Materia d’infanzia

Sotto l’occhio impassibile del cielo s’avvicendano stagioni, calde e odorose come pere cotte in forno o umide e buie come vecchie cantine. La materia dell’infanzia è una polvere sottile, un rapido sentore di muffe in formazione, e sono carte da parati che si sfaldano appena alle attaccature, divani dai cuscini allentati e moquette arruffate sulle quali avvengono battaglie d’eserciti verdi e grigi, corse d’automobili colorate e naufragi. Tra le fila dei battaglioni che si fronteggiano nei pomeriggi sconfinati i più sono malconci: a chi manca un piede, a chi un braccio, a chi la testa; alcuni puntano fucili mozzati, sollevano monchi mortai, scagliano bombe a mano morsicate. Le automobili hanno lunghi graffi sulla carrozzeria, specchietti divelti, pneumatici penzolanti: alcune disegnano traiettorie a serpentina, altre restano impigliate nei riccioli acrilici, altre ancora cadono da spaventosi e soffici dirupi. E in mezzo alle corse, agli assalti, alle battaglie, vanno le grida dei corsari all’arrembaggio dei galeoni alla fonda negli oceani di lanugine. Poi è la mela grattugiata che diventa una polta dorata sotto le mani ramose della nonna, il pomodoro odoroso d’orto che si sfa in ondate di rosso sulla mollica, è l’acqua zuccherata da bere fresca e la caramella quadrata all’orzo Fallani che il nonno ha portato dal circolino. Oltre la ramata che intrappola i polli, oltre la gialla tracimazione del calicanto sulla staccionata dirimpetto, i campi sono praterie selvagge, foreste gonfie d’animali nascosti e piante intricate. Un rudere di chiesetta inselvatichito che spicca rosso tra filari di vite e alberi di ciliegio è un inespugnabile fortilizio; su un estradosso scarnito s’erge a pinnacolo un minuto cipresso che v’ha preso dimora. Qualcuno si calerà fin dentro la cripta, da uno squarcio nero rinvenuto nell’ammattonato della diruta cappella tra balle di fieno e bigonce di stallatico messe a magazzino, e ne risalirà brandendo un certo osso misterioso d’animale, o forse addirittura un femore umano.

In un altro angolo di questa mia casa antica esiste invece una foresta pluviale che nel rigoglio della vegetazione sintetica nasconde piramidi maya in disfacimento, costruite accatastando i grandi e rigidi cuscini di gommapiuma che compongono i divani del salotto saturo di moquette e carta da parati. Vi si scorgono alle volte strutture effimere alte due o anche tre piani, con colonne, architravi, pavimenti e soffitti in gommapiuma; queste costruzioni sono erette nello spazio d’un mattino, e scompaiono immancabilmente dopo l’ora di merenda, quando la nonna protrude i rami nodosi ad agguantare le persiane che tagliano a fette la stanza nel tramonto. Questa è l’ora in cui i campi profumano di fresco, e i contadini accendono il fuoco sotto le ramaglie affastellate, liberando lunghi drappeggi di fumo bianco che s’arrampicano nel cielo smaltato; i falò che spuntano a infiocchettare la campagna scoppiettano di scintille e rilasciano un odore robusto di legno, che fa venire in mente le antiche cucine delle coloniche, le grandi cucine dagli immensi focolari sempre caldi e sudici d’una fuliggine pervicace.

Una di queste coloniche, ormai mezza crollata, si va consumando poco oltre la recinzione della mia vecchia casa: brandelli di muro oggi s’elevano dall’intrico vegetale d’un campo incolto, e sorreggono da una sola estremità le lunghe travi collassate nello sfacelo dell’interno. A osservarla dall’alto, la vecchia colonica sembra una balena esanime dalla groppa squarciata, venuta chissà come a spiaggiarsi al bordo d’una trafficata statale. Sparsi pioppi ne vegliano la carcassa, e in primavera le fanno omaggio d’una soffice peluria bianca; un albero spunta addirittura dall’interno della stalla semidistrutta, a dilungare le folte braccia contorte lassù dove un tempo s’abbarbicava il tetto embricato d’un bel tenné. L’intonaco mezzo franato ha scoperto lo scheletro di terracotta, dove brulica un barbaglio di lucertole nei giorni assolati; i piccioni invece si sono impadroniti dei luoghi più alti, e li si vede spesso ciondolare pensierosi sui cornicioni crepati, sui davanzali delle accecate finestre.

Eppure la casa viveva d’umani un tempo, e portava fiera l’aura fascinosa d’una cura minimale, d’una rovina trattenuta in un controllato disgregare. Sembrava che i superstiti abitanti di quell’antico casolare avessero misurato il futuro che restava loro davanti, lasciando che la costruzione s’acciaccasse di pari passo con loro: così la pelle che s’aggrinziva sul volto adusto dell’agricoltore la si poteva rivedere nella fitta ragnatura della malta in facciata, l’artrosi che incartocciava l’attempata contadina la s’intuiva nelle persiane sfogliate che cigolavano sui cardini allentati, e i vetri sempre più unti e appannati ricordavano i loro occhi umidicci e velati dalla cataratta. Sbollature, incrostazioni e muffe che infestavano quei muri apparivano allora come malattie organiche, cancrene che intaccavano un corpo vivente; nelle calme notti di prima estate, quando larghe maree di lucciole invadevano i campi scrosciando fino ai suoi muri in una risacca luminosa, la colonica sembrava quasi esalare un suo proprio sottile respiro, un ansito cadenzato d’anziano in sofferente riposo.

Capitavo spesso sull’aia, sbucando dal fosso che separava i campi dal nostro cortile; le galline si disperdevano a ventaglio appena mi vedevano, per poi raggomitolarsi poco più avanti, a pericolo scampato. Nella vecchia stalla adibita a dispensa, rimasta senza portone, oltre l’arco d’ingresso s’intravedevano nell’umida oscurità verdura e frutta stipate in cassette di legno, panieri colmi di uova fresche, salumi appesi, trecce d’agli e cipolle fissate a vari attaccagnoli, e d’estate certi bei pomodori grossi come zucche, rossi, odorosi, talmente lucidi da sembrare di ceramica; non era raro che la contadina, vedendomi fare capolino, m’offrisse una di quelle sculture perfette, porgendomela col suo artiglio deforme. E nonostante la voglia di addentare quell’invitante e sugoso pomodoro, il ribrezzo che mi montava alla vista delle dita nocchiute che lo stringevano mi faceva ogni volta declinare l’offerta, lasciandomi un vago senso di sconfitta. Così un mattino d’afa sbucai dal fosso e la vecchia era là, sempre nascosta tra le ceste traboccanti, seduta su un panchetto a spuntare dei fagiolini che teneva raccolti in grembo. Sopra un banconcello, sistemati su un largo canovaccio, c’erano quei grossi pomodori che non avevo mai assaggiato. M’inventai d’aver visto una gallina impigliata nella rete dei fagiolini, laggiù nell’orto, mentre passeggiavo; strillava come un bambino, dissi alla contadina, sembrava che si stesse strozzando. Non so se mi credette, ma tenendosi le cocche del grembiule s’alzò e finalmente abbandonò l’umido deposito; appena scomparve dietro l’angolo, mi tuffai nell’oscurità e afferrai un pomodoro fresco e carnoso; corsi col pomodoro in mano dal lato opposto della casa, ma fatti pochi passi incespicai in una buchetta e cascai con le ginocchia dentro qualcosa di molle. Un pulviscolo di mosconi ronzanti m’avvolse e sfumò via. C’era uno strano odore dolciastro e untuoso che non avevo mai sentito, un odore che m’incuriosiva e repelleva allo stesso tempo. Poi, ancor prima di capire dov’ero caduto, vidi quattro minuscoli cavallini rosa che penzolavano legati con delle cordicelle a un ferro rugginoso che spuntava dal muro. Li vidi proprio così: erano quattro cavallini senza coda e senza criniera, non più grandi d’un gatto, con una mostruosa testa rossa dagli occhi sporgenti, che stavano appesi all’ingiù. La buchetta dov’ero caduto era ricolma d’una massa informe e variopinta: vi s’intuivano bulbi biancastri, brandelli giallognoli, fagotti bruni e callosi, lunghi tubi intrecciati, e certe cose che sembravano meduse, cappelle di fungo, palloncini riempiti d’acqua, cuffie per capelli, asciugamani bagnati, gomitoli di lana, palloni sgonfi. Quando m’accorsi di stringere in mano il pomodoro ormai spappolato potei sentire montarmi dentro come dell’acqua in ebollizione, e piansi, piansi fin quando la vecchia contadina col suo artiglio m’afferrò per un braccio e mi tirò fuori da quell’inesplicabile ammasso di materia.

    

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