Bertuccia sparisce

san miniato da fucecchio tagliataSiamo tutti in fuga dalla realtà. Questa è la definizione base di Homo sapiens. Così Pietro Bertuccelli, da tempo Bertuccia, prima di riavviare la ruota per la quarta o quinta volta. E mentre la ruota ronzava ad altissime frequenze, dai pochi clienti dell’ora tarda, tutti zitti, vennero blandi cenni d’assenso. Un paio ridacchiarono condiscendenti. Distorta – deforme – scoppiò Welcome To The Jungle nell’aria fritta della saletta d’ingresso. Fondi tiepidi dei bicchieri venivano succhiati in fretta e furia. Banconote planavano sul bancone per saldare conti sospesi. Meglio andare, ragazzi. Domani si lavora.

Uomo che beveva e reggeva parecchio, il Bertuccia. Capelli lunghi, grassi, traslucidi sul cranio rosa bimbo. La faccia né di qua né di là dei sessantenni stanchi. Biografia arcinota: samminiatese di Calenzano, studi fiorentini, cornificato sistematicamente da moglie-gioiello, emiliana di padre slavo, poi morta in tragico incidente stradale (il funerale una fiumana di maschi coi lucciconi), lui rimasto solo – meglio solo che becco, si bullava da sobrio. Da sbronzo, invece…

Siamo tutti in fuga, biascicò nel lento rallentare della ruota verso il nulla di fatto, l’ennesimo, lui che reggeva e reggeva quella notte pareva brillo di brutto, forse era andato oltre, quante volte gliel’avevano detto, quante, con le doppio malto si scherza poco. Siamo tutti in fuga dalla realtà spietata.

Ragazzi, domani si lavora.

Che insegnava, al Marconi? I più nemmeno lo ricordavano. Scienze, biologia, studi sulle strutture della vita. Docente stimatissimo. Cravatta a tinta unita. Baffetti neri, capelli neri. Pure un bell’uomo. Poi, dopo i quaranta, si sgretola tutto. Gli inganni, la moglie intombata, l’obnubilamento progressivo, il forzoso addio all’insegnamento. Quel nomignolo piombatogli tra capo e collo. Non ci sta più con la testa, si diceva in giro. Scemo o pazzo? “Depresso”?

La barista aveva vent’anni e sbadigliava mentre sistemava i bicchieri e strusciava la spugna sulle superfici appiccicaticce. Sulla strada davanti non passava una macchina. Piazzetta sgombra. La ruota che rallenta rallenta.

Scommettete, disse Bertuccia, che stasera sparisco?

Oh Bertuccia, fece il più vispo della compagnia. Ma che dici?

Gli ultimi anni del Bertuccia: un grottesco crescendo di fantasie. Storie spacciate per colmare vuoti, stare a galla, sentirsi ancora un uomo. Sempre narrate, va da sé, col linguaggio pomposo di un professorone. Quando aveva conosciuto due giovani americane alla Borghigiana, spaesate, cartina in mano, e se le era portate a casa. Quando aveva visto un disco volante sfarfallare nel cielo di Cigoli. Quando, sotto la Rocca, tra certi spinosi rovi di more, mentre si recava sommessamente a mingere (sic), aveva scovato l’ingresso semifranato di un tunnel misterioso.

Scommettete? ridisse portando il bicchiere alla bocca.

Parlo di pura smaterializzazione.

Certo che tu sparisci, ridevano i clienti imbacuccati, pronti all’uscita. Ogni tanto tutti spariscono. Magari tu sparissi un po’ anche te.

Smaterializzazione!

Homo sapiens!

E giù risate, poveri diavoli dalle dita callose. Gente perbene che si faceva il mazzo in fabbrica dalla mattina alla sera. In quelle stesse teste passò, fugace come un’ombra, un presagio di fatalità, la consapevolezza lontana e sfocata che il ridicolo sfuma nel tragico nel battito di una ciglia.

Prima che la ruota abbia compiuto l’ultimo giro, disse un Gassman alticcio e profondamente serio, sarò sparito per sempre.

E rieccoci con lo scemo del villaggio che ne spara un’altra delle sue. Mugolii, borbottii, beffardo tintinnare di chiavi. La barista lo mandò a quel paese con la mano, di soppiatto, e spense lo stereo azzittendo d’un tratto l’improprio chiasso rocchettaro.

Siamo stanchi, Bertuccia. Noi si va a casa.

Attimi in cui, però, nessuno si mosse. Nessuno fiatò. Si sentiva solo il ticchettare della ruota, i tic sempre più lontani uno dall’altro, sempre più rarefatti, arrendetevi, gettate la spugna, l’inerzia trionfa ancora.

Bertuccia seccò il residuo e mise via il bicchiere.

Aprite la porta, disse.

Il presagio, di nuovo. Che solletica i cervelli. Ma chi può mai farsi un’idea precisa, signore e signori? Chi può mai davvero dedurre l’effetto dalla causa, quaggiù, nel regno incontrastato dell’accidente?

Fu il più vicino a spalancarla, a far defluire il tepore alcolico, il concerto di fiati e mille fritture, nell’aria glaciale di quel fine gennaio.

Si schiarì la voce, Bertuccia, l’ex docente, si passò le mani parallele sui capelli unti. Quasi volesse appiccicarli alla testa più di così.

Ciao, disse.

Cominciò a correre.

Una corsa un po’ pesante e malferma, sulle prime, ma insomma, s’è visto di peggio. Sospetti postumi su allenamenti fatti ad hoc in vista di tutto questo. Sciocchezze, chiaramente. Correva. Eccome se correva. Avrebbero detto che correva come un treno. Come un fulmine. Come un cerbiatto in fuga da un lupo vorace. Superò la soglia, traversò la strada che spioveva dal Seminario, arrivò alla piazzetta. Quella che affianca il Comune. Nella ribalta arancio delle luci artificiali pareva un omone fatto e finito, lui che omone non era mai stato. Correva, sempre più sciolto, e gli altri lo seguivano dall’interno, attraverso la porta, le teste piegate da cani sbigottiti, la cameriera allungata sul bancone bagnato. L’incespicare della ruota sugli ultimi chiodi, tre, quattro al massimo. Mai che gli fosse toccata una birra gratis. Dopo aver rasentato il platano di mezzo, arrivato a tutta velocità al muretto che s’affaccia a meridione, in quel leggendario freddo boia, Pietro Bertuccelli, detto Bertuccia, ci poggiò sopra l’intera superficie del piede, spinse più forte che poté e, così poi racconteranno, le braccia comicamente protese, si tuffò nel buio della valle.

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