Organisti

Ci sono giorni che segnano uno spartiacque nella storia, dando vita a un prima e un dopo completamente diversi. L’undici settembre, il giorno in cui il mondo è cambiato per sempre, lo ricordo ancora in modo chiaro: tutti noi ci ricordiamo cosa stavamo facendo nel momento esatto in cui ci fu il primo e più spettacolare attacco, la famosa esplosione che ci catapultò in questa nuova era di paura, diffidenza e odio. Io ero dietro casa all’Ontraino a rovistare nella vecchia rimessa, cercando del materiale che fosse utile per il mio intento: costruire una pedana per il gioco del Go. Mentre frugavo tra le cataste di cianfrusaglie si affacciò mia madre: ricordo ancora la sua espressione, gli occhi che non stavano fermi, la bocca che cercava di dire qualcosa senza riuscirci. Più ancora delle immagini che avrei visto come tutti in televisione di lì a poco, se ripenso a quel primo fatidico attacco è questo che mi torna in mente: l’esile figura di mia madre stagliata contro il chiaro alle sue spalle, incorniciata nella porta della rimessa, con una maschera d’incredulità e smarrimento sul volto.
Ma la distruzione che osservavamo in televisione sulle prime ci sembrò finta – un film, un effetto speciale, un elaborato lavoro di computer grafica; ci rifacevamo a ciò che nella nostra esperienza somigliava di più a quelle immagini, che sarebbero diventate così comuni negli anni seguenti, ma che in quel momento non riuscivamo ad associare a qualcosa di esistente, di vero – un luogo preciso, dei morti reali, un fatto storico di portata epocale. Le macerie fumanti, i corpi dilaniati, le riprese dall’alto che ci precipitavano in un inferno di polvere e sangue, e qua e là dell’oro che ancora brillava, i marmi lucenti che splendevano inerti, tutto era così straniante, così fantastico, che stentavamo a comprendere a fondo quello che stavamo vedendo. San Pietro pareva un angelo ferito a morte accasciatosi esanime al suolo, la schiena dilaniata, le ali lacerate; la prima esplosione aveva fatto crollare buona parte della cupola, e il transetto settentrionale era un’immensa voragine. E mentre guardavamo stupefatti, come in sogno, ecco all’improvviso la seconda esplosione, quella che avrebbe devastato il transetto meridionale, mentre i soccorritori erano ancora dentro a cercare superstiti; era tutto ancora così lontano da noi, così inafferrabile e irreale, che quando la cupola franò per intero provammo come un brivido di appagamento, quasi come se fossimo al cinema. Fu quando giunsero le notizie che anche a Santa Maria Maggiore e a San Giovanni in Laterano c’erano state esplosioni che qualcosa di diverso iniziò a radicarsi in noi. Ci sentimmo accerchiati, stretti in una morsa invisibile e potentissima, come se le pareti delle nostre case ci stessero stritolando. Era l’angoscia; era, ancora sotto una nebbia indistinta di sensazioni, la paura, quella paura che sarebbe cresciuta giorno dopo giorno, anno dopo anno, trasformando per sempre il mondo intorno e dentro di noi.

Nel gioco del Go si fronteggiano pedine bianche e pedine nere: l’obiettivo è quello di sopraffare il nemico, conquistare il suo territorio, catturare le sue pedine circondandole. È un gioco di strategia che somiglia a una guerra, dove i buoni e i cattivi sono ben riconoscibili in base al loro colore; la guerra che stiamo combattendo oggi invece è diversa: non ci sono certezze, non si può capire chi è il nemico soltanto dal suo colore.

La prima volta che sentii parlare degli organisti fu la notte dell’undici settembre, quella notte che tutti passammo insonni attaccati alla TV per capire cosa stesse succedendo al nostro vecchio mondo. All’inizio la dinamica dell’attacco non era chiara, ma man mano che le notizie si susseguivano divenne evidente che le esplosioni all’interno delle basiliche erano avvenute in prossimità dei grandi e antichi organi. I pochi superstiti ancora in grado di raccontare qualcosa erano concordi nell’affermare che subito prima delle esplosioni gli organi stessero suonando, ma nessuno ricordava nient’altro. “È stato lui…” aveva detto una testimone, una soltanto, un’anziana pellegrina che era da poco entrata in San Giovanni; lo aveva detto al giornalista che la intervistava mentre veniva caricata su un’ambulanza, “…è stato l’organista”, aveva detto, senza aggiungere altro. Solo durante la notte iniziò a diffondersi la voce che gli investigatori stavano seguendo una traccia precisa: nell’abitazione di uno degli organisti in servizio a Santa Maria Maggiore erano state rinvenute delle grosse canne labiali di metallo che all’interno dei corpi cavi nascondevano materiali esplosivi. Quei rudimentali ordigni, come sappiamo, sarebbero poi diventati tristemente famosi in breve tempo.
I mesi che seguirono a quei primi, lontani attentati furono una sorta di corso accelerato di storia contemporanea: tutti sentimmo parlare per la prima volta del WAF, il World Atheistic Front, e delle mille forme che il movimento assumeva all’interno dei diversi stati. Man mano che il tempo passava e gli attacchi si succedevano, divenne chiara la matrice della guerra che si stava combattendo: tutti gli attentati avvenivano all’interno di luoghi di culto, sempre con esplosioni in prossimità dei grandi organi. La rete inestricabile di organizzazioni ateiste doveva essersi organizzata in silenzio per lungo tempo, insinuando i suoi gangli distruttivi fin dentro i luoghi più insospettabili: migliaia di guerrieri senzadio si erano nascosti per anni all’interno delle accademie musicali, avevano imparato a suonare l’organo, si erano dedicati giorno e notte a questo strumento per diventare i migliori e ottenere così incarichi di prestigio, solo per arrivare un giorno a farsi saltare in aria durante una messa, un matrimonio, un funerale, una qualsiasi celebrazione. Per un certo periodo si era proposto di sospendere ogni rito, di far sparire tutti gli organi, di chiudere le chiese. Ma rinunciare a queste cose avrebbe significato cedere alla paura, arrendersi, consegnarsi vinti a un nemico inafferrabile, così vicino e però così impalpabile. Le chiese sono ancora aperte e gli organi continuano a suonare; il prezzo pagato finora in termini di vite umane è enorme, ma almeno si è conservato il bene più prezioso: la nostra libertà.

Il recente attacco di Firenze dimostra che siamo ancora lontani da una tregua. Le immagini di distruzione e morte all’interno della cattedrale sono ormai un materiale riconoscibile, una declinazione specifica di un topos ricorrente nel nostro bagaglio culturale: senza che ce ne accorgessimo, ci siamo assuefatti ai morti, alle macerie, alla distruzione, alle incursioni della polizia nei quartieri agnostici, alle chiese profanate e sventrate, agli organisti che tengono in ostaggio centinaia di persone all’interno dei luoghi di culto e si fanno esplodere. Chi si professa ateo è guardato con sospetto e isolato, come se potesse essere un potenziale organista: si tenta di far diventare ogni ateo una pedina nera, in modo da limitare la complessità e ridurre tutto a un immenso gioco del Go, riportando questo conflitto sfuggente nei canoni di un confronto conosciuto e governabile.

Io stesso ho pensato, in passato, in preda all’orrore e al disgusto, di rinunciare al mio ateismo; ma per accettare il divino ci vuole più forza che per ripudiarlo, e questa forza mi è sempre mancata. Per anni ho tentato di spiegare a mia madre che il mio ateismo non è una ribellione, ma non credo che l’abbia mai davvero capito: di certo non me l’ha mai rivelato, chiusa com’era nel suo rifiuto di parlarmi dal giorno del primo attentato fino a quello della strage di Santa Maria Assunta in cui l’ho persa. Ma al di là di tutte le differenze e le incomprensioni, è questa la visione che ogni volta in cui mi sento disorientato in quest’epoca insensata torna a donarmi grazia, come uno spirito benevolo e comprensivo: l’esile figura di mia madre che si staglia contro il chiaro del sole, come quel giorno affacciata alla porta della rimessa, ma col volto ormai sereno, che mi guarda compassionevole nel buio in cui invece io mi dibatto, smarrito in questo tempo d’inestinguibile paura. Spero che almeno lei abbia trovato davvero il suo Dio.

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