Diciott’ovaiole

Fu novembre quando Pietrino cascò nella fossa dell’orto. Era un pomerugginoso, dai monti di Pistoia barriva un ghigno di vento e le cose agghiacciavano di lugubrità. Magie di bruma fumavano dalle forre, fonde di ranocchi e bigi acquescenti limacci. Ohi pure i campi parevano sbruffati, tutti a riccioli duri di croste e sterpi incastrosi, sudici sterpi raggomitolati. Pietrino fe’ bum! giù di testa nell’acqua pantanosa, gialla di morbi vegetali. La casa del Volpi un eremo preso a morsi, lì presso, scatolaccia sbrindellata di rabbiose coltellate, appese le gronde ancora per poco, pendulissime. E ronfi di gatti infrattati chissaddove. Immoti i campi, immoti gli sterpi, lastra pressante il cielo come zummato: Pietrino frattanto cascava giù nella bucafonda. Ingigantiva un nebbione, nato vaporino lievissimo, fattosi bruma svelto, poi panetto di zuccherofilato; allappava alle caviglie nodose i giganti del pioppeto, sibilava nei cespugli, proliferava. In quella schiumante calca Pietrino disparve, capofittato a tacchi ritti e gorgoglioso il muso ammezzato nell’acquitrino, la buzza afflosciata contro la ripa fanghigliante. Zitte nell’orto le verze, zitti i cappucci, muti porri, cipolle e finocchi; qualche fagiolino ancora rampicava, allettato dai soli protratti. Il mangiaedormi pasceva, rigovernandosi le zampine steccolute sotterra, nel caldocuore della barba di lattuga, e Pietrino diacciava già, come il lattone empito di piovana attinto poc’anzi, come l’ondulina a coperchiare il pollaio, come la punta di pennato pomiciata di fresco laggiù dentro lo stipo. Diacciava a partire da quei buffissimi talloni sbandierati, da quei garetti invano ormai incalzinottati, giù fino ai ginocchi zampognati a pompelmo, giù nelle cosce pelose, giù nella schiena tuttora rossata di svaniti solleoni, giù tra le scapole, le compresse cervicali. La tarchiatura del corpo un masso pareva, a ostruire il flusso rilentoso dell’acquemuffe nella fossa, il collo flesso dal peso, la bocca a raccattare grumi, liquami e polte. La puppa d’orto imbandanata dalla carrareccia bianca, come una passata, e il malofosso frammezzo con Pietrino rifitto. Oh ma le diciott’ovaiole perduravano nel loro stracco razzolìo, grate d’una mezz’ora aggiunta d’aria, delle scampate vergate, la baccheggiola di salcio ancora appoggiata al cancellino spalancato. Nessuno, nessuno passava. La casa al Giardino silente, il letto da rifare, uno stambugio con dentro il vestito buono per la fossa, i ciottoli dell’ultimo desinare ronzanti di mosche sull’acquaio. Mai più sbarbicare malerbe, mai più sfrizionare di ramato i sammarzano e i cuordibue spollonati, più rimpolpare di stallatico le buchette delle patate, più legacciare i fusti di cetriolo ricciuti di cirri al canniccio, e pacciamare il letto delle zucchine, mai più. Marmato d’apoplessia, al solleticare di nebbia Pietrino s’imperlava d’acquerugiole finifini.

Lo ripescò uno della VAB a fineturno, allarmato dalla Bianchi appoggiata al fico verdone in quell’ora troppo, troppo! tarda, o che ci fa Pietrino ancora al podere? Quell’omone impaludato fosforesceva nell’alogeni sparati dalla Jeep, aggranfiava gli stinchi di Pietrino, lo riemergeva come una nassa gonfia di pescato, e però null’altro poté. L’ovaiole prelevate da un biscugino della Serra, benché al computo ne risultassero diciassette; il pennato rugginì; le verze e i cappucci rizzarono il capo, enfiarono all’eccesso, esplosero infine d’una ricchissima putrescenza; tutto vanì nella terra.

Ora le gronde del Volpi son tutte accatastate, perdute sotto un intrico di ramaglie. Cieli avvampano, cristallizzano, sbuffacchiano biancheggi e rossobruniscono, e s’empiono di stelle e fogliesecche, sopra la puppa di terra ammalorata. S’intuisce forse ancora lo sbilenco pollaio, eh?, laggiù, sottosotto quella coltre di rampicanti, e lì a un dipresso quello sgangherìo di robe è chissà lo scheletro della rimessa; il fico verdone saluta con tremule mani pentalobate. Nessuno, nessuno v’ha più pesticciato, su questo fazzolettaccio di terra. E che ne sarà stato della fuggitiva, la diciottesima ovaiola? Avrà empito le gote di qualche faina; una banda miagoleggiante di gattacci l’avrà sbrindellata; sarà congelata dentro una buca d’acquemuffe; magari, chissà, l’avrà già bollita e digerita qualcheduno. Allora cos’era dianzi quello spennacchiare tra l’erbacattiva? E quell’a malapena udibile chioccolìo, cos’era? In qua e in là, ma guarda te!, nonostante, rispuntano ignari ciuffini di bietola.

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