. Prendo una Sprite media. Nell’udire Bailamos di Enrique Iglesias penso dissonantemente e mio malgrado alla figura stoica di Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич, penso a tempi in bianco e nero, penso a impietose circolarità.

Poi le teste sulla sinistra scattano all’unisono puntando come cani da ferma il centro della pista da ballo, sotto la palla a specchi. E nella fragorosa cascata che è diventato il mormorio circostante soffoca per sempre l’incipit di I’m Outta love di Anastacia. Gli indici tesi, polarizzati, la meraviglia che s’addensa lesta fra mille raggi diagonali viola e verdi. La mia vita sta per cambiare. Appoggio il bicchiere su un tavolino, drizzo il colletto della camicia alla boscaiola Energie, inspiro forte, mi inoltro nel groviglio di braccia e gambe. Vedere è un passaggio. Un salto di qualità. Mi faccio largo a spintarelle e chiedo scusa, ringrazio. Posso? Mi è concesso? Esigo prove decisive, sapete – la verifica fattuale della nostra possibile compresenza. Michelone il filosofo, Bretella il pruriginoso, ogni singola benedetta anima di queste notti transreali. Voglio partecipare, condividere. Essere come loro. Avanzo, mi lascio indietro la contingenza delle voci e i miei affanni cosmici, ormai miseri bisbigli, rimuovo le immagini e le sovrimpressioni tragiche della CNN (quel font duro), mi dissocio progressivamente dall’insieme vertiginoso di tutti i nostri spenti giorni di morchia, noia e teorie. Urto schiene, pesto piedi, scorgo bocche estatiche e mute. Avanzo, sempre più leggero, il battito diradato all’eccesso, e comincio a intravedere qua e là suoi brandelli nelle brevi fessure tra i giovani corpi mobili, e già deduco, già realizzo, la forma completa, l’intero, l’unico futuro che possiamo davvero sopportare. Sono quasi là.

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(1) Lo so perché me l’ha detto lui: se fossi un narratore onnisciente tutto questo, del resto, non avrebbe alcun senso.

(2) C’è un’altra pista, più intima, al piano di sopra. La evitiamo: musica troppo commerciale.

(3) Il severamente fuori corso in Filosofia e Linguaggi della Modernità Michele “Michelone” Barsotti di Balconevisi (PI) ha letto otto volte Europe Central di tale William T. Vollmann e ci è entrato in fissa. Il problema non è in sé la fissa su EC. Il problema, per chi lo frequenta, è la sua fissa di rendere manifesta la sua fissa.

Organisti

Ci sono giorni che segnano uno spartiacque nella storia, dando vita a un prima e un dopo completamente diversi. L’undici settembre, il giorno in cui il mondo è cambiato per sempre, lo ricordo ancora in modo chiaro: tutti noi ci ricordiamo cosa stavamo facendo nel momento esatto in cui ci fu il primo e più spettacolare attacco, la famosa esplosione che ci catapultò in questa nuova era di paura, diffidenza e odio. Io ero dietro casa all’Ontraino a rovistare nella vecchia rimessa, cercando del materiale che fosse utile per il mio intento: costruire una pedana per il gioco del Go. Mentre frugavo tra le cataste di cianfrusaglie si affacciò mia madre: ricordo ancora la sua espressione, gli occhi che non stavano fermi, la bocca che cercava di dire qualcosa senza riuscirci. Più ancora delle immagini che avrei visto come tutti in televisione di lì a poco, se ripenso a quel primo fatidico attacco è questo che mi torna in mente: l’esile figura di mia madre stagliata contro il chiaro alle sue spalle, incorniciata nella porta della rimessa, con una maschera d’incredulità e smarrimento sul volto.
Ma la distruzione che osservavamo in televisione sulle prime ci sembrò finta – un film, un effetto speciale, un elaborato lavoro di computer grafica; ci rifacevamo a ciò che nella nostra esperienza somigliava di più a quelle immagini, che sarebbero diventate così comuni negli anni seguenti, ma che in quel momento non riuscivamo ad associare a qualcosa di esistente, di vero – un luogo preciso, dei morti reali, un fatto storico di portata epocale. Le macerie fumanti, i corpi dilaniati, le riprese dall’alto che ci precipitavano in un inferno di polvere e sangue, e qua e là dell’oro che ancora brillava, i marmi lucenti che splendevano inerti, tutto era così straniante, così fantastico, che stentavamo a comprendere a fondo quello che stavamo vedendo. San Pietro pareva un angelo ferito a morte accasciatosi esanime al suolo, la schiena dilaniata, le ali lacerate; la prima esplosione aveva fatto crollare buona parte della cupola, e il transetto settentrionale era un’immensa voragine. E mentre guardavamo stupefatti, come in sogno, ecco all’improvviso la seconda esplosione, quella che avrebbe devastato il transetto meridionale, mentre i soccorritori erano ancora dentro a cercare superstiti; era tutto ancora così lontano da noi, così inafferrabile e irreale, che quando la cupola franò per intero provammo come un brivido di appagamento, quasi come se fossimo al cinema. Fu quando giunsero le notizie che anche a Santa Maria Maggiore e a San Giovanni in Laterano c’erano state esplosioni che qualcosa di diverso iniziò a radicarsi in noi. Ci sentimmo accerchiati, stretti in una morsa invisibile e potentissima, come se le pareti delle nostre case ci stessero stritolando. Era l’angoscia; era, ancora sotto una nebbia indistinta di sensazioni, la paura, quella paura che sarebbe cresciuta giorno dopo giorno, anno dopo anno, trasformando per sempre il mondo intorno e dentro di noi.

Nel gioco del Go si fronteggiano pedine bianche e pedine nere: l’obiettivo è quello di sopraffare il nemico, conquistare il suo territorio, catturare le sue pedine circondandole. È un gioco di strategia che somiglia a una guerra, dove i buoni e i cattivi sono ben riconoscibili in base al loro colore; la guerra che stiamo combattendo oggi invece è diversa: non ci sono certezze, non si può capire chi è il nemico soltanto dal suo colore.

La prima volta che sentii parlare degli organisti fu la notte dell’undici settembre, quella notte che tutti passammo insonni attaccati alla TV per capire cosa stesse succedendo al nostro vecchio mondo. All’inizio la dinamica dell’attacco non era chiara, ma man mano che le notizie si susseguivano divenne evidente che le esplosioni all’interno delle basiliche erano avvenute in prossimità dei grandi e antichi organi. I pochi superstiti ancora in grado di raccontare qualcosa erano concordi nell’affermare che subito prima delle esplosioni gli organi stessero suonando, ma nessuno ricordava nient’altro. “È stato lui…” aveva detto una testimone, una soltanto, un’anziana pellegrina che era da poco entrata in San Giovanni; lo aveva detto al giornalista che la intervistava mentre veniva caricata su un’ambulanza, “…è stato l’organista”, aveva detto, senza aggiungere altro. Solo durante la notte iniziò a diffondersi la voce che gli investigatori stavano seguendo una traccia precisa: nell’abitazione di uno degli organisti in servizio a Santa Maria Maggiore erano state rinvenute delle grosse canne labiali di metallo che all’interno dei corpi cavi nascondevano materiali esplosivi. Quei rudimentali ordigni, come sappiamo, sarebbero poi diventati tristemente famosi in breve tempo.
I mesi che seguirono a quei primi, lontani attentati furono una sorta di corso accelerato di storia contemporanea: tutti sentimmo parlare per la prima volta del WAF, il World Atheistic Front, e delle mille forme che il movimento assumeva all’interno dei diversi stati. Man mano che il tempo passava e gli attacchi si succedevano, divenne chiara la matrice della guerra che si stava combattendo: tutti gli attentati avvenivano all’interno di luoghi di culto, sempre con esplosioni in prossimità dei grandi organi. La rete inestricabile di organizzazioni ateiste doveva essersi organizzata in silenzio per lungo tempo, insinuando i suoi gangli distruttivi fin dentro i luoghi più insospettabili: migliaia di guerrieri senzadio si erano nascosti per anni all’interno delle accademie musicali, avevano imparato a suonare l’organo, si erano dedicati giorno e notte a questo strumento per diventare i migliori e ottenere così incarichi di prestigio, solo per arrivare un giorno a farsi saltare in aria durante una messa, un matrimonio, un funerale, una qualsiasi celebrazione. Per un certo periodo si era proposto di sospendere ogni rito, di far sparire tutti gli organi, di chiudere le chiese. Ma rinunciare a queste cose avrebbe significato cedere alla paura, arrendersi, consegnarsi vinti a un nemico inafferrabile, così vicino e però così impalpabile. Le chiese sono ancora aperte e gli organi continuano a suonare; il prezzo pagato finora in termini di vite umane è enorme, ma almeno si è conservato il bene più prezioso: la nostra libertà.

Il recente attacco di Firenze dimostra che siamo ancora lontani da una tregua. Le immagini di distruzione e morte all’interno della cattedrale sono ormai un materiale riconoscibile, una declinazione specifica di un topos ricorrente nel nostro bagaglio culturale: senza che ce ne accorgessimo, ci siamo assuefatti ai morti, alle macerie, alla distruzione, alle incursioni della polizia nei quartieri agnostici, alle chiese profanate e sventrate, agli organisti che tengono in ostaggio centinaia di persone all’interno dei luoghi di culto e si fanno esplodere. Chi si professa ateo è guardato con sospetto e isolato, come se potesse essere un potenziale organista: si tenta di far diventare ogni ateo una pedina nera, in modo da limitare la complessità e ridurre tutto a un immenso gioco del Go, riportando questo conflitto sfuggente nei canoni di un confronto conosciuto e governabile.

Io stesso ho pensato, in passato, in preda all’orrore e al disgusto, di rinunciare al mio ateismo; ma per accettare il divino ci vuole più forza che per ripudiarlo, e questa forza mi è sempre mancata. Per anni ho tentato di spiegare a mia madre che il mio ateismo non è una ribellione, ma non credo che l’abbia mai davvero capito: di certo non me l’ha mai rivelato, chiusa com’era nel suo rifiuto di parlarmi dal giorno del primo attentato fino a quello della strage di Santa Maria Assunta in cui l’ho persa. Ma al di là di tutte le differenze e le incomprensioni, è questa la visione che ogni volta in cui mi sento disorientato in quest’epoca insensata torna a donarmi grazia, come uno spirito benevolo e comprensivo: l’esile figura di mia madre che si staglia contro il chiaro del sole, come quel giorno affacciata alla porta della rimessa, ma col volto ormai sereno, che mi guarda compassionevole nel buio in cui invece io mi dibatto, smarrito in questo tempo d’inestinguibile paura. Spero che almeno lei abbia trovato davvero il suo Dio.

La nuvolaccia nera – Radio Libera Collebrunacchi (I)

nuvolaccia neraCome ve la passate, trapassati? Qui è il vostro affezionatissimo fionda-messaggi-dal-futuro che vi parla, il vostro occulto scrutatore, l’occhio barbuto che vede il prima e vede il dopo e vede l’intermezzo sfuggente. Secondo dopo secondo dopo secondo. Qui Radio Libera Collebrunacchi in tutto il suo splendido splendore. Notte nera? Et voilà la storia vera. Vera notte? Buonanotte: fuggi fuggi nelle grotte. C’è del lucido nel cielo, facci caso, scosta il velo. Stasera. Proprio stasera. Sopra le vostre teste ionizzate. Un lucido splendente, tutto birra, abbacinante. Si dice abbacinante, se riferito a superfici lucide? O bisogna far risalire tutto alla prima luce, all’origine primigenia, al bisnonno incartapecorito di tutte le dannate luci della storia? Il bosco tace, mi piace, tutta pace. Il gregge del nonno di Heidi sui fumetti: pecore di carta. O carta delle pecore: sorta di manifesto ideologico di un conformismo francamente micidiale. Oppure: banale menù vegetariano del cacchio. Il buio è lucido e rotondo, se insomma capite, se parlate la mia brutta lingua occidentale, la luna è gonfia come la pancia di una lucertola pregna. Spargerà lunini in giro per il cosmo? Teneri lunini vorticanti su teneri pianetini vorticanti. Terre in miniatura, uomini come granelli. Belli i granelli, mi prendi per i fondelli? Bella la stella sulla mia testa vecchiarella. Ci saranno americani anche lì? Avranno piantato la belante banderuola stellestrisciata? È tutto rotondo, nelle notti supreme di questo sperdutissimo brandello di cosmo. Tutto dannatamente rotondo. Esistevano notti così leggendarie quando eravate ancora vivi e arzilli a sculettare per le strade come tanti caldi cinghialotti? Fatemi sapere miei carissimi fantasmi. Esistevano notti di esemplare rotondità? Notti di lingue e birre e vento in faccia e rotondissimo zan-zan negli anfratti gementi? Prima che gli imperialisti vi mandassero tutti dritti dal padresantissimo? Esistevano cose che vi facevano drizzare i cosiddetti peli? Quanti peli sfoggiavate, prima che nell’aria tossica vi salutassero tutti dal primo all’ultimo facendo ciao ciao con la manina? Il vostro affezionatissimo, signori morti stecchiti. Il vostro cantore canide, la vostra dannata Cassandra fulminata, il vostro cucciolotto fedele. Radio Libera Collebrunacchi: per chi vuol imparare come collassano i mondi. Informazioni scottantissime sulla vostra fine del cavolo. Sintonizzatevi per analisi puntuali e circostanziate e vattelappesca. Radio Libera Collebrunacchi: la voce-avamposto del sopravvissuto pedalante che riecheggia nella valle sudsamminiatese per minuti ore giorni e anni, illimitatamente, l’ugola guerrigliera che allarma i lupacci dei boschi tra Montaione e Palaia e gli orsi allupati e gli americani. Soprattutto gli americani. Che tanto si affannano a stanarla. Che vorrebbero tanto “consigliarle un rispettoso silenzio” da par loro. Come se non li conoscessimo. Gli americani. Piovre capitaliste. Libere volpi in liberi pollai. Eterna minaccia dei popoli liberi di questo pianeta derelitto. Siete morti, amici morti. Siete morti e tutti storti. Siete storti e tutti morti. Non risorti. Corti? Forti? Tutti morti. Avete tirato troppo la corda. Hanno tirato troppo la corda e voi zitti. Vigliacchi. Passivi. Arrendevoli come ricotta di pecora. Beeeee. Beeeeeee. Vi siete piegati. Gli avete dato corda. Cor cordis cordi cor, che ne è stato del mio amor. Il mio amor è sì schiattato, tutto un rischio calcolato. Eccetera. Dai la corda dai la corda stai attento che non morda. Niente morde per davvero, poi ti trovi al cimitero. Eccetera. Ma lo sapete, vero, che ci misero la zampaccia gli americani? L’avete scoperto, poi? Ve l’hanno fatta una soffiatina laggiù dove siete, nella vostra sperdutissima sedicesima dimensione? Un bel giorno d’aprile svolazzarono a stormi sulla sovietcentrale con i loro uccellacci d’acciaio e zac, sganciarono tutto quel po’ po’ di materiale vagamente nocivo. Chicchi d’uva grossi come vasche da bagno. Vasche da bagno di quelle che fanno BUM. E torce di cipressi, e sonni con denti di squalo, e dannate radici doloranti. E voi tutti morti. Con buona pace della Verità Ufficiale bla bla bla. Il vomito giallo melone, l’occhio spastico, la carne prosciuttata, le infezioni, il sangue che sciaborda rovente fuori dalle vene spezzate. Tutti calvi e morti. Arrostiti. Rosolati come polletti. Da un giorno all’altro. Dall’altro un giorno, toglie il medico di torno. Un male al forno, mal di pancia di contorno. Ritorno. Un corno. Adorno: di qualcosa io m’informo. Che notte lucida, povere ossa di pollo polistirolo. Poveri involucri marci e radioattivi, mangiucchiati dalle boccucce baffutelle dei ratti. Ratti rattattivi. Ratti gialli, sciacalli, non si ferman solo ai calli. Balli balli ballerina. Crepa crepa domattina. Ricordate? I telegiornali, la nuvolaccia nera che arrivava da Empoli o Fucecchio o dal cacchio di San Baronto, quella storia che vi intortò ben benino? Чорнобиль? Quella parola sudicia, sozza, zozzona? Reggetevi. Fate un bel respiro. Pronti? Cacchiate. Buffonate. Scemenze. Bel teatrino per incantare gli appisolati. Che diamine c’entrano i compagni se poi svolazzano di punto in bianco gli americani del piffero e zac, bombe su bombe, grappoli di bombe, sulla centrale? Vi hanno fregato. Falsità pigiate sotto la sottopelle. Manipolazioni strettamente mentali. Ripetizioni ossessive di balle su balle su balle. Metaballe. Balla balla metaballa. Propaganda, che banda. Tira giù la serranda! Chiaramente un fatto falso che anche i compagni che ormai non erano più compagni hanno cercato di nascondere prendendosi la dannata colpa perché evidentemente hanno ricevuto in cambio un loro loschissimo tornaconto dal punto di vista strategico-militare-economico, voglio dire, talmente lapalissiano che se sei un minimo sveglio lo becchi al volo: se così non fosse perché non hanno accusato subito gli americani e non hanno informato subitissimo il mondo di quel che stava succedendo tramite comunicati stampa e telegiornali ad hoc e segnali Morse a uso e consumo dei rivoluzionari superstiti rimpiattati nei boschi della palla planetaria? Un loro tornaconto. Come se gli pseudocompagni poi l’avessero scampata. Infinocchiati come tutti gli altri. Delusione tutta gorbacioviana. In arrivo un direttissimo di puro tradimento al binario tre. E i bombamericani a bomba bombardano bombe bombate. Qui abbacinante ci sta a pennello. Per descrivere la luce del botto, la fine di tutto. Sul nucleo giù le bombe, viva viva l’ecatombe. Se il mio fiato è radioattivo oh perbacco non son vivo. Sfugge via tutto il veleno, siam fregati in un baleno. Ve l’ha mai detto nessuno? Ve l’hanno pigiato nella vostra testaccia dismessa? Bello: dismessa. Elegante. Dovrei usarlo di più. Ninna nanna ninna oh questa bomba a chi la do. La darò all’uomo nero che la sgancia per davvero. Sgomberata un’area di 30 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 300 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 3000 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 30000 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 300000 chilometri attorno alla centrale. Eccetera. Aprile aprile aprile le orecchie. Aprile aprile, dolce perire. Sorpresi? Colti nella cosiddetta castagna? Non lo sapevate? Ignoravate che cosa fosse successo, nei giorni della televisione che cianciava di insalate – INSALATE! – e pasticche e fosfocervi artici? Quando l’aria vi succhiava il midollo e sbranava bestiaccia la mollezza delle vostre carni tatuate? Ed eccomi qui a parlare di Lei, della massima rapinatrice di cieli, della Fornace Improvvisa. Ecco a che serve il vostro affezionatissimo fionda-messaggi, il ciclista imboscato, il soldato antimperialista che piace tanto ai bambini. A rimettere le cose nel verso giusto: i sovietici non sbagliano mai e poi mai, amen, e con il suo spirito, ma i sovietici truffaldini in combutta con i cani rognosi d’oltreoceano? Come la mettiamo? Come cavolo la mettiamo? Eccomi a sgombrare il campo dai dannati equivoci. Eccomi a ricordarvi come tutto è andato in malora e non si possa più tornare indietro. Nemmeno se pregate. Nemmeno se infilate fruscianti mazzette di quattrini nelle tasche più altolocate della Creazione. Qui Radio Libera Collebrunacchi che vi parla, fratelli e sorelle: dispacci imprescindibili dal vostro brutto futuro di cenere. La radio che svolazza libera e fragile sulle frequenze più segrete, che sfolgora e scoppietta nella notte centrotoscana dei lupi, degli orsi bruni marsicani, dei dannati microfunghi spia. Chi fa la spia non è figlio di Maria. Maria Maria per piccina che tu sia tu sei sempre una badia. Ninna nanna ninna oh tre caprette sul comò, che facevano all’amore, con la figlia del pastore. Il pastore s’incacchiò: ambarabacciccicoccò! Eccetera. Eccetera. Non scherzo: eccetera. È tutto, insomma. Dalla rotondità più lucida della notte per oggi è davvero tutto. Carissimi cadaveri: ci becchiamo senza dubbio più in là.

Labarda Levata: uno sguardo dietro le quinte

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Perdonate il discorso “normale” (che poi normale non è)
Lo Sgargabonzi

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Sembra passato un secolo dal giorno in cui è apparso il primo post su Labarda Levata. Eppure, se ci prendiamo la briga di andare a controllare, scopriamo che non è trascorso nemmeno un anno. Quella di metter su un blog letterario a tema territoriale non è stata una trovata estemporanea o, per dirla alla Tommaso Ciardelli, la “fragile insania di un dì”. Piuttosto, si è trattato di un’idea che, nei nostri vorticosi e vagamente prolissi carteggi, io e The Kenosha Kid accarezzavamo da diverso tempo. In quei momenti fibrillanti e carichi d’entusiasmo, quando il progetto si trovava ancora in fase embrionale, quando gli affibbiavamo – genialmente? non tocca a noi dirlo – un nome tanto evocativo e ne plasmavamo il layout seguendo le maniacali prescrizioni del maestro Jacob Nielsen, non potevamo minimamente immaginare l’impatto che Labarda avrebbe avuto all’interno del panorama letterario italiano. Le citazioni e gli apprezzamenti arrivati – tra gli altri – da minima&moralia, La Balena Bianca e ’tina di Matteo B. Bianchi sono stati motivo di soddisfazione e anche uno stimolo ad andare avanti nei momenti più difficili. La menzione di Walter Siti su La Lettura si è rivelata una splendida sorpresa. La puntata del podcast di Andrea Donaera incentrata sulla peculiarità delle nostre scelte stilistiche qualcosa che racconteremo ai nipotini – se mai ne avremo. E che dire del sostegno ricevuto da Marco Cantoni, Carlo Silvestri e Ilenia Zodiaco? Che dire delle telefonate eccitate – alle tre di notte! – di Tommaso Pincio? Come ha ricordato Michele Mari in uno dei suoi scoppiettanti convegni: “Labarda Levata è algido, geometrico, intimamente loico, popolato di araldici emblemi più ancora che di simboli. Leggerlo fa bene al cuore.”

A livello strettamente personale, gli illimitati spazi biancoarancio del blog mi sono serviti per narrare – fissare, valorizzare, divulgare – quel florilegio di storie e personaggi che ho avuto modo di conoscere nell’arco dei miei cinquant’anni e passa di residenza nell’area samminiatese, nelle festicciole paesane, nelle soste presso i gloriosi circoli, nelle bevute notturne al Decris, nelle lunghe passeggiate in campagna – durante le quali non è raro incontrare anziani contadini in vena di confidenze. Nei mesi passati ho ricordato, per esempio, la triste fine del mio malinconico amico Pietro Bertuccelli (anche conosciuto come “Il professore” o, ahimè, “Bertuccia”). Ho parlato dell’incredibile avvistamento nel cielo buio sopra Cigoli, risalente a una ventina di anni fa. Ho parlato del deludente spettacolo offerto dal giullare. Ho accennato alla mitologica partita contro il Cecina degli anni ’60, tuttora vivida nell’immaginario locale. E non ho certo intenzione di fermarmi qui, ci mancherebbe altro: gli argomenti da affrontare sono sterminati. Devo ancora parlare del licantropo di Montebicchieri, per dire, i cui ululati raggelavano le notti più nere dei Cinquanta. Del tesoro dei Rosenkreuzer che, stando a dei documenti rinvenuti in una grotta nei boschi di Stibbio, sarebbe sepolto in un punto imprecisato – “sotto una grossa roccia a forma di maiale” – della piana tra Ponte a Egola e San Pierino. Devo parlare dell’apparizione improvvisa di Padre Pio su un muro scalcinato della Catena. Di chiese sconsacrate, diavoli e sacrifici animali. Della palla infuocata – un meteorite? un satellite? – che cadde dalle parti di Gargozzi nell’afoso agosto del 1990, facendo tremare per diversi secondi tutta la terra circostante. Della vita dissoluta di M. B. Del suicidio del povero Mirco Santon. Di quando Sciapò si tagliò una mano al distributore di benzina automatico. Del tunnel che secondo i vecchi di paese, quelli così vecchi da non aver più la forza di addentare una misera mela, collegava la Rocca al campo sportivo di Santa Maria al Fortino nel periodo della guerra.

Fin qui il blog ha svolto alla perfezione la funzione per la quale era stato concepito. Ma il mondo corre veloce, come si suol dire. E ora, a quasi una anno di distanza dalla pubblicazione del primo post, si rende necessario uno scatto in avanti. È arrivato il momento di smettere di giocare a nascondino e di rivelare finalmente quello che è a tutti gli effetti il mio vero nome – per alcuni, forse, il segreto di Pulcinella.

Mi chiamo Benno, signore e signori, Benno Fiumalbi – nome che risveglierà più di un ricordo nella testa dei compaesani tra i cinquanta e i settanta. Lo pseudonimo usato per firmare i miei pezzi, beasley_la_bestia, a cui sono particolarmente affezionato, l’ho preso in prestito da una bella filastrocca di Gianni Rodari che la nonna mi leggeva quand’ero bambino. Sono venuto al mondo nel 1960 in un casolare dai muri tabacco sopra La Scala nel bel mezzo di un maggio, mi hanno detto, rabbiosamente piovoso. Ho vissuto a San Miniato alto dal 1964 al 2017, prima davanti all’ospedale e poi in un appartamento con giardino e garage alle Colline. Quattro anni fa, da un giorno all’altro, ho fatto le valigie e mi sono trasferito definitivamente a La Palma, alle Canarie, dove mangio pesce e bevo rum tutte le sere e sono fiero proprietario dell’agenzia immobiliare Casas y sol. Che posso aggiungere, senza tirarla troppo per le lunghe? Che sarei architetto, ma non ho mai esercitato: mi sono sempre e solo occupato di compravendita di case. Che sono appassionato di cavalli. Che mi sono sposato due volte e due volte ho divorziato – anche se con la prima moglie son rimasto in rapporti piuttosto cordiali, e l’ho ospitata recentemente qua sull’isola assieme al marito Bruno, proprietario di una conceria a Santa Croce, persona gradevole e con ottimi gusti enologici (si è presentato alla porta di casa con tre apprezzatissime bottiglie di Musto Carmelitano Aglianico del Vulture Doc Etichetta Bianca). Che non ho figli. Che mi piace ballare la salsa, con una compagna immaginaria, quando nessuno mi guarda. Che da ragazzo ho ingoiato funghetti allucinogeni, su un prato di smeraldo oltre Corazzano, assieme al Boldrini del Pinocchio e a Danilo Pinone (pace all’anima sua) e in quelle ore sconvolgenti ho accarezzato balene, munto asparagi e fatto la linguaccia a una ragazza in minigonna di pelle che si vantava di essere La Morte. Che mi piacciono le donne con le caviglie massicce. Che faccio un tuffo in mare almeno una volta al giorno. Che quando dispongo di un paio di ore libere monto in macchina e vado al Roque de los Muchachos, al noto osservatorio astronomico, a lacrimare a profusione di fronte all’incomprensibile immensità dell’universo.

La decisione sul coming out non è stata presa a cuor leggero. Forse potrete capirmi. L’anonimato porta vantaggi indiscutibili e permette, come peraltro dimostravano già i pionieristici studi sulla comunicazione mediata dal computer (CMC), che venivano portati avanti all’Università di Siena fin dai primi anni duemila da studenti di notevole spessore intellettuale, un grado di libertà di gran lunga maggiore. Frena, per esempio, l’autocensura: consente di poter dire ciò che si vuole su qualunque soggetto, spudoratamente, senza doverne pagare le eventuali conseguenze. A un certo punto della propria vita, però, un uomo che voglia definirsi tale deve cominciare ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni – e dei propri scritti. A tutto ciò va aggiunto che nel giro di un anno scarso di attività, via posta o via Facebook, ci è piovuta addosso una tale moltitudine di messaggi in cui ci veniva chiesto di render nota – per piacere – la nostra identità che resistere facendo finta di nulla si faceva ogni giorno più arduo. Ed è anche per soddisfare la curiosità lacerante del lettore medio di Labarda che ho svelato il (ridicolo? velleitario?) mistero sul mio nome, che dunque è Benno, Benno e nient’altro che Benno – Benno figlio di Patrizia Bianchi e Fosco “Fiumo” Fiumalbi, Benno che si ruppe una gamba cadendo dal secondo piano del suo appartamento quando aveva 11 anni, che amava i Pooh e Lou Reed, che collezionava francobolli di Panama e sassi rotondi, che leggeva Faulkner alle scuole medie, che pronunciava malissimo la lettera F, che una volta inghiottì una lucertola viva per scommessa, che portava i capelli con le treccine nel 1977, Benno il lungagnone, Benno il taciturno, “Benno fammi un cenno”, Benno che propose al sindaco di forzare la legge trasformando San Miniato nel primo paese italiano tollerante verso le droghe leggere, sperimentalmente, “L’Amsterdam con la Rocca”, “La Christiania sulla ritta collina”, “Il maestoso joint federiciano”.

E il ragazzo di Kenosha, vi starete chiedendo? Chi diamine è il ragazzo di Kenosha? È presto detto: se io ho deciso di togliermi la maschera e mostrarmi per quel che davvero sono, The Kenosha Kid – da un personaggio grottesco di un thriller di Marco Vichi – preferisce invece starsene ancora rintanato nell’ombra. Una scelta che, intendiamoci, rispetto profondamente. Ognuno ha i suoi tempi e le sue modalità. Eppure, ho il forte sospetto che tutto ciò non vi basti. Che siate curiosi. Che, se non avrete presto qualche succoso indizio su chi si cela dietro le sembianze del Ragazzo, non la finirete più di tempestarci di messaggi. Cosa si può dire sulla sua persona, dunque, senza rivelarne il nome di battesimo e tradirne la fiducia? Poco, pochissimo. S. T. è un amico, questo è giusto che lo sappiate, a cui sono legato da una vita. Con lui ho passato l’infanzia, l’adolescenza e il periodo universitario. Abbiamo condiviso le prime sbronze. Abbiamo fumato insieme la prima sigaretta (la rubò a sua nonna Bettina), tossicchiando come da prassi, su una spiaggetta dell’Elsa in secca – poi ha cominciato a consumarne una trentina al giorno e io non sono riuscito a stargli dietro. Abbiamo fatto la prima vera vacanza assieme: un viaggio massacrante in macchina fino a Taranto. Ha tre o quattro anni più di me ma è sempre parso più giovane del sottoscritto, e tutti non hanno mai mancato di farcelo notare. Aveva una voglia a forma di animale marino (non posso dire quale) sul collo, proprio sotto il pomo d’Adamo, che si è fatto rimuovere col laser all’età di trent’anni. Ed era bello, in gioventù, bellissimo, nonostante la voglia, le donne gli cadevano sistematicamente ai piedi. La sua lunga chioma bionda risplendeva sulle spiagge abbacinanti di Rosignano Solvay come la birra nelle pinte gigantesche nella piazza centrale di Tallinn vecchia, a metà pomeriggio, quando viene trafitta dal sole trasversale di fine agosto. Del suo passato turbolento conosco sostanzialmente ogni dettaglio: sarei benissimo capace di scrivere almeno la prima parte della sua biografia, se qualcuno volesse affidarmi il compito, la immagino con un piglio alla Gabo Marquez e un titolo suggestivo come “Due passi alla volta” oppure “Ho rimbalzato dappertutto”. Tutto ciò che so invece dell’attuale S. T., che una volta si innamorò di Priscilla della Serra e scappò con lei in una baita sull’appennino, che ha un figlio ventenne da qualche parte in Venezuela, che ha vissuto un anno a Vladivostok, si limita al fatto che oggi risiede a Sesto Fiorentino e lavora come fotografo freelance – dopo aver fatto l’allevatore di mucche, il pittore postcubista, il modello, la guida turistica del Comprensorio del Cuoio, il traduttore di Gadda. Non so se sia sposato. Se abbia figli più piccoli. Se abbia un cane da portare a pisciare dopo cena. Nelle lunghe mail che ci scambiamo a cadenza settimanale ci fregiamo, un po’ altezzosamente, di non affrontare mai la banalità del presente, dello sciatto quotidiano: parliamo di letteratura e libri vecchi, di Resnais e Godard, di cavalli, di astronomia e di come fosse eccitante scendere a cento all’ora in bicicletta lungo via Catena quando eravamo bambini dalle ginocchia d’acciaio. E parliamo di Labarda, chiaramente, parliamo sempre di Labarda, negli scambi più recenti, Labarda è l’argomento principe, il nostro core business: facciamo progetti su come aggiornarla, su come farla crescere, su dove farla arrivare.

Restate in sella, carissimi lettori. Il viaggio è appena cominciato.

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Benno Fiumalbi

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Resti

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1. Verso l’alto

Eccoli che arrivano, marciando nella luce calante dell’estate. A volte in fila per due, l’eterno duetto ragazzo-ragazza, a volte in gruppetti di amici. Sbucano dagli archi medievali e dalle scalinate che si affacciano sulla piazza e avanzano ordinatamente verso la meta. Centinaia di giovani. Hanno parcheggiato sulle piazze e sulle stradine strette del centro e salgono in T-shirt e pantaloni corti, gonne e scarpe da tennis leggere. Le facce abbronzate, i corpi snelli. Stringono in mano birre e schiacciate acquistate al pub sottostante. Indossano zainetti che hanno stipato con riso freddo, pasta fredda, fette di pane e pomodoro. Salgono a passo lento sulle due rampe simmetriche, fiduciosi di trovare posto, sul prato o sul muretto di recinzione. Non importa quanto lontano dal palco. Alcuni si concedono una piccola pausa, nell’attesa dei ritardatari, e ne approfittano per scattarsi foto con gli smartphone rigorosamente orizzontali – toccate di capelli e sorrisi, smorfie, forme plasmate dalle mani eclettiche. Raffreddano, soprattutto. Siedono sulle panchine e sulle fioriere di terracotta sotto gli alberi, in prossimità di monumenti sconosciuti, e poi affrontano l’ultimo tratto, quello più ripido.

Fa caldo. È una calda e umida serata di fine luglio e l’ultima data del tour, tanti saluti, il giullare scompare. Un ragazzo grida qualcosa in francese. Un golden retriever dalla lingua penzoloni rincorre una coppia di colombi costringendoli a una fuga scoordinata. Viene giù della musica, a ondate. Musica lontana. Sciabordii di accordi che rinviano a un tipo di pop infantile, archetipico. Aver visto video musicali pomposi e densi di capelli. Esserci stati, davvero. Il tavolo di legno, la merenda con lo zabaione, i granelli di zucchero che scricchiolano tra i denti da latte.

Poi i lampioni si destano, in un breve balbettio, e tutti accelerano. La realtà stessa accelera. Qualcosa di meccanico e indicibile. Come se si fosse tracciata una riga e sancita di punto in bianco la fine del giorno, come se si fosse fatto tardi da un momento all’altro, sì e no, uno e zero, una delirante dicotomia. Un fiume di corpi potenti che scorre sempre più urgente indietro verso l’alto, verso la foce, verso il principio. Le magliette chiazzate di sudore. Il ghiaino che frigge sotto i piedi svelti. Il brusio che si amplifica con l’assommarsi delle voci. Salutare. Chiamarsi per nome. Parlare, ridere, sghignazzare. Si accenna allo spettacolo, affrettando l’andatura, si cerca di predire la struttura della scaletta. Ci si scambiano le sue battute più note, i brandelli dei monologhi, le intuizioni metaironiche che lo hanno reso l’idolo indiscusso dei giovani, si ripetono e si ripetono senza mai stemperarne del tutto l’effetto sorpresa. Qualcuno tenta persino di scimmiottare la sua voce, la sua voce profonda, catarrosa, a tratti ambigua.

Le ventuno in punto. Il cielo sopra San Miniato è viola come un livido e rigato da due strisce di panna perfettamente parallele, una lunga il doppio dell’altra. Il volume della musica viene alzato di un ottanta percento circa, e ora esiste solo quella, ecco un ritornello, una rullata, un assolo di sassofono che ricalca banale la melodia della strofa. Prendete posto. Lo spettacolo sta per cominciare. La piazza, mentre la notte l’aggredisce alle spalle, si svuota. Resta l’occhieggiare paranoico degli uccelli. E alcuni turisti stranieri sui sessanta sistemati ai tavolini esterni dell’albergo. Donne biondo polenta e uomini pelati. Uno di loro, il più chiassoso, calza bianchissimi zoccoli da dottore. L’aria è spessa, faticosa. Non tira un filo di vento. Per certe tribù africane, si sostiene nei romanzi più folli, ogni tramonto è una battaglia.

 

2. Di lato I

Lunghi silenzi tra un periodo di attenzione e l’altro. Così potrei descrivere la mia vita nel decennio tra i quindici e i venticinque. La fase che, stando alla testimonianza di una discreta fetta di popolazione adulta, cioè i più prematuramente e spietatamente declinati, è per distacco la preferita, la più citata a fine cena nell’aneddotica pompata dal limoncello (morbide strisce di buccia di mandarino sotto le unghie della mano dominante), quella in cui tutto era fresco e sfavillante ed eccitante e immortale e così via. La fase in cui, in teoria, fossi stata vispa al punto giusto, avrei dovuto esplorare il mondo e mettermi alla prova come i miei coetanei per comprendere – Metodo Ricompense & Frustrazioni – le mie cosiddette potenzialità e i miei limiti e imparare a calibrare al meglio il mio futuro agire al fine di costruirmi un cosiddetto Futuro, quella fase precipua, io l’ho sostanzialmente gettata alle cosiddette ortiche. Caso volle, ovviamente, che lo conoscessi proprio allora. Sette/otto anni fa. Oppure erano nove? Lui lo saprebbe con certezza. Lui contava i giorni e i mesi e gli anni, eseguiva il compito in maniera professionale, drammatizzava la situazione facendomela pesare il più possibile. Sai, sono passati solo tot anni della mia vita e siamo sempre allo stesso punto, diceva, né da una parte né dall’altra, senza avanzare né indietreggiare. Col vederci di tanto in tanto e il supposto pensarci reciproco e via discorrendo. Con le apparizioni e le sparizioni, più tue che mie, va precisato, non prenderla sul personale, non ti sto accusando, trattasi di mero calcolo oggettivo. Solo la schietta sfolgorante verità. Eccomi qui, a un passo dalla resa. Sono esausto. Con te non so più cosa fare o cosa dire o cosa credere. Ho solo paura del tempo che passa, scriveva nelle lunghe mail charliekaufmaniane delle tre di notte, paura di diventare vecchio domattina stessa. Il mio unico passaggio tra i vivi, sprecato ad aspettare te. Il mio unico passaggio tra i vivi, sprecato ad aspettare te. E così via. L’andazzo era più o meno questo. Con lui che comprensibilmente non poteva immaginare niente della mia cosiddetta condizione esistenziale. Della mia incapacità di collegare i puntini e cogliere il continuum di eventi, il trend, il senso complessivo. Di come quelle sue parole mi passassero attraverso come neutrini nel burro della materia. Lui non poteva immaginare ma nemmeno io, sia chiaro, ci riuscivo: per accorgermi dell’assenza non avrei dovuto essere assente. Che poi è il classico paradosso alla Russell che eccita tanto i logico-matematici. Avrei potuto cavarmela affibbiando la colpa al fumo, come si fa in casi simili, ma col cosiddetto fumare non esageravo mai: fumavo di rado col gruppo di ex liceali e facevo al massimo un paio di tiri ansiolitici ogni sera prima di addormentarmi – mi servivo da un tipo segaligno di San Miniato Basso che indossava sempre la stessa felpa sfilacciata dei Sepultura. Tutto qui. Nemmeno bevevo. Bere mi rendeva uno straccio il giorno successivo e cercavo di starne alla larga. Le bottiglie di rosso dalla cantina della casa di Roffia sparivano solo in cosiddette occasioni speciali e il babbo chiudeva un occhio, non faceva mai domande al riguardo. Non dipendeva dalle sostanze. La vita mi scorreva semplicemente accanto, da qualche parte, buia e silenziosa. Senza lasciare tracce significative. Venivo sballottata qua e là senza esser mai minimamente interessata a prendere le cosiddette redini in mano. La risposta che davo a tutto quanto comportava una scelta impegnativa – figuriamoci se impegnativa a lungo termine – implicando una soffocante restrizione delle mie possibilità illimitate era sempre: Vabbè vabbè. Non apprendevo. Non ricordavo. Non facevo progressi all’università né altrove. Non maturavo. I periodi di attenzione piombavano dal nulla e, per un po’, cambiavano le carte in tavola. Lampi rarissimi che squarciavano la notte perenne offrendomi la precaria possibilità di una visione, di una comprensione più profonda. D’un tratto tutto si faceva magicamente vivido e pregnante. Facevo caso al fatto di pensare, per capirsi, di agire, di occupare uno spazio, di fare caso. Ne approfittavo per esaminare la situazione attuale, il più delle volte, per arrangiare una cosiddetta narrazione coerente della mia esistenza nel mondo sulla base della penuria di dati accumulati fino a quel momento, tentando così di inferire ciò che succedeva giorno dopo giorno all’esterno del mio esile cono percettivo – cioè come le persone interagivano con le persone e con gli oggetti e con me medesima quando non prestavo loro attenzione. Poi, puntualmente, mi mettevo a piangere. Quando mi rendevo conto delle mie responsabilità mi mettevo a piangere. Succedeva a letto, la sera, a luce spenta. Piangevo come una fontana. Piangevo con la faccia affondata nel cuscino, inzuppandolo, piangevo per ore e ore rimanendo completamente immobile finché, stremata, non scivolavo nel sonno e nei miei sogni controversi di nuvole, aerei e mongolfiere. Dormivo in quella posizione fino alla sveglia delle otto (Lithium dei Nirvana), respirando male, il collo dolorante, il cuscino appiccicoso che sapeva sempre di sapone da bucato. Come in quel film arcinoto, al risveglio si ricominciava da capo. Non era successo niente. Di quell’esperienza parecchio connotata emotivamente non mi rimaneva che un’eco lontana, un bisbiglio che si annullava a poco a poco nel silenzio. Silenzio, nient’altro che silenzio. Questa era la mia cosiddetta vita tra i quindici e i venticinque. Con sporadiche, umidissime parentesi.

 

3. Inconcepibilmente di lato

Cammina lungo una via del centro di Roma, un gelido giorno di dicembre. È solo. Immerso in pensieri eterogenei. All’esterno, le vie paonazze di Natale, la gente che porta cappotti pesanti, guanti e cappelli con le palline. Vetrine a tema. Moltitudini di arabeschi di luminarie a interconnettere i palazzi. Prende a canticchiare un motivo, dal nulla. A produrre un suono debole e approssimativamente intonato. Canta You did not desert me, my brothers in arms, non fa che ripetere questo brandello melodico, finisce e subito riattacca. Ma non lo sa, è questo il bello. Non sa di star cantando. Se ne rende conto solo istanti dopo, con una latenza inquietante. Chi ha deciso che dovesse cantare? E poi, perché proprio quel pezzo? Non lo ascolta da quando era giovanissimo, dall’epoca cromata in cui tipicamente la musica si disvela in tutta la sua potenza. Si arresta di colpo, nel viavai del tardo pomeriggio. Si guarda attorno spaesato. Colori. Geometrie. Corpi che procedono spediti. Corpi grandi e piccoli, differenti per peso e morfologia. Si sente all’improvviso fluttuante, in un certo senso, disancorato e paradossalmente connesso con tutto ciò che lo circonda – una sottospecie di trascendenza mai sperimentata prima. Fa inversione, allora, ripercorre a ritroso la strada. Un tizio tarchiato vende caldarroste: non l’aveva notato. Una chiesetta romanica incastonata tra due negozi: non l’aveva notata. Un tombino scoperchiato rasente il marciapiede, decisamente pericoloso: non l’aveva notato. Individua l’insegna dopo un centinaio di metri, quando rientra nella piazza gremita. Il testo è d’oro, lo sfondo nero come legno bruciato, il font di sfarzosa eleganza: BROOKS BROTHERS. Ci era passato davanti due minuti prima e non l’aveva notata.

 

4. Di lato II

E ora sono qui, mille correzioni dopo, in qualche modo riposizionata altrove sul cosiddetto quadrato semiotico, Un’Altra Persona, una persona che vive e lavoricchia a Pisa e che ha alti e bassi come tutti e un discreto controllo cosciente del proprio agire, così perlomeno ama raccontarsi, niente di speciale ma comunque Progresso, qui, mentre ignoti mi oltrepassano e scalano in fretta e furia la montagna, d’intralcio, isola nella corrente, pietrificata e un po’ sorpresa da questo cosiddetto monologo interiore che sgorga inarrestabile come acqua da un tubo rotto, alla soglia dei cosiddetti Trenta, un po’ più grandicella dello spettatore medio di questa tipologia di eventi, con i piedi ben piantati su uno scalino che pare di gran lunga più consunto degli altri, come se ci avessero camminato sopra ininterrottamente per millenni, non ho più pensato a questo scalino dopo quella volta e nemmeno ho più pensato a quella volta ma eccolo che torna a galla, il ricordo, il ricordo dello scalino e di una notte di non so quanti anni fa in cui ce ne stavamo seduti in circolo sulla sommità del paese a prosciugare una birra dopo l’altra, tipi di zona e allogeni, dieci/quindici soggetti, maschi & femmine, la piana una galassia quiescente e la Rocca un monolite d’ambra, e cianciavamo di gossip locale ed esplodevamo risate collettive e sputavamo sentenze politiche con una sicumera da mettersi le mani nei capelli, lassù sull’erba gibbosa delle nostre estati annoiate, la medesima erba sulla quale i miei nuovi amici pisani – Ma dov’è finita? Perché tarda tanto? – ora stendono una tovaglietta a quadri due per due per una cosiddetta cena frugale nell’attesa dello Show, lo Spettacolo che ci farà ridere tutti come matti e ci spedirà a letto felici e contenti, dicono che lui sia un portento, dicono che il suo cosiddetto umorismo sia impareggiabile e innovativo e intelligentissimo eccetera, loro già sulla cima ma io inchiodata allo scalino, un atavico parallelepipedo rettangolo di pietra rossastra che separa brutalmente il prima dal dopo, lo sto fissando a testa bassa mezza sudata nell’incupirsi a doppia velocità dell’aria, mentre la cima aurea della cosiddetta Torre di Matilde boccheggia sul buio montante come una marea, è il primo vero scalino a partire dal basso della scalinata finale, tanto irta quando si è bambini e poi clamorosamente più fattibile da adulti, quant’è che non ci passavo, che non tornavo nel samminiatese, e pezzo dopo pezzo si ricompone vertiginosamente quella notte e l’epilogo di quella notte quando, verso le due o le tre, sgocciolate le birre, l’atmosfera complessiva in netta fase ribassista, ci avviammo per primi verso l’imbocco delle scale, io e lui, di Roffia e di Firenze, due che si erano incrociati tre/quattro volte per puro caso, due che conoscevano giusto i nomi di battesimo reciproci e il modo impossibile in cui fino a cinque minuti prima gli occhi dirimpetto riverberavano la luce traversa del riflettore, niente più, e la mia cosiddetta coscienza in quei momenti era un filino scombussolata, va bene, avevo bevuto sbattendomene per una volta dei postumi devastanti, a vent’anni ogni tanto l’ammetto ci davo dentro col bere, e affiancati sprofondavamo nella tenebra fitta imparando la forma frastagliata delle nostre voci, soli e pulsanti, senza poter chiaramente prefigurare la sterminata lista delle conseguenze a venire – quel lasso di tempo astratto e colmo di silenzi e mail, di aderenze e sparizioni, di fagocitanti nebbie madreperlacee –, e a un certo punto della discesa io che ero miracolosamente connessa e ricettiva e ATTENTA gli confessai che ero stata vicina a inciampare, lo scalino era l’ultimo o il primo, dipende dalla direzione intrapresa, quello su cui adesso affondo i piedi dividendo in due il flusso che ascende alla stucchevole musica d’apertura e allo Spettacolo Più Bello del Mondo, lo feci ridacchiando nervosa, mentre la pancia si contorceva come si contorce in certe cosiddette situazioni, e un po’ temevo di aver detto qualcosa che sfasciasse la sintonia spontanea facendogli subito capire, a lui in apparenza così Adulto & Maturo, che stava interagendo con una ragazzetta frivola e superficiale e assai negligente nel sequenziare fonemi, gli confessai papale papale che avevo rischiato di franare a terra come un penoso sacco di patate e poi avevo riacciuffato l’equilibrio in extremis restando in piedi, tutta colpa di questo manufatto primitivo di inestimabile valore da rimuovere ed esporre in qualche Museo di Storia o Archeologia o Antropologia eccetera, e lui palesemente alticcio replicò senza indugi con una frase che non gli apparteneva, troppo candida per uno con quell’armamentario pazzesco di ritrosie e rigide sovrastrutture, qualcosa di scandaloso che scommetto si sarebbe rimangiato volentieri già un secondo dopo, tuttavia successe, volente o nolente quelle parole insensate affiorarono neurologicamente nella sua area di Broca e balzarono fuori dalla gola come lapilli roventi e me lo disse, che se fossi inciampata mi avrebbe presa al volo, e a pensarci bene ora che sto per affrontare il tratto finale della salita non era nemmeno niente di speciale, tutt’altro, poteva in tutta onestà suonare gratuito e kitsch e iperbolico e soprattutto stupido, immensamente stupido, non posso negarlo, eppure lì per lì sorrisi con la mia bocca invisibile e le fossette su cui ironizzava fisso e rimasi zitta ed ero viva per davvero, in quell’istante infinitesimo del nostro tempo, e lui un eroe, qualcosa di vagamente assimilabile a un eroe, e quel suo cosiddetto coraggio avrei tanto voluto rubarglielo ma non glielo dissi mai.

 

5. Verso il basso

Il cielo è grigio fumo, quando la musica cessa. Resiste una banda rosea, dietro al palco e alla Rocca e alle curve del Serra, ma si va assottigliando sempre più, attimo dopo attimo, ferocemente schiacciata da una forza impareggiabile. Ogni tramonto è una battaglia, ma vincono e perdono sempre gli stessi.

La massa è arrivata puntuale. Se ne sta sparpagliata sull’erba o seduta sull’ellisse rozza del muro perimetrale, disomogeneamente rischiarata dai raggi bianchi del riflettore. Spiccano facce a metà, qua e là, mani volteggianti, segmenti casuali di sagome umane.

Mangiano tutti, o l’hanno appena fatto. Hanno apparecchiato ambiziosamente, usato forchette e coltelli, stappato bottiglie, accoppiato i bicchieri ostentando esagerato cameratismo. Qualcuno si è portato dietro cuscini e stuoie su cui sdraiarsi. Qualcuno si è sfilato le scarpe o la maglietta. Scelte rispettabilissime. Le zanzare sono tante e agguerrite ma la temperatura, diciamola tutta, è francamente insopportabile.

Li guarda da uno spiraglio della tenda allestita tra la Rocca e il palco.

È la prima volta in assoluto che lo spettacolo fa tappa a San Miniato, così si spiegano la concitazione generale e gli articoli copiosi sulla stampa locale, e anche l’ultima data di un tour sfiancante che negli anni ha attraversato l’Italia da nord a sud, dalle città alle periferie, riscuotendo dappertutto un successo eccezionale.

Li ascolta. Il discorrere della gente. Scopre un substrato di chiacchiericcio incessante, una volta rimossa la patina della musica gonfia di tastiere della sua infanzia, un crepitare minuto e animalesco.

Forme vive sotto un cielo grigio come limatura di ferro. L’umidità diffusa, l’assenza delle stelle. Fortissimo odore di terra. Un tizio dai rasta lombari si drizza in piedi, abbracciando un grosso thermos, e offre del caffè a chiunque ne faccia richiesta. Giovani maschi a petto nudo fanno girare un bottiglione di vodka polacca – ogni sorsata, un urrà. Di tanto in tanto, delle voci ruvide emergono dalla semioscurità e si prendono provvisoriamente la ribalta propagando battute, opinioni, ironie logore. Tanti fumano, nell’aria stagnante dei rimasugli di luglio, fumano e cantano, in attesa dello Spettacolo Più Bello Del Mondo, improvvisano manciate di cori dalla vita effimera.

Guarda tutto ciò.

Guarda e ascolta, mentre il tempo passa. Poi estrae il libretto dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo sfoglia con fare sbrigativo e si ferma a un punto ben preciso.Francesco Paciscopi - Resti-minL’agitazione. Il tipico tremare di gambe, almeno da principio. Gambe che tremano e si fanno molli: non ti ci abitui mai. Il boato di luci paglierine che accoglie la sua comparsa, l’applauso tonante e liberatorio del pubblico venuto a divertirsi, a stare bene. Un uomo colossale davanti all’asta del microfono, questo è sempre stato, una presenza carismatica dalla voce stentorea, un artista celebre per le sue battute e, soprattutto, per le sue battute sulle battute, per simili finissime operazioni concettuali.

E ora tutto sta per finire.

Resta immobile nella tenda per minuti, il libretto tra le mani madide. Non fa niente di niente tranne ripassare versi che, ormai, conosce a memoria. Ripensa al tono da usare, al piano, al sabotaggio che vuole mettere in atto. Sarà un discorso autologico, qualcosa di assai intelligente e ricercato – la fine che mette in scena la fine. Qualcuno capirà? Qualcuno coglierà la funzione drammatica di un epilogo scialbo? Ogni tanto lancia ancora occhiate fuori, sempre più distratte, verso lo stuolo di gente che freme. Il cielo sopra il prato è grigio come piombo, senza stelle. Un occhio fibrilla. Rivoli di sudore scorrono tiepidi lungo la colonna vertebrale. Nervosismo, beninteso, terribilmente comprensibile. Eccolo lì, solo, nel chiarore fioco di una lampadina penzolante. Aspetta solo che le gambe si mettano in moto. Sta per salire la scaletta metallica, per fare la sua ultima apparizione sul palcoscenico. Sta per deludere tutti.

 

(La poesia Resti è tratta da Olympus di Francesco Paciscopi,
1983, Antonio Carello Editore)

La chiarezza del tempo

chiarezza tempoIl mare di maggio, sogna Elsa nella veranda della sua casetta che s’affaccia sulla piana dell’Arno. Freddo come mille lame nella carne viva, da principio, ma poi non vuoi più uscire fuori a giocare con Giampiero, che è più piccolo di te e non sa nuotare, e nell’acqua immota pascolano i muggini neroargento e il babbo se ne sta lì con la mamma sotto l’ombrellone e giocano a ramino e bestemmia e beve dal fiasco e la guerra si è disciolta in un giorno di sole, per sempre. Elsa respira appena sulla sua poltrona vecchia, escrescenze di gommapiuma fiorite qua e là dagli squarci nella tessitura a rose, tre o quattro massicci peli bianchi impettiti sul labbro superiore, pura semiotica della resa. Eccola lì. Palpebre di velina masticata. Testa piegata di lato. Una ragnatela azzurrognola sul cranio rosa neonatale. Sola, in un preciso pomeriggio d’inverno sul pianeta Terra, nella penombra che le ghiaccia le gote e le ossa e il rivolo di bavetta sull’angolo della bocca dischiusa. Più piccola che mai. Sogna la spiaggia e un vago odore di olio di fegato di merluzzo disarmonico e verosimilmente posticcio, aggiunto in postproduzione, e di Giampiero che frigna perché lei l’ha abbandonato e si annoia e la invidia e non c’è giustizia, no, neanche nella domenica migliore – voglio diventare grande, sai, voglio diventare grande e mangiare tutta la mortadella del mondo. E babbo è un giovane fusto dai villi alla Brando e mamma una vertigine di curve e tra una mescolata e l’altra lui le tocca le cosce che spuntano dal pudico costume viola preso alla sartoria davanti al chiostro, carissima, ma il babbo è ingegnere e non guadagna male e insomma, dice la nonna, che nella boscaglia di Montebicchieri una notte ha intravisto l’Uomo Lupo e lo racconta sempre alle altre lavandaie giù al fiume, a che servono i soldi se no. Le cose, mentre ti allontani arretrando sui talloni. La forma dei capelli materni sbavata dalla brezza novella che rabbrividisce, l’ombrellone fungino che sfarfalla impercettibile, le carte balzellanti sull’asciugamano in pendenza, i cerchietti elastici di posidonia secca che rotolano via dalla battigia in un incedere da commedia. Vattene. È il tuo momento. Parti, sparisci. Esplora la vita. Respira, Elsa, un respiro precario nel guscio della veranda scalcinata fitta di scorpioni, una nenia polmonare, sulla poltrona lisa, davanti al tavolino ottagonale in vimini che comprò a un mercatino giù al Pinocchio trent’anni prima, sulle gambe un plaid di lana grezza che puzza sempre di un cane antico, a volte cattivo, che Sestilio sotterrò nell’oliveto dietro la casa alle Colline. Sogna rivolta a nord, alla vallata di poligoni coltivati e ai pinnacoli di fumo industriale e ai monti di zucchero, falsamente prossimi, rimpiattata dal sole scialbo, della ragazzina che si farà donna e sposerà un impiegato pasciuto della Scala e avrà un figlio di nome Pietro, vede le sue spalle e la nuca fradicia fluttuanti nel mare mite – che si va increspando – e assieme ne condivide il delirio soggettivo, gli impossibili elementi della scena decrescente nella luce a perpendicolo sulla spiaggia, la nitidezza dei baffetti a fiammifero del babbo, il neo sulla sclera sinistra della mamma, la frustrazione adultoide sulla bocca storta del fratello (che non manterrà alcun ricordo del Sabato Fascista, nemmeno se opportunamente stimolato, che perderà le falangi della destra in un tacchificio di Santa Croce, che non diventerà mai e poi mai un bravo trombettista jazz) che va pazzo per gli insaccati e modella svogliato manciate di sabbia friabile. Poi non tocchi più. A forza di arretrare non tocchi più. Nemmeno se gonfi d’aria quel tuo petto già maturo e, lasciandoti sprofondare, allunghi le punte dei piedi in cerca di terra, di certezza. Posso smaltarmi le unghie dei piedi, mamma. Posso provarmi i tuoi orecchini. Non tocchi più e tutto cambia, il battito, il pensiero, il vigore dell’allucinazione. Tutto, questo capisci, è allucinazione. Il cielo è un assommarsi repentino di nuvoloni indomiti, batraci che si gonfiano e sgonfiano a ritmo indiavolato. Il mare piombo fuso in cui ti agiti per restare a galla, un fermento di gorghi e onde fuori scala, alte come palazzi. E tu cosa sei? Tu cosa diamine sei? Dalla tua gola non esce un singolo suono. Non hai voce. Perché lo fai? Perché gridi aiuto? Non hai imparato niente, in tutto questo tempo? Il battito e il pensiero. Il battito e il pensiero. Il battito e il pensiero. Elsa scuote il braccio pendulo di carne pendula per un secondo o due, uno spasmo, un inceppo neurofisiologico, l’altro resta inerte, piegato sulla pancia gonfia. È un preciso giorno d’inverno. Un piccione atterra sul pavimento in graniglia, scippa le briciole di un pranzo frugale e si getta giù nel dirupo. Nel bel mezzo della vallata, a chilometri di distanza, un trenino giocattolo appare e scompare tra i grumi di case e gli alberi spogli viaggiando da sinistra a destra, in direzione Firenze. Elsa trema distintamente. Sposta la testa semicalva da una parte all’altra con un movimento lentissimo, pronuncia una parola che nessuno può udire (un invisibile sbuffo di condensa) e si accomoda, infine, su una pace nuova. L’acqua è dappertutto. Il panorama è verde scuro, marrone e arancio triste. Gli occhi bagnati, zuppi. Sente la bocca salata, mentre si destreggia tra le onde, il fiato cortissimo. E un po’ cominciano, sapete, quelle sue gambe e quelle sue braccia lontane, a essere stanche, a farle discretamente male. Ma che importa, da un certo punto di vista. Che cazzo importa più.

Halloween

sì2Il chiacchiericcio sale man mano che s’approssima alla scena ed è punteggiato di lemmi brutali. Fuorigioco, festa, motore diesel. Circa l’80% dei colli è curvato in avanti in modo anche solo impercettibile. Vede la porta spalancata, ma lungo il vialetto che allaccia la casa all’asfalto umido, traversando un giardino d’Irlanda, nessuno. La bestia dal nome latino se ne sta mogia mogia in un angolo. Pioviggina da un paio di giorni, dall’esatto attimo del corpo volato giù dall’impalcatura. Pensa ai caschi, al rugby. Allucina la frenesia pre-impatto, le leste e vane strategie d’atterraggio. Si può davvero decidere cosa pensare? La tipa che lo saluta si chiama Marta ed era in classe con lui alle elementari – la pelle è floscia, l’essenza persevera. Prevale il nero, nella sana sfocatura di un attimo, esistono macchie viola e blu scuro, esistono piedi mogano e capelli bianchi, lucidi d’acqua. Lo conosceva? Solo di vista. Conosce la figlia grande, un po’. La folla cresce e moltiplica le digressioni, si stringe mani e corpi, e lui s’avvicina a due ragazzi e dice ciao. Nient’altro. Poi quattro energumeni ben vestiti sbucano dalla porta con l’ottagono caricato sulle spalle. La bestia si desta e prende ad abbaiare. La folla tace all’unisono, quasi avesse colto. Esce la moglie, nullificata, sorretta dalle figlie. Pensa alla sua mattinata, alle firme, alle scelte – che indossare? Come sistemarsi i capelli? Atto dopo atto è sempre più vero. La macchina trema e parte, piano, la folla con gli ombrelli e le lenti scure si fa solco, sfinita coda di rettile. La bestia s’affaccia alla ringhiera del giardino e abbaia, un grido antico, un bestemmiare informe. Il tragitto è breve, la camminata troppo comoda. Vede il traffico fermo di lato, i vetri di gocce, tizi che fissano schermi bianchi o recitano la croce. Chi porterà da qui in avanti la bestia a pisciare? La pioggia picchia più forte. Davanti a Santa Chiara, una ragazza viaggia in direzione contraria spingendo svelta un passeggino sigillato. Passano davanti alla Nunziatina, al pesciaio chiacchierone, a Baldo. Teschi-maschera, zucche e libri splatter per ragazzi luccicano nella vetrina del negozio di giocattoli. Cammina accanto a un’anziana che incalza la melodia insignificante del prete. Gloria a te signore. Gloria a te signore. La macchina calpesta la piazza della chiesa e si fa spazio tra la gente in attesa. Le campane rintoccano, l’abbaiare è lontano. Sale i pochi scalini e si ferma sulla soglia, incerto, una mano sulla testa zuppa. Tutto porta alla sua resa.

Notturno samminiatese

san miniato 1Non devi dirlo a nessuno. Camminare fino a notte fonda: così la sfango. Quelle notti d’inverno di aria secca in cui si marcia su e giù per il paese con le mani in tasca tutti imbacuccati. Quelle estive, bagnate, di grilli lucciole e spettri d’erba tagliata. Smettere di provare, infilare i panni da lavoro, chiudere piano la porta e Teresa me lo disse fin da subito. Lei non tentennava mai. Come quando perdemmo Giovannina o Bruno non tornò. Non ci sono più ma ci saranno sempre. Non dirlo, porca miseria non dirlo. Decisa e dura, mentre piegava il cartoccio verso il pentolino con i capelli bianchi tutti spettinati. La situazione al volo in mano, maneggiabile, pro e contro pesati nel giro di attimi. Non dirlo. Ci pensa già il professore a passare da ciucco lui che sbeucchia dalla mattina alla sera e non lo trovi che nei bar a cianciare quei suoi paroloni difficili quelle storielle da briai che poi nessuno lo prende mai sul serio. C’era un taglio giallo e io guardavo il taglio giallo. Occhi duri sopra il grembiule sudicio nella luce del mattino che stiepidisce la cucina, le mani senza sangue sul cartoccio e sul pentolino, occhi duri e cisposi e già vecchi, azzurri come i mari maremmani. C’era una taglio giallo nel cielo c’era un taglio giallo nel cielo. Teresa è mia moglie. Teresa è una zuppa di verdure. Porca di quella non t’azzardare che t’ammazzo giuro che t’ammazzo. Che fanno di notte gli insonni disperati? Si arrendono, si alzano, chiudono piano la porta. E camminano pensando alla vita andata mentre i fortunati sognano quella futura. Certe lontanissime notti d’agosto, lacca sui capelli, pura azione. Certe frasi che insistono. Ballare e azzurri frivoli e irripetibili. Come potevo sapere che. Insomma impedire la rovina lo sgretolarsi. Vorrei, questo sì, aver visto Bruno tornare. Giovanna che esce dall’ospedale con le braccia nuove ed è ancora una bimba e vuole cambiare. Non devi dirlo a nessuno. Da piazza Bonaparte fino all’ospedale e qualche volta a Calenzano e poi indietro tutta fino alle Colline o Gargozzi o al Pinocchio. Rasentare case, sfiorare intonaci e cancellate con le dita, scalciare chicchi di ghiaino, svelto affretta il passo verso il prossimo lampione e poi. La sfangavo così. Già vestito da lavoro. Arreso al domani. Le mani con le nocche e i polpastrelli neri, calli neri, nere venuzze. La notte è nera. Sì. Il taglio giallo ha squarciato la notte nera. Stanco fin dal mattino, il bianco degli occhi non è bianco ma rosso rosato. Ma la notte è nera, senza colori, le notti somigliano l’una all’altra perché nessuno ci parla dentro. Bruno non è tornato. Giovanna era secca secca e aveva le braccia col pus nero e i bachi che sbucavano dalla carne. Tutte uguali e nere. Camminavo camminavo e poi il taglio giallo. Alto lassù nel nero della notte, inchiodato al cielo ma un po’ mobile. Ballettava? Girava? Giallo esagerato come il centro dell’uovo. C’era un taglio giallo nel cielo c’era un taglio giallo nel cielo sopra Cigoli. Mia moglie si chiama Teresa ed è una zuppa di verdure e ha le mani di panno bianco e mi diceva subito di non dirlo a nessuno perché queste sono cose che ogni uomo perbene tiene per sé. Ma io non sono un uomo. Sono legno marcio che puzza. Se non vuoi diventare come il bischero del professore che sbeucchia e ciancia coi suoi paroloni del cielo che s’accese una vita fa col caldo e certe nuvolacce dappertutto. E poi giorni dopo si seppe che anche il professore aveva visto il giallo strano, quel giallo, il mio. Quando lo raccontava in giro e quelli si sganasciavano io mica dicevo nulla, che era vero, che sapevo. Mica lo spalleggiavo. Fissavo per terra vigliacco e speravo smettesse o mi alzavo e uscivo zitto zitto a fumare o mi avvicinavo ai tavoli della briscola. C’era un taglio giallo nel cielo, una ferita gialla, uno squarcio, una coltellata. C’era un taglio giallo e io guardavo il taglio giallo. Alzai gli occhi spalancati mentre avanzavo tra mezzanotte e l’alba e tutto taceva a parte i boschi e le vie da basso e anche quello taceva, era vicino e fermo, quasi fermo, sopra Cigoli o Ponte a Egola o Stibbio, lassù. Teresa mi accoglie a casa che puzzo di concia come un uomo ma non sono un uomo sono legno marcio e mi fa trovare pronto da mangiare. Teresa è la voce che mi dice di Bruno e Giovanna che ci sono ancora. Che lui torna dai Balcani, da qualche parte, che lei ha braccia nuove e senza bachi. È una zuppa di verdure. Non devi dirlo a nessuno non t’azzardare. Quella mattina si alza dal letto e scende giù e poi mi trovò al tavolo della cucina con le mani sulla testa e gli occhi sangue e non ci capivo niente e non sapevo cos’è vero. Quando glielo dissi lei mise il grembiule sudicio e preparò la colazione per tutti e due, come sempre. Scaldava il pane in un piccolo forno elettrico, il latte nel pentolino sul gas, il caffè spremuto dalla moka grigia. Non devi dirlo a nessuno. Non devi dirlo a nessuno. Paura che dopo le braccia bucherellate di Giovannina per il paese si parlasse anche del marito che a un tiro di schioppo dalla pensione diventava ciucco come il professore tanto beffato. Povero povero professore che non c’è più con la testa. Teresa è una zuppa di verdure e io inavvicinabile legno marcio puzzolente e la vidi scendere le scale nelle ciabatte di stoffa mezza assonnata e pensai che non potevo dirlo (che dovevo dire?) invece glielo dissi al volo e lei si mise a preparare la colazione e parlava. Non devi dirlo a nessuno. Non devi diventare ciucco non devi non lasciarmi sola. Scendevo per via Catena per arrivare giù in piana e la notte senza luna pareva bella e faceva fresco e le lepri e i cinghiali. Ed era lì. Era spuntato dal nulla sospeso davanti a me e si muoveva non si muoveva, da perderci il capo, un taglio ma solido, tondo, un taglio o una stella di traverso. Io imbambolato a fissarlo e il cuore picchiava forte e tremavo e me la facevo addosso ma mica smetto di guardare. Che casino è il mondo se anche il bello fa paura. Non t’azzardare sai. Porca di quella non t’azzardare che t’ammazzo. La gente già ciancia ciancia e ridacchia e quando m’avvicino mi dice come va con la voce tutta triste e insomma non ti ci mettere anche te non fare casino non dirlo tientelo per te. Poi non c’era più. Di punto in bianco non c’era più. Come un occhio che si chiude il taglio giallo non c’era più. Svegliati e scappa, allora, vattene via, che hai visto? Che hai visto? Sai che hai visto e cos’è vero per davvero? Il vento breve smuove frasche e cime d’albero mentre corro e corro lontano e le gambe vecchie dolevano sull’asfalto sodo e il cuore picchiava forte martellava senza pace nel buio totale fradicio. Il taglio giallo non c’era più. Teresa dai capelli bianchi e gli occhi maremmani scese che si faceva giorno ed era normale, il solito, ritta in piedi mi guardò seduto e sentì che ero scappato su per la salita più forte che posso per la paura e che ero rientrato senza fiato e sudatissimo e disse quel che disse, decisa e dura, per il bene di tutti. Non devi dirlo a nessuno. Non devi dirlo a nessuno perché non è mai successo. L’aria di miele sa di caffè e pane caldo, le campane suonavano lente. Nella finestra, il cielo sbavato di rosa dietro la Rocca e poche nuvole scucite. Teresa non tentenna riempie una tazzina di caffè e me la piazza davanti sul tavolo accanto alla marmellata e tutto va bene, forza, non farla tanto lunga, datti una sciacquata e vai a lavorare.

Materia d’infanzia

Sotto l’occhio impassibile del cielo s’avvicendano stagioni, calde e odorose come pere cotte in forno o umide e buie come vecchie cantine. La materia dell’infanzia è una polvere sottile, un rapido sentore di muffe in formazione, e sono carte da parati che si sfaldano appena alle attaccature, divani dai cuscini allentati e moquette arruffate sulle quali avvengono battaglie d’eserciti verdi e grigi, corse d’automobili colorate e naufragi. Tra le fila dei battaglioni che si fronteggiano nei pomeriggi sconfinati i più sono malconci: a chi manca un piede, a chi un braccio, a chi la testa; alcuni puntano fucili mozzati, sollevano monchi mortai, scagliano bombe a mano morsicate. Le automobili hanno lunghi graffi sulla carrozzeria, specchietti divelti, pneumatici penzolanti: alcune disegnano traiettorie a serpentina, altre restano impigliate nei riccioli acrilici, altre ancora cadono da spaventosi e soffici dirupi. E in mezzo alle corse, agli assalti, alle battaglie, vanno le grida dei corsari all’arrembaggio dei galeoni alla fonda negli oceani di lanugine. Poi è la mela grattugiata che diventa una polta dorata sotto le mani ramose della nonna, il pomodoro odoroso d’orto che si sfa in ondate di rosso sulla mollica, è l’acqua zuccherata da bere fresca e la caramella quadrata all’orzo Fallani che il nonno ha portato dal circolino. Oltre la ramata che intrappola i polli, oltre la gialla tracimazione del calicanto sulla staccionata dirimpetto, i campi sono praterie selvagge, foreste gonfie d’animali nascosti e piante intricate. Un rudere di chiesetta inselvatichito che spicca rosso tra filari di vite e alberi di ciliegio è un inespugnabile fortilizio; su un estradosso scarnito s’erge a pinnacolo un minuto cipresso che v’ha preso dimora. Qualcuno si calerà fin dentro la cripta, da uno squarcio nero rinvenuto nell’ammattonato della diruta cappella tra balle di fieno e bigonce di stallatico messe a magazzino, e ne risalirà brandendo un certo osso misterioso d’animale, o forse addirittura un femore umano.

In un altro angolo di questa mia casa antica esiste invece una foresta pluviale che nel rigoglio della vegetazione sintetica nasconde piramidi maya in disfacimento, costruite accatastando i grandi e rigidi cuscini di gommapiuma che compongono i divani del salotto saturo di moquette e carta da parati. Vi si scorgono alle volte strutture effimere alte due o anche tre piani, con colonne, architravi, pavimenti e soffitti in gommapiuma; queste costruzioni sono erette nello spazio d’un mattino, e scompaiono immancabilmente dopo l’ora di merenda, quando la nonna protrude i rami nodosi ad agguantare le persiane che tagliano a fette la stanza nel tramonto. Questa è l’ora in cui i campi profumano di fresco, e i contadini accendono il fuoco sotto le ramaglie affastellate, liberando lunghi drappeggi di fumo bianco che s’arrampicano nel cielo smaltato; i falò che spuntano a infiocchettare la campagna scoppiettano di scintille e rilasciano un odore robusto di legno, che fa venire in mente le antiche cucine delle coloniche, le grandi cucine dagli immensi focolari sempre caldi e sudici d’una fuliggine pervicace.

Una di queste coloniche, ormai mezza crollata, si va consumando poco oltre la recinzione della mia vecchia casa: brandelli di muro oggi s’elevano dall’intrico vegetale d’un campo incolto, e sorreggono da una sola estremità le lunghe travi collassate nello sfacelo dell’interno. A osservarla dall’alto, la vecchia colonica sembra una balena esanime dalla groppa squarciata, venuta chissà come a spiaggiarsi al bordo d’una trafficata statale. Sparsi pioppi ne vegliano la carcassa, e in primavera le fanno omaggio d’una soffice peluria bianca; un albero spunta addirittura dall’interno della stalla semidistrutta, a dilungare le folte braccia contorte lassù dove un tempo s’abbarbicava il tetto embricato d’un bel tenné. L’intonaco mezzo franato ha scoperto lo scheletro di terracotta, dove brulica un barbaglio di lucertole nei giorni assolati; i piccioni invece si sono impadroniti dei luoghi più alti, e li si vede spesso ciondolare pensierosi sui cornicioni crepati, sui davanzali delle accecate finestre.

Eppure la casa viveva d’umani un tempo, e portava fiera l’aura fascinosa d’una cura minimale, d’una rovina trattenuta in un controllato disgregare. Sembrava che i superstiti abitanti di quell’antico casolare avessero misurato il futuro che restava loro davanti, lasciando che la costruzione s’acciaccasse di pari passo con loro: così la pelle che s’aggrinziva sul volto adusto dell’agricoltore la si poteva rivedere nella fitta ragnatura della malta in facciata, l’artrosi che incartocciava l’attempata contadina la s’intuiva nelle persiane sfogliate che cigolavano sui cardini allentati, e i vetri sempre più unti e appannati ricordavano i loro occhi umidicci e velati dalla cataratta. Sbollature, incrostazioni e muffe che infestavano quei muri apparivano allora come malattie organiche, cancrene che intaccavano un corpo vivente; nelle calme notti di prima estate, quando larghe maree di lucciole invadevano i campi scrosciando fino ai suoi muri in una risacca luminosa, la colonica sembrava quasi esalare un suo proprio sottile respiro, un ansito cadenzato d’anziano in sofferente riposo.

Capitavo spesso sull’aia, sbucando dal fosso che separava i campi dal nostro cortile; le galline si disperdevano a ventaglio appena mi vedevano, per poi raggomitolarsi poco più avanti, a pericolo scampato. Nella vecchia stalla adibita a dispensa, rimasta senza portone, oltre l’arco d’ingresso s’intravedevano nell’umida oscurità verdura e frutta stipate in cassette di legno, panieri colmi di uova fresche, salumi appesi, trecce d’agli e cipolle fissate a vari attaccagnoli, e d’estate certi bei pomodori grossi come zucche, rossi, odorosi, talmente lucidi da sembrare di ceramica; non era raro che la contadina, vedendomi fare capolino, m’offrisse una di quelle sculture perfette, porgendomela col suo artiglio deforme. E nonostante la voglia di addentare quell’invitante e sugoso pomodoro, il ribrezzo che mi montava alla vista delle dita nocchiute che lo stringevano mi faceva ogni volta declinare l’offerta, lasciandomi un vago senso di sconfitta. Così un mattino d’afa sbucai dal fosso e la vecchia era là, sempre nascosta tra le ceste traboccanti, seduta su un panchetto a spuntare dei fagiolini che teneva raccolti in grembo. Sopra un banconcello, sistemati su un largo canovaccio, c’erano quei grossi pomodori che non avevo mai assaggiato. M’inventai d’aver visto una gallina impigliata nella rete dei fagiolini, laggiù nell’orto, mentre passeggiavo; strillava come un bambino, dissi alla contadina, sembrava che si stesse strozzando. Non so se mi credette, ma tenendosi le cocche del grembiule s’alzò e finalmente abbandonò l’umido deposito; appena scomparve dietro l’angolo, mi tuffai nell’oscurità e afferrai un pomodoro fresco e carnoso; corsi col pomodoro in mano dal lato opposto della casa, ma fatti pochi passi incespicai in una buchetta e cascai con le ginocchia dentro qualcosa di molle. Un pulviscolo di mosconi ronzanti m’avvolse e sfumò via. C’era uno strano odore dolciastro e untuoso che non avevo mai sentito, un odore che m’incuriosiva e repelleva allo stesso tempo. Poi, ancor prima di capire dov’ero caduto, vidi quattro minuscoli cavallini rosa che penzolavano legati con delle cordicelle a un ferro rugginoso che spuntava dal muro. Li vidi proprio così: erano quattro cavallini senza coda e senza criniera, non più grandi d’un gatto, con una mostruosa testa rossa dagli occhi sporgenti, che stavano appesi all’ingiù. La buchetta dov’ero caduto era ricolma d’una massa informe e variopinta: vi s’intuivano bulbi biancastri, brandelli giallognoli, fagotti bruni e callosi, lunghi tubi intrecciati, e certe cose che sembravano meduse, cappelle di fungo, palloncini riempiti d’acqua, cuffie per capelli, asciugamani bagnati, gomitoli di lana, palloni sgonfi. Quando m’accorsi di stringere in mano il pomodoro ormai spappolato potei sentire montarmi dentro come dell’acqua in ebollizione, e piansi, piansi fin quando la vecchia contadina col suo artiglio m’afferrò per un braccio e mi tirò fuori da quell’inesplicabile ammasso di materia.

    

L’emergere dell’essere

IMG_20200531_181225L’istituzione ribolliva di trasformazioni sociali e pedagogiche. Riflessioni sulle possibilità dell’insegnamento. Sulle metodologie. Su questioni squisitamente docimologiche. Chiusa già da qualche anno la stagione gentiliana dell’istruzione di base. Stop ai manifesti all’entrata degli istituti in cui si spiegava come comportarsi in caso di rinvenimento di ordigno bellico. Fine dell’implicito controllo sociale effettuato attraverso la scuola. Piomba la media unica. Niente latino. Obbligo fino ai quattordici anni. Via libera, per farla facile, alla scolarizzazione di massa. Un bambino può parlare mille linguaggi ma gliene portano via novecentonovantanove – la psicobiologia dice sia verissimo. Nelle fotografie di classe non si deve sorridere mai. Nemmeno imbarazzarsi delle orecchie a sventola. I maschi portano capelli folti e inquieti. Le femmine spesse calze a quadri. Grembiulini di cotone blu (neri nelle foto b/n). Sbilenchi fiocchetti rossi (grigi). Stufe a legna nelle aule. Processioni di cappottacci ai muri. Cartelle di cartone. Il sillabario tanto per cominciare. Spartani astucci verde ghianda. Matite. Ancora pennini e calamaio. Anche se già trovavi in giro le stilografiche. Le prime biro. Le Bic. La tecnologia galoppa. I banchi col buco sfruttati per trent’anni e passa. Le panche ostiche come nelle chiese. Sulla cattedra un pallottoliere, il registro, un bicchiere con un fiore, poco altro. Pregare tutte le mattine fissando il crocifisso. Gesù è morto per noi. Gesù è morto per noi. C’erano ancora le residuali bacchettate sulle mani, nonostante l’indebolirsi del paradigma behaviorista. L’ipnopedia non ha comunque alcun valore scientifico. C’era ancora la paura. Se hai le unghie lerce ti becchi il dolore, sudicione. A sentire alcuni il condizionamento continuava a trovare una giustificazione. C’entravano Hitler e Stalin, ma parecchio alla lontana. Starsene un’ora in ginocchio sui ceci secchi. Prendersi ceffoni per un congiuntivo mancato. Scrivere cento volte sul quaderno, punizione atroce, non devo scrivere tutto questo cento volte sul quaderno. Pigro abbandono della Teoria Ipodermica e del seducente corollario di metafore. Ciascun individuo, sentite questa, è una specie di atomo isolato soggetto alla propaganda di insegnanti et similia – la persuasione viene inoculata. Lo studente è bersaglio. È passivo. Azione e reazione. Nulla, nella black box. Stimolo e risposta. Stimolo e fottuta risposta – il gelido mantra della TI. Poi ecco il cambiamento, il ribollire, la novità, la scoperta del cervello pensante. L’abbraccio alla complessità. Collateralmente, nella dimensione extrascolastica, quella specie di nuovo rinascimento. Dalla polvere rurale a quella di città. Dal sud al nord. Collateralmente, il Boom. Le Vespe e le 500. Le festicciole rionali sudate di vino. La metafisica della carne nei piatti. L’acqua perfino tiepida nei tubi. Ecco il Paese che sognavamo. L’incremento demografico. Le lavatrici e i frigoriferi. I sorpassi a cento all’ora. Gli emancipati e iperbolici cappelli a scimmiottare Marilyn. Ma i disgraziati c’erano ancora, eccome, se stornavi un attimo lo sguardo dalla retorica del Miracolo li trovavi dappertutto. Gli alcolizzati ciondolanti per le vie. Le accumulatrici di gatti i cui grossi seni mosci penzolavano dai balconi. I morti di fame dalle mani nero bottino assopiti sulle panchine. I padri avevano visi brunastri e intascavano qualche lira in più se e solo se accettavano di lavorare nei reparti più velenosi. Col tempo avrebbero cresciuto variegate forme neoplastiche e sarebbero diventati impotenti e cornuti. O proprio crepati verso i cinquanta. Quarantamila al mese, nel Comprensorio del Cuoio. I poveri non telefonavano quasi mai. Né telefono né televisione. Per loro, anni dopo, la Luna sarebbe comparsa solo nei bar. E sempre nei bar avrebbero di lì a poco fatto saltare le cervella a quel Kennedy (che vita è se non bevi un bel caffè?). Ma l’istituzione era un ribollire, questo si stava dicendo. Tutta un ribollire. Il profumo del cambiamento sempre più intenso nell’aria. Si cominciava ad azzardarlo, che nella scatola ci fosse qualcosa. Il soggetto ricevente è chi l’avrebbe mai detto attivo. Ora ha credenze. Ha desideri. Prova meraviglia – l’apprendimento tramite scoperta teorizzato da Bruner. Possiede certe interessanti capacità cognitive. Il quaderno or è finito; se, in letizia, t’è servito la scrittura a migliorare, tienlo tra le cose più care. Arriva la tanto sospirata soppressione della vacuità calligrafica – la Bella Scrittura è in fin dei conti orrenda. Obiettivo primario universalmente perseguito: accendere gli incendi, mutare specchi in finestre, animare le piccole anime eccetera. Apprendimento meccanico rimpiazzato da apprendimento significativo. La resa del moralismo apocalittico e il trionfo dell’ottimismo integrato – così suona davvero alla grandissima. Nuove metodiche scolastiche, per carità, ancora insufficientemente puerocentriche, ciononostante in mezzo ai balbettii del mutamento paradigmatico il bambino aveva saputo ritagliarsi i suoi spazi. Rincorrere quei suoi primi interessi. San Miniato, troppi anni fa, un po’ di nebbia giù in valle. Mattinate fragranti di gesso e legna ardente. La maestra passava ore e ore a raccontar loro le cose e pretendeva che ci riflettessero su e che poi le ripetessero in classe. Lui aveva una memoria speciale e non gli costava nessuna fatica. Un solo problema: ogni volta che apriva bocca si sentiva addosso gli occhi del mondo intero e desiderava sparire. Un solo piccolissimo problema. La signora Fiorenza, nata a Empoli l’anno della marcia su Roma, sempre in nero per il marito perso in guerra, pensava che nella scatola ci fosse roba. Ci contava. E ogni tanto chiedeva opinioni, stimolava l’esplicitarsi del pensiero, il dentro che balza fuori, la comunione delle idee. Lui giocava. Alle elementari era ancora un gioco. Anche se la maestra supponeva che ci si mettesse d’impegno, che ci perdesse delle ore. La cartina dell’Italia densa di scritte appesa accanto alla lavagna (ecco il nostro motto: chi risparmia vive felice!). Qualche metro più in là, la tavola sillabica e uno sgualcito regolamento d’istituto. (Il gelato al bar su in piazza del Popolo il sabato pomeriggio al ritorno dai giardini. La stracciatella migliore della Toscana – enfatizzavano). Religione, storia, educazione civile, geografia, scienze, matematica e grammatica. Imparare a fare le aste, aste, milioni di aste sul quaderno che sarebbero pian piano evolute in più o meno storpie lettere. Imparare l’alfabeto. Imparare la struttura interna delle parole prima di tutti, una gara a cui non sapeva di partecipare. Imparare in scioltezza un sacco di parole più degli altri. Che poi a volte s’impegnava di brutto. Come per esempio quel giorno in terza elementare che passò l’intero pomeriggio a scrivere di – che gli era preso – cetacei. La maestra aveva chiesto solo un paio di pagine su un argomento a piacere (primi impacciati passi pedocentrici), lui strafece e andò sulla decina. Perché gli piaceva. Perché così il tempo passava meglio. Le immagini suggestive sul volume dell’enciclopedia Fabbri, che si vendeva porta a porta e che sulla copertina sfoggiava astronauti, pappagalli, aggeggi lenticolari, avveniristici aerei e, centrale e netta, una rotondissima Terra. Le ingiallite pagine del Grande Libro della Natura, pescato da qualche parte in soffitta – carta ruvida e muffosa, foto pressappoco scure, illustrazioni iperpigmentate. Polmoni subacquei, quelli erano. Immani bestie a stanziare nel medesimo mare in cui faceva i suoi spensierati bagni estivi,  a Marina di Pisa e Cecina. Collegamenti. Pinocchio, Geppetto, la grossa balena bianca di quella storiella paurosa. Scoprire che cetaceo significa mostro marino – i delfini erano un’eccezione, i delfini erano magnifici. Il mio babbo si chiama Beppe e non è grasso ma neanche secco: è normale. Il mio babbo è molto forte e lavora in concia a Santa Croce tutto il giorno e quando torna a casa la sera è stanco e puzzolente. Ha sempre una gran fame. Il mio babbo parla poco. Quando non ho appetito mi dice che quando c’era la guerra lui ha mangiato i pezzi di salame sudici che trovava in terra e che erano pieni di formiche. Quando lo dice mi immagino le formiche che si muovono nella sua pancia ma non glielo dico. A volte la domenica io e il mio babbo andiamo al cimitero a portare i fiori ai miei nonni. Quasi sempre lui ci va da solo. Io so che i miei nonni sono nati a Venezia e sono venuti a stare in Toscana tanto tanto tempo fa. Il mio babbo non ha mai conosciuto il suo babbo e la sua mamma. Sono morti quando lui aveva due anni. A volte penso che il mio babbo è triste per questo. Neanche io li ho mai conosciuti, anche se mi sarebbe piaciuto tanto! La signora Fiorenza diceva che i riassunti erano lodevoli. Nei dettati commetteva meno errori degli altri. A matematica non aveva alcun tipo di problema – filava tutto liscio con moltiplicazione, divisione, sottrazione, addizione, tabelline eccetera. Agli esami di quinta, nell’anno de Il laureato e di Are you experienced, tutte le insegnanti della scuola si radunarono per ascoltarne l’orale, evento speciale e lungamente atteso. Dovevate proprio sentire. Ragazzi. Aveva un lessico così sconfinato. Era così inconcepibilmente brillante. Il sussidiario di terza si chiamava Amicizie. Quello di quarta Genti e Paesi. In quinta c’era Piccolo Mondo. Su una copertina scarabocchiata campeggiava la faccia di un bimbo che abbracciava un cane. Quell’altra volta che scrisse un pensierino sulla domenica pomeriggio a Firenze con i suoi, di un gelato enorme e di palazzi giganteschi e così precisi e del babbo davvero allegro, e la maestra all’intervallo che lo prese da parte, l’alito fresco d’arancia, e gli disse che era davvero una cosa bella e che era stato bravo, bravo, bravo sul serio. Le attenzioni che non voleva. I primi commenti corrosivi dei compagni, che lo trattavano come se fosse un bambino differente. Ruffiano. Sapientone. Saputello. Cocco della maestra. Inteligentone (sic). Il gioco che già prende la brutta piega. Il rifiuto. Il volersene stare per conto proprio. Il lento avvilupparsi di cause esogene ed endogene. Una notte mi sono svegliato e ho avuto paura che accanto al muro ci fosse un orso che voleva mangiarmi. Dopo l’orso è scomparso ed è venuta una strega con i capelli di fil di ferro che voleva farmi sparire con la magia. Dopo è arrivato un marziano con una navicella mostruosa. Tremavo tutto. Ma poi ho pensato: prima ho letto le fiabe con gli orsi, con i marziani e con le streghe! Ecco perché! E mi sono rimesso a dormire. Leggeva Il Corriere dei Piccoli e i Disney, quando poteva i Tex e i Mandrake. La parola fumetti andava scritta tra virgolette perché non era Buon Italiano. Leggeva di tutto. Terminò Gian Burrasca per tre o quattro volte di fila, sgranocchiando sul letto dolciumi alla menta ricevuti per Natale, in un piovoso inverno di metà anni Sessanta. Pescava titoli allettanti dalla biblioteca nel convento della chiesa di San Domenico. Seguiva le dritte della signorina Virginia, che lavorava là ed era sempre contenta di vederlo. Riecco il suo piccolo lettore. Riecco il bimbo curioso. Storie fantastiche e avventurose. Salgari, divorato durante un memorabile morbillo, Twain, Wells, Verne. Avere una mamma è proprio una bella cosa! La mia mamma Elisabetta è la migliore di tutte. Mi piacerebbe dirglielo, ma non ci riesco mai! Qualunque sforzo è inutile. La sera sto nel mio letto e ci penso. Poi la porta si apre e la mamma viene a vedere se dormo. Io chiudo gli occhi in fretta e allora lei mi dà un bacio e io penso che forse lo sa come le voglio bene. Si era impegnato tanto anche quell’altra volta, poi, di cui da adulto non avrebbe più ricordato nulla, quando la maestra aveva assegnato il compito di inventare una storia di sana pianta e lui aveva partorito diverse paginate di racconto in cui il protagonista-bambino, sfuggito ai genitori malvagi, il padre due manacce impietose e la madre un’orribile voce stridula e due brutti occhi gialli, s’imbarcava come clandestino su una nave e visitava posti da sogno e viveva mirabolanti avventure per il resto della vita. Castelli, principesse, draghi, incantesimi, fiumi di latte zuccherato. Talmente ben fatto che per la prima volta in assoluto la maestra, supponendo di gratificarlo, lo invitò alla cattedra per leggerlo. Lui pensava, informemente, che non fosse la cosa migliore da fare. Ma come spiegarsi. Come modificare il corso degli eventi. Arrivò blandamente alla cattedra, aprì il quaderno e alzò un attimo lo sguardo. Davanti a sé si stendeva un nugolo di piccole teste e occhi accusatori. Qualcuno, là in fondo, sogghignava ferino. Qualcuno già prefigurava il dopo, il domani, le ovvie conseguenze. Scoprì che le sue ascelle sapevano inumidirsi a sorpresa. Scoprì che il cuore poteva lanciarsi in violente accelerate e che la vista poteva farsi di punto in bianco nebulosa, inaffidabile, traditrice. Scoprì il tremore destabilizzante degli arti inferiori. Aleggiava un silenzio che voleva e allo stesso tempo non voleva lasciarsi alle spalle. Una matita cadde sul pavimento da qualche parte a sinistra. Uno schiarirsi di gola sul fondo. Poi nulla. Poi era lì e non poteva sparire. Poi toccava a lui. Stava per partire. Stava per articolare la prima parola, stava per ascoltare la sua stessa voce riverberare strana sui muri in parte stonacati di quell’aula samminiatese. Il bambino era precoce, lo dicevano tutti. Il bambino era intuitivo. Il bambino era dotato e cominciava ad arrivarci anche da solo, credeteci, senza bisogno di conoscere le idee mirabolanti e contraddittorie di tutti quei cervelloni: nella scatola c’era davvero un gran mucchio di roba.

I temi di quegli anni avevano titoli come: Devo assolutamente confessare questa cosa, Una merenda con gli amici, La fine dell’anno scolastico: il mio pensiero al riguardo, Descrivi la Toscana, Descrivi San Miniato, Cos’è per te la primavera?, Cos’è per te l’anima?, La paura è fatta di nulla, Descrivi un animale immaginario, I posti che vorrei tanto conoscere, Cosa faresti se tu fossi il re del mondo, La visita dell’Ispettore, Quanto è utile risparmiare, Perché non si deve bestemmiare.