Lime, Silex, Iron, Alumina

Il freddo di Bàuli sale a ondate dalla valle, scudiscia i cipressi in fila sulla ripa, striscia sui panni appesi. Esala un’aria fredda che pare antica di secoli: sarà il buio misterioso della gola, quel buio animato di leprotti, dove conigli selvatici e serpenti frusciano tra il vilucchio e la borragine, dove i gufi e i barbagianni vigilano dai rami luccicanti dei faggi, e i pipistrelli si tuffano e riemergono in un continuo strambare; un buio scevro d’umani, primitivo e selvaggio, perfetto: sarà quel buio intatto a raggelare l’aria che ne spira, e reca il sollievo d’estate sulle soglie delle case che solcano i colli d’intorno, e di quelle, rade, che punteggiano la spianata allo sfociare della stretta gola. Sì, dev’essere quel buio che sopravvive al volgere degli anni e custodisce ancora i suoi misteri, impenetrabile ai più avanzati code crackers, alle incursioni della scienza, alle pretese di decrittare i più minuti brandelli di significato.

C’ero andato, da giovane, a vedere coi miei occhi la fonte misteriosa degli antichi racconti: quella polla fetida, uno specchio d’acqua nero e respingente, indefinitamente ostile, che s’apriva improvviso e alieno nel verde odoroso dei campi rigonfi d’erba medica. Un’acqua ch’era detta prodigiosa come rimedio nelle affezioni artritiche, tramandata di bocca in bocca e nella leggenda potenziata, ingigantita, santificata, fattasi nei decenni panacea, resa magica pozione dal popolo credulone e fesso. La diceria s’era trascinata fino ad arenarsi agli albori del secolo passato, custodita dalle vecchie sedute nei cantucci delle cucine come un pericoloso segreto da negare ai possessori della plastica: un retaggio stregonesco mai completamente obliterato, che serpeggiava pronto a rivelarsi alle orecchie degli eletti, dei disperati. C’ero andato, condotto da una vecchia rattrappita, piccina, una vecchia strega da fiaba, che però non ricordo chi fosse, forse mia nonna, forse una vicina, forse un fantasma: ricordo di lei solo la figura ingobbita, il grosso crocifisso che le spuntava dalla veste a ogni passo, la pelle ruvida, allentata e molliccia – un ramarro – della mano che mi guidava. Vi giunsi come in sogno, incerto sulla strada percorsa, spaesato: la polla ristagnava, immota nel vasto pomeriggio, e tutto era silenzio. La vecchia aveva tirato fuori una bottiglia da una sporta che teneva a tracolla – una bottiglia di plastica – e l’aveva immersa nell’acqua nera, penetrando lo specchio misterioso con la sua mano di ramarro, facendocela sparire dentro tra le bolle d’aria che gorgogliavano tutt’intorno. Avevo pensato che avrei dovuto toccarla di nuovo, quella mano sprofondata nell’arcano, e subito ero stato colto da un’angoscia spaventosa. Ero rimasto però a guardare fin quando la vecchia non aveva sollevato la bottiglia colma di quella strana pozione: attraverso la plastica osservavo quell’acqua torbida e granulosa che vorticava appena, sentendomi instabile sul terreno, smanioso di abbandonare quei campi così verdi e silenziosi, di tornare sulla strada asfaltata e vedere le macchine passare, chiudermi in casa. La vecchia, con un movimento lento e solenne, s’era portata la bottiglia all’altezza del volto: adesso la beve, adesso la beve, avevo pensato in preda all’orrore, ma la vecchia s’era versata un po’ di quell’acqua sulla fronte, facendosi con la mano libera ripetuti segni della croce, biasciando una litania incomprensibile. L’acqua le era colata sulla faccia grinzosa, lungo le profonde fosse della pelle, fin sotto il mento, giù dentro la scollatura dov’era acquattato il crocifisso. Non ricordo cos’era successo dopo, com’ero tornato a casa; ma per lungo tempo, in seguito, m’ero più volte svegliato a mezza notte, sudato, tremante, terrorizzato dagli occhi della vecchia che mi scrutavano da quella faccia bagnata, una faccia dalla pelle che si scioglieva e colava a terra, lasciando scoperte le ossa del cranio bianche, lisce, un teschio ghignante, scaleno, con dentro quegli occhi catarrosi di vecchia persistenti, così vicini e reali.

Silica, Alumina, Lime, Oxide of iron: il giovane Michael Faraday nel suo laboratorio londinese annota le quantità sul suo taccuino. Un giovane studioso, volenteroso ma insicuro:  quelle mani che ancora un po’ gli tremano hanno aperto una boccetta ben sigillata che sembrava contenere acqua. Il contenuto è stato essiccato, trattato, analizzato, ed ecco che il mistero s’incarna e subito muore. La boccetta ha viaggiato fino a Londra, trasportata chissà come, chissà da chi: la duchessa di Montrose l’ha ricevuta dal marchese Ridolfi, l’ha affidata a Sir Humphry Davy della Royal Institution, il quale ha concesso l’onore di analizzarne il contenuto a quel giovanotto timido e impaziente, che più che un gentleman sembra un cameriere. Faraday non è ancora Faraday: balbetta, trema, scarabocchia e cancella, annota, rilegge, corregge; frantuma vetrini, rischia più volte di disperdere il prezioso coagulo, il freddo di Londra che entra dalle finestre mal chiuse del laboratorio lo fa starnutire – trattieni lo starnuto Michael, sposta la testa di lato, raccogli la polvere, attento. Sì, sembra davvero un cameriere: goffo, ridicolo, impacciato, ma è la sua prima analisi importante, c’è da capirlo. Quell’acqua limacciosa, quella soluzione filtrata, proviene dallo specchio nero di Santa Gonda, “situated in a laguna in the corner of a field near the high road to Pisa, which divides the plain called La Catena from the mountains of Cigoli and San Miniato”.

I campi d’erba medica si srotolano a coprire le pendici di Cigoli, fin giù nella morbida gola di Bàuli che riposa, per poi cavalcare la ritta pettata su verso San Miniato; di sera m’affaccio a guardare lo stretto valloncello da dove risale il fresco, riposando gli occhi fiaccati. I campi arruffati, gli orti che sembrano riproduzioni in scala di grandi coltivazioni, le strisce d’arida terra che s’insinuano come lingue allappate tra gli oliveti, i fossi che zigzagano giù lungo i vigneti sparsi; e le piccole mandrie disseminate sui minuscoli colli, talvolta un gregge sparuto di pecore grigie belanti, coi cani scuri attenti, pazienti e sicuri. Ho provato a volte a individuare la pozza misteriosa – chissà se ancora esiste – ma non riesco mai a ricordare il luogo preciso: dall’alto non vedo ristagni o specchi d’acqua, ma solo gli orti, le microscopiche piantagioni, la stretta via che scorre in mezzo. Un luogo perduto nel passato, forse un sogno o un’allucinazione, la fantasia di un bambino disturbato: così penso adesso, tornando a ricordare la vecchia dagli occhi terribili, un lampo, un’associazione casuale d’idee, il fresco di Bàuli, Santa Gonda, ecco il nome, un nome antico, affascinante, Santa Gonda, penso, e tutto riprende forma, è esistito davvero, esiste forse ancora laggiù, annidato nel buio, il sinistro pozzo d’acqua miracolosa che ristagna nella notte tra i lugubri ululati dei cani alla catena nei poderi e i miagolii dei gatti azzuffati. Santa Gonda: un nome, una formula magica, un brivido sulla mia pelle di bambino, voglio andare a Santa Gonda, alla fonte miracolosa, la mano-ramarro, il crocifisso, quel teschio spettrale, chi era quella vecchia? Un fantasma, una morta, la strega delle fiabe. Santa Gonda.

“The mountains of Cigoli and San Miniato”, questi poggetti che toccano un’altitudine di cento, centocinquanta metri scarsi e che non vedono neve se non una volta ogni quindici anni: no, nemmeno nel 1815 potevano sembrare delle vere e proprie montagne, ma così scriveva il marchese Ridolfi. Michael Faraday, accidenti, niente aveva potuto contro la creduloneria del popolo inebetito. Non c’era nessuna magia, nessun miracolo: solo una reazione chimica, due sorgenti d’acqua a temperature diverse che s’incontrano e producono idrossido di calcio, una pozza dal fondo limaccioso, comparsa su un terreno dal passato vulcanico. Ma più di cento anni dopo il popolo scemo ancora ne parlava a mezza voce, come se solo pronunciare a voce alta quel toponimo fosse tabù: il retaggio stregonesco ancora imbrigliava quella povera gente di campagna. Santa Gonda era un luogo prodigioso, misterioso, religioso. Lime, Silex, Iron, Alumina, annotava il giovane Faraday sul suo taccuino, nel freddo di Londra: per niente, per nessuno, dimenticato nei secoli, sconfitto dalla superstizione.

La notte riposa compatta su Bàuli, quasi un sigillo: sul campanile di Cigoli è rintoccata l’ora e i gatti sono tutti scappati; due cani latrano a intervalli regolari, a turno, da due poderi distanti, alla deriva nell’oscurità immensa della gola; le ossa di Faraday si consumano da centocinquant’anni nella grassa terra del West Cemetery di Highgate; ed eccomi qui, in piedi sulla soglia, a rilassare gli occhi dentro il nero di Bàuli, laggiù da dove sale il fresco: chissà se esiste ancora la pozza di Santa Gonda, sotto questa gomma nera. Ma quella vecchia, quella vecchia che mi aveva condotto per mano a Santa Gonda… no, quella vecchia non era mia nonna, e forse nemmeno una mia vicina: quella vecchia è ormai una faccia lontana, un teschio lucente con un ghigno in tralice, che mi scruta ancora oggi con due occhi melmosi e cattivi.