Labarda Levata: un ulteriore sguardo dietro le quinte

Sasha Tapinassi: lo dico d’emblée, accantonando qualsivoglia velleità di suspense. Questo, dunque, è il mio nome. I più agées di certo mi ricorderanno come il Sascino di Paesante; più d’uno si rammenterà della Cascina di Sasha, il cohousing neo hippy ante litteram stroncato dall’irruzione delle forze dell’ordine l’undici di luglio dell’ottantadue, più o meno in contemporanea col gol del due a zero azzurro a Madrid: l’urlo di Tardelli dal Mivar che sfumava in una bolgia di porte sfondate, fumogeni esplosi ad altezza d’uomo e manganellate (ma questa è roba che mi tengo da parte per un futuro post di Labarda). Ciò che Benno ha riferito sul mio conto qui è abbastanza veritiero: di certo un poco romanzato; ma si sa, siamo pur sempre all’interno di un blog dalle velleità, ebbene sì – diciamolo senza troppe remore – “letterarie”. Se l’ottimo Fiumalbi non avesse fatto la prima mossa non sarei adesso qui a scrivere queste righe, che mi risultano ardue per una mia consuetudine di riservatezza. Non s’intenda ciò come posa intellettualoide: prova ne sia il fatto che oramai da qualche lustro conduco una vita alquanto ritirata, per non dire eremitica. Ma veniamo al punto.

Ciò che resta oggi della Cascina di Sasha

Labarda Levata nasce da un sogno. Non in senso figurato: un sogno reale, o meglio un doppio sogno, in contemporanea per giunta. Eccolo: vado di gran lena per Corso Garibaldi con due giganteschi faldoni di fogli sottobraccio, quando, entrando spedito nella Loggetta del Fondo, mi scontro con un tizio anch’esso carico di faldoni che mi viene incontro dalla parte opposta, e tutti i fogli ci scivolano via mischiandosi a terra, prendendo infine a svolazzare in ogni direzione; alzo gli occhi e in quel signore riconosco Benno, il mio vecchio amico Benno che non vedevo da anni. Naturalmente il mattino dopo spedisco una mail a Benno per raccontargli il sogno, e quando mi arriva la sua risposta non posso fare a meno di rabbrividire. Scrive infatti Benno:

[…]e com’è strano sentirti proprio stamani, proprio con questo sogno. Tutto ciò va contro qualsiasi dogma finora da me ritenuto inconfutabile, e mi sconvolge alquanto. Anch’io, difatti, stanotte ti ho sognato, per giunta in circostanze che presentano un’inoppugnabile quanto imprevedibile analogia. Eravamo infatti io e te, soli, sul prato della Rocca, e tenevamo in braccio due pile di fotografie: d’un tratto un refolo di vento persistente ci sparpaglia le foto, mulinandole in aria e seminandole ovunque[…]

Da lì alla decisione di iniziare un blog, il passo è stato breve. Pertanto il mio rapporto con Labarda non può che essere visceralmente sentimentale, e prescinde da ogni oggettiva misura di popolarità, qualità o diffusione. Certo, mentirei se dicessi che l’apprezzamento espresso a più riprese da noti personaggi del mondo accademico e letterario mi lascia indifferente – tutt’altro! – ma sarei fiero di Labarda anche se i feedback fossero di natura diametralmente opposta (come peraltro verificatosi in alcune occasioni[1]).

The Kenosha Kid, il mio nickname, l’ho preso in prestito da un misconosciuto thriller giovanile di Marco Vichi, Morte a Varlungo. Vichi è sempre stato un mio punto di riferimento, assieme a Tondelli, Zaffagnini, Rodengo-Albrici, Capriotti, Malvaso e Raveggi, nomi che ai più diranno poco o nulla. Il Kenosha Kid è un outsider, un rinnegato, uno schmuck: da lì la mia simpatia e l’istantanea identificazione.

The Kenosha Kid

Sì, ma cos’altro dire di me, che la gente ancora non sa? Ecco alcune confessioni che mi sono riservato per la nostra Labarda, e che ormai è giunto il momento di sviscerare. Sono cieco da un occhio – il destro, per la precisione – in seguito a un bizzarro incidente con un’antilope e un cavaturaccioli[2]. Da ragazzo ho fatto tre giri completamente nudo sui calcinsella della fiera in piazza Dante. Un pomeriggio di tanti anni fa, in una radura sopra Vizzaneta, ho incontrato quella che con tutta probabilità era la Madonna. Al Derby di Epsom del ’93 ho mangiato per scommessa tutti i fiori del cappello della contessa di Wessex, senza che lei se ne accorgesse. Per lavoro ho fatto foto osé a un noto politico fiorentino col suo amante segreto. Fui io a disciogliere in acqua chili di Rosso Ponceau quando il lago di Moriolo divenne un’immensa pozza di sangue. E via, e via, e via. Il titolo che Benno immagina per la mia biografia in fieri, “Ho rimbalzato dappertutto”, è dannatamente azzeccato.

[…]disciogliere in acqua chili di Rosso Ponceau[…]

Eppure il desiderio di mettersi a nudo si trascina dietro il senso di una fine, un retrogusto amaro che chissà dove mi condurrà. Sarebbe un peccato se mi facessi sopraffare, ancora una volta, da quell’insano desiderio di autodistruzione che mi porto dentro da una vita; un peccato, perché di storie da raccontare, qui su Labarda Levata, ne avrei ancora a decine. Come quella del fantasma di Villa Sonnino. Quella della rapina tarantiniana alle Poste di Corazzano. Quella dello spaventoso gigante di Pilerno. Quella degli incontri VIP a luci rosse in una insospettabile maison del Poggio di Cecio. Quella delle messe nere nei boschi di Germagnana. Quella della vita dissoluta di M.B. Quella dei combattimenti di galli in un capannone dismesso della Serra.

Dunque vi lascio, ma non prima di un’ultima confessione. E se vi dicessi che Beasley e Kenosha in realtà non sono due persone? Qualcuno di voi l’avrà sospettato, leggendo attentamente i vari post. Ebbene, la verità – l’ennesimo segreto di Pulcinella – è che in realtà Beasley e Kenosha non sono due persone, ma tre. Attendiamo dunque, se mai ci sarà, la versione di questo enigmatico tertium datur. Ma forse, per la prima volta, vi sto solo prendendo in giro.

Ad maiora!


[1] Scrive ad esempio Vanni Santoni sul Corriere Fiorentino del 7 marzo 2021 nell’articolo “Afeli, Perieli e Mistificazioni”: […]ma la San Miniato di Beasley e Kenosha Kid non è né la Bucarest trasfigurata di Cărtărescu, né l’onirico Terminus radioso di Volodine, bensì un ibrido che si smaterializza nell’inconsistenza dell’artificioso, come fosse una quinta da Far West hollywoodiano: San Miniato, semplicemente, non c’è[…]. A Santoni fa eco Luca Ricci dalle pagine del Tirreno ediz. Pisa in data 2 aprile 2021, nell’articolo “Scrivere un racconto che NON piacerebbe al New Yorker”: […]Ma veniamo al caso letterario locale degli ultimi mesi: Labarda Levata. Tensione narrativa: zero; Personaggi: non reperiti; Struttura narrativa: assente; Elementi extradiegetici: neanche l’ombra. In poche parole, un fallimento totale[…]. Paolo Nori mette infine la pietra tombale dal Foglio (18 maggio 2021) nell’articolo “Io son poi quello che parlo male di Parma”: […]Borislav Fedorchuk, amico di Tolstoj, racconta che il grande scrittore gli disse una volta ‘Pietroburgo? L’ho detestata, ne ho parlato male e così l’ho resa immortale’, a me sembra invece che questa cosa qui mica la posson dire quei due di San Miniato, che ci son stato è pure una bella cittadina, ecco loro a forza di parlarne bene mi par che la stian distruggendo invece[…]. E qui, per pudore, m’interrompo.

[2] Potete fare due più due, se possedete rudimenti d’aritmetica

Via Fornace Vecchia

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[…] Si avvicinò alla finestra e guardò fuori. La giornata puntava a scurirsi. Uno stormo di uccelli, gestalt compatta di ali e cervelli minuscoli e sbalorditivi, spazzò il cielo da destra a sinistra. Vide l’anonima casetta dai muri malstuccati, una volta ci stava il Cosci, un umbratile milanese senza moglie né nuca che di tanto in tanto lanciava urla idrofobe nel pieno della notte, rifornendo per settimane di materiale le discussioni del vicinato. La casa si ergeva al di là di via Fornace Vecchia, una discesa tortuosa che partiva dalla sovrastante via Roma/Carducci e portava giù a Gargozzi, ora nel 2005 asfaltata e spesso aggredita (ma non quella mattina) dalle berline spietate del personale bancario. Perpendicolarmente proprio sotto la strada, a mo’ di sostegno, si trovava il grosso muro di nudi mattoni con cui aveva scambiato milioni di palloni quand’era un ragazzino che voleva migliorare la propria tecnica di base – migliorare lo stop, migliorare il calcio con l’interno piede, migliorare il sinistro. In primo piano oltre il doppio vetro c’era la piazzetta ghiaiosa su cui sorgeva il muro, e sulla sinistra la giovane acacia che aveva sostituito quella storica, il tronco rossomarrone che diventava la bomba del nascondino, l’albero che nelle giornate autunnali affrescava lo spiazzo col suo caldo e pointillismico nanofogliame. C’erano foglioline anche in quel momento, qua e là, foglioline che con la pioggia imminente si sarebbero tramutate in una pappetta colloidale e giallognola. Dietro l’albero partiva il burrone – ora un oggetto geologico innocuo, allora tremendo e rischioso, confine estremo tra il mondo civilizzato e quello esotico/misterioso, ricettacolo di terriccio e fantasie, di forme verminose, di radici, di serpi e di ortica. Scendere tenendosi ben stretti alla corda. Scendere con i calzoni lunghi, se possibile. Scendere piano, soprattutto se si è piccoli e se si è femmine. Scendere un po’ come avventura, come esplorazione, come coraggio, scendere alla stregua di Yanez de Gomera e Sandokan. Scendere come uccidere la tigre – scendere come bambini. Sul fondo del burrone, dalla finestra non li vedeva, gli orticelli coltivati a pomodori e cavoli e insalate, le bottiglie di birra, le baracche di pellet ed eternit e scintillanti fogli d’uova di Pasqua (elementi d’aquilone), le scatole Control, il turchese distopico dei sacchetti di nylon non biodegradabili, le galline erratiche. Un ricordo netto – sua nonna Mara che aveva un orto dall’altra parte del paese, verso l’ospedale, che un giorno abbrancò una gallina e le tirò il collo proprio davanti al suo visino cinquenne, il pollo che s’afflosciò languido, senza lottare, la nonna che gli scompigliò i riccioli con quelle mani assassine. Più giù ancora, superati gli orti e il pollame, immaginava, di nuovo dirupi e acacie, radure erbose e boschetti, e colate nere di catrame laddove quarant’anni prima si sgretolavano stradine e la pioggia plasmava miniaturizzati canyon d’argilla sul fondo dei quali lui rinveniva conchiglie fossili per la propria collezione terrosa – che va’ a sapere dov’era finita. Una scatola di cartone, marrone come tutte le scatole, rinsaldata alla bell’e meglio con metri di nastro da pacchi, che lasciava una scia ruggine quando veniva spostata, pesante quanto un cristiano. Va’ a sapere. […]

Viva Cencio’s

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Happiness is the absence of unpleasant information
W. T. Vollmann,
Europe Central

Bretella borbotta qualcosa che in ritardo, e solo grazie al contesto (per i cristalli liquidi sul cruscotto sono le 22.37), decodifico come un È troppo presto. Così sostiamo per un drink. Al Pinocchio, la statale brilla di pioggia recente, l’aria è nuova e profuma vagamente di petardi, quasi fosse l’ultimo dell’anno. Ma è solo ottobre. Solo un ordinario venerdì notte di ottobre dei primi Duemila in cui scusate tanto ma proviamo a vivere. Nel bar, tre o quattro vecchi parlottano di fronte allo schermo CRT, che riverbera la nettezza di scene già immortali, già Storia, e una donnina dalla testa glassata riassetta tavolini sul fondo. Bretella e io prendiamo una Sprite piccola, Michelone va su una Pepsi media. Parliamo di lavoro, di motori a scoppio, di un viaggio da sempre sognato. A un certo punto, ammezzando la parola Antipodi, Michelone si mette una mano sulla bocca e starnutisce. Il barista dice Salute. Dalla sommità del suo 1 e 99 Michelone ringrazia e gli chiede se per caso conosce o ha mai sentito qualcosa del grande compositore sovietico Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич. Il barista finge di rimuginarci un po’ su e risponde di no e ci fissa, me e Bretella, abbracciandoci con un tenerissimo sorriso.

Michelone scuote la grossa testa rasata.

La zona industriale di Prato – che raggiungiamo in una cinquantina di minuti di FIPILI uscendo a Signa – è umidiccia, cupa e un po’ Strange Days, se capite che intendo. Alterna tetri capannoni lunghi 200 m a poligoni depressi di arbusti secchi, stagni sempiterni e cumuli di lavatrici gettate. Sotto il bagliore ocra di sparuti lampioni le macchine brulicano bramando parcheggio, e qua e là grappoli di giovanotti inalano in gran segreto quantitativi pazzeschi di buon tabacco rollato. Michelone, fischiettando l’Opus 110 (1), piazza la Punto di sguincio su un marciapiede lontano dall’entrata. Ci avviamo a buon passo, Bretella primo, Michelone in mezzo, io ultimo. Bretella veste un bomber verde militare; Michelone, alto e pure obeso, il solito giacchetto di jeans taglia M comprato in età prepuberale. In coda all’entrata, la tessera in mano, Bretella butta lì di averla vista a Firenze la domenica passata con uno dalla nuca tatuata. Usa sempre l’oro come termine di paragone per i capelli biondi, il marmo per evocare la consistenza di, insomma, ci siamo intesi. Michelone, che l’ha beccata diverse volte pure lui, ribadisce che è bella, ideale, noumenica, quasi come Elena Konstantinovskaya – comunque notoriamente mora.

Il locale si presenta come il solito sterminato scatolone pigiato di corpi e potenzialità. I muri svettanti sono pennellati di murales, il soffitto è grigio nebbia, il pavimento una colata di solido petrolio. Un’incisione nuova sull’intonaco a destra dell’entrata: WE ARE THE ENEMIES OF REALITY. Nelle luci svelte, sotto la palla a specchi, a ritmo di musica saettano sulla pista da ballo (2) sagome oblique, braccia arrese, raggiere di capelli. Facciamo un giro perlustrativo, salutiamo vecchi amici, gente che scende settimanalmente l’appennino o che viene addirittura dal senese, poi andiamo sul primo drink. Gli aerei, la polvere, le imminenti contromosse. Può la fine cominciare di venerdì notte? Prendiamo tre aranciate San Pellegrino belle frizzanti. Al freigeist di Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич! urla stentoreo Michelone al momento del brindisi. Mi volto dall’altra parte, forse imbarazzato, forse cercandola nella calca. Una buona metà dei maschi porta un dolcevita. Le ragazze gonne, jeans, pullover trendy, stivali luccicanti di stelline incastonate. Stanno passando It’s raining men di Geri Halliwell quando (mi pare) Bretella in punta di piedi chiede sussurrando a Michelone se per caso l’ha già vista da qualche parte.

Michelone, a cui da lassù niente sfugge mai, scuote la testa.

Ci fermano Manuela e Irene ragguagliandoci sul loro ultimo viaggio. Finiti gli esami i primi di settembre, sono state in Marocco e si sono stradivertite. Sequestro Manuela, le offro una gassosa e la guardo avvicinare il bicchiere alla bocca: ha delle mani davvero belle. Mi faccio spiegare per bene quando sono partite, quanto sono rimaste, le chiedo se sa che in inglese Marocco si dice Morocco con la O. Con un occhio ne guardo le labbra espandersi e ritrarsi (danza di medusa), con l’altro, a metri di distanza, nella penombra, ancora Michelone e Bretella confabulare – Irene annoiata che si mangiucchia le unghie. I suoi capelli dorati, le forme – dicono – marmoree. E se il mondo esplodesse prima che io…? Manuela, il fiato tanto dolce da stuccare, prosegue torrenzialmente citando certi tè marocchini alla menta a sentir lei troppo goduriosi, finché con zero tatto Michelone, Bretella e Irene si avvicinano, ci propinano qualche sciocchezza e ordinano a loro volta. Michelone solleva la pinta di Pepsi (dalla manica del minigiacchetto di jeans sbucano 50 cm di lana acrilica) e, mentre le Lollipop cantano Down down down, grida: All’integerrimo Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич! Qui Irene lo fissa come di solito si fissano quelli con la corteccia prefrontale anche solo in parte lesionata (trauma, ictus, etc.) e gli chiede che diavolo stia blaterando. Michelone scuote la grossa capoccia e finisce il drink in una lunga chiassosa sorsata (3).

Manuela e Irene si dileguano con un lapidario Ci becchiamo dopo. Così ordiniamo una Pepsi grande a testa e ci immettiamo nel flusso compiendo senza fretta quattro o cinque rivoluzioni attorno al bar. C’è un istante, solo un istante, in cui vorrei chiedere loro se dopo quel martedì di quasi un mese fa non sono ancora un minimo, come dire, turbati, frenati. Se non hanno paura. Ma lascio subito perdere. Ci intratteniamo con un gruppo di ragazzi di Galciana conosciuti tempo fa, tutti trentenni sostanzialmente bassi e baffuti, i quali non fanno a tempo a offrirci delle Mentos che subito ci snocciolano l’elenco eccitato, convulso e chiaramente posticcio degli avvistamenti serali. Sulla tribunetta laterale, al buio, avvinghiata a uno. A ballare come una pazza. Allo specchio del bagno per una controllatina al trucco. A cantare Infinito di Raf (ormai un classico del DJ set) con le amiche. Michelone e Bretella ascoltano annuendo, gli occhi umidi che quasi vedono, quasi configurano, i piedi che fanno piccoli e frenetici scarti avanti e indietro. Michelone è solleticato dal mero concetto. L’elettrauto/meccanico Bretella ci fa invece proprio quel tipo di pensierini pratici.

Nel bel mezzo della serata mi ritrovo da solo a marciare nella fiumana. Capto battute, risate, frasi sintatticamente elementari. Lancio occhiate. Saluto altri samminiatesi – compaesani conosciuti qua dentro. Saluto il sosia di Boy George, icona del locale, nel suo impeccabile completo bianco latte. Saluto Mario il Barzilli e Luana di Pistoia. Le casse sovrastanti pompano prima una perfetta Livin’ la vida loca di Ricky Martin, poi Madonna, Backstreet Boys, Britney Spears. Vedo un ragazzo inciampare e sversare sul linoleum mezzo litro di succo alla pera, una scena che – sarà per il colorino mesto del succo – mi ricorda un po’, insomma, dai, ci siamo capiti. Becco Manuela a confidarsi con un tipo dal pizzetto disegnato a carboncino e per un attimo invidio sia lui che lei, l’intesa rapida, l’incoscienza fertile. Niente aerei, polvere, escalation potenziali. Bionda. Questo conta. Necessariamente bionda. Come l’oro. Come miele d’acacia. Come il sole nel miglior giorno d’estate della vostra gioventù. D’impulso seguo le bionde, tutte, pure le castano chiare, le tallono zigzagando nella massa e le supero per poi voltarmi e valutare – dissimulando l’interesse – se i connotati possano anche solo sperare di corrispondere alle chiacchiere, al mito. Non ottengo granché. Prendo una Sprite media. Nell’udire Bailamos di Enrique Iglesias penso dissonantemente e mio malgrado alla figura stoica di Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич, penso a tempi in bianco e nero, penso a impietose circolarità.

Poi le teste sulla sinistra scattano all’unisono puntando come cani da ferma il centro della pista da ballo, sotto la palla a specchi. E nella fragorosa cascata che è diventato il mormorio circostante soffoca per sempre l’incipit di I’m Outta love di Anastacia. Gli indici tesi, polarizzati, la meraviglia che s’addensa lesta fra mille raggi diagonali viola e verdi. La mia vita sta per cambiare. Appoggio il bicchiere su un tavolino, drizzo il colletto della camicia alla boscaiola Energie, inspiro forte, mi inoltro nel groviglio di braccia e gambe. Vedere è un passaggio. Un salto di qualità. Mi faccio largo a spintarelle e chiedo scusa, ringrazio. Posso? Mi è concesso? Esigo prove decisive, sapete – la verifica fattuale della nostra possibile compresenza. Michelone il filosofo, Bretella il pruriginoso, ogni singola benedetta anima di queste notti transreali. Voglio partecipare, condividere. Essere come loro. Avanzo, mi lascio indietro la contingenza delle voci e i miei affanni cosmici, ormai miseri bisbigli, rimuovo le immagini e le sovrimpressioni tragiche della CNN (quel font duro), mi dissocio progressivamente dall’insieme vertiginoso di tutti i nostri spenti giorni di morchia, noia e teorie. Urto schiene, pesto piedi, scorgo bocche estatiche e mute. Avanzo, sempre più leggero, il battito diradato all’eccesso, e comincio a intravedere qua e là suoi brandelli nelle brevi fessure tra i giovani corpi mobili, e già deduco, già realizzo, la forma completa, l’intero, l’unico futuro che possiamo davvero sopportare. Sono quasi là.

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(1) Lo so perché me l’ha detto lui: se fossi un narratore onnisciente tutto questo, del resto, non avrebbe alcun senso.

(2) C’è un’altra pista, più intima, al piano di sopra. La evitiamo: musica troppo commerciale.

(3) Il severamente fuori corso in Filosofia e Linguaggi della Modernità Michele “Michelone” Barsotti di Balconevisi (PI) ha letto otto volte Europe Central di tale William T. Vollmann e ci è entrato in fissa. Il problema non è in sé la fissa su EC. Il problema, per chi lo frequenta, è la sua fissa di rendere manifesta la sua fissa.

Organisti

Ci sono giorni che segnano uno spartiacque nella storia, dando vita a un prima e un dopo completamente diversi. L’undici settembre, il giorno in cui il mondo è cambiato per sempre, lo ricordo ancora in modo chiaro: tutti noi ci ricordiamo cosa stavamo facendo nel momento esatto in cui ci fu il primo e più spettacolare attacco, la famosa esplosione che ci catapultò in questa nuova era di paura, diffidenza e odio. Io ero dietro casa all’Ontraino a rovistare nella vecchia rimessa, cercando del materiale che fosse utile per il mio intento: costruire una pedana per il gioco del Go. Mentre frugavo tra le cataste di cianfrusaglie si affacciò mia madre: ricordo ancora la sua espressione, gli occhi che non stavano fermi, la bocca che cercava di dire qualcosa senza riuscirci. Più ancora delle immagini che avrei visto come tutti in televisione di lì a poco, se ripenso a quel primo fatidico attacco è questo che mi torna in mente: l’esile figura di mia madre stagliata contro il chiaro alle sue spalle, incorniciata nella porta della rimessa, con una maschera d’incredulità e smarrimento sul volto.
Ma la distruzione che osservavamo in televisione sulle prime ci sembrò finta – un film, un effetto speciale, un elaborato lavoro di computer grafica; ci rifacevamo a ciò che nella nostra esperienza somigliava di più a quelle immagini, che sarebbero diventate così comuni negli anni seguenti, ma che in quel momento non riuscivamo ad associare a qualcosa di esistente, di vero – un luogo preciso, dei morti reali, un fatto storico di portata epocale. Le macerie fumanti, i corpi dilaniati, le riprese dall’alto che ci precipitavano in un inferno di polvere e sangue, e qua e là dell’oro che ancora brillava, i marmi lucenti che splendevano inerti, tutto era così straniante, così fantastico, che stentavamo a comprendere a fondo quello che stavamo vedendo. San Pietro pareva un angelo ferito a morte accasciatosi esanime al suolo, la schiena dilaniata, le ali lacerate; la prima esplosione aveva fatto crollare buona parte della cupola, e il transetto settentrionale era un’immensa voragine. E mentre guardavamo stupefatti, come in sogno, ecco all’improvviso la seconda esplosione, quella che avrebbe devastato il transetto meridionale, mentre i soccorritori erano ancora dentro a cercare superstiti; era tutto ancora così lontano da noi, così inafferrabile e irreale, che quando la cupola franò per intero provammo come un brivido di appagamento, quasi come se fossimo al cinema. Fu quando giunsero le notizie che anche a Santa Maria Maggiore e a San Giovanni in Laterano c’erano state esplosioni che qualcosa di diverso iniziò a radicarsi in noi. Ci sentimmo accerchiati, stretti in una morsa invisibile e potentissima, come se le pareti delle nostre case ci stessero stritolando. Era l’angoscia; era, ancora sotto una nebbia indistinta di sensazioni, la paura, quella paura che sarebbe cresciuta giorno dopo giorno, anno dopo anno, trasformando per sempre il mondo intorno e dentro di noi.

Nel gioco del Go si fronteggiano pedine bianche e pedine nere: l’obiettivo è quello di sopraffare il nemico, conquistare il suo territorio, catturare le sue pedine circondandole. È un gioco di strategia che somiglia a una guerra, dove i buoni e i cattivi sono ben riconoscibili in base al loro colore; la guerra che stiamo combattendo oggi invece è diversa: non ci sono certezze, non si può capire chi è il nemico soltanto dal suo colore.

La prima volta che sentii parlare degli organisti fu la notte dell’undici settembre, quella notte che tutti passammo insonni attaccati alla TV per capire cosa stesse succedendo al nostro vecchio mondo. All’inizio la dinamica dell’attacco non era chiara, ma man mano che le notizie si susseguivano divenne evidente che le esplosioni all’interno delle basiliche erano avvenute in prossimità dei grandi e antichi organi. I pochi superstiti ancora in grado di raccontare qualcosa erano concordi nell’affermare che subito prima delle esplosioni gli organi stessero suonando, ma nessuno ricordava nient’altro. “È stato lui…” aveva detto una testimone, una soltanto, un’anziana pellegrina che era da poco entrata in San Giovanni; lo aveva detto al giornalista che la intervistava mentre veniva caricata su un’ambulanza, “…è stato l’organista”, aveva detto, senza aggiungere altro. Solo durante la notte iniziò a diffondersi la voce che gli investigatori stavano seguendo una traccia precisa: nell’abitazione di uno degli organisti in servizio a Santa Maria Maggiore erano state rinvenute delle grosse canne labiali di metallo che all’interno dei corpi cavi nascondevano materiali esplosivi. Quei rudimentali ordigni, come sappiamo, sarebbero poi diventati tristemente famosi in breve tempo.
I mesi che seguirono a quei primi, lontani attentati furono una sorta di corso accelerato di storia contemporanea: tutti sentimmo parlare per la prima volta del WAF, il World Atheistic Front, e delle mille forme che il movimento assumeva all’interno dei diversi stati. Man mano che il tempo passava e gli attacchi si succedevano, divenne chiara la matrice della guerra che si stava combattendo: tutti gli attentati avvenivano all’interno di luoghi di culto, sempre con esplosioni in prossimità dei grandi organi. La rete inestricabile di organizzazioni ateiste doveva essersi organizzata in silenzio per lungo tempo, insinuando i suoi gangli distruttivi fin dentro i luoghi più insospettabili: migliaia di guerrieri senzadio si erano nascosti per anni all’interno delle accademie musicali, avevano imparato a suonare l’organo, si erano dedicati giorno e notte a questo strumento per diventare i migliori e ottenere così incarichi di prestigio, solo per arrivare un giorno a farsi saltare in aria durante una messa, un matrimonio, un funerale, una qualsiasi celebrazione. Per un certo periodo si era proposto di sospendere ogni rito, di far sparire tutti gli organi, di chiudere le chiese. Ma rinunciare a queste cose avrebbe significato cedere alla paura, arrendersi, consegnarsi vinti a un nemico inafferrabile, così vicino e però così impalpabile. Le chiese sono ancora aperte e gli organi continuano a suonare; il prezzo pagato finora in termini di vite umane è enorme, ma almeno si è conservato il bene più prezioso: la nostra libertà.

Il recente attacco di Firenze dimostra che siamo ancora lontani da una tregua. Le immagini di distruzione e morte all’interno della cattedrale sono ormai un materiale riconoscibile, una declinazione specifica di un topos ricorrente nel nostro bagaglio culturale: senza che ce ne accorgessimo, ci siamo assuefatti ai morti, alle macerie, alla distruzione, alle incursioni della polizia nei quartieri agnostici, alle chiese profanate e sventrate, agli organisti che tengono in ostaggio centinaia di persone all’interno dei luoghi di culto e si fanno esplodere. Chi si professa ateo è guardato con sospetto e isolato, come se potesse essere un potenziale organista: si tenta di far diventare ogni ateo una pedina nera, in modo da limitare la complessità e ridurre tutto a un immenso gioco del Go, riportando questo conflitto sfuggente nei canoni di un confronto conosciuto e governabile.

Io stesso ho pensato, in passato, in preda all’orrore e al disgusto, di rinunciare al mio ateismo; ma per accettare il divino ci vuole più forza che per ripudiarlo, e questa forza mi è sempre mancata. Per anni ho tentato di spiegare a mia madre che il mio ateismo non è una ribellione, ma non credo che l’abbia mai davvero capito: di certo non me l’ha mai rivelato, chiusa com’era nel suo rifiuto di parlarmi dal giorno del primo attentato fino a quello della strage di Santa Maria Assunta in cui l’ho persa. Ma al di là di tutte le differenze e le incomprensioni, è questa la visione che ogni volta in cui mi sento disorientato in quest’epoca insensata torna a donarmi grazia, come uno spirito benevolo e comprensivo: l’esile figura di mia madre che si staglia contro il chiaro del sole, come quel giorno affacciata alla porta della rimessa, ma col volto ormai sereno, che mi guarda compassionevole nel buio in cui invece io mi dibatto, smarrito in questo tempo d’inestinguibile paura. Spero che almeno lei abbia trovato davvero il suo Dio.

La nuvolaccia nera – Radio Libera Collebrunacchi (I)

nuvolaccia neraCome ve la passate, trapassati? Qui è il vostro affezionatissimo fionda-messaggi-dal-futuro che vi parla, il vostro occulto scrutatore, l’occhio barbuto che vede il prima e vede il dopo e vede l’intermezzo sfuggente. Secondo dopo secondo dopo secondo. Qui Radio Libera Collebrunacchi in tutto il suo splendido splendore. Notte nera? Et voilà la storia vera. Vera notte? Buonanotte: fuggi fuggi nelle grotte. C’è del lucido nel cielo, facci caso, scosta il velo. Stasera. Proprio stasera. Sopra le vostre teste ionizzate. Un lucido splendente, tutto birra, abbacinante. Si dice abbacinante, se riferito a superfici lucide? O bisogna far risalire tutto alla prima luce, all’origine primigenia, al bisnonno incartapecorito di tutte le dannate luci della storia? Il bosco tace, mi piace, tutta pace. Il gregge del nonno di Heidi sui fumetti: pecore di carta. O carta delle pecore: sorta di manifesto ideologico di un conformismo francamente micidiale. Oppure: banale menù vegetariano del cacchio. Il buio è lucido e rotondo, se insomma capite, se parlate la mia brutta lingua occidentale, la luna è gonfia come la pancia di una lucertola pregna. Spargerà lunini in giro per il cosmo? Teneri lunini vorticanti su teneri pianetini vorticanti. Terre in miniatura, uomini come granelli. Belli i granelli, mi prendi per i fondelli? Bella la stella sulla mia testa vecchiarella. Ci saranno americani anche lì? Avranno piantato la belante banderuola stellestrisciata? È tutto rotondo, nelle notti supreme di questo sperdutissimo brandello di cosmo. Tutto dannatamente rotondo. Esistevano notti così leggendarie quando eravate ancora vivi e arzilli a sculettare per le strade come tanti caldi cinghialotti? Fatemi sapere miei carissimi fantasmi. Esistevano notti di esemplare rotondità? Notti di lingue e birre e vento in faccia e rotondissimo zan-zan negli anfratti gementi? Prima che gli imperialisti vi mandassero tutti dritti dal padresantissimo? Esistevano cose che vi facevano drizzare i cosiddetti peli? Quanti peli sfoggiavate, prima che nell’aria tossica vi salutassero tutti dal primo all’ultimo facendo ciao ciao con la manina? Il vostro affezionatissimo, signori morti stecchiti. Il vostro cantore canide, la vostra dannata Cassandra fulminata, il vostro cucciolotto fedele. Radio Libera Collebrunacchi: per chi vuol imparare come collassano i mondi. Informazioni scottantissime sulla vostra fine del cavolo. Sintonizzatevi per analisi puntuali e circostanziate e vattelappesca. Radio Libera Collebrunacchi: la voce-avamposto del sopravvissuto pedalante che riecheggia nella valle sudsamminiatese per minuti ore giorni e anni, illimitatamente, l’ugola guerrigliera che allarma i lupacci dei boschi tra Montaione e Palaia e gli orsi allupati e gli americani. Soprattutto gli americani. Che tanto si affannano a stanarla. Che vorrebbero tanto “consigliarle un rispettoso silenzio” da par loro. Come se non li conoscessimo. Gli americani. Piovre capitaliste. Libere volpi in liberi pollai. Eterna minaccia dei popoli liberi di questo pianeta derelitto. Siete morti, amici morti. Siete morti e tutti storti. Siete storti e tutti morti. Non risorti. Corti? Forti? Tutti morti. Avete tirato troppo la corda. Hanno tirato troppo la corda e voi zitti. Vigliacchi. Passivi. Arrendevoli come ricotta di pecora. Beeeee. Beeeeeee. Vi siete piegati. Gli avete dato corda. Cor cordis cordi cor, che ne è stato del mio amor. Il mio amor è sì schiattato, tutto un rischio calcolato. Eccetera. Dai la corda dai la corda stai attento che non morda. Niente morde per davvero, poi ti trovi al cimitero. Eccetera. Ma lo sapete, vero, che ci misero la zampaccia gli americani? L’avete scoperto, poi? Ve l’hanno fatta una soffiatina laggiù dove siete, nella vostra sperdutissima sedicesima dimensione? Un bel giorno d’aprile svolazzarono a stormi sulla sovietcentrale con i loro uccellacci d’acciaio e zac, sganciarono tutto quel po’ po’ di materiale vagamente nocivo. Chicchi d’uva grossi come vasche da bagno. Vasche da bagno di quelle che fanno BUM. E torce di cipressi, e sonni con denti di squalo, e dannate radici doloranti. E voi tutti morti. Con buona pace della Verità Ufficiale bla bla bla. Il vomito giallo melone, l’occhio spastico, la carne prosciuttata, le infezioni, il sangue che sciaborda rovente fuori dalle vene spezzate. Tutti calvi e morti. Arrostiti. Rosolati come polletti. Da un giorno all’altro. Dall’altro un giorno, toglie il medico di torno. Un male al forno, mal di pancia di contorno. Ritorno. Un corno. Adorno: di qualcosa io m’informo. Che notte lucida, povere ossa di pollo polistirolo. Poveri involucri marci e radioattivi, mangiucchiati dalle boccucce baffutelle dei ratti. Ratti rattattivi. Ratti gialli, sciacalli, non si ferman solo ai calli. Balli balli ballerina. Crepa crepa domattina. Ricordate? I telegiornali, la nuvolaccia nera che arrivava da Empoli o Fucecchio o dal cacchio di San Baronto, quella storia che vi intortò ben benino? Чорнобиль? Quella parola sudicia, sozza, zozzona? Reggetevi. Fate un bel respiro. Pronti? Cacchiate. Buffonate. Scemenze. Bel teatrino per incantare gli appisolati. Che diamine c’entrano i compagni se poi svolazzano di punto in bianco gli americani del piffero e zac, bombe su bombe, grappoli di bombe, sulla centrale? Vi hanno fregato. Falsità pigiate sotto la sottopelle. Manipolazioni strettamente mentali. Ripetizioni ossessive di balle su balle su balle. Metaballe. Balla balla metaballa. Propaganda, che banda. Tira giù la serranda! Chiaramente un fatto falso che anche i compagni che ormai non erano più compagni hanno cercato di nascondere prendendosi la dannata colpa perché evidentemente hanno ricevuto in cambio un loro loschissimo tornaconto dal punto di vista strategico-militare-economico, voglio dire, talmente lapalissiano che se sei un minimo sveglio lo becchi al volo: se così non fosse perché non hanno accusato subito gli americani e non hanno informato subitissimo il mondo di quel che stava succedendo tramite comunicati stampa e telegiornali ad hoc e segnali Morse a uso e consumo dei rivoluzionari superstiti rimpiattati nei boschi della palla planetaria? Un loro tornaconto. Come se gli pseudocompagni poi l’avessero scampata. Infinocchiati come tutti gli altri. Delusione tutta gorbacioviana. In arrivo un direttissimo di puro tradimento al binario tre. E i bombamericani a bomba bombardano bombe bombate. Qui abbacinante ci sta a pennello. Per descrivere la luce del botto, la fine di tutto. Sul nucleo giù le bombe, viva viva l’ecatombe. Se il mio fiato è radioattivo oh perbacco non son vivo. Sfugge via tutto il veleno, siam fregati in un baleno. Ve l’ha mai detto nessuno? Ve l’hanno pigiato nella vostra testaccia dismessa? Bello: dismessa. Elegante. Dovrei usarlo di più. Ninna nanna ninna oh questa bomba a chi la do. La darò all’uomo nero che la sgancia per davvero. Sgomberata un’area di 30 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 300 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 3000 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 30000 chilometri attorno alla centrale. Sgomberata un’area di 300000 chilometri attorno alla centrale. Eccetera. Aprile aprile aprile le orecchie. Aprile aprile, dolce perire. Sorpresi? Colti nella cosiddetta castagna? Non lo sapevate? Ignoravate che cosa fosse successo, nei giorni della televisione che cianciava di insalate – INSALATE! – e pasticche e fosfocervi artici? Quando l’aria vi succhiava il midollo e sbranava bestiaccia la mollezza delle vostre carni tatuate? Ed eccomi qui a parlare di Lei, della massima rapinatrice di cieli, della Fornace Improvvisa. Ecco a che serve il vostro affezionatissimo fionda-messaggi, il ciclista imboscato, il soldato antimperialista che piace tanto ai bambini. A rimettere le cose nel verso giusto: i sovietici non sbagliano mai e poi mai, amen, e con il suo spirito, ma i sovietici truffaldini in combutta con i cani rognosi d’oltreoceano? Come la mettiamo? Come cavolo la mettiamo? Eccomi a sgombrare il campo dai dannati equivoci. Eccomi a ricordarvi come tutto è andato in malora e non si possa più tornare indietro. Nemmeno se pregate. Nemmeno se infilate fruscianti mazzette di quattrini nelle tasche più altolocate della Creazione. Qui Radio Libera Collebrunacchi che vi parla, fratelli e sorelle: dispacci imprescindibili dal vostro brutto futuro di cenere. La radio che svolazza libera e fragile sulle frequenze più segrete, che sfolgora e scoppietta nella notte centrotoscana dei lupi, degli orsi bruni marsicani, dei dannati microfunghi spia. Chi fa la spia non è figlio di Maria. Maria Maria per piccina che tu sia tu sei sempre una badia. Ninna nanna ninna oh tre caprette sul comò, che facevano all’amore, con la figlia del pastore. Il pastore s’incacchiò: ambarabacciccicoccò! Eccetera. Eccetera. Non scherzo: eccetera. È tutto, insomma. Dalla rotondità più lucida della notte per oggi è davvero tutto. Carissimi cadaveri: ci becchiamo senza dubbio più in là.

Labarda Levata: uno sguardo dietro le quinte

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Perdonate il discorso “normale” (che poi normale non è)
Lo Sgargabonzi

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Sembra passato un secolo dal giorno in cui è apparso il primo post su Labarda Levata. Eppure, se ci prendiamo la briga di andare a controllare, scopriamo che non è trascorso nemmeno un anno. Quella di metter su un blog letterario a tema territoriale non è stata una trovata estemporanea o, per dirla alla Tommaso Ciardelli, la “fragile insania di un dì”. Piuttosto, si è trattato di un’idea che, nei nostri vorticosi e vagamente prolissi carteggi, io e The Kenosha Kid accarezzavamo da diverso tempo. In quei momenti fibrillanti e carichi d’entusiasmo, quando il progetto si trovava ancora in fase embrionale, quando gli affibbiavamo – genialmente? non tocca a noi dirlo – un nome tanto evocativo e ne plasmavamo il layout seguendo le maniacali prescrizioni del maestro Jacob Nielsen, non potevamo minimamente immaginare l’impatto che Labarda avrebbe avuto all’interno del panorama letterario italiano. Le citazioni e gli apprezzamenti arrivati – tra gli altri – da minima&moralia, La Balena Bianca e ’tina di Matteo B. Bianchi sono stati motivo di soddisfazione e anche uno stimolo ad andare avanti nei momenti più difficili. La menzione di Walter Siti su La Lettura si è rivelata una splendida sorpresa. La puntata del podcast di Andrea Donaera incentrata sulla peculiarità delle nostre scelte stilistiche qualcosa che racconteremo ai nipotini – se mai ne avremo. E che dire del sostegno ricevuto da Marco Cantoni, Carlo Silvestri e Ilenia Zodiaco? Che dire delle telefonate eccitate – alle tre di notte! – di Tommaso Pincio? Come ha ricordato Michele Mari in uno dei suoi scoppiettanti convegni: “Labarda Levata è algido, geometrico, intimamente loico, popolato di araldici emblemi più ancora che di simboli. Leggerlo fa bene al cuore.”

A livello strettamente personale, gli illimitati spazi biancoarancio del blog mi sono serviti per narrare – fissare, valorizzare, divulgare – quel florilegio di storie e personaggi che ho avuto modo di conoscere nell’arco dei miei cinquant’anni e passa di residenza nell’area samminiatese, nelle festicciole paesane, nelle soste presso i gloriosi circoli, nelle bevute notturne al Decris, nelle lunghe passeggiate in campagna – durante le quali non è raro incontrare anziani contadini in vena di confidenze. Nei mesi passati ho ricordato, per esempio, la triste fine del mio malinconico amico Pietro Bertuccelli (anche conosciuto come “Il professore” o, ahimè, “Bertuccia”). Ho parlato dell’incredibile avvistamento nel cielo buio sopra Cigoli, risalente a una ventina di anni fa. Ho parlato del deludente spettacolo offerto dal giullare. Ho accennato alla mitologica partita contro il Cecina degli anni ’60, tuttora vivida nell’immaginario locale. E non ho certo intenzione di fermarmi qui, ci mancherebbe altro: gli argomenti da affrontare sono sterminati. Devo ancora parlare del licantropo di Montebicchieri, per dire, i cui ululati raggelavano le notti più nere dei Cinquanta. Del tesoro dei Rosenkreuzer che, stando a dei documenti rinvenuti in una grotta nei boschi di Stibbio, sarebbe sepolto in un punto imprecisato – “sotto una grossa roccia a forma di maiale” – della piana tra Ponte a Egola e San Pierino. Devo parlare dell’apparizione improvvisa di Padre Pio su un muro scalcinato della Catena. Di chiese sconsacrate, diavoli e sacrifici animali. Della palla infuocata – un meteorite? un satellite? – che cadde dalle parti di Gargozzi nell’afoso agosto del 1990, facendo tremare per diversi secondi tutta la terra circostante. Della vita dissoluta di M. B. Del suicidio del povero Mirco Santon. Di quando Sciapò si tagliò una mano al distributore di benzina automatico. Del tunnel che secondo i vecchi di paese, quelli così vecchi da non aver più la forza di addentare una misera mela, collegava la Rocca al campo sportivo di Santa Maria al Fortino nel periodo della guerra.

Fin qui il blog ha svolto alla perfezione la funzione per la quale era stato concepito. Ma il mondo corre veloce, come si suol dire. E ora, a quasi una anno di distanza dalla pubblicazione del primo post, si rende necessario uno scatto in avanti. È arrivato il momento di smettere di giocare a nascondino e di rivelare finalmente quello che è a tutti gli effetti il mio vero nome – per alcuni, forse, il segreto di Pulcinella.

Mi chiamo Benno, signore e signori, Benno Fiumalbi – nome che risveglierà più di un ricordo nella testa dei compaesani tra i cinquanta e i settanta. Lo pseudonimo usato per firmare i miei pezzi, beasley_la_bestia, a cui sono particolarmente affezionato, l’ho preso in prestito da una bella filastrocca di Gianni Rodari che la nonna mi leggeva quand’ero bambino. Sono venuto al mondo nel 1960 in un casolare dai muri tabacco sopra La Scala nel bel mezzo di un maggio, mi hanno detto, rabbiosamente piovoso. Ho vissuto a San Miniato alto dal 1964 al 2017, prima davanti all’ospedale e poi in un appartamento con giardino e garage alle Colline. Quattro anni fa, da un giorno all’altro, ho fatto le valigie e mi sono trasferito definitivamente a La Palma, alle Canarie, dove mangio pesce e bevo rum tutte le sere e sono fiero proprietario dell’agenzia immobiliare Casas y sol. Che posso aggiungere, senza tirarla troppo per le lunghe? Che sarei architetto, ma non ho mai esercitato: mi sono sempre e solo occupato di compravendita di case. Che sono appassionato di cavalli. Che mi sono sposato due volte e due volte ho divorziato – anche se con la prima moglie son rimasto in rapporti piuttosto cordiali, e l’ho ospitata recentemente qua sull’isola assieme al marito Bruno, proprietario di una conceria a Santa Croce, persona gradevole e con ottimi gusti enologici (si è presentato alla porta di casa con tre apprezzatissime bottiglie di Musto Carmelitano Aglianico del Vulture Doc Etichetta Bianca). Che non ho figli. Che mi piace ballare la salsa, con una compagna immaginaria, quando nessuno mi guarda. Che da ragazzo ho ingoiato funghetti allucinogeni, su un prato di smeraldo oltre Corazzano, assieme al Boldrini del Pinocchio e a Danilo Pinone (pace all’anima sua) e in quelle ore sconvolgenti ho accarezzato balene, munto asparagi e fatto la linguaccia a una ragazza in minigonna di pelle che si vantava di essere La Morte. Che mi piacciono le donne con le caviglie massicce. Che faccio un tuffo in mare almeno una volta al giorno. Che quando dispongo di un paio di ore libere monto in macchina e vado al Roque de los Muchachos, al noto osservatorio astronomico, a lacrimare a profusione di fronte all’incomprensibile immensità dell’universo.

La decisione sul coming out non è stata presa a cuor leggero. Forse potrete capirmi. L’anonimato porta vantaggi indiscutibili e permette, come peraltro dimostravano già i pionieristici studi sulla comunicazione mediata dal computer (CMC), che venivano portati avanti all’Università di Siena fin dai primi anni duemila da studenti di notevole spessore intellettuale, un grado di libertà di gran lunga maggiore. Frena, per esempio, l’autocensura: consente di poter dire ciò che si vuole su qualunque soggetto, spudoratamente, senza doverne pagare le eventuali conseguenze. A un certo punto della propria vita, però, un uomo che voglia definirsi tale deve cominciare ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni – e dei propri scritti. A tutto ciò va aggiunto che nel giro di un anno scarso di attività, via posta o via Facebook, ci è piovuta addosso una tale moltitudine di messaggi in cui ci veniva chiesto di render nota – per piacere – la nostra identità che resistere facendo finta di nulla si faceva ogni giorno più arduo. Ed è anche per soddisfare la curiosità lacerante del lettore medio di Labarda che ho svelato il (ridicolo? velleitario?) mistero sul mio nome, che dunque è Benno, Benno e nient’altro che Benno – Benno figlio di Patrizia Bianchi e Fosco “Fiumo” Fiumalbi, Benno che si ruppe una gamba cadendo dal secondo piano del suo appartamento quando aveva 11 anni, che amava i Pooh e Lou Reed, che collezionava francobolli di Panama e sassi rotondi, che leggeva Faulkner alle scuole medie, che pronunciava malissimo la lettera F, che una volta inghiottì una lucertola viva per scommessa, che portava i capelli con le treccine nel 1977, Benno il lungagnone, Benno il taciturno, “Benno fammi un cenno”, Benno che propose al sindaco di forzare la legge trasformando San Miniato nel primo paese italiano tollerante verso le droghe leggere, sperimentalmente, “L’Amsterdam con la Rocca”, “La Christiania sulla ritta collina”, “Il maestoso joint federiciano”.

E il ragazzo di Kenosha, vi starete chiedendo? Chi diamine è il ragazzo di Kenosha? È presto detto: se io ho deciso di togliermi la maschera e mostrarmi per quel che davvero sono, The Kenosha Kid – da un personaggio grottesco di un thriller di Marco Vichi – preferisce invece starsene ancora rintanato nell’ombra. Una scelta che, intendiamoci, rispetto profondamente. Ognuno ha i suoi tempi e le sue modalità. Eppure, ho il forte sospetto che tutto ciò non vi basti. Che siate curiosi. Che, se non avrete presto qualche succoso indizio su chi si cela dietro le sembianze del Ragazzo, non la finirete più di tempestarci di messaggi. Cosa si può dire sulla sua persona, dunque, senza rivelarne il nome di battesimo e tradirne la fiducia? Poco, pochissimo. S. T. è un amico, questo è giusto che lo sappiate, a cui sono legato da una vita. Con lui ho passato l’infanzia, l’adolescenza e il periodo universitario. Abbiamo condiviso le prime sbronze. Abbiamo fumato insieme la prima sigaretta (la rubò a sua nonna Bettina), tossicchiando come da prassi, su una spiaggetta dell’Elsa in secca – poi ha cominciato a consumarne una trentina al giorno e io non sono riuscito a stargli dietro. Abbiamo fatto la prima vera vacanza assieme: un viaggio massacrante in macchina fino a Taranto. Ha tre o quattro anni più di me ma è sempre parso più giovane del sottoscritto, e tutti non hanno mai mancato di farcelo notare. Aveva una voglia a forma di animale marino (non posso dire quale) sul collo, proprio sotto il pomo d’Adamo, che si è fatto rimuovere col laser all’età di trent’anni. Ed era bello, in gioventù, bellissimo, nonostante la voglia, le donne gli cadevano sistematicamente ai piedi. La sua lunga chioma bionda risplendeva sulle spiagge abbacinanti di Rosignano Solvay come la birra nelle pinte gigantesche nella piazza centrale di Tallinn vecchia, a metà pomeriggio, quando viene trafitta dal sole trasversale di fine agosto. Del suo passato turbolento conosco sostanzialmente ogni dettaglio: sarei benissimo capace di scrivere almeno la prima parte della sua biografia, se qualcuno volesse affidarmi il compito, la immagino con un piglio alla Gabo Marquez e un titolo suggestivo come “Due passi alla volta” oppure “Ho rimbalzato dappertutto”. Tutto ciò che so invece dell’attuale S. T., che una volta si innamorò di Priscilla della Serra e scappò con lei in una baita sull’appennino, che ha un figlio ventenne da qualche parte in Venezuela, che ha vissuto un anno a Vladivostok, si limita al fatto che oggi risiede a Sesto Fiorentino e lavora come fotografo freelance – dopo aver fatto l’allevatore di mucche, il pittore postcubista, il modello, la guida turistica del Comprensorio del Cuoio, il traduttore di Gadda. Non so se sia sposato. Se abbia figli più piccoli. Se abbia un cane da portare a pisciare dopo cena. Nelle lunghe mail che ci scambiamo a cadenza settimanale ci fregiamo, un po’ altezzosamente, di non affrontare mai la banalità del presente, dello sciatto quotidiano: parliamo di letteratura e libri vecchi, di Resnais e Godard, di cavalli, di astronomia e di come fosse eccitante scendere a cento all’ora in bicicletta lungo via Catena quando eravamo bambini dalle ginocchia d’acciaio. E parliamo di Labarda, chiaramente, parliamo sempre di Labarda, negli scambi più recenti, Labarda è l’argomento principe, il nostro core business: facciamo progetti su come aggiornarla, su come farla crescere, su dove farla arrivare.

Restate in sella, carissimi lettori. Il viaggio è appena cominciato.

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Benno Fiumalbi

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Le estati da Bighero

bighero

Men developed memories to ease their disquiet over things they did as men.
The deep past is the only innocence and therefore necessary to retain.
Don DeLillo

Tutti sappiamo cose che secondo noi gli altri non sanno.
Roberto Bolaño

La casa cubica sotto la Finanza, vagamente fuori contesto, sottratta al regno rigoroso del gioco. La regina dagli occhi di ghiaccio che gira il mestolo pacifico nella pentola sul fuoco. Lo smalto bianco delle mattonelle della cucina. Un asciughino ricamato a fiori, liso, lercio ai margini. I grappoli candidi delle acacie in fiore. Il ghiaino su cui frenano frettolose le macchine. Il canestro da basket sfilacciato, un po’ mesto. Le braccia pompate e venose di Stallone nel poster di Rambo. La bambina riccia della casa di fianco che si unisce ai giochi e non ha voce. Il nome Baldo, da uomo serio, rispettabile. Il nome Teresina, capelli bianco nebbia e una gola aspra di anni cupi e guerre andate. La luce grigia nella valle a sud, di prima mattina. Il colore rossastro del mattone nudo. Gli scorpioni con la corazza scintillante, schiacciati con le ciabatte dalla tomaia di plastica gialla. Il dipinto su San Miniato – figurativo impeccabile – alla sinistra del frigorifero. Tuo zio è bravo, sai, col pennello. Tuo zio è bravo coi colori. Mangiare con la fame di una vita intera, i piatti straripanti, le mascelle forsennate, le mani possenti che strappano brandelli di pane dalla pagnotta in una lotta impari, quotidiana, al ritorno dalla fabbrica. Gli albi di Topolino sfogliati nella piazzetta di cemento grezzo sul retro, sopra il ciglione dove l’impossibile accade, nel fresco calmo delle acacie. I mattoni rossi e bucherellati e pieni di scorpioni. Le passeggiate ripide giù a Gargozzi. Le macchie di margherite sui prati. Le limonate, i ghiaccioli. La regina dagli occhi di ghiaccio che gira il mestolo e parlotta con lo spettro innominabile, a volte la vedi e a volte, semplicemente, lo sai. Assemblare maglioni elusivi di fronte allo schermo acceso. Modellare sciarpe di lana. Realizzare inconsapevoli frattali per centrini raffinatissimi. Il semolino. Il pane e pomodoro. Il purè di patate. La margarina. Le barbine Barilla. Le mentine nel cassettone marrone della camera. La dentiera che tintinna nel bicchiere, il buio, le preghiere, i respiri raschiati della notte. I due divani di pelle fresca nel salotto inattaccabile dal sole. Il garage col passaggio segreto, perfetto per gli scherzi che spaccano il cuore. Il Lotti la ritrasse ed era bellissima. Lui la ritrasse e noi, insomma, l’abbiamo persa per sempre. Gli albi di Topolino, che uno legge soprattutto per Paperino e Paperone. Gli albi di Braccio di Ferro. Palloni multifunzione nello sgabuzzino delle sorprese. Scatoloni che sanno di polvere e carta gialla, antica. Il canestro sfilacciato che si anima solo con le brezze tiepide. Zia, io non credo, ma come non credi, non credo in Dio, ma che dici, sei un bambino, non lo dire nemmeno per scherzo. La cucina di mattonelle bianche, il tavolo rettangolare di compensato, il frigo a un tiro di schioppo, sana praticità da mensa lavorativa. La finestra da cui spiove la luce netta del mezzogiorno. La radio introvabile che diffonde canzoni vecchie nell’atmosfera di cipolla. La casa a forma di cubo, la casa giocattolo, la casa sul confine che divide ineluttabilmente il nord dal sud, il dovere dall’avventura, l’affannato industriarsi umano dal calore selvaggio della terra. Dove vuoi andare? Da che parte ti schieri? Il gatto bianco e nero – il nome celebre – che le buscava sempre. Le risse tra gatti. Gli animali morti. Lo spettro aleggiante che di tanto in tanto inumidiva gli occhi dei vivi. Figlia e sorella, poi madre e nonna negate. La coupé rossa che faceva urlare scompigliando i boccoli biondi. La Renault 4 scassata con la faccia e la pelata del padrone, la giacca mimetica, gli stivali verdi e i fucili. La foto dei nipoti in tuta blu arrampicati su un ulivo. La vita non ti regala niente. La foto di un calesse – tempi eleganti, monocromatici, tenacemente rimpianti. La vita non ti regala niente di niente. Le visite fugaci e ansiose alla fabbrica in via Borgonuovo. Il chiasso ciclico delle macchine in azione. Il vociare indaffarato, le spolverine, il viavai della gente. La stanzina morchiosa in fondo a sinistra col mostro assopito sulla mensola in alto – certe notti, con quei suoi occhi di nulla, nei sogni più tremendi di sempre, ti rincorre a balzelli e tu scappi scappi ma lo sai che alla fine ti acciufferà. Il ragazzino che alle Colline ti prende da parte e mentre nessuno guarda ti dice che ti sgozza. La luce pallida della valle quieta, disabitata, colline sterminate, vigneti, olivete, canneti gialli, vie argillose pregne di antiche vite elementari. Che significa che mi sgozza, zia? Che significa Andare a veglia? Tuo zio, sai, era bravissimo a giocare a pallone. Tuo zio lo andava a vedere tutta San Miniato. La voce tonante, da uomo alto e grosso, che incute timore. Le battute. Le sentenze brusche. La verità, piacevole o meno che fosse, una vaga amarezza monicelliana. I film di Totò. Il Grande Torino. La sacralità inviolabile del calcio in TV. Col sinistro sei un po’ deboluccio. Col sinistro devi migliorare. Gli euforici aquiloni con la carta luccicante dell’uovo di Pasqua, il ciaccino e l’affettato, le esplosioni di risa dei giorni di festa. Il cane da caccia nello stretto recinto di rete verde. Il gatto bianconero dalle orecchie mangiucchiate e le mille ferite, zoppo e mezzo cieco, che proprio non vuole crepare – scialba allegoria di qualcosa. Baldo è un nome serio e rispettabile che significa quaderni e matite e odore di inchiostro. Teresina capelli finissimi, appena visibili. Elsa è un’amica intima, una compagna di chiacchiere, una donna-fiume. La piazzetta di cemento friabile distrutta dalle randellate del sole. Il suono secco del pallone che rimbalza. Il suono ossessivo, il suono immortale del pallone che rimbalza. L’aria opaca di un giugno torrido, il profumo lezioso delle acacie. Il gioco della campana. Le linee storte. Le pietre dentellate. La bambina più piccola che abita nella casa accanto ma non parla mai e poi mai e come si chiama. L’ortica, il sangue, il sudore. La terra che scricchiola tra i denti. Il nero sulle ginocchia che viene via se ci sputi sopra e strusci per bene. Il sapore caldo delle susine.

I tori

Hemingway * Fiesta, è scritto sulla costola del libro che ho in mano: non l’ho mai letto, Fiesta. È un’edizione Oscar Mondadori del 1972, trovata nella libreria di mio padre, qui nella vecchia casa di famiglia a Cusignano; sulla copertina, ormai ingiallita, tre tori rincorrono incombenti due uomini che reggono delle muletas, uno vicino, l’altro più in lontananza. Scorrendo le pagine mi accorgo che ce n’è una segnata da un’orecchia: è la pagina centonovantuno, una pagina qualunque persa a metà di un capitolo. Mio padre dev’essere arrivato a leggere fin qui, fermandosi a questo punto del libro. Per quale motivo non proseguì mai? Cosa aveva fatto una volta arrivato a questa pagina, dopo aver riposto il libro sul comodino o sullo scaffale, per non tornare a leggerlo mai più? Di sicuro, vista la data sul libro, doveva avere almeno venticinque anni. Probabilmente era salito sulla sua Morris Cooper rosso fegato per andare al Leporaia, agli allenamenti del Tuttocuoio; o forse era uscito a trovare gli amici del bar Cantini; magari aveva un appuntamento con una ragazza, verosimilmente la mia futura madre; o aveva semplicemente spento la luce e si era addormentato, per svegliarsi presto il mattino seguente e andare al lavoro alla Cassa di Risparmio. Oppure, mi viene da pensare con un certo disagio, stava leggendo questo libro il giorno che mio nonno, suo padre, era morto sul vialetto di casa, sullo sterrato polveroso, la bocca schiumante, gli occhi rivoltati, tra le urla sgomente di mia nonna affacciata alla finestra del tinello. Non riesco a ricordarmi di una volta in cui mio padre mi abbia parlato di Fiesta, di Hemingway, o quantomeno della Spagna, delle corride, dei tori: non riesco a ricollegare niente di lui a questo libro. Non potrò mai sapere chi era quel ragazzo, quali erano i suoi gusti all’epoca, i suoi sogni, le sue aspirazioni: posso solo ricostruire un ritratto assai impreciso e lacunoso, basato sui pochi dettagli che conosco, o che credo di conoscere. Un libro lasciato a metà, come tante cose nel corso della sua vita di abbandoni: il calcio quando nacqui io; il lavoro quando si mise in testa di poter vivere anche senza; il matrimonio quando iniziò a rincasare sempre più tardi, non facendosi vedere per giorni, fino a lasciare Cusignano per inseguire una giovane illusione, forse ancora minorenne.

Il libro emana un odore deciso di carta in disfacimento: è l’odore di una cosa chiusa e dimenticata da molto. Entrando nel vecchio studio in cerca di alcuni documenti per le pratiche della successione, ho indugiato davanti  alla libreria che occupa la parete di fondo, raccogliendo questo volume forse per il titolo così in contrasto con le attuali contingenze: gli ultimi singhiozzanti mesi di malattia, un funerale drammatico e farsesco, una famiglia che non esiste più, che forse non è mai esistita. E guardando questo segno sulla pagina adesso penso anche ai miei fallimenti, ai miei abbandoni: una laurea mai ottenuta quando gli esami erano ormai finiti; la band sciolta dopo l’ennesima discussione, l’ennesimo concerto annullato, l’ennesimo tentativo di disintossicazione; la mia famiglia mai nata davvero, dopo l’aborto, l’indifferenza, il tradimento, la separazione. Ho sempre pensato di non essere come lui, quell’uomo ombroso e tormentato: ho fatto di tutto per non crescere nel suo solco e distaccarmi. Ma oggi, su questa copertina, ci vedo entrambi, vicini come mai prima d’ora: siamo noi quei personaggi con le muletas, inseguiti dagli stessi tori neri, tormentati da simili angosce, in fuga dagli stessi errori. Mio padre qui, in primo piano, già soccombente sotto l’ombra della malattia, dell’afflizione, della morte; io pochi passi più avanti, un vantaggio infinitesimale sulle bestie che presto raggiungeranno anche me, e che sento già infuriare da tempo. Mi siedo sulla sua poltrona, sposto le carte che ancora sono sulla scrivania: referti, analisi, bollette, scontrini, lettere mai inviate. Appoggio il libro, lo apro a pagina centonovantuno: “Il toro li vide e caricò. Da dietro una delle casse un uomo gridò e picchiò col cappello sulle tavole, e il toro prima di raggiungere il giovenco si voltò, si raccolse e caricò dov’era stato l’uomo, cercando di raggiungerlo attraverso le tavole di legno con una mezza dozzina di veloci insistenti colpi tirati col corno destro. «Dio, non è fantastico?» disse Brett. Il toro era proprio sotto di noi”. Quello che è successo prima non m’interessa: il sole sorgerà ancora, domani, ma stanotte voglio sedere qui e finire qualcosa che è stato lasciato a metà. Leggerò ad alta voce, lento, paziente, come se lui potesse in qualche modo ancora sentirmi.

Diciott’ovaiole

Fu novembre quando Pietrino cascò nella fossa dell’orto. Era un pomerugginoso, dai monti di Pistoia barriva un ghigno di vento e le cose agghiacciavano di lugubrità. Magie di bruma fumavano dalle forre, fonde di ranocchi e bigi acquescenti limacci. Ohi pure i campi parevano sbruffati, tutti a riccioli duri di croste e sterpi incastrosi, sudici sterpi raggomitolati. Pietrino fe’ bum! giù di testa nell’acqua pantanosa, gialla di morbi vegetali. La casa del Volpi un eremo preso a morsi, lì presso, scatolaccia sbrindellata di rabbiose coltellate, appese le gronde ancora per poco, pendulissime. E ronfi di gatti infrattati chissaddove. Immoti i campi, immoti gli sterpi, lastra pressante il cielo come zummato: Pietrino frattanto cascava giù nella bucafonda. Ingigantiva un nebbione, nato vaporino lievissimo, fattosi bruma svelto, poi panetto di zuccherofilato; allappava alle caviglie nodose i giganti del pioppeto, sibilava nei cespugli, proliferava. In quella schiumante calca Pietrino disparve, capofittato a tacchi ritti e gorgoglioso il muso ammezzato nell’acquitrino, la buzza afflosciata contro la ripa fanghigliante. Zitte nell’orto le verze, zitti i cappucci, muti porri, cipolle e finocchi; qualche fagiolino ancora rampicava, allettato dai soli protratti. Il mangiaedormi pasceva, rigovernandosi le zampine steccolute sotterra, nel caldocuore della barba di lattuga, e Pietrino diacciava già, come il lattone empito di piovana attinto poc’anzi, come l’ondulina a coperchiare il pollaio, come la punta di pennato pomiciata di fresco laggiù dentro lo stipo. Diacciava a partire da quei buffissimi talloni sbandierati, da quei garetti invano ormai incalzinottati, giù fino ai ginocchi zampognati a pompelmo, giù nelle cosce pelose, giù nella schiena tuttora rossata di svaniti solleoni, giù tra le scapole, le compresse cervicali. La tarchiatura del corpo un masso pareva, a ostruire il flusso rilentoso dell’acquemuffe nella fossa, il collo flesso dal peso, la bocca a raccattare grumi, liquami e polte. La puppa d’orto imbandanata dalla carrareccia bianca, come una passata, e il malofosso frammezzo con Pietrino rifitto. Oh ma le diciott’ovaiole perduravano nel loro stracco razzolìo, grate d’una mezz’ora aggiunta d’aria, delle scampate vergate, la baccheggiola di salcio ancora appoggiata al cancellino spalancato. Nessuno, nessuno passava. La casa al Giardino silente, il letto da rifare, uno stambugio con dentro il vestito buono per la fossa, i ciottoli dell’ultimo desinare ronzanti di mosche sull’acquaio. Mai più sbarbicare malerbe, mai più sfrizionare di ramato i sammarzano e i cuordibue spollonati, più rimpolpare di stallatico le buchette delle patate, più legacciare i fusti di cetriolo ricciuti di cirri al canniccio, e pacciamare il letto delle zucchine, mai più. Marmato d’apoplessia, al solleticare di nebbia Pietrino s’imperlava d’acquerugiole finifini.

Lo ripescò uno della VAB a fineturno, allarmato dalla Bianchi appoggiata al fico verdone in quell’ora troppo, troppo! tarda, o che ci fa Pietrino ancora al podere? Quell’omone impaludato fosforesceva nell’alogeni sparati dalla Jeep, aggranfiava gli stinchi di Pietrino, lo riemergeva come una nassa gonfia di pescato, e però null’altro poté. L’ovaiole prelevate da un biscugino della Serra, benché al computo ne risultassero diciassette; il pennato rugginì; le verze e i cappucci rizzarono il capo, enfiarono all’eccesso, esplosero infine d’una ricchissima putrescenza; tutto vanì nella terra.

Ora le gronde del Volpi son tutte accatastate, perdute sotto un intrico di ramaglie. Cieli avvampano, cristallizzano, sbuffacchiano biancheggi e rossobruniscono, e s’empiono di stelle e fogliesecche, sopra la puppa di terra ammalorata. S’intuisce forse ancora lo sbilenco pollaio, eh?, laggiù, sottosotto quella coltre di rampicanti, e lì a un dipresso quello sgangherìo di robe è chissà lo scheletro della rimessa; il fico verdone saluta con tremule mani pentalobate. Nessuno, nessuno v’ha più pesticciato, su questo fazzolettaccio di terra. E che ne sarà stato della fuggitiva, la diciottesima ovaiola? Avrà empito le gote di qualche faina; una banda miagoleggiante di gattacci l’avrà sbrindellata; sarà congelata dentro una buca d’acquemuffe; magari, chissà, l’avrà già bollita e digerita qualcheduno. Allora cos’era dianzi quello spennacchiare tra l’erbacattiva? E quell’a malapena udibile chioccolìo, cos’era? In qua e in là, ma guarda te!, nonostante, rispuntano ignari ciuffini di bietola.

Resti

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1. Verso l’alto

Eccoli che arrivano, marciando nella luce calante dell’estate. A volte in fila per due, l’eterno duetto ragazzo-ragazza, a volte in gruppetti di amici. Sbucano dagli archi medievali e dalle scalinate che si affacciano sulla piazza e avanzano ordinatamente verso la meta. Centinaia di giovani. Hanno parcheggiato sulle piazze e sulle stradine strette del centro e salgono in T-shirt e pantaloni corti, gonne e scarpe da tennis leggere. Le facce abbronzate, i corpi snelli. Stringono in mano birre e schiacciate acquistate al pub sottostante. Indossano zainetti che hanno stipato con riso freddo, pasta fredda, fette di pane e pomodoro. Salgono a passo lento sulle due rampe simmetriche, fiduciosi di trovare posto, sul prato o sul muretto di recinzione. Non importa quanto lontano dal palco. Alcuni si concedono una piccola pausa, nell’attesa dei ritardatari, e ne approfittano per scattarsi foto con gli smartphone rigorosamente orizzontali – toccate di capelli e sorrisi, smorfie, forme plasmate dalle mani eclettiche. Raffreddano, soprattutto. Siedono sulle panchine e sulle fioriere di terracotta sotto gli alberi, in prossimità di monumenti sconosciuti, e poi affrontano l’ultimo tratto, quello più ripido.

Fa caldo. È una calda e umida serata di fine luglio e l’ultima data del tour, tanti saluti, il giullare scompare. Un ragazzo grida qualcosa in francese. Un golden retriever dalla lingua penzoloni rincorre una coppia di colombi costringendoli a una fuga scoordinata. Viene giù della musica, a ondate. Musica lontana. Sciabordii di accordi che rinviano a un tipo di pop infantile, archetipico. Aver visto video musicali pomposi e densi di capelli. Esserci stati, davvero. Il tavolo di legno, la merenda con lo zabaione, i granelli di zucchero che scricchiolano tra i denti da latte.

Poi i lampioni si destano, in un breve balbettio, e tutti accelerano. La realtà stessa accelera. Qualcosa di meccanico e indicibile. Come se si fosse tracciata una riga e sancita di punto in bianco la fine del giorno, come se si fosse fatto tardi da un momento all’altro, sì e no, uno e zero, una delirante dicotomia. Un fiume di corpi potenti che scorre sempre più urgente indietro verso l’alto, verso la foce, verso il principio. Le magliette chiazzate di sudore. Il ghiaino che frigge sotto i piedi svelti. Il brusio che si amplifica con l’assommarsi delle voci. Salutare. Chiamarsi per nome. Parlare, ridere, sghignazzare. Si accenna allo spettacolo, affrettando l’andatura, si cerca di predire la struttura della scaletta. Ci si scambiano le sue battute più note, i brandelli dei monologhi, le intuizioni metaironiche che lo hanno reso l’idolo indiscusso dei giovani, si ripetono e si ripetono senza mai stemperarne del tutto l’effetto sorpresa. Qualcuno tenta persino di scimmiottare la sua voce, la sua voce profonda, catarrosa, a tratti ambigua.

Le ventuno in punto. Il cielo sopra San Miniato è viola come un livido e rigato da due strisce di panna perfettamente parallele, una lunga il doppio dell’altra. Il volume della musica viene alzato di un ottanta percento circa, e ora esiste solo quella, ecco un ritornello, una rullata, un assolo di sassofono che ricalca banale la melodia della strofa. Prendete posto. Lo spettacolo sta per cominciare. La piazza, mentre la notte l’aggredisce alle spalle, si svuota. Resta l’occhieggiare paranoico degli uccelli. E alcuni turisti stranieri sui sessanta sistemati ai tavolini esterni dell’albergo. Donne biondo polenta e uomini pelati. Uno di loro, il più chiassoso, calza bianchissimi zoccoli da dottore. L’aria è spessa, faticosa. Non tira un filo di vento. Per certe tribù africane, si sostiene nei romanzi più folli, ogni tramonto è una battaglia.

 

2. Di lato I

Lunghi silenzi tra un periodo di attenzione e l’altro. Così potrei descrivere la mia vita nel decennio tra i quindici e i venticinque. La fase che, stando alla testimonianza di una discreta fetta di popolazione adulta, cioè i più prematuramente e spietatamente declinati, è per distacco la preferita, la più citata a fine cena nell’aneddotica pompata dal limoncello (morbide strisce di buccia di mandarino sotto le unghie della mano dominante), quella in cui tutto era fresco e sfavillante ed eccitante e immortale e così via. La fase in cui, in teoria, fossi stata vispa al punto giusto, avrei dovuto esplorare il mondo e mettermi alla prova come i miei coetanei per comprendere – Metodo Ricompense & Frustrazioni – le mie cosiddette potenzialità e i miei limiti e imparare a calibrare al meglio il mio futuro agire al fine di costruirmi un cosiddetto Futuro, quella fase precipua, io l’ho sostanzialmente gettata alle cosiddette ortiche. Caso volle, ovviamente, che lo conoscessi proprio allora. Sette/otto anni fa. Oppure erano nove? Lui lo saprebbe con certezza. Lui contava i giorni e i mesi e gli anni, eseguiva il compito in maniera professionale, drammatizzava la situazione facendomela pesare il più possibile. Sai, sono passati solo tot anni della mia vita e siamo sempre allo stesso punto, diceva, né da una parte né dall’altra, senza avanzare né indietreggiare. Col vederci di tanto in tanto e il supposto pensarci reciproco e via discorrendo. Con le apparizioni e le sparizioni, più tue che mie, va precisato, non prenderla sul personale, non ti sto accusando, trattasi di mero calcolo oggettivo. Solo la schietta sfolgorante verità. Eccomi qui, a un passo dalla resa. Sono esausto. Con te non so più cosa fare o cosa dire o cosa credere. Ho solo paura del tempo che passa, scriveva nelle lunghe mail charliekaufmaniane delle tre di notte, paura di diventare vecchio domattina stessa. Il mio unico passaggio tra i vivi, sprecato ad aspettare te. Il mio unico passaggio tra i vivi, sprecato ad aspettare te. E così via. L’andazzo era più o meno questo. Con lui che comprensibilmente non poteva immaginare niente della mia cosiddetta condizione esistenziale. Della mia incapacità di collegare i puntini e cogliere il continuum di eventi, il trend, il senso complessivo. Di come quelle sue parole mi passassero attraverso come neutrini nel burro della materia. Lui non poteva immaginare ma nemmeno io, sia chiaro, ci riuscivo: per accorgermi dell’assenza non avrei dovuto essere assente. Che poi è il classico paradosso alla Russell che eccita tanto i logico-matematici. Avrei potuto cavarmela affibbiando la colpa al fumo, come si fa in casi simili, ma col cosiddetto fumare non esageravo mai: fumavo di rado col gruppo di ex liceali e facevo al massimo un paio di tiri ansiolitici ogni sera prima di addormentarmi – mi servivo da un tipo segaligno di San Miniato Basso che indossava sempre la stessa felpa sfilacciata dei Sepultura. Tutto qui. Nemmeno bevevo. Bere mi rendeva uno straccio il giorno successivo e cercavo di starne alla larga. Le bottiglie di rosso dalla cantina della casa di Roffia sparivano solo in cosiddette occasioni speciali e il babbo chiudeva un occhio, non faceva mai domande al riguardo. Non dipendeva dalle sostanze. La vita mi scorreva semplicemente accanto, da qualche parte, buia e silenziosa. Senza lasciare tracce significative. Venivo sballottata qua e là senza esser mai minimamente interessata a prendere le cosiddette redini in mano. La risposta che davo a tutto quanto comportava una scelta impegnativa – figuriamoci se impegnativa a lungo termine – implicando una soffocante restrizione delle mie possibilità illimitate era sempre: Vabbè vabbè. Non apprendevo. Non ricordavo. Non facevo progressi all’università né altrove. Non maturavo. I periodi di attenzione piombavano dal nulla e, per un po’, cambiavano le carte in tavola. Lampi rarissimi che squarciavano la notte perenne offrendomi la precaria possibilità di una visione, di una comprensione più profonda. D’un tratto tutto si faceva magicamente vivido e pregnante. Facevo caso al fatto di pensare, per capirsi, di agire, di occupare uno spazio, di fare caso. Ne approfittavo per esaminare la situazione attuale, il più delle volte, per arrangiare una cosiddetta narrazione coerente della mia esistenza nel mondo sulla base della penuria di dati accumulati fino a quel momento, tentando così di inferire ciò che succedeva giorno dopo giorno all’esterno del mio esile cono percettivo – cioè come le persone interagivano con le persone e con gli oggetti e con me medesima quando non prestavo loro attenzione. Poi, puntualmente, mi mettevo a piangere. Quando mi rendevo conto delle mie responsabilità mi mettevo a piangere. Succedeva a letto, la sera, a luce spenta. Piangevo come una fontana. Piangevo con la faccia affondata nel cuscino, inzuppandolo, piangevo per ore e ore rimanendo completamente immobile finché, stremata, non scivolavo nel sonno e nei miei sogni controversi di nuvole, aerei e mongolfiere. Dormivo in quella posizione fino alla sveglia delle otto (Lithium dei Nirvana), respirando male, il collo dolorante, il cuscino appiccicoso che sapeva sempre di sapone da bucato. Come in quel film arcinoto, al risveglio si ricominciava da capo. Non era successo niente. Di quell’esperienza parecchio connotata emotivamente non mi rimaneva che un’eco lontana, un bisbiglio che si annullava a poco a poco nel silenzio. Silenzio, nient’altro che silenzio. Questa era la mia cosiddetta vita tra i quindici e i venticinque. Con sporadiche, umidissime parentesi.

 

3. Inconcepibilmente di lato

Cammina lungo una via del centro di Roma, un gelido giorno di dicembre. È solo. Immerso in pensieri eterogenei. All’esterno, le vie paonazze di Natale, la gente che porta cappotti pesanti, guanti e cappelli con le palline. Vetrine a tema. Moltitudini di arabeschi di luminarie a interconnettere i palazzi. Prende a canticchiare un motivo, dal nulla. A produrre un suono debole e approssimativamente intonato. Canta You did not desert me, my brothers in arms, non fa che ripetere questo brandello melodico, finisce e subito riattacca. Ma non lo sa, è questo il bello. Non sa di star cantando. Se ne rende conto solo istanti dopo, con una latenza inquietante. Chi ha deciso che dovesse cantare? E poi, perché proprio quel pezzo? Non lo ascolta da quando era giovanissimo, dall’epoca cromata in cui tipicamente la musica si disvela in tutta la sua potenza. Si arresta di colpo, nel viavai del tardo pomeriggio. Si guarda attorno spaesato. Colori. Geometrie. Corpi che procedono spediti. Corpi grandi e piccoli, differenti per peso e morfologia. Si sente all’improvviso fluttuante, in un certo senso, disancorato e paradossalmente connesso con tutto ciò che lo circonda – una sottospecie di trascendenza mai sperimentata prima. Fa inversione, allora, ripercorre a ritroso la strada. Un tizio tarchiato vende caldarroste: non l’aveva notato. Una chiesetta romanica incastonata tra due negozi: non l’aveva notata. Un tombino scoperchiato rasente il marciapiede, decisamente pericoloso: non l’aveva notato. Individua l’insegna dopo un centinaio di metri, quando rientra nella piazza gremita. Il testo è d’oro, lo sfondo nero come legno bruciato, il font di sfarzosa eleganza: BROOKS BROTHERS. Ci era passato davanti due minuti prima e non l’aveva notata.

 

4. Di lato II

E ora sono qui, mille correzioni dopo, in qualche modo riposizionata altrove sul cosiddetto quadrato semiotico, Un’Altra Persona, una persona che vive e lavoricchia a Pisa e che ha alti e bassi come tutti e un discreto controllo cosciente del proprio agire, così perlomeno ama raccontarsi, niente di speciale ma comunque Progresso, qui, mentre ignoti mi oltrepassano e scalano in fretta e furia la montagna, d’intralcio, isola nella corrente, pietrificata e un po’ sorpresa da questo cosiddetto monologo interiore che sgorga inarrestabile come acqua da un tubo rotto, alla soglia dei cosiddetti Trenta, un po’ più grandicella dello spettatore medio di questa tipologia di eventi, con i piedi ben piantati su uno scalino che pare di gran lunga più consunto degli altri, come se ci avessero camminato sopra ininterrottamente per millenni, non ho più pensato a questo scalino dopo quella volta e nemmeno ho più pensato a quella volta ma eccolo che torna a galla, il ricordo, il ricordo dello scalino e di una notte di non so quanti anni fa in cui ce ne stavamo seduti in circolo sulla sommità del paese a prosciugare una birra dopo l’altra, tipi di zona e allogeni, dieci/quindici soggetti, maschi & femmine, la piana una galassia quiescente e la Rocca un monolite d’ambra, e cianciavamo di gossip locale ed esplodevamo risate collettive e sputavamo sentenze politiche con una sicumera da mettersi le mani nei capelli, lassù sull’erba gibbosa delle nostre estati annoiate, la medesima erba sulla quale i miei nuovi amici pisani – Ma dov’è finita? Perché tarda tanto? – ora stendono una tovaglietta a quadri due per due per una cosiddetta cena frugale nell’attesa dello Show, lo Spettacolo che ci farà ridere tutti come matti e ci spedirà a letto felici e contenti, dicono che lui sia un portento, dicono che il suo cosiddetto umorismo sia impareggiabile e innovativo e intelligentissimo eccetera, loro già sulla cima ma io inchiodata allo scalino, un atavico parallelepipedo rettangolo di pietra rossastra che separa brutalmente il prima dal dopo, lo sto fissando a testa bassa mezza sudata nell’incupirsi a doppia velocità dell’aria, mentre la cima aurea della cosiddetta Torre di Matilde boccheggia sul buio montante come una marea, è il primo vero scalino a partire dal basso della scalinata finale, tanto irta quando si è bambini e poi clamorosamente più fattibile da adulti, quant’è che non ci passavo, che non tornavo nel samminiatese, e pezzo dopo pezzo si ricompone vertiginosamente quella notte e l’epilogo di quella notte quando, verso le due o le tre, sgocciolate le birre, l’atmosfera complessiva in netta fase ribassista, ci avviammo per primi verso l’imbocco delle scale, io e lui, di Roffia e di Firenze, due che si erano incrociati tre/quattro volte per puro caso, due che conoscevano giusto i nomi di battesimo reciproci e il modo impossibile in cui fino a cinque minuti prima gli occhi dirimpetto riverberavano la luce traversa del riflettore, niente più, e la mia cosiddetta coscienza in quei momenti era un filino scombussolata, va bene, avevo bevuto sbattendomene per una volta dei postumi devastanti, a vent’anni ogni tanto l’ammetto ci davo dentro col bere, e affiancati sprofondavamo nella tenebra fitta imparando la forma frastagliata delle nostre voci, soli e pulsanti, senza poter chiaramente prefigurare la sterminata lista delle conseguenze a venire – quel lasso di tempo astratto e colmo di silenzi e mail, di aderenze e sparizioni, di fagocitanti nebbie madreperlacee –, e a un certo punto della discesa io che ero miracolosamente connessa e ricettiva e ATTENTA gli confessai che ero stata vicina a inciampare, lo scalino era l’ultimo o il primo, dipende dalla direzione intrapresa, quello su cui adesso affondo i piedi dividendo in due il flusso che ascende alla stucchevole musica d’apertura e allo Spettacolo Più Bello del Mondo, lo feci ridacchiando nervosa, mentre la pancia si contorceva come si contorce in certe cosiddette situazioni, e un po’ temevo di aver detto qualcosa che sfasciasse la sintonia spontanea facendogli subito capire, a lui in apparenza così Adulto & Maturo, che stava interagendo con una ragazzetta frivola e superficiale e assai negligente nel sequenziare fonemi, gli confessai papale papale che avevo rischiato di franare a terra come un penoso sacco di patate e poi avevo riacciuffato l’equilibrio in extremis restando in piedi, tutta colpa di questo manufatto primitivo di inestimabile valore da rimuovere ed esporre in qualche Museo di Storia o Archeologia o Antropologia eccetera, e lui palesemente alticcio replicò senza indugi con una frase che non gli apparteneva, troppo candida per uno con quell’armamentario pazzesco di ritrosie e rigide sovrastrutture, qualcosa di scandaloso che scommetto si sarebbe rimangiato volentieri già un secondo dopo, tuttavia successe, volente o nolente quelle parole insensate affiorarono neurologicamente nella sua area di Broca e balzarono fuori dalla gola come lapilli roventi e me lo disse, che se fossi inciampata mi avrebbe presa al volo, e a pensarci bene ora che sto per affrontare il tratto finale della salita non era nemmeno niente di speciale, tutt’altro, poteva in tutta onestà suonare gratuito e kitsch e iperbolico e soprattutto stupido, immensamente stupido, non posso negarlo, eppure lì per lì sorrisi con la mia bocca invisibile e le fossette su cui ironizzava fisso e rimasi zitta ed ero viva per davvero, in quell’istante infinitesimo del nostro tempo, e lui un eroe, qualcosa di vagamente assimilabile a un eroe, e quel suo cosiddetto coraggio avrei tanto voluto rubarglielo ma non glielo dissi mai.

 

5. Verso il basso

Il cielo è grigio fumo, quando la musica cessa. Resiste una banda rosea, dietro al palco e alla Rocca e alle curve del Serra, ma si va assottigliando sempre più, attimo dopo attimo, ferocemente schiacciata da una forza impareggiabile. Ogni tramonto è una battaglia, ma vincono e perdono sempre gli stessi.

La massa è arrivata puntuale. Se ne sta sparpagliata sull’erba o seduta sull’ellisse rozza del muro perimetrale, disomogeneamente rischiarata dai raggi bianchi del riflettore. Spiccano facce a metà, qua e là, mani volteggianti, segmenti casuali di sagome umane.

Mangiano tutti, o l’hanno appena fatto. Hanno apparecchiato ambiziosamente, usato forchette e coltelli, stappato bottiglie, accoppiato i bicchieri ostentando esagerato cameratismo. Qualcuno si è portato dietro cuscini e stuoie su cui sdraiarsi. Qualcuno si è sfilato le scarpe o la maglietta. Scelte rispettabilissime. Le zanzare sono tante e agguerrite ma la temperatura, diciamola tutta, è francamente insopportabile.

Li guarda da uno spiraglio della tenda allestita tra la Rocca e il palco.

È la prima volta in assoluto che lo spettacolo fa tappa a San Miniato, così si spiegano la concitazione generale e gli articoli copiosi sulla stampa locale, e anche l’ultima data di un tour sfiancante che negli anni ha attraversato l’Italia da nord a sud, dalle città alle periferie, riscuotendo dappertutto un successo eccezionale.

Li ascolta. Il discorrere della gente. Scopre un substrato di chiacchiericcio incessante, una volta rimossa la patina della musica gonfia di tastiere della sua infanzia, un crepitare minuto e animalesco.

Forme vive sotto un cielo grigio come limatura di ferro. L’umidità diffusa, l’assenza delle stelle. Fortissimo odore di terra. Un tizio dai rasta lombari si drizza in piedi, abbracciando un grosso thermos, e offre del caffè a chiunque ne faccia richiesta. Giovani maschi a petto nudo fanno girare un bottiglione di vodka polacca – ogni sorsata, un urrà. Di tanto in tanto, delle voci ruvide emergono dalla semioscurità e si prendono provvisoriamente la ribalta propagando battute, opinioni, ironie logore. Tanti fumano, nell’aria stagnante dei rimasugli di luglio, fumano e cantano, in attesa dello Spettacolo Più Bello Del Mondo, improvvisano manciate di cori dalla vita effimera.

Guarda tutto ciò.

Guarda e ascolta, mentre il tempo passa. Poi estrae il libretto dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo sfoglia con fare sbrigativo e si ferma a un punto ben preciso.Francesco Paciscopi - Resti-minL’agitazione. Il tipico tremare di gambe, almeno da principio. Gambe che tremano e si fanno molli: non ti ci abitui mai. Il boato di luci paglierine che accoglie la sua comparsa, l’applauso tonante e liberatorio del pubblico venuto a divertirsi, a stare bene. Un uomo colossale davanti all’asta del microfono, questo è sempre stato, una presenza carismatica dalla voce stentorea, un artista celebre per le sue battute e, soprattutto, per le sue battute sulle battute, per simili finissime operazioni concettuali.

E ora tutto sta per finire.

Resta immobile nella tenda per minuti, il libretto tra le mani madide. Non fa niente di niente tranne ripassare versi che, ormai, conosce a memoria. Ripensa al tono da usare, al piano, al sabotaggio che vuole mettere in atto. Sarà un discorso autologico, qualcosa di assai intelligente e ricercato – la fine che mette in scena la fine. Qualcuno capirà? Qualcuno coglierà la funzione drammatica di un epilogo scialbo? Ogni tanto lancia ancora occhiate fuori, sempre più distratte, verso lo stuolo di gente che freme. Il cielo sopra il prato è grigio come piombo, senza stelle. Un occhio fibrilla. Rivoli di sudore scorrono tiepidi lungo la colonna vertebrale. Nervosismo, beninteso, terribilmente comprensibile. Eccolo lì, solo, nel chiarore fioco di una lampadina penzolante. Aspetta solo che le gambe si mettano in moto. Sta per salire la scaletta metallica, per fare la sua ultima apparizione sul palcoscenico. Sta per deludere tutti.

 

(La poesia Resti è tratta da Olympus di Francesco Paciscopi,
1983, Antonio Carello Editore)