Resti

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1. Verso l’alto

Eccoli che arrivano, marciando nella luce calante dell’estate. A volte in fila per due, l’eterno duetto ragazzo-ragazza, a volte in gruppetti di amici. Sbucano dagli archi medievali e dalle scalinate che si affacciano sulla piazza e avanzano ordinatamente verso la meta. Centinaia di giovani. Hanno parcheggiato sulle piazze e sulle stradine strette del centro e salgono in T-shirt e pantaloni corti, gonne e scarpe da tennis leggere. Le facce abbronzate, i corpi snelli. Stringono in mano birre e schiacciate acquistate al pub sottostante. Indossano zainetti che hanno stipato con riso freddo, pasta fredda, fette di pane e pomodoro. Salgono a passo lento sulle due rampe simmetriche, fiduciosi di trovare posto, sul prato o sul muretto di recinzione. Non importa quanto lontano dal palco. Alcuni si concedono una piccola pausa, nell’attesa dei ritardatari, e ne approfittano per scattarsi foto con gli smartphone rigorosamente orizzontali – toccate di capelli e sorrisi, smorfie, forme plasmate dalle mani eclettiche. Raffreddano, soprattutto. Siedono sulle panchine e sulle fioriere di terracotta sotto gli alberi, in prossimità di monumenti sconosciuti, e poi affrontano l’ultimo tratto, quello più ripido.

Fa caldo. È una calda e umida serata di fine luglio e l’ultima data del tour, tanti saluti, il giullare scompare. Un ragazzo grida qualcosa in francese. Un golden retriever dalla lingua penzoloni rincorre una coppia di colombi costringendoli a una fuga scoordinata. Viene giù della musica, a ondate. Musica lontana. Sciabordii di accordi che rinviano a un tipo di pop infantile, archetipico. Aver visto video musicali pomposi e densi di capelli. Esserci stati, davvero. Il tavolo di legno, la merenda con lo zabaione, i granelli di zucchero che scricchiolano tra i denti da latte.

Poi i lampioni si destano, in un breve balbettio, e tutti accelerano. La realtà stessa accelera. Qualcosa di meccanico e indicibile. Come se si fosse tracciata una riga e sancita di punto in bianco la fine del giorno, come se si fosse fatto tardi da un momento all’altro, sì e no, uno e zero, una delirante dicotomia. Un fiume di corpi potenti che scorre sempre più urgente indietro verso l’alto, verso la foce, verso il principio. Le magliette chiazzate di sudore. Il ghiaino che frigge sotto i piedi svelti. Il brusio che si amplifica con l’assommarsi delle voci. Salutare. Chiamarsi per nome. Parlare, ridere, sghignazzare. Si accenna allo spettacolo, affrettando l’andatura, si cerca di predire la struttura della scaletta. Ci si scambiano le sue battute più note, i brandelli dei monologhi, le intuizioni metaironiche che lo hanno reso l’idolo indiscusso dei giovani, si ripetono e si ripetono senza mai stemperarne del tutto l’effetto sorpresa. Qualcuno tenta persino di scimmiottare la sua voce, la sua voce profonda, catarrosa, a tratti ambigua.

Le ventuno in punto. Il cielo sopra San Miniato è viola come un livido e rigato da due strisce di panna perfettamente parallele, una lunga il doppio dell’altra. Il volume della musica viene alzato di un ottanta percento circa, e ora esiste solo quella, ecco un ritornello, una rullata, un assolo di sassofono che ricalca banale la melodia della strofa. Prendete posto. Lo spettacolo sta per cominciare. La piazza, mentre la notte l’aggredisce alle spalle, si svuota. Resta l’occhieggiare paranoico degli uccelli. E alcuni turisti stranieri sui sessanta sistemati ai tavolini esterni dell’albergo. Donne biondo polenta e uomini pelati. Uno di loro, il più chiassoso, calza bianchissimi zoccoli da dottore. L’aria è spessa, faticosa. Non tira un filo di vento. Per certe tribù africane, si sostiene nei romanzi più folli, ogni tramonto è una battaglia.

 

2. Di lato I

Lunghi silenzi tra un periodo di attenzione e l’altro. Così potrei descrivere la mia vita nel decennio tra i quindici e i venticinque. La fase che, stando alla testimonianza di una discreta fetta di popolazione adulta, cioè i più prematuramente e spietatamente declinati, è per distacco la preferita, la più citata a fine cena nell’aneddotica pompata dal limoncello (morbide strisce di buccia di mandarino sotto le unghie della mano dominante), quella in cui tutto era fresco e sfavillante ed eccitante e immortale e così via. La fase in cui, in teoria, fossi stata vispa al punto giusto, avrei dovuto esplorare il mondo e mettermi alla prova come i miei coetanei per comprendere – Metodo Ricompense & Frustrazioni – le mie cosiddette potenzialità e i miei limiti e imparare a calibrare al meglio il mio futuro agire al fine di costruirmi un cosiddetto Futuro, quella fase precipua, io l’ho sostanzialmente gettata alle cosiddette ortiche. Caso volle, ovviamente, che lo conoscessi proprio allora. Sette/otto anni fa. Oppure erano nove? Lui lo saprebbe con certezza. Lui contava i giorni e i mesi e gli anni, eseguiva il compito in maniera professionale, drammatizzava la situazione facendomela pesare il più possibile. Sai, sono passati solo tot anni della mia vita e siamo sempre allo stesso punto, diceva, né da una parte né dall’altra, senza avanzare né indietreggiare. Col vederci di tanto in tanto e il supposto pensarci reciproco e via discorrendo. Con le apparizioni e le sparizioni, più tue che mie, va precisato, non prenderla sul personale, non ti sto accusando, trattasi di mero calcolo oggettivo. Solo la schietta sfolgorante verità. Eccomi qui, a un passo dalla resa. Sono esausto. Con te non so più cosa fare o cosa dire o cosa credere. Ho solo paura del tempo che passa, scriveva nelle lunghe mail charliekaufmaniane delle tre di notte, paura di diventare vecchio domattina stessa. Il mio unico passaggio tra i vivi, sprecato ad aspettare te. Il mio unico passaggio tra i vivi, sprecato ad aspettare te. E così via. L’andazzo era più o meno questo. Con lui che comprensibilmente non poteva immaginare niente della mia cosiddetta condizione esistenziale. Della mia incapacità di collegare i puntini e cogliere il continuum di eventi, il trend, il senso complessivo. Di come quelle sue parole mi passassero attraverso come neutrini nel burro della materia. Lui non poteva immaginare ma nemmeno io, sia chiaro, ci riuscivo: per accorgermi dell’assenza non avrei dovuto essere assente. Che poi è il classico paradosso alla Russell che eccita tanto i logico-matematici. Avrei potuto cavarmela affibbiando la colpa al fumo, come si fa in casi simili, ma col cosiddetto fumare non esageravo mai: fumavo di rado col gruppo di ex liceali e facevo al massimo un paio di tiri ansiolitici ogni sera prima di addormentarmi – mi servivo da un tipo segaligno di San Miniato Basso che indossava sempre la stessa felpa sfilacciata dei Sepultura. Tutto qui. Nemmeno bevevo. Bere mi rendeva uno straccio il giorno successivo e cercavo di starne alla larga. Le bottiglie di rosso dalla cantina della casa di Roffia sparivano solo in cosiddette occasioni speciali e il babbo chiudeva un occhio, non faceva mai domande al riguardo. Non dipendeva dalle sostanze. La vita mi scorreva semplicemente accanto, da qualche parte, buia e silenziosa. Senza lasciare tracce significative. Venivo sballottata qua e là senza esser mai minimamente interessata a prendere le cosiddette redini in mano. La risposta che davo a tutto quanto comportava una scelta impegnativa – figuriamoci se impegnativa a lungo termine – implicando una soffocante restrizione delle mie possibilità illimitate era sempre: Vabbè vabbè. Non apprendevo. Non ricordavo. Non facevo progressi all’università né altrove. Non maturavo. I periodi di attenzione piombavano dal nulla e, per un po’, cambiavano le carte in tavola. Lampi rarissimi che squarciavano la notte perenne offrendomi la precaria possibilità di una visione, di una comprensione più profonda. D’un tratto tutto si faceva magicamente vivido e pregnante. Facevo caso al fatto di pensare, per capirsi, di agire, di occupare uno spazio, di fare caso. Ne approfittavo per esaminare la situazione attuale, il più delle volte, per arrangiare una cosiddetta narrazione coerente della mia esistenza nel mondo sulla base della penuria di dati accumulati fino a quel momento, tentando così di inferire ciò che succedeva giorno dopo giorno all’esterno del mio esile cono percettivo – cioè come le persone interagivano con le persone e con gli oggetti e con me medesima quando non prestavo loro attenzione. Poi, puntualmente, mi mettevo a piangere. Quando mi rendevo conto delle mie responsabilità mi mettevo a piangere. Succedeva a letto, la sera, a luce spenta. Piangevo come una fontana. Piangevo con la faccia affondata nel cuscino, inzuppandolo, piangevo per ore e ore rimanendo completamente immobile finché, stremata, non scivolavo nel sonno e nei miei sogni controversi di nuvole, aerei e mongolfiere. Dormivo in quella posizione fino alla sveglia delle otto (Lithium dei Nirvana), respirando male, il collo dolorante, il cuscino appiccicoso che sapeva sempre di sapone da bucato. Come in quel film arcinoto, al risveglio si ricominciava da capo. Non era successo niente. Di quell’esperienza parecchio connotata emotivamente non mi rimaneva che un’eco lontana, un bisbiglio che si annullava a poco a poco nel silenzio. Silenzio, nient’altro che silenzio. Questa era la mia cosiddetta vita tra i quindici e i venticinque. Con sporadiche, umidissime parentesi.

 

3. Inconcepibilmente di lato

Cammina lungo una via del centro di Roma, un gelido giorno di dicembre. È solo. Immerso in pensieri eterogenei. All’esterno, le vie paonazze di Natale, la gente che porta cappotti pesanti, guanti e cappelli con le palline. Vetrine a tema. Moltitudini di arabeschi di luminarie a interconnettere i palazzi. Prende a canticchiare un motivo, dal nulla. A produrre un suono debole e approssimativamente intonato. Canta You did not desert me, my brothers in arms, non fa che ripetere questo brandello melodico, finisce e subito riattacca. Ma non lo sa, è questo il bello. Non sa di star cantando. Se ne rende conto solo istanti dopo, con una latenza inquietante. Chi ha deciso che dovesse cantare? E poi, perché proprio quel pezzo? Non lo ascolta da quando era giovanissimo, dall’epoca cromata in cui tipicamente la musica si disvela in tutta la sua potenza. Si arresta di colpo, nel viavai del tardo pomeriggio. Si guarda attorno spaesato. Colori. Geometrie. Corpi che procedono spediti. Corpi grandi e piccoli, differenti per peso e morfologia. Si sente all’improvviso fluttuante, in un certo senso, disancorato e paradossalmente connesso con tutto ciò che lo circonda – una sottospecie di trascendenza mai sperimentata prima. Fa inversione, allora, ripercorre a ritroso la strada. Un tizio tarchiato vende caldarroste: non l’aveva notato. Una chiesetta romanica incastonata tra due negozi: non l’aveva notata. Un tombino scoperchiato rasente il marciapiede, decisamente pericoloso: non l’aveva notato. Individua l’insegna dopo un centinaio di metri, quando rientra nella piazza gremita. Il testo è d’oro, lo sfondo nero come legno bruciato, il font di sfarzosa eleganza: BROOKS BROTHERS. Ci era passato davanti due minuti prima e non l’aveva notata.

 

4. Di lato II

E ora sono qui, mille correzioni dopo, in qualche modo riposizionata altrove sul cosiddetto quadrato semiotico, Un’Altra Persona, una persona che vive e lavoricchia a Pisa e che ha alti e bassi come tutti e un discreto controllo cosciente del proprio agire, così perlomeno ama raccontarsi, niente di speciale ma comunque Progresso, qui, mentre ignoti mi oltrepassano e scalano in fretta e furia la montagna, d’intralcio, isola nella corrente, pietrificata e un po’ sorpresa da questo cosiddetto monologo interiore che sgorga inarrestabile come acqua da un tubo rotto, alla soglia dei cosiddetti Trenta, un po’ più grandicella dello spettatore medio di questa tipologia di eventi, con i piedi ben piantati su uno scalino che pare di gran lunga più consunto degli altri, come se ci avessero camminato sopra ininterrottamente per millenni, non ho più pensato a questo scalino dopo quella volta e nemmeno ho più pensato a quella volta ma eccolo che torna a galla, il ricordo, il ricordo dello scalino e di una notte di non so quanti anni fa in cui ce ne stavamo seduti in circolo sulla sommità del paese a prosciugare una birra dopo l’altra, tipi di zona e allogeni, dieci/quindici soggetti, maschi & femmine, la piana una galassia quiescente e la Rocca un monolite d’ambra, e cianciavamo di gossip locale ed esplodevamo risate collettive e sputavamo sentenze politiche con una sicumera da mettersi le mani nei capelli, lassù sull’erba gibbosa delle nostre estati annoiate, la medesima erba sulla quale i miei nuovi amici pisani – Ma dov’è finita? Perché tarda tanto? – ora stendono una tovaglietta a quadri due per due per una cosiddetta cena frugale nell’attesa dello Show, lo Spettacolo che ci farà ridere tutti come matti e ci spedirà a letto felici e contenti, dicono che lui sia un portento, dicono che il suo cosiddetto umorismo sia impareggiabile e innovativo e intelligentissimo eccetera, loro già sulla cima ma io inchiodata allo scalino, un atavico parallelepipedo rettangolo di pietra rossastra che separa brutalmente il prima dal dopo, lo sto fissando a testa bassa mezza sudata nell’incupirsi a doppia velocità dell’aria, mentre la cima aurea della cosiddetta Torre di Matilde boccheggia sul buio montante come una marea, è il primo vero scalino a partire dal basso della scalinata finale, tanto irta quando si è bambini e poi clamorosamente più fattibile da adulti, quant’è che non ci passavo, che non tornavo nel samminiatese, e pezzo dopo pezzo si ricompone vertiginosamente quella notte e l’epilogo di quella notte quando, verso le due o le tre, sgocciolate le birre, l’atmosfera complessiva in netta fase ribassista, ci avviammo per primi verso l’imbocco delle scale, io e lui, di Roffia e di Firenze, due che si erano incrociati tre/quattro volte per puro caso, due che conoscevano giusto i nomi di battesimo reciproci e il modo impossibile in cui fino a cinque minuti prima gli occhi dirimpetto riverberavano la luce traversa del riflettore, niente più, e la mia cosiddetta coscienza in quei momenti era un filino scombussolata, va bene, avevo bevuto sbattendomene per una volta dei postumi devastanti, a vent’anni ogni tanto l’ammetto ci davo dentro col bere, e affiancati sprofondavamo nella tenebra fitta imparando la forma frastagliata delle nostre voci, soli e pulsanti, senza poter chiaramente prefigurare la sterminata lista delle conseguenze a venire – quel lasso di tempo astratto e colmo di silenzi e mail, di aderenze e sparizioni, di fagocitanti nebbie madreperlacee –, e a un certo punto della discesa io che ero miracolosamente connessa e ricettiva e ATTENTA gli confessai che ero stata vicina a inciampare, lo scalino era l’ultimo o il primo, dipende dalla direzione intrapresa, quello su cui adesso affondo i piedi dividendo in due il flusso che ascende alla stucchevole musica d’apertura e allo Spettacolo Più Bello del Mondo, lo feci ridacchiando nervosa, mentre la pancia si contorceva come si contorce in certe cosiddette situazioni, e un po’ temevo di aver detto qualcosa che sfasciasse la sintonia spontanea facendogli subito capire, a lui in apparenza così Adulto & Maturo, che stava interagendo con una ragazzetta frivola e superficiale e assai negligente nel sequenziare fonemi, gli confessai papale papale che avevo rischiato di franare a terra come un penoso sacco di patate e poi avevo riacciuffato l’equilibrio in extremis restando in piedi, tutta colpa di questo manufatto primitivo di inestimabile valore da rimuovere ed esporre in qualche Museo di Storia o Archeologia o Antropologia eccetera, e lui palesemente alticcio replicò senza indugi con una frase che non gli apparteneva, troppo candida per uno con quell’armamentario pazzesco di ritrosie e rigide sovrastrutture, qualcosa di scandaloso che scommetto si sarebbe rimangiato volentieri già un secondo dopo, tuttavia successe, volente o nolente quelle parole insensate affiorarono neurologicamente nella sua area di Broca e balzarono fuori dalla gola come lapilli roventi e me lo disse, che se fossi inciampata mi avrebbe presa al volo, e a pensarci bene ora che sto per affrontare il tratto finale della salita non era nemmeno niente di speciale, tutt’altro, poteva in tutta onestà suonare gratuito e kitsch e iperbolico e soprattutto stupido, immensamente stupido, non posso negarlo, eppure lì per lì sorrisi con la mia bocca invisibile e le fossette su cui ironizzava fisso e rimasi zitta ed ero viva per davvero, in quell’istante infinitesimo del nostro tempo, e lui un eroe, qualcosa di vagamente assimilabile a un eroe, e quel suo cosiddetto coraggio avrei tanto voluto rubarglielo ma non glielo dissi mai.

 

5. Verso il basso

Il cielo è grigio fumo, quando la musica cessa. Resiste una banda rosea, dietro al palco e alla Rocca e alle curve del Serra, ma si va assottigliando sempre più, attimo dopo attimo, ferocemente schiacciata da una forza impareggiabile. Ogni tramonto è una battaglia, ma vincono e perdono sempre gli stessi.

La massa è arrivata puntuale. Se ne sta sparpagliata sull’erba o seduta sull’ellisse rozza del muro perimetrale, disomogeneamente rischiarata dai raggi bianchi del riflettore. Spiccano facce a metà, qua e là, mani volteggianti, segmenti casuali di sagome umane.

Mangiano tutti, o l’hanno appena fatto. Hanno apparecchiato ambiziosamente, usato forchette e coltelli, stappato bottiglie, accoppiato i bicchieri ostentando esagerato cameratismo. Qualcuno si è portato dietro cuscini e stuoie su cui sdraiarsi. Qualcuno si è sfilato le scarpe o la maglietta. Scelte rispettabilissime. Le zanzare sono tante e agguerrite ma la temperatura, diciamola tutta, è francamente insopportabile.

Li guarda da uno spiraglio della tenda allestita tra la Rocca e il palco.

È la prima volta in assoluto che lo spettacolo fa tappa a San Miniato, così si spiegano la concitazione generale e gli articoli copiosi sulla stampa locale, e anche l’ultima data di un tour sfiancante che negli anni ha attraversato l’Italia da nord a sud, dalle città alle periferie, riscuotendo dappertutto un successo eccezionale.

Li ascolta. Il discorrere della gente. Scopre un substrato di chiacchiericcio incessante, una volta rimossa la patina della musica gonfia di tastiere della sua infanzia, un crepitare minuto e animalesco.

Forme vive sotto un cielo grigio come limatura di ferro. L’umidità diffusa, l’assenza delle stelle. Fortissimo odore di terra. Un tizio dai rasta lombari si drizza in piedi, abbracciando un grosso thermos, e offre del caffè a chiunque ne faccia richiesta. Giovani maschi a petto nudo fanno girare un bottiglione di vodka polacca – ogni sorsata, un urrà. Di tanto in tanto, delle voci ruvide emergono dalla semioscurità e si prendono provvisoriamente la ribalta propagando battute, opinioni, ironie logore. Tanti fumano, nell’aria stagnante dei rimasugli di luglio, fumano e cantano, in attesa dello Spettacolo Più Bello Del Mondo, improvvisano manciate di cori dalla vita effimera.

Guarda tutto ciò.

Guarda e ascolta, mentre il tempo passa. Poi estrae il libretto dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo sfoglia con fare sbrigativo e si ferma a un punto ben preciso.Francesco Paciscopi - Resti-minL’agitazione. Il tipico tremare di gambe, almeno da principio. Gambe che tremano e si fanno molli: non ti ci abitui mai. Il boato di luci paglierine che accoglie la sua comparsa, l’applauso tonante e liberatorio del pubblico venuto a divertirsi, a stare bene. Un uomo colossale davanti all’asta del microfono, questo è sempre stato, una presenza carismatica dalla voce stentorea, un artista celebre per le sue battute e, soprattutto, per le sue battute sulle battute, per simili finissime operazioni concettuali.

E ora tutto sta per finire.

Resta immobile nella tenda per minuti, il libretto tra le mani madide. Non fa niente di niente tranne ripassare versi che, ormai, conosce a memoria. Ripensa al tono da usare, al piano, al sabotaggio che vuole mettere in atto. Sarà un discorso autologico, qualcosa di assai intelligente e ricercato – la fine che mette in scena la fine. Qualcuno capirà? Qualcuno coglierà la funzione drammatica di un epilogo scialbo? Ogni tanto lancia ancora occhiate fuori, sempre più distratte, verso lo stuolo di gente che freme. Il cielo sopra il prato è grigio come piombo, senza stelle. Un occhio fibrilla. Rivoli di sudore scorrono tiepidi lungo la colonna vertebrale. Nervosismo, beninteso, terribilmente comprensibile. Eccolo lì, solo, nel chiarore fioco di una lampadina penzolante. Aspetta solo che le gambe si mettano in moto. Sta per salire la scaletta metallica, per fare la sua ultima apparizione sul palcoscenico. Sta per deludere tutti.

 

(La poesia Resti è tratta da Olympus di Francesco Paciscopi,
1983, Antonio Carello Editore)

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