Viva Cencio’s

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Happiness is the absence of unpleasant information
W. T. Vollmann,
Europe Central

Bretella borbotta qualcosa che in ritardo, e solo grazie al contesto (per i cristalli liquidi sul cruscotto sono le 22.37), decodifico come un È troppo presto. Così sostiamo per un drink. Al Pinocchio, la statale brilla di pioggia recente, l’aria è nuova e profuma vagamente di petardi, quasi fosse l’ultimo dell’anno. Ma è solo ottobre. Solo un ordinario venerdì notte di ottobre dei primi Duemila in cui scusate tanto ma proviamo a vivere. Nel bar, tre o quattro vecchi parlottano di fronte allo schermo CRT, che riverbera la nettezza di scene già immortali, già Storia, e una donnina dalla testa glassata riassetta tavolini sul fondo. Bretella e io prendiamo una Sprite piccola, Michelone va su una Pepsi media. Parliamo di lavoro, di motori a scoppio, di un viaggio da sempre sognato. A un certo punto, ammezzando la parola Antipodi, Michelone si mette una mano sulla bocca e starnutisce. Il barista dice Salute. Dalla sommità del suo 1 e 99 Michelone ringrazia e gli chiede se per caso conosce o ha mai sentito qualcosa del grande compositore sovietico Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич. Il barista finge di rimuginarci un po’ su e risponde di no e ci fissa, me e Bretella, abbracciandoci con un tenerissimo sorriso.

Michelone scuote la grossa testa rasata.

La zona industriale di Prato – che raggiungiamo in una cinquantina di minuti di FIPILI uscendo a Signa – è umidiccia, cupa e un po’ Strange Days, se capite che intendo. Alterna tetri capannoni lunghi 200 m a poligoni depressi di arbusti secchi, stagni sempiterni e cumuli di lavatrici gettate. Sotto il bagliore ocra di sparuti lampioni le macchine brulicano bramando parcheggio, e qua e là grappoli di giovanotti inalano in gran segreto quantitativi pazzeschi di buon tabacco rollato. Michelone, fischiettando l’Opus 110 (1), piazza la Punto di sguincio su un marciapiede lontano dall’entrata. Ci avviamo a buon passo, Bretella primo, Michelone in mezzo, io ultimo. Bretella veste un bomber verde militare; Michelone, alto e pure obeso, il solito giacchetto di jeans taglia M comprato in età prepuberale. In coda all’entrata, la tessera in mano, Bretella butta lì di averla vista a Firenze la domenica passata con uno dalla nuca tatuata. Usa sempre l’oro come termine di paragone per i capelli biondi, il marmo per evocare la consistenza di, insomma, ci siamo intesi. Michelone, che l’ha beccata diverse volte pure lui, ribadisce che è bella, ideale, noumenica, quasi come Elena Konstantinovskaya – comunque notoriamente mora.

Il locale si presenta come il solito sterminato scatolone pigiato di corpi e potenzialità. I muri svettanti sono pennellati di murales, il soffitto è grigio nebbia, il pavimento una colata di solido petrolio. Un’incisione nuova sull’intonaco a destra dell’entrata: WE ARE THE ENEMIES OF REALITY. Nelle luci svelte, sotto la palla a specchi, a ritmo di musica saettano sulla pista da ballo (2) sagome oblique, braccia arrese, raggiere di capelli. Facciamo un giro perlustrativo, salutiamo vecchi amici, gente che scende settimanalmente l’appennino o che viene addirittura dal senese, poi andiamo sul primo drink. Gli aerei, la polvere, le imminenti contromosse. Può la fine cominciare di venerdì notte? Prendiamo tre aranciate San Pellegrino belle frizzanti. Al freigeist di Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич! urla stentoreo Michelone al momento del brindisi. Mi volto dall’altra parte, forse imbarazzato, forse cercandola nella calca. Una buona metà dei maschi porta un dolcevita. Le ragazze gonne, jeans, pullover trendy, stivali luccicanti di stelline incastonate. Stanno passando It’s raining men di Geri Halliwell quando (mi pare) Bretella in punta di piedi chiede sussurrando a Michelone se per caso l’ha già vista da qualche parte.

Michelone, a cui da lassù niente sfugge mai, scuote la testa.

Ci fermano Manuela e Irene ragguagliandoci sul loro ultimo viaggio. Finiti gli esami i primi di settembre, sono state in Marocco e si sono stradivertite. Sequestro Manuela, le offro una gassosa e la guardo avvicinare il bicchiere alla bocca: ha delle mani davvero belle. Mi faccio spiegare per bene quando sono partite, quanto sono rimaste, le chiedo se sa che in inglese Marocco si dice Morocco con la O. Con un occhio ne guardo le labbra espandersi e ritrarsi (danza di medusa), con l’altro, a metri di distanza, nella penombra, ancora Michelone e Bretella confabulare – Irene annoiata che si mangiucchia le unghie. I suoi capelli dorati, le forme – dicono – marmoree. E se il mondo esplodesse prima che io…? Manuela, il fiato tanto dolce da stuccare, prosegue torrenzialmente citando certi tè marocchini alla menta a sentir lei troppo goduriosi, finché con zero tatto Michelone, Bretella e Irene si avvicinano, ci propinano qualche sciocchezza e ordinano a loro volta. Michelone solleva la pinta di Pepsi (dalla manica del minigiacchetto di jeans sbucano 50 cm di lana acrilica) e, mentre le Lollipop cantano Down down down, grida: All’integerrimo Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич! Qui Irene lo fissa come di solito si fissano quelli con la corteccia prefrontale anche solo in parte lesionata (trauma, ictus, etc.) e gli chiede che diavolo stia blaterando. Michelone scuote la grossa capoccia e finisce il drink in una lunga chiassosa sorsata (3).

Manuela e Irene si dileguano con un lapidario Ci becchiamo dopo. Così ordiniamo una Pepsi grande a testa e ci immettiamo nel flusso compiendo senza fretta quattro o cinque rivoluzioni attorno al bar. C’è un istante, solo un istante, in cui vorrei chiedere loro se dopo quel martedì di quasi un mese fa non sono ancora un minimo, come dire, turbati, frenati. Se non hanno paura. Ma lascio subito perdere. Ci intratteniamo con un gruppo di ragazzi di Galciana conosciuti tempo fa, tutti trentenni sostanzialmente bassi e baffuti, i quali non fanno a tempo a offrirci delle Mentos che subito ci snocciolano l’elenco eccitato, convulso e chiaramente posticcio degli avvistamenti serali. Sulla tribunetta laterale, al buio, avvinghiata a uno. A ballare come una pazza. Allo specchio del bagno per una controllatina al trucco. A cantare Infinito di Raf (ormai un classico del DJ set) con le amiche. Michelone e Bretella ascoltano annuendo, gli occhi umidi che quasi vedono, quasi configurano, i piedi che fanno piccoli e frenetici scarti avanti e indietro. Michelone è solleticato dal mero concetto. L’elettrauto/meccanico Bretella ci fa invece proprio quel tipo di pensierini pratici.

Nel bel mezzo della serata mi ritrovo da solo a marciare nella fiumana. Capto battute, risate, frasi sintatticamente elementari. Lancio occhiate. Saluto altri samminiatesi – compaesani conosciuti qua dentro. Saluto il sosia di Boy George, icona del locale, nel suo impeccabile completo bianco latte. Saluto Mario il Barzilli e Luana di Pistoia. Le casse sovrastanti pompano prima una perfetta Livin’ la vida loca di Ricky Martin, poi Madonna, Backstreet Boys, Britney Spears. Vedo un ragazzo inciampare e sversare sul linoleum mezzo litro di succo alla pera, una scena che – sarà per il colorino mesto del succo – mi ricorda un po’, insomma, dai, ci siamo capiti. Becco Manuela a confidarsi con un tipo dal pizzetto disegnato a carboncino e per un attimo invidio sia lui che lei, l’intesa rapida, l’incoscienza fertile. Niente aerei, polvere, escalation potenziali. Bionda. Questo conta. Necessariamente bionda. Come l’oro. Come miele d’acacia. Come il sole nel miglior giorno d’estate della vostra gioventù. D’impulso seguo le bionde, tutte, pure le castano chiare, le tallono zigzagando nella massa e le supero per poi voltarmi e valutare – dissimulando l’interesse – se i connotati possano anche solo sperare di corrispondere alle chiacchiere, al mito. Non ottengo granché. Prendo una Sprite media. Nell’udire Bailamos di Enrique Iglesias penso dissonantemente e mio malgrado alla figura stoica di Дми́трий Дми́триевич Шостако́вич, penso a tempi in bianco e nero, penso a impietose circolarità.

Poi le teste sulla sinistra scattano all’unisono puntando come cani da ferma il centro della pista da ballo, sotto la palla a specchi. E nella fragorosa cascata che è diventato il mormorio circostante soffoca per sempre l’incipit di I’m Outta love di Anastacia. Gli indici tesi, polarizzati, la meraviglia che s’addensa lesta fra mille raggi diagonali viola e verdi. La mia vita sta per cambiare. Appoggio il bicchiere su un tavolino, drizzo il colletto della camicia alla boscaiola Energie, inspiro forte, mi inoltro nel groviglio di braccia e gambe. Vedere è un passaggio. Un salto di qualità. Mi faccio largo a spintarelle e chiedo scusa, ringrazio. Posso? Mi è concesso? Esigo prove decisive, sapete – la verifica fattuale della nostra possibile compresenza. Michelone il filosofo, Bretella il pruriginoso, ogni singola benedetta anima di queste notti transreali. Voglio partecipare, condividere. Essere come loro. Avanzo, mi lascio indietro la contingenza delle voci e i miei affanni cosmici, ormai miseri bisbigli, rimuovo le immagini e le sovrimpressioni tragiche della CNN (quel font duro), mi dissocio progressivamente dall’insieme vertiginoso di tutti i nostri spenti giorni di morchia, noia e teorie. Urto schiene, pesto piedi, scorgo bocche estatiche e mute. Avanzo, sempre più leggero, il battito diradato all’eccesso, e comincio a intravedere qua e là suoi brandelli nelle brevi fessure tra i giovani corpi mobili, e già deduco, già realizzo, la forma completa, l’intero, l’unico futuro che possiamo davvero sopportare. Sono quasi là.

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(1) Lo so perché me l’ha detto lui: se fossi un narratore onnisciente tutto questo, del resto, non avrebbe alcun senso.

(2) C’è un’altra pista, più intima, al piano di sopra. La evitiamo: musica troppo commerciale.

(3) Il severamente fuori corso in Filosofia e Linguaggi della Modernità Michele “Michelone” Barsotti di Balconevisi (PI) ha letto otto volte Europe Central di tale William T. Vollmann e ci è entrato in fissa. Il problema non è in sé la fissa su EC. Il problema, per chi lo frequenta, è la sua fissa di rendere manifesta la sua fissa.

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