Rosacipria

I camion che passano dal Castellonchio diretti ai macelli si lasciano dietro un umido tanfo di lezzo: il loro sferragliare pare un ultimo grido ferino nell’arida disperazione dell’ora morta al principio del pomeriggio. Le piogge sempre brevi depositano sull’asfalto un vapore amniotico, una bruma asfittica che sa in bocca di ferro e catrame. Posate da mani incommensurabili sulla piana, le macchine paiono giocattoli nel baluginio tremendo del sole a picco. Parcheggio sempre accanto a un’Audi grigia, una berlina senza un filo di polvere sopra; sul lunotto posteriore il proprietario ha attaccato degli adesivi bianchi stilizzati che intendono rappresentare i membri della famiglia.

La mia lista dei contatti da richiamare sembra crescere sempre di più, senza che io possa far niente per fermare la sua progressione pervicace: i nomi si riproducono senza sosta, a un ritmo che condurrà presto a un’irrimediabile entropia. Chiamo casalinghe smemorate, uomini d’affari oberati – adesso sto lavorando, può richiamarmi tra un’ora? – e poi ragazzine ignare, giovani studenti assonnati, donne dai marcati accenti regionali. Ma i più non rispondono nemmeno, e posso depennarli dalla lista senza troppi patemi dopo aver lasciato un messaggio sul loro WhatsApp; mi diverto a guardare le foto dei profili e immaginare le loro vite.

Una gallinella d’acqua ha fatto il nido tra l’erba che cresce dentro il fosso scoperto che costeggia un lato del piccolo centro commerciale all’interno del quale si trova il mio studio, un canale di scolo dalle pareti di cemento alte due metri che convoglia un’acqua nera e maleodorante stagnante e poco profonda; il nido raccoglie in sé una decina di piccole uova brizzolate, le avvolge a proteggerle dallo schifo d’acqua d’intorno, sozza di bicchieri di plastica e bottiglie di vetro spaccate. Lancia brevi richiami nell’aria, la gallinella, come i suoni singhiozzanti d’una paperella di gomma; quando m’affaccio sul canale la vedo zampettare via e infilarsi tra l’erba più alta, lasciando il nido incustodito.

La signora Mancini ha una voce squillante che è un assolo di clarinetto sopra un tappeto sonoro di pianto – da qualche parte in casa un bambino non la smette di lamentarsi; parla lentamente, esausta ma lucida, con piccoli acuti a punteggiare qua e là le frasi. Me la immagino coi bigodini in testa e il ferro da stiro che sbuffa vapore ritto sull’asse. Il signor Bartoli, invece, è un oboe sincopato: pare raffreddato e col fiato corto per una fatica recente; forse l’ho colto nel pieno del jogging quotidiano.

Il corridoio su cui s’affaccia lo studio è pressoché inanimato. Dirimpetto c’è un fondo sfitto, un grande spazio vuoto con dei grossi cubi di legno poggiati sul pavimento: su tutto si stende una fitta pellicola di polvere, un manto epidermico che inguanta ogni superficie come un grigio lenzuolo. Lungo il corridoio sono sempre ammassati bicchieri, bottiglie, cartacce, pacchetti di sigarette, involucri di snack: residui inoccultabili degli aperitivi consumati al bar sull’angolo che resta aperto fino a notte fonda, il ritrovo dei giovani alcolizzati di zona.

Lorella è una ragazza esile e bionda, il suo stato dice Carpe diem 😉 e la sua foto profilo la ritrae in spiaggia in bikini nell’atto di saltare; Giuliano invece è un ragazzone muscoloso che mostra orgoglioso un bicipite sovradimensionato, la faccia contratta in una smorfia di gioiosa fatica; lo stato di Paola dice Eh, già… io sono ancora qua, e la sua immagine del profilo raffigura un gatto arancione accoccolato sopra un divano.

Capitano certe mattine afose, lunghissimi baratri di tempo in cui niente succede; il trillo del telefono piomba allora come uno squarcio nel pulviscolo compatto della noia, una rasoiata inferta da un’invisibile mano di suono. In queste mattine chiamano solo i pazzi e gli esaltati: il loro barbuglio intraducibile continua a riverberarmisi nelle orecchie ben dopo aver riagganciato, me lo trascino dietro come una moscia bava fino al gabinetto dove mi chiudo per ritrovare una boccata di quiete.

Uno degli adesivi sul lunotto dell’Audi raffigura un uomo che con una mano regge una ventiquattrore e con l’altra una canna da pesca; sotto c’è scritto Federico. Accanto a questa figura ce n’è un’altra, una donna che con una mano regge una padella e con l’altra un biberon: si chiama Giada. Maicol e Aurora invece sono i bambini che li accompagnano, lui con un pallone ai piedi e lei con una bambola in grembo; e c’è anche il cane Macchia seduto a scodinzolare, con un osso in bocca, di fianco ai bambini. Non ho mai incontrato il proprietario dell’Audi grigia.

Ogni volta che esco dallo studio mi affaccio sul canale di scolo per osservare la gallinella: appena mi vede si allontana ballonzolando dal suo nido che resiste in mezzo allo schifo, si rifugia nel canneto e da lì lancia quei versi imploranti e sintetici che ormai sono arrivato a interpretare come una bonaria protesta, una specie di benvenuto confidenziale e indolente. Nei giorni più caldi arriva un lugubre odore dai vicini macelli: è un corposo sentore dolciastro e salino, un sapore misto di lardo e sangue che mi fa pensare alle viscere esposte, alle interiora riversate sul pavimento dello stabilimento, quel malaticcio poligono giallognolo che posso appena intuire oltre le vaste spianate dei parcheggi, oltre i bassi capannoni, contro l’anonimo orizzonte crestato di piccole montagne avvolte in una caligine tenace.

Un uomo sta urlando qualcosa, fuori dallo studio. Giungono parole e pezzi di frasi che lì per lì non riesco a decifrare. È una giornata di nubi basse e soffocanti, la più calda della stagione: i pazzi stanno saltando fuori dalla cornetta, penso mentre mi alzo dalla mia postazione. Oltre la vetrata satinata un’alta ombra agita due braccia lunghissime in aria. Apro la porta e il corridoio fuori dello studio è saturo di fumo: sembra che una delle nubi sia stata pigiata da qualche colosso dentro il centro commerciale, come pongo in una formina. C’è un uomo in mezzo al fumo che corre e agita le braccia, urla scappate, scappate tutti, c’è un incendio, moriremo tutti. L’uomo mi passa accanto senza nemmeno guardarmi, si precipita giù dalla corta rampa di scale e in un attimo è fuori, per strada, ma non si ferma: lo guardo correre lungo la strada, girare l’angolo, sparire. Rientro in studio, spengo tutte le luci, raccolgo il portatile ed esco di nuovo; gli occhi mi bruciano, respiro a fatica. In strada intanto s’è raccolta una piccola folla, si tengono tutti stretti come per proteggersi, guardano il fumo nero che esce a volute dal corridoio; in lontananza si sentono già le prime sirene. Moriremo tutti, penso, certo che moriremo.

Il corto circuito è avvenuto nel magazzino dell’ottico: così sento dire il giorno seguente mentre giro per i corridoi abbrustoliti. Sul pavimento scricchiolano i frantumi delle vetrate esplose; una fuliggine spessa s’è accumulata lungo i bordi del muro; strisce caramellate bruno-rossicce disegnano oscuri segnali sulle superfici. L’odore è quello d’una grigliata estiva, ma sulla griglia stanno cuocendo bistecche di neoprene, salsicce al silicone, costolette di polietilene: ci vorranno settimane per far sparire questo fetore, mesi per pulire e ricostruire. Mi sporgo dal parapetto a guardare l’orizzonte: cerco di pensare a prati verdi, mare azzurro, fitte foreste ombrose. Dal cavalcavia della superstrada vedo scendere camion carichi di maiali, mucche, agnelli: animali affacciati dagli occhi vacui, occhi che già sanno; ecco che alla rotonda girano a destra, imboccano via Guerrazzi, a momenti saranno a destinazione.

L’ottico trasferisce il negozio nel fondo sfitto davanti allo studio: i cubi di legno sono stati spostati, la guaina di polvere è stata rimossa e tutto ora sembra diverso, è come se il tempo avesse ripreso a scorrere dopo essersi fermato. C’è un viavai continuo di persone che trasportano scatoloni zeppi di robe e trascinano strani macchinari contorti; le guardo andare e venire appoggiato al parapetto: passo la maggior parte del tempo così, lì fuori, come se dentro lo studio si annidasse una qualche indefinita minaccia. Sento un rumore di vetro frantumato: mi volto e vedo un ragazzino sui dodici anni che raccoglie da terra delle bottiglie di birra vuote, e una alla volta le getta nel canale di scolo. Maicol, chiama qualcuno, Maicol, falla finita, monta in macchina: la voce proviene da un finestrino abbassato dell’Audi grigia. Il ragazzino getta un’altra bottiglia, poi con passo lento e svogliato s’avvicina all’auto e sale a bordo; l’Audi parte sgommando un poco, dall’autoradio esce la voce pimpante d’un qualche deejay nazionalpopolare. Ora resta solo lo squillo strozzato della gallinella: la sento piangere a singhiozzi nel fitto del canneto. Mi affaccio sul canale di scolo e il nido è devastato: parecchie uova son volate fuori, giacciono rotte nell’acqua sozza tra i cocci baluginanti delle bottiglie spaccate; implumi, rosacipria, piccoli corpicini abbozzati galleggiano all’intorno come appisolati. Moriremo tutti, penso, siamo già morti.