Viva Cencio’s

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Happiness is the absence of unpleasant information
W. T. Vollmann,
Europe Central

Bretella borbotta qualcosa che in ritardo, e solo grazie al contesto (per i cristalli liquidi sul cruscotto sono le 22.37), decodifico come un È troppo presto. Così sostiamo per un drink. Al Pinocchio, la statale brilla di pioggia recente, l’aria è nuova e profuma vagamente di petardi, quasi fosse l’ultimo dell’anno. Ma è solo ottobre. Solo un ordinario venerdì notte di ottobre dei primi Duemila in cui scusate tanto ma proviamo a vivere. Nel bar, tre o quattro vecchi parlottano di fronte allo schermo CRT, che riverbera la nettezza di scene già immortali, già Storia, e una donnina dalla testa glassata riassetta tavolini sul fondo. Bretella e io prendiamo una Sprite piccola, Michelone va su una Pepsi media. Parliamo di lavoro, di motori a scoppio, di un viaggio da sempre sognato. A un certo punto, ammezzando la parola Antipodi, Michelone si mette una mano sulla bocca e starnutisce. Il barista dice Salute. Dalla sommità del suo 1 e 99 Michelone ringrazia e gli chiede se per caso conosce o ha mai sentito qualcosa del grande compositore sovietico Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич. Il barista finge di rimuginarci un po’ su e risponde di no e ci fissa, me e Bretella, abbracciandoci con un tenerissimo sorriso.

Michelone scuote la grossa testa rasata.

La zona industriale di Prato – che raggiungiamo in una cinquantina di minuti di FIPILI uscendo a Signa – è umidiccia, cupa e un po’ Strange Days, se capite che intendo. Alterna tetri capannoni lunghi 200 m a poligoni depressi di arbusti secchi, stagni sempiterni e cumuli di lavatrici gettate. Sotto il bagliore ocra di sparuti lampioni le macchine brulicano bramando parcheggio, e qua e là grappoli di giovanotti inalano in gran segreto quantitativi pazzeschi di buon tabacco rollato. Michelone, fischiettando l’Opus 110 (1), piazza la Punto di sguincio su un marciapiede lontano dall’entrata. Ci avviamo a buon passo, Bretella primo, Michelone in mezzo, io ultimo. Bretella veste un bomber verde militare; Michelone, alto e pure obeso, il solito giacchetto di jeans taglia M comprato in età prepuberale. In coda all’entrata, la tessera in mano, Bretella butta lì di averla vista a Firenze la domenica passata con uno dalla nuca tatuata. Usa sempre l’oro come termine di paragone per i capelli biondi, il marmo per evocare la consistenza di, insomma, ci siamo intesi. Michelone, che l’ha beccata diverse volte pure lui, ribadisce che è bella, ideale, noumenica, quasi come Elena Konstantinovskaya – comunque notoriamente mora.

Il locale si presenta come il solito sterminato scatolone pigiato di corpi e potenzialità. I muri svettanti sono pennellati di murales, il soffitto è grigio nebbia, il pavimento una colata di solido petrolio. Un’incisione nuova sull’intonaco a destra dell’entrata: WE ARE THE ENEMIES OF REALITY. Nelle luci svelte, sotto la palla a specchi, a ritmo di musica saettano sulla pista da ballo (2) sagome oblique, braccia arrese, raggiere di capelli. Facciamo un giro perlustrativo, salutiamo vecchi amici, gente che scende settimanalmente l’appennino o che viene addirittura dal senese, poi andiamo sul primo drink. Gli aerei, la polvere, le imminenti contromosse. Può la fine cominciare di venerdì notte? Prendiamo tre aranciate San Pellegrino belle frizzanti. Al freigeist di Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич! urla stentoreo Michelone al momento del brindisi. Mi volto dall’altra parte, forse imbarazzato, forse cercandola nella calca. Una buona metà dei maschi porta un dolcevita. Le ragazze gonne, jeans, pullover trendy, stivali luccicanti di stelline incastonate. Stanno passando It’s raining men di Geri Halliwell quando (mi pare) Bretella in punta di piedi chiede sussurrando a Michelone se per caso l’ha già vista da qualche parte.

Michelone, a cui da lassù niente sfugge mai, scuote la testa.

Ci fermano Manuela e Irene ragguagliandoci sul loro ultimo viaggio. Finiti gli esami i primi di settembre, sono state in Marocco e si sono stradivertite. Sequestro Manuela, le offro una gassosa e la guardo avvicinare il bicchiere alla bocca: ha delle mani davvero belle. Mi faccio spiegare per bene quando sono partite, quanto sono rimaste, le chiedo se sa che in inglese Marocco si dice Morocco con la O. Con un occhio ne guardo le labbra espandersi e ritrarsi (danza di medusa), con l’altro, a metri di distanza, nella penombra, ancora Michelone e Bretella confabulare – Irene annoiata che si mangiucchia le unghie. I suoi capelli dorati, le forme – dicono – marmoree. E se il mondo esplodesse prima che io…? Manuela, il fiato tanto dolce da stuccare, prosegue torrenzialmente citando certi tè marocchini alla menta a sentir lei troppo goduriosi, finché con zero tatto Michelone, Bretella e Irene si avvicinano, ci propinano qualche sciocchezza e ordinano a loro volta. Michelone solleva la pinta di Pepsi (dalla manica del minigiacchetto di jeans sbucano 50 cm di lana acrilica) e, mentre le Lollipop cantano Down down down, grida: All’integerrimo Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич! Qui Irene lo fissa come di solito si fissano quelli con la corteccia prefrontale anche solo in parte lesionata (trauma, ictus, etc.) e gli chiede che diavolo stia blaterando. Michelone scuote la grossa capoccia e finisce il drink in una lunga chiassosa sorsata (3).

Manuela e Irene si dileguano con un lapidario Ci becchiamo dopo. Così ordiniamo una Pepsi grande a testa e ci immettiamo nel flusso compiendo senza fretta quattro o cinque rivoluzioni attorno al bar. C’è un istante, solo un istante, in cui vorrei chiedere loro se dopo quel martedì di quasi un mese fa non sono ancora un minimo, come dire, turbati, frenati. Se non hanno paura. Ma lascio subito perdere. Ci intratteniamo con un gruppo di ragazzi di Galciana conosciuti tempo fa, tutti trentenni sostanzialmente bassi e baffuti, i quali non fanno a tempo a offrirci delle Mentos che subito ci snocciolano l’elenco eccitato, convulso e chiaramente posticcio degli avvistamenti serali. Sulla tribunetta laterale, al buio, avvinghiata a uno. A ballare come una pazza. Allo specchio del bagno per una controllatina al trucco. A cantare Infinito di Raf (ormai un classico del DJ set) con le amiche. Michelone e Bretella ascoltano annuendo, gli occhi umidi che quasi vedono, quasi configurano, i piedi che fanno piccoli e frenetici scarti avanti e indietro. Michelone è solleticato dal mero concetto. L’elettrauto/meccanico Bretella ci fa invece proprio quel tipo di pensierini pratici.

Nel bel mezzo della serata mi ritrovo da solo a marciare nella fiumana. Capto battute, risate, frasi sintatticamente elementari. Lancio occhiate. Saluto altri samminiatesi – compaesani conosciuti qua dentro. Saluto il sosia di Boy George, icona del locale, nel suo impeccabile completo bianco latte. Saluto Mario il Barzilli e Luana di Pistoia. Le casse sovrastanti pompano prima una perfetta Livin’ la vida loca di Ricky Martin, poi Madonna, Backstreet Boys, Britney Spears. Vedo un ragazzo inciampare e sversare sul linoleum mezzo litro di succo alla pera, una scena che – sarà per il colorino mesto del succo – mi ricorda un po’, insomma, dai, ci siamo capiti. Becco Manuela a confidarsi con un tipo dal pizzetto disegnato a carboncino e per un attimo invidio sia lui che lei, l’intesa rapida, l’incoscienza fertile. Niente aerei, polvere, escalation potenziali. Bionda. Questo conta. Necessariamente bionda. Come l’oro. Come miele d’acacia. Come il sole nel miglior giorno d’estate della vostra gioventù. D’impulso seguo le bionde, tutte, pure le castano chiare, le tallono zigzagando nella massa e le supero per poi voltarmi e valutare – dissimulando l’interesse – se i connotati possano anche solo sperare di corrispondere alle chiacchiere, al mito. Non ottengo granché. Prendo una Sprite media. Nell’udire Bailamos di Enrique Iglesias penso dissonantemente e mio malgrado alla figura stoica di Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич, penso a tempi in bianco e nero, penso a impietose circolarità.

Poi le teste sulla sinistra scattano all’unisono puntando come cani da ferma il centro della pista da ballo, sotto la palla a specchi. E nella fragorosa cascata che è diventato il mormorio circostante soffoca per sempre l’incipit di I’m Outta love di Anastacia. Gli indici tesi, polarizzati, la meraviglia che s’addensa lesta fra mille raggi diagonali viola e verdi. La mia vita sta per cambiare. Appoggio il bicchiere su un tavolino, drizzo il colletto della camicia alla boscaiola Energie, inspiro forte, mi inoltro nel groviglio di braccia e gambe. Vedere è un passaggio. Un salto di qualità. Mi faccio largo a spintarelle e chiedo scusa, ringrazio. Posso? Mi è concesso? Esigo prove decisive, sapete – la verifica fattuale della nostra possibile compresenza. Michelone il filosofo, Bretella il pruriginoso, ogni singola benedetta anima di queste notti transreali. Voglio partecipare, condividere. Essere come loro. Avanzo, mi lascio indietro la contingenza delle voci e i miei affanni cosmici, ormai miseri bisbigli, rimuovo le immagini e le sovrimpressioni tragiche della CNN (quel font duro), mi dissocio progressivamente dall’insieme vertiginoso di tutti i nostri spenti giorni di morchia, noia e teorie. Urto schiene, pesto piedi, scorgo bocche estatiche e mute. Avanzo, sempre più leggero, il battito diradato all’eccesso, e comincio a intravedere qua e là suoi brandelli nelle brevi fessure tra i giovani corpi mobili, e già deduco, già realizzo, la forma completa, l’intero, l’unico futuro che possiamo davvero sopportare. Sono quasi là.

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(1) Lo so perché me l’ha detto lui: se fossi un narratore onnisciente tutto questo, del resto, non avrebbe alcun senso.

(2) C’è un’altra pista, più intima, al piano di sopra. La evitiamo: musica troppo commerciale.

(3) Il severamente fuori corso in Filosofia e Linguaggi della Modernità Michele “Michelone” Barsotti di Balconevisi (PI) ha letto otto volte Europe Central di tale William T. Vollmann e ci è entrato in fissa. Il problema non è in sé la fissa su EC. Il problema, per chi lo frequenta, è la sua fissa di rendere manifesta la sua fissa.

La chiarezza del tempo

chiarezza tempoIl mare di maggio, sogna Elsa nella veranda della sua casetta che s’affaccia sulla piana dell’Arno. Freddo come mille lame nella carne viva, da principio, ma poi non vuoi più uscire fuori a giocare con Giampiero, che è più piccolo di te e non sa nuotare, e nell’acqua immota pascolano i muggini neroargento e il babbo se ne sta lì con la mamma sotto l’ombrellone e giocano a ramino e bestemmia e beve dal fiasco e la guerra si è disciolta in un giorno di sole, per sempre. Elsa respira appena sulla sua poltrona vecchia, escrescenze di gommapiuma fiorite qua e là dagli squarci nella tessitura a rose, tre o quattro massicci peli bianchi impettiti sul labbro superiore, pura semiotica della resa. Eccola lì. Palpebre di velina masticata. Testa piegata di lato. Una ragnatela azzurrognola sul cranio rosa neonatale. Sola, in un preciso pomeriggio d’inverno sul pianeta Terra, nella penombra che le ghiaccia le gote e le ossa e il rivolo di bavetta sull’angolo della bocca dischiusa. Più piccola che mai. Sogna la spiaggia e un vago odore di olio di fegato di merluzzo disarmonico e verosimilmente posticcio, aggiunto in postproduzione, e di Giampiero che frigna perché lei l’ha abbandonato e si annoia e la invidia e non c’è giustizia, no, neanche nella domenica migliore – voglio diventare grande, sai, voglio diventare grande e mangiare tutta la mortadella del mondo. E babbo è un giovane fusto dai villi alla Brando e mamma una vertigine di curve e tra una mescolata e l’altra lui le tocca le cosce che spuntano dal pudico costume viola preso alla sartoria davanti al chiostro, carissima, ma il babbo è ingegnere e non guadagna male e insomma, dice la nonna, che nella boscaglia di Montebicchieri una notte ha intravisto l’Uomo Lupo e lo racconta sempre alle altre lavandaie giù al fiume, a che servono i soldi se no. Le cose, mentre ti allontani arretrando sui talloni. La forma dei capelli materni sbavata dalla brezza novella che rabbrividisce, l’ombrellone fungino che sfarfalla impercettibile, le carte balzellanti sull’asciugamano in pendenza, i cerchietti elastici di posidonia secca che rotolano via dalla battigia in un incedere da commedia. Vattene. È il tuo momento. Parti, sparisci. Esplora la vita. Respira, Elsa, un respiro precario nel guscio della veranda scalcinata fitta di scorpioni, una nenia polmonare, sulla poltrona lisa, davanti al tavolino ottagonale in vimini che comprò a un mercatino giù al Pinocchio trent’anni prima, sulle gambe un plaid di lana grezza che puzza sempre di un cane antico, a volte cattivo, che Sestilio sotterrò nell’oliveto dietro la casa alle Colline. Sogna rivolta a nord, alla vallata di poligoni coltivati e ai pinnacoli di fumo industriale e ai monti di zucchero, falsamente prossimi, rimpiattata dal sole scialbo, della ragazzina che si farà donna e sposerà un impiegato pasciuto della Scala e avrà un figlio di nome Pietro, vede le sue spalle e la nuca fradicia fluttuanti nel mare mite – che si va increspando – e assieme ne condivide il delirio soggettivo, gli impossibili elementi della scena decrescente nella luce a perpendicolo sulla spiaggia, la nitidezza dei baffetti a fiammifero del babbo, il neo sulla sclera sinistra della mamma, la frustrazione adultoide sulla bocca storta del fratello (che non manterrà alcun ricordo del Sabato Fascista, nemmeno se opportunamente stimolato, che perderà le falangi della destra in un tacchificio di Santa Croce, che non diventerà mai e poi mai un bravo trombettista jazz) che va pazzo per gli insaccati e modella svogliato manciate di sabbia friabile. Poi non tocchi più. A forza di arretrare non tocchi più. Nemmeno se gonfi d’aria quel tuo petto già maturo e, lasciandoti sprofondare, allunghi le punte dei piedi in cerca di terra, di certezza. Posso smaltarmi le unghie dei piedi, mamma. Posso provarmi i tuoi orecchini. Non tocchi più e tutto cambia, il battito, il pensiero, il vigore dell’allucinazione. Tutto, questo capisci, è allucinazione. Il cielo è un assommarsi repentino di nuvoloni indomiti, batraci che si gonfiano e sgonfiano a ritmo indiavolato. Il mare piombo fuso in cui ti agiti per restare a galla, un fermento di gorghi e onde fuori scala, alte come palazzi. E tu cosa sei? Tu cosa diamine sei? Dalla tua gola non esce un singolo suono. Non hai voce. Perché lo fai? Perché gridi aiuto? Non hai imparato niente, in tutto questo tempo? Il battito e il pensiero. Il battito e il pensiero. Il battito e il pensiero. Elsa scuote il braccio pendulo di carne pendula per un secondo o due, uno spasmo, un inceppo neurofisiologico, l’altro resta inerte, piegato sulla pancia gonfia. È un preciso giorno d’inverno. Un piccione atterra sul pavimento in graniglia, scippa le briciole di un pranzo frugale e si getta giù nel dirupo. Nel bel mezzo della vallata, a chilometri di distanza, un trenino giocattolo appare e scompare tra i grumi di case e gli alberi spogli viaggiando da sinistra a destra, in direzione Firenze. Elsa trema distintamente. Sposta la testa semicalva da una parte all’altra con un movimento lentissimo, pronuncia una parola che nessuno può udire (un invisibile sbuffo di condensa) e si accomoda, infine, su una pace nuova. L’acqua è dappertutto. Il panorama è verde scuro, marrone e arancio triste. Gli occhi bagnati, zuppi. Sente la bocca salata, mentre si destreggia tra le onde, il fiato cortissimo. E un po’ cominciano, sapete, quelle sue gambe e quelle sue braccia lontane, a essere stanche, a farle discretamente male. Ma che importa, da un certo punto di vista. Che cazzo importa più.

Rosacipria

I camion che passano dal Castellonchio diretti ai macelli si lasciano dietro un umido tanfo di lezzo: il loro sferragliare pare un ultimo grido ferino nell’arida disperazione dell’ora morta al principio del pomeriggio. Le piogge sempre brevi depositano sull’asfalto un vapore amniotico, una bruma asfittica che sa in bocca di ferro e catrame. Posate da mani incommensurabili sulla piana, le macchine paiono giocattoli nel baluginio tremendo del sole a picco. Parcheggio sempre accanto a un’Audi grigia, una berlina senza un filo di polvere sopra; sul lunotto posteriore il proprietario ha attaccato degli adesivi bianchi stilizzati che intendono rappresentare i membri della famiglia.

La mia lista dei contatti da richiamare sembra crescere sempre di più, senza che io possa far niente per fermare la sua progressione pervicace: i nomi si riproducono senza sosta, a un ritmo che condurrà presto a un’irrimediabile entropia. Chiamo casalinghe smemorate, uomini d’affari oberati – adesso sto lavorando, può richiamarmi tra un’ora? – e poi ragazzine ignare, giovani studenti assonnati, donne dai marcati accenti regionali. Ma i più non rispondono nemmeno, e posso depennarli dalla lista senza troppi patemi dopo aver lasciato un messaggio sul loro WhatsApp; mi diverto a guardare le foto dei profili e immaginare le loro vite.

Una gallinella d’acqua ha fatto il nido tra l’erba che cresce dentro il fosso scoperto che costeggia un lato del piccolo centro commerciale all’interno del quale si trova il mio studio, un canale di scolo dalle pareti di cemento alte due metri che convoglia un’acqua nera e maleodorante stagnante e poco profonda; il nido raccoglie in sé una decina di piccole uova brizzolate, le avvolge a proteggerle dallo schifo d’acqua d’intorno, sozza di bicchieri di plastica e bottiglie di vetro spaccate. Lancia brevi richiami nell’aria, la gallinella, come i suoni singhiozzanti d’una paperella di gomma; quando m’affaccio sul canale la vedo zampettare via e infilarsi tra l’erba più alta, lasciando il nido incustodito.

La signora Mancini ha una voce squillante che è un assolo di clarinetto sopra un tappeto sonoro di pianto – da qualche parte in casa un bambino non la smette di lamentarsi; parla lentamente, esausta ma lucida, con piccoli acuti a punteggiare qua e là le frasi. Me la immagino coi bigodini in testa e il ferro da stiro che sbuffa vapore ritto sull’asse. Il signor Bartoli, invece, è un oboe sincopato: pare raffreddato e col fiato corto per una fatica recente; forse l’ho colto nel pieno del jogging quotidiano.

Il corridoio su cui s’affaccia lo studio è pressoché inanimato. Dirimpetto c’è un fondo sfitto, un grande spazio vuoto con dei grossi cubi di legno poggiati sul pavimento: su tutto si stende una fitta pellicola di polvere, un manto epidermico che inguanta ogni superficie come un grigio lenzuolo. Lungo il corridoio sono sempre ammassati bicchieri, bottiglie, cartacce, pacchetti di sigarette, involucri di snack: residui inoccultabili degli aperitivi consumati al bar sull’angolo che resta aperto fino a notte fonda, il ritrovo dei giovani alcolizzati di zona.

Lorella è una ragazza esile e bionda, il suo stato dice Carpe diem 😉 e la sua foto profilo la ritrae in spiaggia in bikini nell’atto di saltare; Giuliano invece è un ragazzone muscoloso che mostra orgoglioso un bicipite sovradimensionato, la faccia contratta in una smorfia di gioiosa fatica; lo stato di Paola dice Eh, già… io sono ancora qua, e la sua immagine del profilo raffigura un gatto arancione accoccolato sopra un divano.

Capitano certe mattine afose, lunghissimi baratri di tempo in cui niente succede; il trillo del telefono piomba allora come uno squarcio nel pulviscolo compatto della noia, una rasoiata inferta da un’invisibile mano di suono. In queste mattine chiamano solo i pazzi e gli esaltati: il loro barbuglio intraducibile continua a riverberarmisi nelle orecchie ben dopo aver riagganciato, me lo trascino dietro come una moscia bava fino al gabinetto dove mi chiudo per ritrovare una boccata di quiete.

Uno degli adesivi sul lunotto dell’Audi raffigura un uomo che con una mano regge una ventiquattrore e con l’altra una canna da pesca; sotto c’è scritto Federico. Accanto a questa figura ce n’è un’altra, una donna che con una mano regge una padella e con l’altra un biberon: si chiama Giada. Maicol e Aurora invece sono i bambini che li accompagnano, lui con un pallone ai piedi e lei con una bambola in grembo; e c’è anche il cane Macchia seduto a scodinzolare, con un osso in bocca, di fianco ai bambini. Non ho mai incontrato il proprietario dell’Audi grigia.

Ogni volta che esco dallo studio mi affaccio sul canale di scolo per osservare la gallinella: appena mi vede si allontana ballonzolando dal suo nido che resiste in mezzo allo schifo, si rifugia nel canneto e da lì lancia quei versi imploranti e sintetici che ormai sono arrivato a interpretare come una bonaria protesta, una specie di benvenuto confidenziale e indolente. Nei giorni più caldi arriva un lugubre odore dai vicini macelli: è un corposo sentore dolciastro e salino, un sapore misto di lardo e sangue che mi fa pensare alle viscere esposte, alle interiora riversate sul pavimento dello stabilimento, quel malaticcio poligono giallognolo che posso appena intuire oltre le vaste spianate dei parcheggi, oltre i bassi capannoni, contro l’anonimo orizzonte crestato di piccole montagne avvolte in una caligine tenace.

Un uomo sta urlando qualcosa, fuori dallo studio. Giungono parole e pezzi di frasi che lì per lì non riesco a decifrare. È una giornata di nubi basse e soffocanti, la più calda della stagione: i pazzi stanno saltando fuori dalla cornetta, penso mentre mi alzo dalla mia postazione. Oltre la vetrata satinata un’alta ombra agita due braccia lunghissime in aria. Apro la porta e il corridoio fuori dello studio è saturo di fumo: sembra che una delle nubi sia stata pigiata da qualche colosso dentro il centro commerciale, come pongo in una formina. C’è un uomo in mezzo al fumo che corre e agita le braccia, urla scappate, scappate tutti, c’è un incendio, moriremo tutti. L’uomo mi passa accanto senza nemmeno guardarmi, si precipita giù dalla corta rampa di scale e in un attimo è fuori, per strada, ma non si ferma: lo guardo correre lungo la strada, girare l’angolo, sparire. Rientro in studio, spengo tutte le luci, raccolgo il portatile ed esco di nuovo; gli occhi mi bruciano, respiro a fatica. In strada intanto s’è raccolta una piccola folla, si tengono tutti stretti come per proteggersi, guardano il fumo nero che esce a volute dal corridoio; in lontananza si sentono già le prime sirene. Moriremo tutti, penso, certo che moriremo.

Il corto circuito è avvenuto nel magazzino dell’ottico: così sento dire il giorno seguente mentre giro per i corridoi abbrustoliti. Sul pavimento scricchiolano i frantumi delle vetrate esplose; una fuliggine spessa s’è accumulata lungo i bordi del muro; strisce caramellate bruno-rossicce disegnano oscuri segnali sulle superfici. L’odore è quello d’una grigliata estiva, ma sulla griglia stanno cuocendo bistecche di neoprene, salsicce al silicone, costolette di polietilene: ci vorranno settimane per far sparire questo fetore, mesi per pulire e ricostruire. Mi sporgo dal parapetto a guardare l’orizzonte: cerco di pensare a prati verdi, mare azzurro, fitte foreste ombrose. Dal cavalcavia della superstrada vedo scendere camion carichi di maiali, mucche, agnelli: animali affacciati dagli occhi vacui, occhi che già sanno; ecco che alla rotonda girano a destra, imboccano via Guerrazzi, a momenti saranno a destinazione.

L’ottico trasferisce il negozio nel fondo sfitto davanti allo studio: i cubi di legno sono stati spostati, la guaina di polvere è stata rimossa e tutto ora sembra diverso, è come se il tempo avesse ripreso a scorrere dopo essersi fermato. C’è un viavai continuo di persone che trasportano scatoloni zeppi di robe e trascinano strani macchinari contorti; le guardo andare e venire appoggiato al parapetto: passo la maggior parte del tempo così, lì fuori, come se dentro lo studio si annidasse una qualche indefinita minaccia. Sento un rumore di vetro frantumato: mi volto e vedo un ragazzino sui dodici anni che raccoglie da terra delle bottiglie di birra vuote, e una alla volta le getta nel canale di scolo. Maicol, chiama qualcuno, Maicol, falla finita, monta in macchina: la voce proviene da un finestrino abbassato dell’Audi grigia. Il ragazzino getta un’altra bottiglia, poi con passo lento e svogliato s’avvicina all’auto e sale a bordo; l’Audi parte sgommando un poco, dall’autoradio esce la voce pimpante d’un qualche deejay nazionalpopolare. Ora resta solo lo squillo strozzato della gallinella: la sento piangere a singhiozzi nel fitto del canneto. Mi affaccio sul canale di scolo e il nido è devastato: parecchie uova son volate fuori, giacciono rotte nell’acqua sozza tra i cocci baluginanti delle bottiglie spaccate; implumi, rosacipria, piccoli corpicini abbozzati galleggiano all’intorno come appisolati. Moriremo tutti, penso, siamo già morti.