Labarda Levata: uno sguardo dietro le quinte

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Perdonate il discorso “normale” (che poi normale non è)
Lo Sgargabonzi

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Sembra passato un secolo dal giorno in cui è apparso il primo post su Labarda Levata. Eppure, se ci prendiamo la briga di andare a controllare, scopriamo che non è trascorso nemmeno un anno. Quella di metter su un blog letterario a tema territoriale non è stata una trovata estemporanea o, per dirla alla Tommaso Ciardelli, la “fragile insania di un dì”. Piuttosto, si è trattato di un’idea che, nei nostri vorticosi e vagamente prolissi carteggi, io e The Kenosha Kid accarezzavamo da diverso tempo. In quei momenti fibrillanti e carichi d’entusiasmo, quando il progetto si trovava ancora in fase embrionale, quando gli affibbiavamo – genialmente? non tocca a noi dirlo – un nome tanto evocativo e ne plasmavamo il layout seguendo le maniacali prescrizioni del maestro Jacob Nielsen, non potevamo minimamente immaginare l’impatto che Labarda avrebbe avuto all’interno del panorama letterario italiano. Le citazioni e gli apprezzamenti arrivati – tra gli altri – da minima&moralia, La Balena Bianca e ’tina di Matteo B. Bianchi sono stati motivo di soddisfazione e anche uno stimolo ad andare avanti nei momenti più difficili. La menzione di Walter Siti su La Lettura si è rivelata una splendida sorpresa. La puntata del podcast di Andrea Donaera incentrata sulla peculiarità delle nostre scelte stilistiche qualcosa che racconteremo ai nipotini – se mai ne avremo. E che dire del sostegno ricevuto da Marco Cantoni, Carlo Silvestri e Ilenia Zodiaco? Che dire delle telefonate eccitate – alle tre di notte! – di Tommaso Pincio? Come ha ricordato Michele Mari in uno dei suoi scoppiettanti convegni: “Labarda Levata è algido, geometrico, intimamente loico, popolato di araldici emblemi più ancora che di simboli. Leggerlo fa bene al cuore.”

A livello strettamente personale, gli illimitati spazi biancoarancio del blog mi sono serviti per narrare – fissare, valorizzare, divulgare – quel florilegio di storie e personaggi che ho avuto modo di conoscere nell’arco dei miei cinquant’anni e passa di residenza nell’area samminiatese, nelle festicciole paesane, nelle soste presso i gloriosi circoli, nelle bevute notturne al Decris, nelle lunghe passeggiate in campagna – durante le quali non è raro incontrare anziani contadini in vena di confidenze. Nei mesi passati ho ricordato, per esempio, la triste fine del mio malinconico amico Pietro Bertuccelli (anche conosciuto come “Il professore” o, ahimè, “Bertuccia”). Ho parlato dell’incredibile avvistamento nel cielo buio sopra Cigoli, risalente a una ventina di anni fa. Ho parlato del deludente spettacolo offerto dal giullare. Ho accennato alla mitologica partita contro il Cecina degli anni ’60, tuttora vivida nell’immaginario locale. E non ho certo intenzione di fermarmi qui, ci mancherebbe altro: gli argomenti da affrontare sono sterminati. Devo ancora parlare del licantropo di Montebicchieri, per dire, i cui ululati raggelavano le notti più nere dei Cinquanta. Del tesoro dei Rosenkreuzer che, stando a dei documenti rinvenuti in una grotta nei boschi di Stibbio, sarebbe sepolto in un punto imprecisato – “sotto una grossa roccia a forma di maiale” – della piana tra Ponte a Egola e San Pierino. Devo parlare dell’apparizione improvvisa di Padre Pio su un muro scalcinato della Catena. Di chiese sconsacrate, diavoli e sacrifici animali. Della palla infuocata – un meteorite? un satellite? – che cadde dalle parti di Gargozzi nell’afoso agosto del 1990, facendo tremare per diversi secondi tutta la terra circostante. Della vita dissoluta di M. B. Del suicidio del povero Mirco Santon. Di quando Sciapò si tagliò una mano al distributore di benzina automatico. Del tunnel che secondo i vecchi di paese, quelli così vecchi da non aver più la forza di addentare una misera mela, collegava la Rocca al campo sportivo di Santa Maria al Fortino nel periodo della guerra.

Fin qui il blog ha svolto alla perfezione la funzione per la quale era stato concepito. Ma il mondo corre veloce, come si suol dire. E ora, a quasi una anno di distanza dalla pubblicazione del primo post, si rende necessario uno scatto in avanti. È arrivato il momento di smettere di giocare a nascondino e di rivelare finalmente quello che è a tutti gli effetti il mio vero nome – per alcuni, forse, il segreto di Pulcinella.

Mi chiamo Benno, signore e signori, Benno Fiumalbi – nome che risveglierà più di un ricordo nella testa dei compaesani tra i cinquanta e i settanta. Lo pseudonimo usato per firmare i miei pezzi, beasley_la_bestia, a cui sono particolarmente affezionato, l’ho preso in prestito da una bella filastrocca di Gianni Rodari che la nonna mi leggeva quand’ero bambino. Sono venuto al mondo nel 1960 in un casolare dai muri tabacco sopra La Scala nel bel mezzo di un maggio, mi hanno detto, rabbiosamente piovoso. Ho vissuto a San Miniato alto dal 1964 al 2017, prima davanti all’ospedale e poi in un appartamento con giardino e garage alle Colline. Quattro anni fa, da un giorno all’altro, ho fatto le valigie e mi sono trasferito definitivamente a La Palma, alle Canarie, dove mangio pesce e bevo rum tutte le sere e sono fiero proprietario dell’agenzia immobiliare Casas y sol. Che posso aggiungere, senza tirarla troppo per le lunghe? Che sarei architetto, ma non ho mai esercitato: mi sono sempre e solo occupato di compravendita di case. Che sono appassionato di cavalli. Che mi sono sposato due volte e due volte ho divorziato – anche se con la prima moglie son rimasto in rapporti piuttosto cordiali, e l’ho ospitata recentemente qua sull’isola assieme al marito Bruno, proprietario di una conceria a Santa Croce, persona gradevole e con ottimi gusti enologici (si è presentato alla porta di casa con tre apprezzatissime bottiglie di Musto Carmelitano Aglianico del Vulture Doc Etichetta Bianca). Che non ho figli. Che mi piace ballare la salsa, con una compagna immaginaria, quando nessuno mi guarda. Che da ragazzo ho ingoiato funghetti allucinogeni, su un prato di smeraldo oltre Corazzano, assieme al Boldrini del Pinocchio e a Danilo Pinone (pace all’anima sua) e in quelle ore sconvolgenti ho accarezzato balene, munto asparagi e fatto la linguaccia a una ragazza in minigonna di pelle che si vantava di essere La Morte. Che mi piacciono le donne con le caviglie massicce. Che faccio un tuffo in mare almeno una volta al giorno. Che quando dispongo di un paio di ore libere monto in macchina e vado al Roque de los Muchachos, al noto osservatorio astronomico, a lacrimare a profusione di fronte all’incomprensibile immensità dell’universo.

La decisione sul coming out non è stata presa a cuor leggero. Forse potrete capirmi. L’anonimato porta vantaggi indiscutibili e permette, come peraltro dimostravano già i pionieristici studi sulla comunicazione mediata dal computer (CMC), che venivano portati avanti all’Università di Siena fin dai primi anni duemila da studenti di notevole spessore intellettuale, un grado di libertà di gran lunga maggiore. Frena, per esempio, l’autocensura: consente di poter dire ciò che si vuole su qualunque soggetto, spudoratamente, senza doverne pagare le eventuali conseguenze. A un certo punto della propria vita, però, un uomo che voglia definirsi tale deve cominciare ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni – e dei propri scritti. A tutto ciò va aggiunto che nel giro di un anno scarso di attività, via posta o via Facebook, ci è piovuta addosso una tale moltitudine di messaggi in cui ci veniva chiesto di render nota – per piacere – la nostra identità che resistere facendo finta di nulla si faceva ogni giorno più arduo. Ed è anche per soddisfare la curiosità lacerante del lettore medio di Labarda che ho svelato il (ridicolo? velleitario?) mistero sul mio nome, che dunque è Benno, Benno e nient’altro che Benno – Benno figlio di Patrizia Bianchi e Fosco “Fiumo” Fiumalbi, Benno che si ruppe una gamba cadendo dal secondo piano del suo appartamento quando aveva 11 anni, che amava i Pooh e Lou Reed, che collezionava francobolli di Panama e sassi rotondi, che leggeva Faulkner alle scuole medie, che pronunciava malissimo la lettera F, che una volta inghiottì una lucertola viva per scommessa, che portava i capelli con le treccine nel 1977, Benno il lungagnone, Benno il taciturno, “Benno fammi un cenno”, Benno che propose al sindaco di forzare la legge trasformando San Miniato nel primo paese italiano tollerante verso le droghe leggere, sperimentalmente, “L’Amsterdam con la Rocca”, “La Christiania sulla ritta collina”, “Il maestoso joint federiciano”.

E il ragazzo di Kenosha, vi starete chiedendo? Chi diamine è il ragazzo di Kenosha? È presto detto: se io ho deciso di togliermi la maschera e mostrarmi per quel che davvero sono, The Kenosha Kid – da un personaggio grottesco di un thriller di Marco Vichi – preferisce invece starsene ancora rintanato nell’ombra. Una scelta che, intendiamoci, rispetto profondamente. Ognuno ha i suoi tempi e le sue modalità. Eppure, ho il forte sospetto che tutto ciò non vi basti. Che siate curiosi. Che, se non avrete presto qualche succoso indizio su chi si cela dietro le sembianze del Ragazzo, non la finirete più di tempestarci di messaggi. Cosa si può dire sulla sua persona, dunque, senza rivelarne il nome di battesimo e tradirne la fiducia? Poco, pochissimo. S. T. è un amico, questo è giusto che lo sappiate, a cui sono legato da una vita. Con lui ho passato l’infanzia, l’adolescenza e il periodo universitario. Abbiamo condiviso le prime sbronze. Abbiamo fumato insieme la prima sigaretta (la rubò a sua nonna Bettina), tossicchiando come da prassi, su una spiaggetta dell’Elsa in secca – poi ha cominciato a consumarne una trentina al giorno e io non sono riuscito a stargli dietro. Abbiamo fatto la prima vera vacanza assieme: un viaggio massacrante in macchina fino a Taranto. Ha tre o quattro anni più di me ma è sempre parso più giovane del sottoscritto, e tutti non hanno mai mancato di farcelo notare. Aveva una voglia a forma di animale marino (non posso dire quale) sul collo, proprio sotto il pomo d’Adamo, che si è fatto rimuovere col laser all’età di trent’anni. Ed era bello, in gioventù, bellissimo, nonostante la voglia, le donne gli cadevano sistematicamente ai piedi. La sua lunga chioma bionda risplendeva sulle spiagge abbacinanti di Rosignano Solvay come la birra nelle pinte gigantesche nella piazza centrale di Tallinn vecchia, a metà pomeriggio, quando viene trafitta dal sole trasversale di fine agosto. Del suo passato turbolento conosco sostanzialmente ogni dettaglio: sarei benissimo capace di scrivere almeno la prima parte della sua biografia, se qualcuno volesse affidarmi il compito, la immagino con un piglio alla Gabo Marquez e un titolo suggestivo come “Due passi alla volta” oppure “Ho rimbalzato dappertutto”. Tutto ciò che so invece dell’attuale S. T., che una volta si innamorò di Priscilla della Serra e scappò con lei in una baita sull’appennino, che ha un figlio ventenne da qualche parte in Venezuela, che ha vissuto un anno a Vladivostok, si limita al fatto che oggi risiede a Sesto Fiorentino e lavora come fotografo freelance – dopo aver fatto l’allevatore di mucche, il pittore postcubista, il modello, la guida turistica del Comprensorio del Cuoio, il traduttore di Gadda. Non so se sia sposato. Se abbia figli più piccoli. Se abbia un cane da portare a pisciare dopo cena. Nelle lunghe mail che ci scambiamo a cadenza settimanale ci fregiamo, un po’ altezzosamente, di non affrontare mai la banalità del presente, dello sciatto quotidiano: parliamo di letteratura e libri vecchi, di Resnais e Godard, di cavalli, di astronomia e di come fosse eccitante scendere a cento all’ora in bicicletta lungo via Catena quando eravamo bambini dalle ginocchia d’acciaio. E parliamo di Labarda, chiaramente, parliamo sempre di Labarda, negli scambi più recenti, Labarda è l’argomento principe, il nostro core business: facciamo progetti su come aggiornarla, su come farla crescere, su dove farla arrivare.

Restate in sella, carissimi lettori. Il viaggio è appena cominciato.

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Benno Fiumalbi

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Lime, Silex, Iron, Alumina

Il freddo di Bàuli sale a ondate dalla valle, scudiscia i cipressi in fila sulla ripa, striscia sui panni appesi. Esala un’aria fredda che pare antica di secoli: sarà il buio misterioso della gola, quel buio animato di leprotti, dove conigli selvatici e serpenti frusciano tra il vilucchio e la borragine, dove i gufi e i barbagianni vigilano dai rami luccicanti dei faggi, e i pipistrelli si tuffano e riemergono in un continuo strambare; un buio scevro d’umani, primitivo e selvaggio, perfetto: sarà quel buio intatto a raggelare l’aria che ne spira, e reca il sollievo d’estate sulle soglie delle case che solcano i colli d’intorno, e di quelle, rade, che punteggiano la spianata allo sfociare della stretta gola. Sì, dev’essere quel buio che sopravvive al volgere degli anni e custodisce ancora i suoi misteri, impenetrabile ai più avanzati code crackers, alle incursioni della scienza, alle pretese di decrittare i più minuti brandelli di significato.

C’ero andato, da giovane, a vedere coi miei occhi la fonte misteriosa degli antichi racconti: quella polla fetida, uno specchio d’acqua nero e respingente, indefinitamente ostile, che s’apriva improvviso e alieno nel verde odoroso dei campi rigonfi d’erba medica. Un’acqua ch’era detta prodigiosa come rimedio nelle affezioni artritiche, tramandata di bocca in bocca e nella leggenda potenziata, ingigantita, santificata, fattasi nei decenni panacea, resa magica pozione dal popolo credulone e fesso. La diceria s’era trascinata fino ad arenarsi agli albori del secolo passato, custodita dalle vecchie sedute nei cantucci delle cucine come un pericoloso segreto da negare ai possessori della plastica: un retaggio stregonesco mai completamente obliterato, che serpeggiava pronto a rivelarsi alle orecchie degli eletti, dei disperati. C’ero andato, condotto da una vecchia rattrappita, piccina, una vecchia strega da fiaba, che però non ricordo chi fosse, forse mia nonna, forse una vicina, forse un fantasma: ricordo di lei solo la figura ingobbita, il grosso crocifisso che le spuntava dalla veste a ogni passo, la pelle ruvida, allentata e molliccia – un ramarro – della mano che mi guidava. Vi giunsi come in sogno, incerto sulla strada percorsa, spaesato: la polla ristagnava, immota nel vasto pomeriggio, e tutto era silenzio. La vecchia aveva tirato fuori una bottiglia da una sporta che teneva a tracolla – una bottiglia di plastica – e l’aveva immersa nell’acqua nera, penetrando lo specchio misterioso con la sua mano di ramarro, facendocela sparire dentro tra le bolle d’aria che gorgogliavano tutt’intorno. Avevo pensato che avrei dovuto toccarla di nuovo, quella mano sprofondata nell’arcano, e subito ero stato colto da un’angoscia spaventosa. Ero rimasto però a guardare fin quando la vecchia non aveva sollevato la bottiglia colma di quella strana pozione: attraverso la plastica osservavo quell’acqua torbida e granulosa che vorticava appena, sentendomi instabile sul terreno, smanioso di abbandonare quei campi così verdi e silenziosi, di tornare sulla strada asfaltata e vedere le macchine passare, chiudermi in casa. La vecchia, con un movimento lento e solenne, s’era portata la bottiglia all’altezza del volto: adesso la beve, adesso la beve, avevo pensato in preda all’orrore, ma la vecchia s’era versata un po’ di quell’acqua sulla fronte, facendosi con la mano libera ripetuti segni della croce, biasciando una litania incomprensibile. L’acqua le era colata sulla faccia grinzosa, lungo le profonde fosse della pelle, fin sotto il mento, giù dentro la scollatura dov’era acquattato il crocifisso. Non ricordo cos’era successo dopo, com’ero tornato a casa; ma per lungo tempo, in seguito, m’ero più volte svegliato a mezza notte, sudato, tremante, terrorizzato dagli occhi della vecchia che mi scrutavano da quella faccia bagnata, una faccia dalla pelle che si scioglieva e colava a terra, lasciando scoperte le ossa del cranio bianche, lisce, un teschio ghignante, scaleno, con dentro quegli occhi catarrosi di vecchia persistenti, così vicini e reali.

Silica, Alumina, Lime, Oxide of iron: il giovane Michael Faraday nel suo laboratorio londinese annota le quantità sul suo taccuino. Un giovane studioso, volenteroso ma insicuro:  quelle mani che ancora un po’ gli tremano hanno aperto una boccetta ben sigillata che sembrava contenere acqua. Il contenuto è stato essiccato, trattato, analizzato, ed ecco che il mistero s’incarna e subito muore. La boccetta ha viaggiato fino a Londra, trasportata chissà come, chissà da chi: la duchessa di Montrose l’ha ricevuta dal marchese Ridolfi, l’ha affidata a Sir Humphry Davy della Royal Institution, il quale ha concesso l’onore di analizzarne il contenuto a quel giovanotto timido e impaziente, che più che un gentleman sembra un cameriere. Faraday non è ancora Faraday: balbetta, trema, scarabocchia e cancella, annota, rilegge, corregge; frantuma vetrini, rischia più volte di disperdere il prezioso coagulo, il freddo di Londra che entra dalle finestre mal chiuse del laboratorio lo fa starnutire – trattieni lo starnuto Michael, sposta la testa di lato, raccogli la polvere, attento. Sì, sembra davvero un cameriere: goffo, ridicolo, impacciato, ma è la sua prima analisi importante, c’è da capirlo. Quell’acqua limacciosa, quella soluzione filtrata, proviene dallo specchio nero di Santa Gonda, “situated in a laguna in the corner of a field near the high road to Pisa, which divides the plain called La Catena from the mountains of Cigoli and San Miniato”.

I campi d’erba medica si srotolano a coprire le pendici di Cigoli, fin giù nella morbida gola di Bàuli che riposa, per poi cavalcare la ritta pettata su verso San Miniato; di sera m’affaccio a guardare lo stretto valloncello da dove risale il fresco, riposando gli occhi fiaccati. I campi arruffati, gli orti che sembrano riproduzioni in scala di grandi coltivazioni, le strisce d’arida terra che s’insinuano come lingue allappate tra gli oliveti, i fossi che zigzagano giù lungo i vigneti sparsi; e le piccole mandrie disseminate sui minuscoli colli, talvolta un gregge sparuto di pecore grigie belanti, coi cani scuri attenti, pazienti e sicuri. Ho provato a volte a individuare la pozza misteriosa – chissà se ancora esiste – ma non riesco mai a ricordare il luogo preciso: dall’alto non vedo ristagni o specchi d’acqua, ma solo gli orti, le microscopiche piantagioni, la stretta via che scorre in mezzo. Un luogo perduto nel passato, forse un sogno o un’allucinazione, la fantasia di un bambino disturbato: così penso adesso, tornando a ricordare la vecchia dagli occhi terribili, un lampo, un’associazione casuale d’idee, il fresco di Bàuli, Santa Gonda, ecco il nome, un nome antico, affascinante, Santa Gonda, penso, e tutto riprende forma, è esistito davvero, esiste forse ancora laggiù, annidato nel buio, il sinistro pozzo d’acqua miracolosa che ristagna nella notte tra i lugubri ululati dei cani alla catena nei poderi e i miagolii dei gatti azzuffati. Santa Gonda: un nome, una formula magica, un brivido sulla mia pelle di bambino, voglio andare a Santa Gonda, alla fonte miracolosa, la mano-ramarro, il crocifisso, quel teschio spettrale, chi era quella vecchia? Un fantasma, una morta, la strega delle fiabe. Santa Gonda.

“The mountains of Cigoli and San Miniato”, questi poggetti che toccano un’altitudine di cento, centocinquanta metri scarsi e che non vedono neve se non una volta ogni quindici anni: no, nemmeno nel 1815 potevano sembrare delle vere e proprie montagne, ma così scriveva il marchese Ridolfi. Michael Faraday, accidenti, niente aveva potuto contro la creduloneria del popolo inebetito. Non c’era nessuna magia, nessun miracolo: solo una reazione chimica, due sorgenti d’acqua a temperature diverse che s’incontrano e producono idrossido di calcio, una pozza dal fondo limaccioso, comparsa su un terreno dal passato vulcanico. Ma più di cento anni dopo il popolo scemo ancora ne parlava a mezza voce, come se solo pronunciare a voce alta quel toponimo fosse tabù: il retaggio stregonesco ancora imbrigliava quella povera gente di campagna. Santa Gonda era un luogo prodigioso, misterioso, religioso. Lime, Silex, Iron, Alumina, annotava il giovane Faraday sul suo taccuino, nel freddo di Londra: per niente, per nessuno, dimenticato nei secoli, sconfitto dalla superstizione.

La notte riposa compatta su Bàuli, quasi un sigillo: sul campanile di Cigoli è rintoccata l’ora e i gatti sono tutti scappati; due cani latrano a intervalli regolari, a turno, da due poderi distanti, alla deriva nell’oscurità immensa della gola; le ossa di Faraday si consumano da centocinquant’anni nella grassa terra del West Cemetery di Highgate; ed eccomi qui, in piedi sulla soglia, a rilassare gli occhi dentro il nero di Bàuli, laggiù da dove sale il fresco: chissà se esiste ancora la pozza di Santa Gonda, sotto questa gomma nera. Ma quella vecchia, quella vecchia che mi aveva condotto per mano a Santa Gonda… no, quella vecchia non era mia nonna, e forse nemmeno una mia vicina: quella vecchia è ormai una faccia lontana, un teschio lucente con un ghigno in tralice, che mi scruta ancora oggi con due occhi melmosi e cattivi.

The plain called La Catena

Certe case sbriciolate e assaltate dalla vegetazione, muri rossastri mutilati e pavimenti di calcinacci sfatti, spuntano all’improvviso tra i verzicanti immensi campi o tra le case più moderne dove esiste ancora vita umana. Scendendo dal colle e pigliando dritto giù per via Cavane, addentrandosi a poco a poco in quella ricca pianura di campi incolti e piccole coltivazioni, solcata da rii e fossi dai lindi e compatti argini, se ne possono incontrare una ventina nel giro di pochi chilometri. Fanno mostra d’infischiarsene, loro, del proprio galoppante sfacelo, e se lo portano addosso con una cert’aria di superiorità, guardandoti con quel niffolo spregioso che ben si confà agli antichi abitatori di quelle rovine dirupate: e ti osservano beffarde e indifferenti mentre gli passi da presso, quasi fossi un ospite sgradito. Cespi di borragine dentro gli squarci, edera e rampicanti abbarbicati, alberi che spuntano dagli antichi tinelli, e muri d’un inaspettato azzurro sfarinato tutti sforbiciati, travi enormi, ricche di muschi e funghi duri come pietre, collassate negli anditi e nei saloni; talvolta un sanitario tutto sbreccato, appeso all’impiantito flesso del primo piano, che sembra venir giù mentre si guarda, barbaglia da una crepa. Queste coloniche in rovina disegnano la mappa d’una campagna antica, parzialmente sovrapponibile alla topografia contemporanea: dove adesso s’ergono palazzi e case un tempo c’erano campi, faggete, terreni paludosi e sentieri sterrati. Gli ultimi abitanti di queste vecchie case se ne sono andati più di trent’anni fa, ormai.

Ci corro in mezzo appena posso, raspando coi piedi sullo sterrato, affannandomi a recuperare un poco di forma, di fiato. Pencolo tutto da una parte quando sono allo stremo, par che mi paralizzi, m’inceppi, perdendo l’agilità delle articolazioni, quasi come ingessato; m’incazzo poi quando mi superano gli anziani, che in queste stradette sfrecciano tutti come cavalli. In cuffia l’app mi dice i chilometri, il tempo, il ritmo, e ripenso a qualche anno fa quando andavo più spedito, rifletto sul tempo che passa e mi fiacca come queste sparse case diroccate. Oggi pioviggina, lame di nubi viola tagliano l’orizzonte e le gocce cadono di traverso finissime; verso Ponte a Egola il sole sparge una coltre arancione tra le nubi e i campi, poi sparisce dietro il monte Serra blu.

In paese dicono che ci sono i fantasmi, in queste coloniche. Magari non in tutte, ma da qualche parte ancora qualcuno infesta una stanza da letto, un salotto, un gabinetto. Di notte son loro a far uggiolare i cani e spaventare i gatti, che tornano alle loro case con gli occhi spalancati dal terrore. Nessuno s’avventura al buio per queste stradine che serpeggiano dentro i campi incolti, sfiorando le facciate scortecciate dietro le quali i fantasmi aspettano di vedere arrivare qualcuno per spaventarlo a morte, o forse solo per scambiarci due parole. Ci passano ormai di tanto in tanto solo gli immigrati che lavorano nelle conce di Ponte a Egola e Santa Croce; ma i fantasmi, loro, probabilmente li lasciano passare, restandosene buoni buoni acquattati nel loro angolino polveroso, compassionevoli.

Salto le buche più fonde empite d’un marroncino schiumoso, devio per scansare grosse lingue d’acqua che s’insinuano sulla sterrata dai fossi oberati, m’impappino talvolta in qualche pezzo colloso di mota, e così m’addentro sempre più a fondo nel pantano, finché la strada si fa indistinguibile e scompare nell’acquitrino. Ecco la casa dei cavalli, la vecchia casa a catafascio sul limitare dell’esondazione. Serba poco d’incorrotto, un nulla: qualche brandello di muro, un uscio, nient’altro. Eppure – quanto sarà, vent’anni? – un tempo qui c’allevavano i cavalli: ricordo ancora le grosse bestie, i loro manti dai colori decisi, le code e le criniere sventolanti, le froge spalmate di muchi, i liquidi pomi lucenti degli occhi. Ci venivo, da piccolo, a guardarli di lontano nei loro stanzini, stretti cubicoli oscuri colmi di biada e mosche: i grossi animali agitavano le code in un movimento semicircolare, come a scacciare lontano i ronzii, ogni tanto scalciavano, poi raccattavano svogliati qualche stoppia d’avena e biascicavano un poco, più per noia che per fame. Talvolta un nitrito d’isteria, o uno zoccolare più calcato, malmostoso, al sopraggiungere dello stalliere, un uomo basso e grasso, dall’epa sferica e tirata, un capo tondo e glabro, eccetto due baffetti fini e unti, gli occhi due giuggiole attaccate con lo sputo; portava sempre una sozza camicia a quadrettoni, infilata in un paio di pantaloni di velluto scuro ad ampie coste, e ai piedi sempre i soliti stivali di gomma dai gambali laceri. Di questo grasso stalliere provavo un misterioso timore, un’irrazionale repulsione che sempre mi turbava: un brivido sulla pelle mi coglieva se mi sentivo scorrere addosso quello sguardo di giuggiola, quando sbucavo dal fosso dov’ero acquattato. Ma lo stesso non potevo rinunciare alla visita ai cavalli, quando le giornate iniziavano ad aprirsi sulla campagna e il sole prosciugava i pantani, dopo l’ora di merenda quando l’aria diventava un prisma azzurrino sopra le cose, fuor di finestra. M’inoltravo sulla sterrata, rasentavo i campi e le case già in lento sfacelo, mi lasciavo alle spalle l’asfalto, le voci, i rumori, e a poco a poco penetravo in un regno fatto di quell’aria fresca azzurrina, di un odore di fuochi lontani, d’insetti infiniti. Giungevo nei pressi della casa dei cavalli e m’infilavo nel fosso, avanzavo piano, m’accucciavo dietro un cespuglio e stavo lì fermo, non visto, a guardare i cavalli nei loro stanzini e sulla corte recintata, stando attento a non farmi sorprendere dal terrificante stalliere dagli occhi posticci.

Eppure qualcosa doveva esser successo, qualcosa di terribile e perduto: l’avverto come un brivido – lo stesso che gli occhi-giuggiola mi procuravano da piccino – ogni volta che ripasso a corsa di lì. Mi soffermo allora un poco a scandagliare le rovine, i brandelli di muro, a interrogare quel mistero di cocci e frantumi, senza cavarne niente di più che quel brivido, quell’avvertimento irriconducibile a una forma sensata. Cos’è rimasto, in quel luogo, di un passato irrevocabile? S’è insinuato qualcosa tra quel cielo azzurrino e la superficie di quei muri, qualcosa che non s’è corrotto con la rovina dei manufatti, ma ancora respira nascosto tra l’erba, in quell’infinitesimale ma incolmabile iato che separa tutte le cose, e viene da un tempo lontano, ormai dimenticato.

Sarà, forse, uno di quei malinconici fantasmi che dicono vaghino per queste radure, forse il fantasma del grasso stalliere, forse l’anima in pena d’un cavallo stramazzato, oppure magari solo il ricordo di quello sguardo di fantoccio. Ma la fugace impressione scompare dopo poco, dura giusto il tempo d’un rallentamento, d’un’occhiata in tralice mentre col mio passo affaticato arranco verso l’arancione del tramonto. Alla prossima colonica diroccata farò una sosta, appena il tempo di riprender fiato, poi giù in direzione opposta per il ritorno. La scorgo già laggiù, dopo la serpentina della sterrata, adagiata sul piano come un balocco consunto, rosseggiante tra l’eriche.

La casa dei cavalli è ora un ammasso di muri scorticati che riposa tra i rovi, l’aia sul retro resa inaccessibile da un intrico vegetale che sembra dissuadere da ogni istinto d’esplorazione. Le pareti squarciate lasciano penetrare lo sguardo all’interno delle vecchie stanze, dove le grosse travi collassate formano architetture improvvisate e le piante rampicanti imperversano; i ciottoli sono invasi da muschio e fango, tappeti d’erba e foglie morte ricoprono gli impiantiti. Mi fermo a guardare dentro, curioso di tirar fuori qualcosa dal passato, di capire da dove mi viene quella sensazione misteriosa che non so definire. Gli intonaci franati, pareti dipinte d’un azzurro inconsueto – cos’era, la cucina? – e le porte marce che si sbriciolano, tutto un mondo che si dissolve e non c’è più verso di riportarlo al presente, alla vita. Vent’anni, vent’anni sono passati e quel ricordo s’è perso chissà dove, lasciando solo poche immagini statiche, come ritrovare tre o quattro foto ingiallite in un cassetto… eppure qualcosa è rimasto, sepolto chissà dove. Ma questi muri franati non mi parlano, non dicono nulla; le grosse travi, niente. Ecco qualcosa che si muove – forse un animale? – ma no, è un sacchetto, una busta di plastica bianca impigliata tra i rovi che oscilla nella poca brezza laggiù dentro il tinello squassato. La osservo dondolare e per un terribile momento resto agghiacciato: mi sento scivolare, come se stessi cadendo all’indietro, un giramento di testa leggero leggero, quasi impercettibile, niente di preoccupante, respira, respira… Poi passa, e tutto è di nuovo normale. Riprendo la sterrata soffocando un urto di vomito e m’allontano verso casa.

Ci sono i fantasmi, in queste vecchie case. Infestano la campagna, nascondendosi ancora tra le antiche pareti, e non se ne andranno finché un brandello di muro resterà ancora in piedi. A volte si vedono spuntare da dietro un cespuglio, o scappare veloci dietro una porta ancora mezza in piedi. A volte basta guardare bene dentro un andito polveroso, abituare gli occhi all’oscurità, per vedere delle impronte leggere leggere che si formano sulla polvere, allungandosi in fila fino a sparire nel buio delle stanze più lontane, dove la luce del giorno non arriva più da anni. A volte si sente come un parlare sommesso provenire dal profondo delle rovine, dalle pance oscure delle coloniche malmesse, e più si tende l’orecchio più il cianciare si fa impercettibile, ma non scompare finché non si prova a chiedere chi va là, c’è qualcuno?, allora tutto si cheta; ma se dopo cinque minuti si ripassa di lì, le voci si odono di nuovo. Tutti sanno che ci vivono i fantasmi, in queste case, ma nessuno ormai ci fa più caso: fanno parte di queste campagne come i cipressi, come i fossi, come i gatti randagi. Nessuno però percorre queste strade di notte, ormai, tranne gli immigrati che lavorano nelle conce del comprensorio, che ritornano stanchi e affamati. Ma i fantasmi, loro, li lasciano passare.